Sunto di storia moderna, docente Giuseppe Restifo
Libro consigliato: La piaga delle locuste. Ambiente e società nel Mediterraneo d'età moderna, E. Gugliuzzo, G. Restifo
Cap. 1: Uno sciame di domande
Oggi si vede la minaccia delle locuste come una cosa del passato. Si fanno trasportare dal vento, divorano erba e grano fino all’arrivo dell’autunno. Danni ad aree adibite al pascolo e alle coltivazioni. Sono presenti in Europa dall’età medievale. Invasioni nel Nord Italia da Est (Ungheria) nella stagione calda, in particolare grazie allo Scirocco e poi alla Bora. Gli Appennini costituiscono una barriera insuperabile per i territori ad ovest, perché i venti locali dell’Italia settentrionale non riuscirebbero a farli superare dalle cavallette. Abbondanti in Libia, in Sicilia dallo Scirocco in estate, mentre Zefiro e Libico in primavera. Sostano nelle ore calde e non possono valicare fredde catene montuose. Possono provocare carestie, disastri naturali.
Cap. 2: Le locuste: una storia nel vento
Cavallette, locuste e grilli rientrano tra gli ortotteri. Le prime provocano danni localizzati, le seconde danni più impressionanti. Entrambe non hanno preferenze per particolari piante o coltivazioni. Le cavallette vanno saltellando per campi diversi e vicini, grazie alle zampe posteriori, quando si trasformano in locuste e vengono prese dai venti possono raggiungere campi distanti. Considerate la settima piaga d’Egitto, perché sempre più voraci ed aggressive. Nel 1859 Yersin, padre dello scopritore del bacillo della peste, le definì cavallette delle piaghe d’Egitto. Si muovono come eserciti.
Le invasioni dipendono da umidità stagionale, intensità e direzione del vento, pressione atmosferica, disponibilità di cibo. Talvolta precedono le raffiche più forti. Le cavallette “bibliche” si riproducono dopo una pioggia nelle zone desertiche e nelle fasce territoriali ai margini dei deserti. Sono lunghe 7-8 cm, pesano 2 g e vanno incontro a 5 mute dopo essere emerse dai baccelli delle uova diversi cm sotto la superficie del suolo. Durante la fase solitaria la densità di questi insetti è bassa e non costituiscono minaccia per l’agricoltura. Dopo un periodo di siccità c’è un rapido crescendo della popolazione, che si moltiplica ulteriormente quando il vento la convoglia verso la zona di convergenza intertropicale.
Uno dei fattori chiave della sopravvivenza della locusta del deserto è la sua abilità nel volare per centinaia o migliaia di km, alla ricerca di aree in cui potersi riprodurre. Nel 1988 le locuste hanno attraversato l’Atlantico verso i paesi caraibici. Interagiscono velocità del vento, capacità degli insetti e temperature. Queste sono fondamentali: dalle uova, che potrebbero essere distrutte dalla pioggia o da temperature elevate, fino ai cambi di muta, che richiedono invece condizioni umide o piovose.
Le cavallette solitarie, quando adunate, formano sciami. Un tempo fresco e annuvolato favorisce sciami stratiformi, una corrente ascensionale calda agevola sciami cumuliformi. Il decollo avviene con una temperatura di 15 o 17 gradi centigradi, 2 o 3 ore dopo il sorgere del sole. Voli prolungati richiedono venti caldi. Atterrano circa un’ora prima del tramonto, quando i moti convettivi dell’aria vanno a cessare. Sopra i 50°c muoiono, sotto i 15 letargo, tra 25 e 35 attivi. Fine tragica: la femmina depone le uova, 2 o 3 maschi le si avventano addosso e poco dopo, per il calore e la fatica cercano acqua per rinfrescarsi e annegano; la femmina priva di forze muore accanto alle uova.
Locusta migratrice marocchina una delle più pericolose: iniziano a migrare per via di terra e tutto ciò che di vegetale incontrano viene distrutto, anche se per questo possono essere contrastate più facilmente. Il vero flagello è rappresentato dalla Locusta migratrice, che predilige le zone mitteleuropee, nel basso del corso del Danubio. Provocarono epidemie: dopo l’annegamento potevano essere rigettate sulla terra lasciando materiale biologico in decomposizione che favoriva la riproduzione di microrganismi. In scarse condizioni di igiene potevano sorgere infezioni, causate anche da graffi o piccoli morsi degli insetti. Oppure in seguito alle carestie provocate dalle stesse cavallette.
La crescita demografica generalizzata nell’Europa mediterranea dell’800 ha innescato un’inversione nel processo di riproduzione e proliferazione delle cavallette. Si iniziano ad importare prodotti alimentari e a coltivare terre più di frequente. L’aratro non lascia spazio alle uova. Quando non si trasformano in locuste, le cavallette sono “sostenibili” e devono competere anche con microrganismi che le vorrebbero mangiare dall’interno. Uno sciame può essere piccolo (centinaia di m2) o grande, composto da miliardi di insetti, con 80mln per km2 su un’area di più di 1000km2. Possono consumare circa 2 g di vegetazione a testa. Possono viaggiare per 100 km al giorno.
Quelle del deserto all’inizio sono solitarie e scostanti, ma se la loro densità cambia, cambia anche il loro atteggiamento. Quando si susseguono anni di siccità, subiscono cambiamenti ormonali e passano da piccole e solitarie a robuste e gregarizzate. La serotonina, neurotrasmettitore del sistema nervoso centrale è responsabile di ciò. Dove suoli, clima e possibilità di alimentarsi lo consentono, i gruppi migratori delle locuste stabiliscono zone riproduttive secondarie deponendo le uova a fine autunno da cui emergeranno le larve nella primavera successiva. Dopo l’infestazione, per uno o due anni presenza di sciami nati localmente fino a quando un tempo rigido le uccide.
A metà 800 la LIA declina verso il global warming del XXI secolo, determinando la riduzione dei passaggi di locuste migratorie nei cieli mediterranei, fino alla quasi scomparsa. Ora in inverno venti forti, temperature miti e piogge abbondanti, primavera venti termicamente indotti dal riscaldamento, fino alla stabilizzazione da fine maggio inizio giugno. Estati soleggiate, calde e secche, a novembre riprendono le caratteristiche invernali.
Per quanto riguarda i venti, i quadrimeridionali: Grecale, da NE e prevalente nello Ionio, con velocità media di 37km/h e massima di 92; Libeccio, da SW e presente nel Tirreno, con persistenze estive e velocità media di 22 km/h e massima di 100; Scirocco, da SE e presente sulle coste nord-africane, italiane e greche, con velocità variabile fino ai 100 km/h. Lo Scirocco sulla regione pugliese soffia per 110 giorni l’anno. Spesso trasporta polveri e sabbia e talvolta locuste. Se d’inverno piove abbastanza ad aprile c’è abbastanza erba per nutrire le cavallette neonate. Il passaggio all’estate nel Mediterraneo è repentino: con 20° e umidità al 75% ed erba verde garantita, la vita delle cavallette è assicurata. Se i loro neurotrasmettitori lo ordinano avviene la mutazione in locuste, mettono le ali.
Cap. 3: Una trama cronologica delle invasioni
Arco cronologico dal 1355 al 1832, date scelte facendo perno sulla storia delle invasioni di cavallette in Sicilia, isola posta al centro del mare interno. Si nota come i 5 secoli delle invasioni corrispondano alla LIA. Prima invece piogge estive, variabilità fluviale ed occasionale siccità.
Cap. 4: Il 1300: 8 anni dopo la peste arrivarono le locuste
1355 prima invasione in Sicilia, mentre nell’ottobre 1347 ci fu la peste, portata dai genovesi provenienti dal Mar Nero. Arrivarono dall’Africa ed in un giorno mangiarono tutto. 15 maggio e Val di Mazara (prossima al punto siciliano vicino alla Tunisia) sono indicativi. Erano diffuse in Barberia, Tunisia, e gli animali in decomposizione provocarono una pestilenza. Passarono anche da Cipro. Nel 1355 in Sicilia divorarono grano maturo e ogni pianta verde. Poi il vento le spinse in mare e morirono affogate. C’era anche Guerra civile. Il mare le spinse nuovamente sulla spiaggia ed il puzzo secondo le convinzioni dell’epoca provocò epidemia. Il re (Federico II?) fuggì da Catania per sfuggire al morbo. Poi dall’autunno iniziò il ripopolamento. Numerose morti tra il popolo, per carestia. Un rimedio era raccoglierle in sacchi di tela e bruciarle.
Nel 1363 parrebbe accompagnarsi alla peste. Si pensava che dalle cavallette morte si sprigionasse il morbo, fermentato per il caldo. C’è anche chi sostiene che vogliano sfuggire all’aria putrida e che il loro arrivo annunci quello imminente della peste. In questi anni salì verso nord, Mantova, la Romagna, le Marche. Non solo da sud, ma anche da Est. La Bora poi purifica l’aria, dilegua la pestilenza, fa sloggiare le locuste. L’ultimo episodio risale al 1367.
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