L’Italia preromana
Fasi della Storia romana:
-Età monarchica: dal 753 a.C. al 509 a.C.
-Età repubblicana: dal 510-509 a.C. alle idi di Marzo (15 Marzo del 44 a.C.)
-Età augustea: dal 27 a.C. al 14 d.C.
-Età imperiale: dalla morte di Augusto fino al 476 d.C.
Nella penisola italiana tra il III e I millennio a.C. (tra l’età del bronzo medio e la prima
età del ferro) si passa da una situazione caratterizzata dalla presenza di miriadi di
gruppi umani di piccole dimensioni al sorgere di forme complesse di organizzazione
protostatale. L’età del bronzo si distingue per la sua uniformità: i siti risultano dislocati
un po’ ovunque nella penisola (in modo prevalente lungo la dorsale montuosa che la
percorre da nord a sud: cultura ‘appenninica’). Durante l’età del bronzo si realizza un
importante fenomeno: l’incremento demografico. Il numero degli insediamenti si
riduce e quelli che sopravvivono si estendono. Tra il XVIII e il XII secolo a.C. si
svilupparono nella pianura emiliana a sud del Po insediamenti di capanne (utili per
difendersi dagli animali selvatici e dal terreno acquitrinoso circostante): erano villaggi
circondati da un argine e da un fossato (cultura ‘terramaricola’). In questa età si
sviluppa anche il commercio (abbiamo testimonianze di merci provenienti dall’area
greca).
Con l’inizio dell’età del ferro l’Italia presenta un quadro differenziato di culture locali.
Un primo criterio di differenziazione riguarda le modalità di sepoltura. Nell’Italia
settentrionale e lungo la costa tirrenica fino alla Campania si ricorreva alla
cremazione; le restanti regioni ricorrevano all’inumazione. Possiamo distinguere le
varie culture: ‘Golasecca’ in Piemonte e Lombardia, ‘di Este’ a Padova, ‘Nuragica’ in
Sardegna, ‘Villanoviana’ in Etruria e Emilia. L’irradiazione di questa cultura
villanoviana coincide con l’area di diffusione della civiltà etrusca: questo fa sì che
alcuni studiosi considerino i Villanoviani come dei diretti antenati degli Etruschi. La
diversità delle culture presenti in Italia la possiamo notare anche da un punto di vista
linguistico. Queste lingue si possono ricondurre a due grandi famiglie: indoeuropea
(latino e falisco) e non indoeuropea 8etrusco, sardo, ligure). Tra le culture dell’Italia
preromana ha un ruolo d’eccezione quella greca: le colonie della Magna Grecia furono
fondate nell’Italia meridionale a partire dalla metà del VIII secolo a.C.
Le fonti letterarie che ci forniscono informazioni sulle origini dei popoli italici risalgono
al V secolo a.C. e si devono a storici greci (Dionigi di Alicarnasso). Tra l’VIII e il V secolo
a.C. si assiste ad un fenomeno di espansione delle popolazioni dell’Appennino centro-
meridionale: i Sabini si intromettono nella Roma dei Latini, Equi, Ernici e Volsci
occupano il Lazio. La maggior parte delle società era articolata secondo gruppi etnici
con alla testa principi e re.
Etruschi
Gli Etruschi sono la più importante popolazione dell’Italia preromana. La ricerca
archeologica e storica moderna propende a spiegare l’origine degli Etruschi (tra VIII e
VII secolo a.C.) come il punto d’incontro tra due processi: un’evoluzione della struttura
interna delle società e delle economie locali, l’importanza che su queste hanno avuto
influenze esterne come i rapporti con le colonie greche dell’Italia meridionale. La
civiltà etrusca occupava la regione geografica dell’attuale Toscana, Umbria e Lazio
settentrionale). Gli Etruschi si organizzarono fin dalle origini in città indipendenti
governate da sovrani (detti ‘lucumoni’, sostituiti poi da magistrati eletti annualmente).
La fase di massima espansione la ebbero tra il VII e il VI secolo a.C. occupando gran
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parte dell’Italia centro-occidentale, il processo di espansione terminò nel 530 a.C.
dopo una battaglia contro i Focei (provenienti dalla colonia greca di Focea nell’attuale
Asia Minore) e una sconfitta a Cuma da parte dei Greci di Siracusa. Decisivi per la
decadenza etrusca furono all’inizio del VI secolo a.C.: la presa della città di Veio ad
opera dei romani e la perdita dei territori della Val Padana per mano dei Celti. Nel
corso del III secolo a.C. l’Etruria passò progressivamente in mano romana. Nel mondo
etrusco ebbero una grande importanza i riti religiosi. Le divinità del pantheon etrusco
erano assimilabili a quelle greche: se nel mondo greco la divinità più importante era
Zeus subordinato solo al fato, anche per gli etruschi la divinità suprema (Tinia) è
subordinata al fato. Aveva per gli Etruschi una particolare importanza l’aldilà: il
defunto continuava la propria esistenza nella tomba: una dimora in cui dovevano
essere presenti cibi e bevande. Le tombe ‘a pozzo’ accoglievano le ceneri dei defunti,
quelle ‘a fossa’ erano destinate all’inumazione, quelle ‘a camera’ erano veri e propri
appartamenti per i membri di una stessa famiglia. Agli Etruschi interessava molto
l’interpretazione dei segni della volontà divina visibili in terra: secondo questa civiltà
negli organi degli animali sacrificati si poteva trovare le risposte alle domande che
venivano rivolte alla divinità. L’alfabeto etrusco sembra un riadattamento di quello
greco. Non conosciamo questa lingua: prima di tutto è una lingua indoeuropea e non
possiamo confrontarla quindi con altre lingue a noi note; i testi che ci sono giunti sono
molto brevi e spesso contengono solo nomi propri. Per quanto riguarda le attività
economiche possiamo dire che gli Etruschi praticarono con successo: l’agricoltura, la
metallurgia e l’artigianato artistico. I loro prodotti raggiunsero diverse aree del
Mediterraneo attraverso il commercio.
Roma
Le testimonianze delle fonti letterarie sono il primo blocco di informazioni con cui
dobbiamo confrontarci per ricostruire la storia di Roma arcaica, tuttavia i testi
risalgono a epoche molto posteriori rispetto agli eventi trattati e sono ricchi di
elementi leggendari. La scrittura a Roma apparve alla fine del VII secolo a.C. ma le
iscrizioni sono poche e non ci danno grandi informazioni. Durante il periodo regio
quindi ha giocato un ruolo decisivo nella trasmissione degli ricordi storici l’oralità. I
primi storici che narrarono della Roma arcaica furono: Tito Livio (di Padova) che visse
sotto Augusto; Dionigi di Alicarnasso (storico greco) anche lui attivo a Roma in età
augustea. Lo scopo principale di Dionigi era dimostrare che i Romani erano una
popolazione di origine ellenica ed infatti si sofferma spesso ad apportare prove a
sostegno della grecità dei Romani.
La leggenda della fondazione di Roma. Virgilio racconta nell’Eneide che dopo la
distruzione di Troia Enea lascia questa città e arriva nel Lazio dove non troverà
popolazioni indigene ben disposte tranne Latino (re dei Latini) che darà in sposa ad
Enea sua figlia Lavinia. Enea fonderà la città di Lavinio, poi il figlio Ascanio/Iulo fonderà
Alba Longa dopo trent’anni dalla fondazione di Lavinio da parte del padre (sul trono
della quale città poi succederanno 30 re). Virgilio parla anche di Alba Longa: secondo il
mito una scrofa bianca (‘albus’ in latino significa bianco), apparsa in sogno ad Ascanio,
avrebbe partorito 30 maialini bianchi (30 come gli anni dopo i quali l’egemonia
sarebbe passata da Alba Longa a Roma). L’ultimo re è Numitore, suo fratello Amulio
(perfido e meschino) che spodestò suo fratello e costrinse la figlia di Numitore a farsi
vestale (di modo che la castità avrebbe impedito una discendenza a Numitore). La
donna però rimane misteriosamente incinta: Tito Livio racconta che la donna dichiarò
che il figlio fosse del Dio Marte. Lei partorì due figli: Romolo e Remo. Un servo di
Amulio pose i figli in una cesta che venne abbandonata lungo il corso del Tevere. La
cesta non viene travolta dall’acqua ma si ferma su una sponda del fiume. Una lupa,
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spinta da un impulso materno, anziché sbranarli, li allatta. Faustolo (pastore) che vide
la scena, si commosse e li portò presso la sua capanna e li crebbe come figli propri. I
due bambini crescono e quando scoprono che di essere originari di Alba Longa e che la
madre era stata incarcerata dal perfido zio Amulio si recano a Alba Longa, uccidono lo
zio e liberano la madre. La leggenda di Enea e di Romolo e Remo si fondono. Augusto
è un discendente di Enea: appartiene alla gens Iulia che ha come capostipite Ascanio
(figlio di Enea).
La fondazione di Roma da parte di Romolo che la racconta Plutarco: descrive Romolo
stanziato sul Palatino, Remo sull’Aventino. Entrambi aspettano segni divini per capire
chi sarà il fondatore della nuova città. Romolo vede 12 avvoltoi, ci dice Plutarco, e
Romolo è il prescelto. Inizia il rituale di fondazione: un bue e una vacca trascinano un
aratro che tracceranno il solco perimetrale all’interno del quale verrà fondata la città, il
solco sarà poi coperto di sassi per non far cancellare dall’acqua piovana la traccia.
Remo oltrepassa quel sacro confine nonostante Romolo lo avesse messo in guardia, e
Remo viene ucciso dal fratello (Roma dunque si sarebbe fondata su un fratricidio). Il
corpo di Remo verrà seppellito presso l’Aventino per dimostrare la fine che avrebbero
fatto tutti coloro che avessero oltrepassato lo spazio sacro. Roma viene fondata il 21
Aprile 753 a.C.: festa della fertilità, sembra perciò che Roma sia fondata sotto i migliori
auspici.
Il periodo monarchico secondo la tradizione. Il periodo monarchico va dal 754 al 509
a.C. (anno dell’instaurazione della Repubblica. In questo periodo regnarono 7 re
secondo la tradizione. Romolo fu il fondatore, dopo di lui: Numa Pompilio (a lui si
assegnano i primi istituti religiosi), Tullo Ostilio (le campagne militari di conquista,
distruzione di Alba Longa), Anco Marcio (fonda la colonia di Ostia alle foci del Tevere),
con Tarquinio Prisco inizia una seconda fase della monarchia romana nella quale la
componente etrusca gioca un ruolo fondamentale (lui costruì importanti opere
pubbliche e aumentò il numero di senatori); Servio Tullio (costruì prime mura cittadine,
dette serviane appunto e istituì la più importante assemblea elettorale romana: i
comizi centuriati); Tarquinio il Superbo (tiranno che infligge ai cittadini romani ogni tipo
di vessazione).
Il problema rispetto a questo racconto è che molti eventi leggendari si intrecciano agli
eventi narrati. Gli storici hanno sottoposto ad un esame critico i dati ella tradizione e
hanno notato che due versioni diverse sulle origini di Roma sono state fuse: una greca
(fondazione della città ricollegata ad Enea) e una indigena (Romolo fondatore
autoctono). Alcuni elementi storici, nonostante il racconto sia ampiamente
leggendario, sono presenti: la compresenza tra popolazioni diverse (Latini e Sabini)
all’origine di Roma (episodio del ‘ratto delle Sabine’ attribuito a Romolo per risolvere il
problema demografico diede delle mogli ai Latini) e la fase di predominio etrusco nel
periodo finale della monarchia.
La nascita di Roma. La nascita della città fu sicuramente un processo lento e graduale.
Alcuni villaggi situati sullo stesso Palatino possono essere considerati come nucleo
originario della futura Roma (la cui storia inizio nell’VIII secolo a.C.). Il Palatino è un
colle a 50 km sul livello del mare, ha la forma di un dado trapezoidale con un grande
pianoro sulla cima, si articolava in tre alture: il Palatino era la vetta, il Germalo e la
Velia (avvallamenti appianati poi in età imperiale). Roma sorse lungo il basso corso del
Tevere dove il fiume divideva il territorio in due aree etnicamente differenti: settore
etrusco a Nord, Lazio antico a Sud. Il nome Roma potrebbe derivare (anziché da
Romolo) ma ‘ruma’ (mammella, associato alla lupa ma anche alle alture del Palatino) o
da ‘Rumon’ (con cui gli abitanti dell’antico Lazio chiamavano il Tevere).
Archeologia. È stato ritrovato a Lavinio il cosiddetto santuario delle 13 are (in relazione
alle vicende di Enea) e secondo Dionigi di Alicarnasso è lo stesso luogo dove è caduto
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Enea in battaglia. L’archeologo italiano Carandini scopre (1988) presso le pendici del
Palatino il muro di Romolo (la palizzata che delimita il perimetro cittadino, ovvero il
pomerio). Il pomerio non sempre coincideva con le mura cittadine: il pomerio era
un’area sacra, le mura avevano puro scopo difensivo (ci poteva essere una grande
distanza tra pomerio e mura). Grazie a Boni, alla fine del XIX secolo, venne scoperta la
Lapis Niger che venne subito associata ad una fonte letteraria che accennava
all’esistenza della pietra nera nel Comizio (forse la tomba di Romolo). Al di sotto del
pavimento fu scoperta la base di una statua con un’iscrizione in cui si minacciavano
pene terribili a chi avesse violato quel luogo: questa fonte archeologica si riconduce
all’età arcaica di Roma. Questo non ci deve far pensare che necessariamente Romolo
sia esistito e sia stato il primo re di Roma, ma ci fa capirà l’antichità della tradizione
che ne faceva il fondatore della città.
Lo Stato romano arcaico. Alla base dell’organizzazione sociale dei Latini c’era una
struttura in famiglie, a capo delle quali c’era un pater che deteneva un potere assoluto
nei confronti di tutti i componenti della famiglia. La familia comprendeva un
raggruppamento sociale più esteso di quello che intendiamo noi oggi, a Roma
facevano parte della stessa famiglia coloro che ricadevano sotto l’autorità del
paterfamilias (moglie, figli, schiavi). Al pater spettava il controllo sui beni. Ogni
famiglia aveva dei riti che si tramandavano di padre in figlio: i manes (le anime dei
defunti) erano oggetto di culto all’interno della famiglia romana. Il paterfamilias aveva
il compito di far eseguire in modo corretto le cerimonie. Il figlio rimaneva sotto il
potere del padre finché quest’ultimo non moriva. L’autorità nella casa e nella società
era nelle mani del marito. La donna aveva il compito di educare i bambini insieme al
marito. Il ruolo della donna aristocratica (che riceveva un’educazione intellettuale che
poteva spaziare dalla letteratura alla musica o alla danza) non si esauriva nella sola
vita domestica (come spettava alle donne più umili) ma sorvegliava il lavoro delle
schiave e tesseva. Il potere di un uomo su una donna comunque non aveva limiti:
poteva punirla, ucciderla in caso di adulterio. Toccava al padre scegliere uno sposo per
le figlie. Il sistema più comune per sposarsi a Roma era chiamato usus e consisteva
nella convivenza dei coniugi per un anno. Il ripudio consisteva nella separazione dei
coniugi, di norma avveniva a seguito di una decisione unilaterale dell’uomo. Il
matrimonio era del tutto slegato dall’amore: era utile per il solo e unico scopo di fare
figli legittimi. Talvolta i figli venivano adottati: per garantirsi una discendenza, per
arricchire il patrimonio della famiglia, per strategie politiche. Le famiglie che
riconoscevano di avere un antenato comune costituivano la gens. La popolazione dello
Stato romano arcaico era suddivisa il curie: gruppi religiosi e militari che
comprendevano gli abitanti di un territorio ad eccezione degli schiavi. Dalle curie
derivarono i comizi curiati (prima forma di assemblea durante la Roma arcaica)
sostituiti con i comizi centuriati durante il periodo repubblicano (i comizi curiati
comunque continuarono ad avere poteri formali: come conferimento di una
determinata carica ad un magistrato o la ratifica di adozioni o testamenti
Ottaviano si appellò proprio ai comizi curiati per ratificare il testamento di Cesare in
cui Cesare lo adottava come figlio). Un altro raggruppamento fu quello in tribù, erano
tre: Tities, Ramnes, Luceres. In un’epoca più tarda (probabilmente quella del
predominio etrusco) lo Stato romano si organizzò secondo criteri più precisi: ogni tribù
fu divisa in dieci curie e da ogni tribù furono scelti cento senatori. Su tale struttura si
fondò anche l’organizzazione militare: ogni tribù era tenuta a fornire 100 cavalieri e
1000 fanti (che andavano a costituire una legione di 300 cavalieri e 3000 fanti).
La monarchia. La monarchia romana era elettiva: l’elezione del re (che era anche il
supremo capo religioso) spettava ai rappresentanti delle famiglie più in vista (il re
doveva essere affiancato da consiglio di anziani delle più ricche e nobili famiglie: i
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patres). Ci rimangono due testimonianze su questa età: esisteva un rex sacrorum che
aveva il compito di realizzare i riti prima eseguiti dal re; esisteva l’interrex che era un
magistrato che subentrava nel caso di indisponibilità di entrambi i consoli.
Patrizi e plebei. C’è una grande incertezza sull’origine della divisione tra patrizi e
plebei alla base della Roma arcaica e che rimarrà intatta anche per quasi tutta la fase
repubblicana. Secondo la tradizione i patrizi erano i discendenti dei primi senatori (i
patres). Un’altra ipotesi vedei i plebei come i clienti dei patroni patrizi. Un’altra
interpretazione vede nei patrizi gli abitanti del Palatino e nei plebei i Sabini insediati
sul Quirinale. Secondo un’ulteriore ipotesi i patrizi sarebbero i grandi proprietari terrieri
mentre i plebei sono la classe di artigiani. È probabile che la divisione tra patrizi e
plebei sia il punto di arrivo di un’evoluzione sociale complessa.
L’influenza etrusca. Secondo il racconto della tradizione Tarquinio Prisco era figlio di un
greco che si sposò con una donna a Tarquinia. L’origine straniera di Tarquinio gli
impedisce di accedere al governo della città così si trasferi
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