Dentro i confini. Territorio e potere dal 1500 ad oggi – Charles S. Maier
INTRODUZIONE – Una storia dello spazio politico
L’idea di “territorio” si riferisce a uno spazio geografico separato da altri da leggi e
confini. Fino a poco tempo fa si poteva dare il territorio per scontato, in quanto offriva
sicurezza e appartenenza, ma dopo la fine della guerra fredda Europei e Americani
avevano cominciato a pensare che le proprietà territoriali fossero diventate
anacronistiche, e che permanevano solo fra i popoli dei Balcani, del Medio Oriente e
dell’Est asiatico. Quindi la sicurezza di un tempo che offriva il territorio oggi appare
precaria e con l’impressione di poterla mantenere solo con una sorveglianza costante.
Questo nuovo senso di vulnerabilità deriva più raramente dalle tradizionali rivalità
internazionali come in passato, al contrario le nostre terre d’origine sembrano essere
investite da tendenze globali che varcano i confini e la stabilità spaziale, un tempo
rassicuranti. Popoli che per molto tempo si sono sentiti sicuri da un punto di vista
territoriale oggi non lo sono più, alcuni cercano nuove difese non territoriali, altri si
mobilitano per riaffermare i confini minacciati. Il territorio rimane indispensabile,
anche se non è più quello di una volta. Il territorio non è solo terra ma è spazio globale
che è stato diviso in nome dell’autorità politica, ed è spazio che riceve autonomia e
responsabilità dai confini. I territori consentono di governare o tassare le persone e di
instillare in esse la lealtà in virtù di una posizione spaziale condivisa. Il territorio è
stato un’invenzione sociopolitica fondamentale. Fino a poco tempo fa il territorio in
quanto tale ha ricevuto scarsa attenzione da parte degli storici. Uno dei motivi di ciò è
che, a parte i momenti in cui i confini sono resi espliciti, diamo per scontato che le
divisioni territoriali esistono. Sono una costante della vita che passa inosservata, le
linee di confine possono cambiare ma l’esistenza della divisione territoriale è sembrata
permanente tanto quanto l’organizzazione politica. Il territorio e le proprietà che esso
comporta (la territorialità) sono cambiati nel tempo e continuano a cambiare
profondamente, quindi hanno avuto una storia.
Lo scopo di questo libro è di scrivere la storia del territorio in quanto tale, della sua
idea, della sua pratica sociale e delle sue manifestazioni nell’ultimo mezzo millennio.
Ricostruisce come il territorio sia stato investito di attributi critici, sia diventato una
risorsa importante per lo sviluppo degli stati e delle economie, e come ora si sia
indebolito in termini di efficacia. Ripercorrere questa storia permette di capire molti
aspetti importanti dello sviluppo umano. Secondo Rousseau il territorio era importante
per definire la proprietà. Weber ne ha sottolineato il ruolo per la politica, affermando
che esso è fra le componenti caratteristiche dello stato. Le tendenze che incorporiamo
nell’idea di globalizzazione suggeriscono che gli attributi del territorio stanno
cambiando rapidamente. La globalizzazione ha influito sull’immaginario collettivo
minando quello che era un assetto del mondo stabile a livello geopolitico, e ciò che ne
è uscito indebolito è appunto il senso tradizionale di territorio. Il territorio è uno spazio
decisionale, stabiliva la portata territoriale della legislazione e delle decisioni
collettive. Allo stesso tempo il territorio ha specificato l’ambito di potenti lealtà
collettive, l’appartenenza politica e spesso quella etnica sono state territoriali. il
territorio ha così costituito anche uno spazio identitario o di appartenenza.
Nei primi tre quarti del XX secolo la maggior parte degli adulti in occidente reputava
che lo spazio decisione e lo spazio identitario di ciascuno fossero congruenti. Oggi
queste sfere non coincidono più in maniera così pervasiva, la territorialità non sembra
più una risorsa per garantire i mezzi di sussistenza, mantenere la coerenza dei valori,
e non fornisce più la stessa capacità di controllo. Spazio identitario e spazio
decisionale tendono ormai a divergere, anche se in realtà non sempre sono stati
identici. L’età del territorio non ha fatto parte dell’ordine naturale ma è stata
storicamente delimitata. L’assunto comune è che prima della globalizzazione ci fosse
scarsa trasformazione, si tende a parlare del territorio come un aspetto permanente e
rassicurante dell’organizzazione sociale e politica oggi minacciato. Gli storici sono però
diffidenti nei confronti di condizioni che sono rimaste indiscusse e apparentemente
immutabili. L’idea di territorio si è evoluta negli ultimi 500 anni quando le società
hanno immaginato e organizzato i segmenti della superficie del globo su cui vivevano.
Questi concetti e pratiche sono cambiate continuamente insieme alle altre grandi
variabili della storia umana. La globalizzazione può minare la capacità di governo
territoriale, cioè erodere lo spazio decisionale, ma non necessariamente indebolisce lo
spazio identitario e la persistenza ostinata delle frontiere. Il nazionalismo prospera
ancora e i popoli cercano ancora di conquistare l’indipendenza e ottenere il
riconoscimento come stati nazionali.
All’interno degli stati la globalizzazione ha scardinato gli abituali contesti di riferimento
dei partiti politici, ha creato un nuovo grande principio di divisione politica che
prescinde dai sistemici partiti di destra e di sinistra. I “globalisti” credono nei nuovi
flussi di capitale e di occupazione e ne traggono vantaggio, i “territorialisti” temono
che il loro lavoro e i loro valori tradizionali vengano sacrificati. Ognuno di questi campi
ha poi una propria destra e una propria sinistra. La sinistra globalista sollecita
l’intervento dello stato per creare nuova occupazione e assistere le persone costrette
a lasciare il loro paese; la destra globalista (neoliberista) sottolinea gli imperativi della
concorrenza di mercato ed è fiduciosa che quanto più il processo proseguirà tanto più
le società diventeranno ricche. La sinistra territorialista crede che la rimozione delle
barriere commerciali abbia distrutto posti di lavoro e sollecita l’intervento dello stato
per sostenere l’occupazione territoriale; la destra territorialista tende a sottolineare il
rafforzamento dei confini contro la migrazione e spesso comprende gruppi che
definiamo “populisti”. Il risultato sono stati due o tre decenni di politiche spesso
confuse e il proliferare di partiti e candidati xenofobi.
Non tutti hanno ritenuto utile o importante stabilire confini fissi e ben definiti. I popoli
nomadi hanno delimitato territori con perimetri diversi, patrie a volte con un nucleo
ancestrale ma spesso mutevoli, a carattere stagionale o a lungo termine. Tali popoli
confederati possono vivere in una relazione parallela con le loro comunità vicine più
stabili, mentre a volte sono descritti come tribali. Quando hanno avuto talenti militari
le loro società si sono estese fino a occupare spazi molto ampi, ma la tendenza era
anche quella di cambiare rapidamente carattere. Le comunità tribali alla fine dell’800
hanno visto ridursi la loro estensione geografica e le possibilità di autonomia giuridica
al di fuori di foreste o deserti; vivere con una frontiera e all’interno di una frontiera è
stata la tendenza prevalente.
In quanto esame del territorio, questa deve essere un’indagine sullo spazio politico,
non una storia del paesaggio o dell’ambiente naturale. Il territorio su cui si insediano
le persone rimane il tema di molte analisi storiche, che possono essere studi
approfonditi di microrealtà o di vasti panorami. Insieme agli antropologi, gli storici
hanno messo in relazione tali cambiamenti con i sistemi economici. Ci sono anche
studi sulla terra come risorsa scarsa, sui paesaggi e sulle aree naturali come beni
limitati, perché rari per natura o perché socialmente ambiti. Questo libro, invece di
una storia di luoghi, reali o immaginari, coltivati o devastati, tenta una storia
dell’organizzazione della superficie terrestre attraverso il diritto, la guerra, il
commercio e l’evoluzione tecnologica. Non si tratta nemmeno di una storia dello stato,
ma di una struttura sottostante che rende possibili gli stati e le economie.
Tuttavia la territorialità, nel mondo oggetto della nostra esperienza, non si presenta al
di fuori delle qualità della politica o delle relazioni economiche o sociali che sono
organizzate rispetto alla loro estensione nello spazio, ma attribuiamo qualità territoriali
alle organizzazioni sociali e politiche per farle funzionare. La territorialità si manifesta
non tanto come una qualità in sé ma come una proprietà implicata in fenomeni storici
che cambiano. La storia della territorialità deve quindi rimanere un’indagine sulle
attività in cui il territorio ha una presenza formativa. I fenomeni storici discussi in
seguito non caratterizzerebbero aspetti dell’esperienza umana senza il filo conduttore
della territorialità. La storia non è causale; la territorialità non gioca un ruolo
generativo ma le guerre per il territorio sono il risultato di ambizioni conflittuali o di
un’insicurezza collettiva, non della geografia in quanto tale, in quanto lo sfruttamento
economico del territorio comporta l’organizzazione del lavoro e della tecnologia.
Come funziona il territorio: esso conferisce il proprio valore esattamente perché è
limitato, in termini assoluti dalle dimensioni della superficie terrestre, e in termini
sociali e politici dal numero di società o élite e di governanti che lo desiderano. Quindi
il territorio rimane una risorsa a somma zero: un potere può accumulare territorio solo
a spese di altri. Ma se la natura finita del territorio lo rende prezioso per chi lo
possiede o lo controlla, i suoi benefici non sono solo esclusivi. La territorialità, o il
controllo che il territorio conferisce, forniscono alcune delle qualità di un bene pubblico
e altre di natura limitata. Si può stabilire se un bene è pubblico se non esclude coloro
che traggono vantaggio dalla sua esistenza senza assumersene i relativi oneri. La
stabilità e la pace all’interno dei territori sono un bene pubblico. L’istituzione e lo
sviluppo del territorio consentono di produrre benefici privati e allo stesso tempo
generano beni pubblici, fornendo così la base spaziale per i soggetti che ne traggono
vantaggio in modo differenziato ma sufficiente affinchè il residente generale possa
coltivare il consenso, la lealtà, e la legittimità. C’è una continua dialettica tra
possibilità pubbliche e appropriazione privata. Un approccio mutevole nei confronti
dell’appropriazione delle risorse spaziali ha caratterizzato epoche successive della
territorialità nell’ultimo mezzo millennio. Come sono organizzati i capitoli:
Primo e secondo capitolo: distinguono tra manifestazioni concorrenti di delimitazione
dello spazio territoriale (gli spazi di espansione dell’impero e lo spazio più recente del
primo stato sovrano moderno). In Occidente le idee di sovranità moderna
comportavano rivendicazioni di supremazia dell’autorità politica su quella religiosa,
mentre nel mondo islamico e confuciano non erano facilmente separabili. Sovranità e
territorio emersero nel ‘600 come concetti gemellati, associati agli scritti di Bodin,
Hobbes e al sistema europeo di stati scaturito dalla pace di Vestfalia (fine guerra dei
30 anni). La cosiddetta sovranità vestfaliana è caratterizzata dal suo regime di stati
separati, ciascuno con pieni poteri all’interno di un territorio dato. I capitoli si
concentrano sulle pratiche associate alla creazione della sovranità territoriale. La
delimitazione dei confini dello spazio statale stabiliva l’ambito del diritto e del
controllo, determinava le transazioni fra i soggetti all’interno e con i popoli all’esterno.
Terzo e quarto capitolo: la sicurezza territoriale è una risorsa fondamentale per
l’autorità politica ma non è l’unica, altre risorse sono la dimensione della popolazione,
la sua istruzione e la sua capacità di trarre ricchezza dall’agricoltura, dall’estrazione
mineraria e dai prodotti forestali, e la capacità di trarre ricchezza, lavoro e competenze
dalle famiglie e dagli individui, dalle comunità locali o dalle associazioni religiose. La
seconda spinta per lo sviluppo del controllo territoriale è consistita nell’organizzare lo
spazio all’interno dei confini. Gli sviluppi del ‘700 e dell’800 in particolare hanno
aggiunto alle risorse della sovranità politica la capacità della produttività economica.
Distinzione tra il ruolo politico del territorio e quello della terra in quanto proprietà, che
è la superficie globale suddivisa ai fini del reddito e della ricchezza. Questi due
elementi patrimoniali del potere e della ricchezza confluiscono l’uno nell’altro, dato
che l’autorità politica ha bisogno di entrate il controllo territoriale spesso comporta
anche il controllo sulla proprietà. Nella prima età moderna erano in gioco sia il
rapporto giuridico e costituzionale tra proprietà terriera e autorità politica, sia il
rapporto fra contadini e proprietari terrieri. I cambiamenti di questi rapporti sono stati
fra le transizioni storiche fondamentali della prima era moderna e delle epoche
successive. L’aumento della produzione di catasti mette in luce la razionalizzazione
delle campagne e il loro potenziale economico. Il “secolo del catasto” (1680-1820)
segnò a sua volta il grande movimento che liberò la terra e coloro che la lavoravano,
commodification commodity
ovvero il -> la trasformazione in o “commoditizzazione”
della campagna. Gli sforzi per sostituire le terre e la manodopera con regole generali
sul movimento e i mercati hanno aperto la strada a grandi periodi di arricchimento e a
profondi disordini. Lo sconvolgimento del mondo agricolo associato alla sostituzione
alla sostituzione del prelievo patrimoniale o feudale con rapporti di mercato è un
fenomeno a volte indicato come fine dell’ancien regime e liberazione del lavoro
agricolo, quando in realtà questo cambiamento è spesso degenerato nella sostituzione
della servitù legale con rapporti debitori. Questa profonda trasformazione rurale è
stata analizzata cercando di comprendere i cambiamenti all’interno della matrice di un
ordine territoriale competitivo. I cambiamenti sono stati in parte stimolati da dottrine
che si sono concentrate sulla produttività agricola, idee incarnate dalla fisiocrazia del
‘700, anche se con un’influenza globale più ampia. Queste dottrine ruotavano intorno
al rapporto fra il contadino produttivo e una terra ben delimitata, spesso strappata ai
proprietari ecclesiastici e al controllo collettivo consuetudinario.
Quinto capitolo: con la rivoluzione industriale aumentarono enormemente le capacità
di controllo di ampie estensioni di territorio, per tutte le tecnologie e nuove invenzioni
che hanno velocizzato il trasferimento di persone, merci e idee. Hanno anche
permesso che ampi territori fossero governati in tempo reale; trasmettevano l’idea che
lo spazio nazionale fosse un ambito di applicazione del controllo relativamente
simultanea. Questa permeazione del territorio da parte delle autorità centrali precluse
le alternative nomadi o tribali, che da allora in poi poterono sopravvivere solo in
periferie remote di grandi imperi o di imperi sottosviluppati. Il territorio nazionale era
concepito come campo energetico in cui il potere dello stato poteva essere trasmesso
in qualsiasi punto lungo le linee di forza. Le innovazioni tecnologiche hanno
accompagnato una nuova capacità di conoscenza sociale, di enumerazione di popoli e
risorse.
Sesto capitolo: per molti governanti e popoli l’estensione stessa del territorio
costituiva spesso una misura del successo dello stato, tale da motivare l’aggressione o
una costosa difesa e la guerra in generale. Le dimensioni erano importanti,
l’inviolabilità era cruciale. L’estensione del territorio stesso sembrava, alla fine
dell’800, l’indice prioritario per misurare il benessere nazionale. Se uno stato non
riusciva ad ampliare il proprio territorio europeo saturo, acquisiva possedimenti in altri
continenti. Ossessione dei leader di fine ‘800 e inizio ‘900 per la delimitazione dei
territori negli imperi d’oltremare. La cosiddetta geopolitica teoricamente prometteva la
chiave dell’ascesa e la caduta degli imperi in base alle dimensioni, alla forma, alla
posizione e all’infrastruttura industriale di grandi regioni del mondo. I commentatori
politici ipotizzarono poi che si dovesse associare nuovamente lo spazio geografico a
proprietà ideologiche; le guerre mondiali e la guerra fredda hanno visto nella
territorializzazione delle ideologie il nucleo centrale della sopravvivenza globale.
Le successive trasformazioni della territorialità hanno accompagnato altre importanti
transizioni storiche. L’idea è che cambiamenti profondi nel nostro concetto di territorio
accompagnino cambiamenti politici ed economici fondamentali, e siano accompagnati
anche da cambiamenti nei concetti scientifici e filosofici dello spazio e del tempo.
La territorialità moderna è nata nel ‘600;
È arrivata a comportare uno sfruttamento sistematico delle risorse economiche
nel ‘700;
Ha trionfato come principio di organizzazione della vita collettiva (tra gli europei
e americani) nella seconda metà dell’800 e nei primi du
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