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Borgogna e Delfinato erano chiaramente ancora vulnerabili agli attacchi attraverso il Lussemburgo e

la Francia Contea (ancora spagnola); e le piazzeforti preposte al passaggio sul Reno, come

Strasburgo e Philippsburg, potevano essere considerate, per le armate imperiali, via d'accesso alla

Francia. Se il re avesse tentato di rafforzare le frontiere, ciò avrebbe potuto tradire un atteggiamento

difensivo della Francia; tuttavia possiamo notare che Luigi XIV scelse una tattica aggressiva, anche

per gli standard dell'epoca, per raggiungere i suoi scopi. Questo significò rinunciare alle strategie di

Mazzarino, che era riuscito a garantire la sicurezza del paese con le sue azioni diplomatiche .

Spesso, la prospettiva di subentrare nella successione dell'impero spagnolo quando si sarebbe estinta

la linea maschile diretta, è stata avanzata come l'elemento focale della politica estera di Luigi XIV.

Perciò, sarebbe probabilmente errato interpretare l'acquisizione dell'impero spagnolo come uno tra gli

obiettivi principali della politica estera di Luigi XIV.

All'inizio, la politica del re fu caratterizzata da una comprensibile cautela, che però veniva sopraffatta

dalla impetuosità giovanile e dal desiderio di splendore, ma in seguito le dure lezioni dell'esperienza

lo condussero gradualmente a moderare le sue ambizioni e le sue inclinazioni. Tuttavia, diversamente

da Mazzarino e Richelieu, e anche dai suoi più recenti ministri Lionne e Pomponne, Luigi XIV non

aveva la capacità di concepire un sistema d relazioni diplomatiche che fosse efficiente ed oculato.

Tuttavia, la situazione generò tanta ostilità e terrore da facilitare la costituzione di una coalizione

antifrancese.

Per Luigi XIV la Spagna rimase fin dai primi anni del suo regno il nemico più temibile. Comunque, la

Francia aveva ancora bisogno di tempo per riprendersi dopo le estenuanti guerre, e perciò in una

prima fase venne mantenuta la linea politica di Mazzarino. La Spagna veniva indebolita mediante gli

aiuti nascosti al Portogallo, che cercava di riavere l'autonomia. L'Inghilterra e la repubblica olandese

venivano ulteriormente allontanate dalla Spagna con opportune alleanze diplomatiche. E la Lega del

Reno, un gruppo di stati della Germania nord-orientale sotto l'egida francese, veniva sostenuta al fine

di separare i Paesi Bassi spagnoli dall'Austria. L'Imperatore Leopoldo I era completamente assorbito

dai suoi problemi in Ungheria e con i turchi ed era intenzionata a mantenere la pace a occidente. In

questa situazione Luigi XIV si accontentava di consolidare la propria reputazione di giovane regnante

determinato, da un lato insistendo sul diritto di priorità dei propri ambasciatori, dall'altro, con effetti

piuttosto controproducenti, ostinandosi a non riconoscere alle autorità romane i diritti di polizia

all'interno dell'enclave diplomatica. Ciò ovviamente offese molto il papa.

La guerra anglo-olandese del 1665-66 mise in difficoltà la Francia, che era legata da alcuni trattati a

fornire aiuti all'Olanda, ma che allo stesso tempo voleva rimanere in buoni rapporti con l'Inghilterra. La

Francia entrò in guerra a fianco dell'Olanda nel 1666, ma senza svolgere un'azione significativa.

L'anno seguente, Luigi XIV combatté la sua prima guerra contro la Spagna nel Paesi Bassi spagnoli

(guerra di Devoluzione). Questo il contesto. Nel 1665 era morto Filippo IV, che aveva lasciato i suoi

possedimenti al figlio Carlo II, e, alla morte di questo, alla seconda figlia, avuta dal secondo

matrimonio. Questo testamento ignorava i diritti della moglie di Luigi XXIV fu teso a rivendicare, anche

se in modo blando, i territori lasciati in eredità in virtù di una legge che dava diritto di prelazione ai figli

di primo letto. Tutto ciò aveva lo scopo di cogliere di sorpresa la Spagna che era impreparata a un

attacco delle forze francesi decisamente superiori. Così, Luigi XIV intraprese una campagna militare

contro la Spagna, durante la quale conquistò posizioni una dopo l'altra in rapida successione.

L'attacco improvviso indusse l'Inghilterra e l'Olanda a sottoscrivere la pace e a stipulare un'alleanza di

cui, all'inizio del 1668 , entrò a far parte la Svezia: la Triplice Alleanza. Era chiaro che le ampie

conquiste francesi avrebbero allargato il conflitto coinvolgendo anche altri stati, perciò Luigi XIV invase

e conquistò la Franca Contea con lo scopo di usarla come merce di scambio, e successivamente

decise di agire secondo una linea di perfetta moderazione. Con la pace di Aquisgrana egli ottenne

dodici città nei Paesi Bassi spagnoli restituendo il resto delle conquiste alla Spagna. Le nuove

acquisizioni lasciarono i Paesi Bassi spagnoli pericolosamente esposti a nuovi attacchi, ma la guerra

aveva portato al definitivo decadimento del sistema politico e diplomatico di Mazzarino.

Una seconda ragione per terminare la guerra era che Luigi XIV e l'imperatore Leopoldo I erano venuti

a patti nel gennaio 1668, stipulando un trattato che prevedeva una divisione dell'impero spagnolo nel

caso in cui dovesse morire il giovane Carlo III, già gravemente malato. Alla luce di una forte riluttanza

di suoi sottoposti a finanziare la guerra nel 1667, Leopoldo I optò per una soluzione politica che

ledeva i suoi diritti dinastici: la divisione dell'impero. Alla Francia dovevano andare Napoli e la Sicilia,

insieme alle Fiandre, la Francia Contea e la Navarra, mentre l'Austria avrebbe ottenuto la Spagna, gli

altri territori italiani e la maggior parte dell'impero d'oltreoceano. Luigi XIV aveva condotto la sua breve

campagna invernare per conquistare la Franca Contea allo scopo di costringere la Spagna a

concordare una pace che riconoscesse le clausole del trattato di divisione. Solo dopo che la Spagna

avesse fatto ciò, egli avrebbe acconsentito a restituire la provincia. Tuttavia, il trattato di divisione non

fu mai applicato perché Carlo II era ancora vivo, e perché l'occupazione francese della Lorena nel

1670 pregiudicò la politica di ravvicinamento all'imperatore, essendo l'Austria moralmente vincolata a

difendere una regione che era parte dell'impero. Nondimeno, il trattato di divisione è una prova

evidente degli interessi territoriali che la Francia ebbe fino alla fine del secolo.

4.1.LA GUERRA FRANCO-OLANDESE

Per lungo tempo gli storiografi hanno creduto che la causa della guerra fosse stata una combinazione

tra la collera di Luigi XIV nei confronti dell'arroganza olandese nel 1668 e le esigenze di Colbert che

riteneva necessario ridurre la concorrenza economica dell'Olanda. È vero che Luigi XIV voleva la

guerra a tutti i costi e che intendeva vendicarsi degli olandesi che lo avevano abbandonato per

formare la Triplice alleanza nel 1668.

Pur perseverando in questa imprudente politica, non venne definito alcun piano strategico appropriato

se non quello di attaccare l'Olanda con la speranza di ottenere concessioni in tempo brevi (cosa che

difficilmente sarebbe stata utile alla Francia dal punto di vista strategico, ma che avrebbe rilanciato i

commerci), oppure, e questo era lo scopo principale, quello di indurre la Spagna a entrare nel

conflitto. In realtà, la guerra era destinata a spingere l'Olanda, un tempo alleata della Francia, tra le

braccia della Spagna e dell'Austria, per creare così uno schema di alleanze per il futuro.

La campagna militare del 1672 fu un tale successo che l'Olanda dovette aprire le dighe e allagare il

paese per proteggere Amsterdam e guadagnare tempo per l'intervento degli altri stati. Tuttavia. tale

campagna provocò in Olanda la caduta del partito filofrancese e spinse Guglielmo d'Orange a

prendere il controllo della repubblica. Successivamente, nel 1673 si formò una coalizione antifrancese

costituita da Spagna, Austria e Olanda. A questo pinto, messo fuori gioco dai suoi stessi trionfi, Luigi

XIV rifiutò le generose concessioni fatte dall'Olanda. La guerra assunse proporzioni sempre maggiori,

fino a che nel 1677 le forze francesi cominciarono a imporsi. Le misure fiscali straordinarie che

vennero adottate cancellarono molte delle riforme di Colbert, causando insurrezioni popolari nel 1674

e nel 1675. Le trattative di pace cominciarono nel 1676, ma le vittorie francesi del 1677 e 1678

migliorarono la posizione del re nel negoziato.

La pace di Nimega (1678-79) concesse alla Francia alcune fortificazioni nei Paesi Bassi spagnoli e

l'intera Francia Contea.

4.2.LE RIUNIFICAZIONI

Questo atteggiamento caratterizzò il decennio successivo alla pace, solitamente considerato come

l'apogeo della potenza francese. In politica interna questo fu il periodo delle persecuzioni degli

ugonotti e del profondo conflitto con il papa. In tempo di pace il potente esercito reale contava 140.000

uomini, e rappresentava un onere enorme per le finanze dello stato.

Moltissimi territori lungo il confine orientale della Francia, dai Paesi Bassi spagnoli fino alla Lorena,

furono annessi con vari pretesti di carattere feudale. Vauban fece erigere molte fortificazioni in

importanti zone strategiche, costruendo una linea di piazzeforti lungo la frontiera che si snoda

dall'Olanda fino all'Alsazia. Non furono fatte rivendicazioni ufficiali su Strasburgo ma, poiché era una

postazione vitale per il passaggio sul Reno, le venne intimata la resa nel settembre del 1681.

Contemporaneamente, la fortezza di Casale, nell'Italia del nord, venne annessa e quindi occupata.

Questa città era strategicamente importante dal momento che teneva sotto controllo le potenziali

aggressioni del duca di Savoia - e ciò indispose fortemente questo alleato. Il Lussemburgo venne

stretto d'assedio a partire dal novembre del 1681.

Sebbene ci fossero proteste, le armate francesi erano talmente forti che nessuno osò intervenire.

Alcuni principi tedeschi vennero tacitati col pagamento di ingenti somme mentre l'imperatore era

troppo occupato dalla minaccia dei turchi per intervenire. Quando i turchi furono costretti ad

abbandonare l'assedio di Vienna nel 1683, la Spagna riacquistò sicurezza e attaccò la Francia

cercando di impedire la perdita di Lussemburgo; tuttavia nessun alleato le venne in soccorso e presto

il Lussemburgo venne conquistato dai francesi. La tregua di Ratisbona del 1684, stipulata con la

mediazione dell'imperatore, riconobbe per 20 anni le conquiste che la Francia aveva fatto attraverso le

guerre e le riunificazioni.

4.3.LA GUERRA DEI NOVE ANNI

Le promettenti vittorie austriache sui turchi non solo avevano rafforzato il prestigio dell'imperatore in

Germania, ma avevano anche aumentato le sue speranze di rivolgere le proprie truppe vittoriose

contro la Francia. Inoltre, per il mancato aiuto nella guerra contro i turchi, Luigi XIV aveva perduto

l'aura di difensore della cristianità e del cattolicesimo. La revoca francese dell'editto di Nantes nel

1685 (che probabilmente si era resa necessaria per riabilitare le credenziali cattoliche di Luigi XIV)

impaurì gli stati protestanti e facilitò l'impresa di Guglielmo d'Orange di creare una coalizione

antifrancese.

Le frontiere dell'Alsazia erano ancora deboli perché erano esposte agli attacchi provenienti da

Philippsburg, nel Palatinato, e dall'Elettorato di Colonia. In settembre 1688 le truppe francesi invasero

il Palatinato e Colonia, già minacciata dalle truppe raccolte da Guglielmo d'Orange. Sfruttando

l'attacco francese sul confine del Reno, cosa che aveva lasciato temporaneamente al sicuro d'Olanda,

Guglielmo d'Orange invase l'Inghilterra in novembre. A maggio del 1689 Guglielmo divenne re

d'Inghilterra, e così fu in grado di coronare il sogno di creare una coalizione europea contro Luigi XIV,

al fine di riportare i confini della Francia alla situazione precedente al 1659. Le devastazioni francesi

nel Palatinato durante l'inverno, secondo una strategia tesa privare gli avversari di ogni rifornimento e

a terrorizzare gli alleati, spaventò molto gli stati germanici rendendoli ancora più diffidenti. Quella che

secondo le prime stime francesi era iniziata ocme una breve campagna militare per occupare territori

strategicamente importanti e per incoraggiare i turchi nella loro guerra, si trasformò in un conflitto

europeo di vaste proporzioni.

La guerra dei Nove Anni, o guerra della Lega di Augusta (1688-97), fu la conseguenza di venti anni di

aggressioni francesi. La Francia, isolata e impreparata, stava ora affrontando gli stati di tutta l'Europa.

La guerra richiese una strategia difensiva da parte della Francia sul territorio, e la maggior parte degli

scontri consisté in assedi e battaglie rimaste irrisolte a causa delle fortificazioni nemiche. Entrambi gli

schieramenti disponevano di circa 220.000 uomini, ma la Francia aveva il vantaggio delle

comunicazioni interne. La vittoria che consegnò alla Francia il controllo del canale della Manica fu

ottenuta a Beachy Head nel 1690, ma nel maggio 1692 la situazione si capovolse con la vittoria anglo-

olandese nella battaglia navale di La Hohue. Luigi XIV, allora, lasciò in secondo piano la flotta

lanciando una serie di attacchi corsari che portarono considerevoli profitti per i porti francesi e

danneggiarono gravemente il commercio degli alleati.

Dopo la morte di Louvois nel 1691, Pomponne venne richiamato in servizio per riprendere trattative

diplomatiche più sofisticate volte dal 1692 a rompere la Grande alleanza. Tali strategie sortirono

l'effetto sperato nel 1692, quando la Francia, abbandonando i propri interessi italiani, riuscì a far uscire

dalla Grande alleanza Vittorio Amedeo II di Savoia, ricompensandolo con la piazzaforte di Pinerolo,

mentre Casale veniva restituita a Mantova. Questo segnò la fine di due secoli di ambizioni territoriali

francesi in Italia, ma fu il prezzo da pagare per poter concentrare l'attenzione sulla frontiera

settentrionale.

Le trattative ufficiali cominciarono nel maggio 1697 e furono concluse nell'autunno con la pace di

Ryswick. Luigi XIV riconobbe Guglielmo d'Orange come legittimo sovrano d'Inghilterra, e gli cedetti il

controllo del Palatinato e dell'Elettorato di Colonia. Dei territori conquistati a partire dal 1679, egli

mantenne soltanto Strasburgo e l'Alsazia e cedette tutti gli altri.

4.4.LA GUERRA DI SUCCESSIONE SPAGNOLA

Né Luigi XIV né Guglielmo III volavano una guerra per la successione spagnola. Dalla primavera

all'autunno 1698 il re e Guglielmo III si impegnarono in trattative per la stesura di un primo trattato di

spartizione. Con questo patto la maggior parte dell'eredità spagnola sarebbe andata al principe di

Wittelsbach, elettore di Baviera. I possedimenti italiani sarebbero stati divisi tra la Francia e l'Austria,

nelle persone del secondo figlio dell'imperatore Leopoldo e del delfino. Non essendo né un Borbone

né un Asburgo d'Austria, Giuseppe Ferdinando, elettore di Baviera, era un buon candidato per il

compromesso. Quando Carlo II decise di optare per l'elettore di Baviera per poter mantenere intatto

l'impero spagnolo, sembrò che la pace potesse davvero essere raggiunta e mantenuta.

Sfortunatamente, l'elettore di Baviera morì precocemente nel 1699. Non essendoci un altro degno

candidato che non fosse né Borbone né un Asburgo d'Austria, le possibilità di pace svanirono con la

sua morte.

Tuttavia, un secondo trattato di spartizione venne negoziato dagli stessi contraenti nel marzo del

1700. Si basava sostanzialmente sul precedente trattato, in quanto al figlio dell'imperatore, l'arciduca

Carlo d'Asburgo che non poteva ereditare l'impero, veniva concessa una parte dell'elettorato con

l'esclusione del Milanese, che doveva essere data al delfino. Gli stati che controllavano le vie

marittime non avrebbero concesso a Luigi XIV, che ambiva a quei territori, il controllo dei Paesi Bassi

spagnoli. Ma solo in Spagna o in Italia la Francia avrebbe potuto ottenere qualche vantaggio dalla

spartizione. La Spagna, però, era fuori discussione, in quanto l'estensione dei domini francesi avrebbe

creato una immensa area borbonica di invincibile potenza. Pertanto la Spagna doveva andare agli

Asburgo. Luigi XIV, perciò, si sforzò di prevenire una fusione dei domini asburgici intervenendo in

Italia, a Milano: questo avrebbe separato il blocco territoriale asburgico. Ma era improbabile che

l'imperatore accettasse di rinunciare ai vantaggi dell'eredità, ed in più era riluttante ad abbandonare le

sue recenti ambizioni in Italia. Egli era però abbastanza realista per sapere che non avrebbe potuto

ottenere tutto, ma in ogni caso voleva una parte dell'Italia.

Secondo le previsioni di Luigi XIV la guerra era praticamente inevitabile. Egli, perciò, decise di non

cercare l'aiuto delle potenze marittime nella guerra contro l'imperatore. E invece, per migliorare le

proprie posizioni difensive, il re decise di occupare di sorpresa alcune piazzeforti nel Paesi Bassi

spagnoli. Le truppe austriache attaccarono Milano nel marzo 1701, ed entro settembre 1701 si formò

la Grande alleanza contro la Francia. Nell'estate del 1702 la guerra divampò.

Certamente, Guglielmo d'Orange e Luigi XIV avevano voluto la pace nel 1698-1700. In questo

contesto, possiamo osservare che secondo le circostanze storiche del 1700 - dopo che Filippo V fu

proclamato re di Spagna - nessun governante si sarebbe aspettato che un rivale cedesse una parte

dei propri territori semplicemente perché era probabile che li avrebbe persi in guerra. In questo senso

è difficile valutare le conseguenze della politica spagnola. Sotto molti punti di vista, il legame con la

Francia era destinato a provocare l'intervento armato dell'Austria - l'imperatore si era accorto di questo

nel 1668, durante i negoziati per una spartizione del regno di Spagna, e lo stesso avevano fatto Luigi

XIV e Guglielmo d'Orange nel 1698. Così i protagonisti principali sembravano consapevoli che, con o

senza guerra, alla fina la spartizione sarebbe stata inevitabile.

La guerra era destinata ad essere lunga e onerosa. Portò infatti con sé una serie di imposte sempre

più gravose e l'aumento fino all'eccesso di tutti gli abusi che si potevano commettere all'interno del

sistema fiscale. In poche parole, portò la Francia sull'orlo del disastro economico.

In compenso, la Francia era in una posizione di forza, grazie al suo numeroso esercito, alle sue linee

di comunicazione interna e al controllo della maggior parte dei territori contesi. Importanti alleati erano

la Savoia e la Baviera, entrambe dotate di un buon esercito. Ma la Grande alleanza beneficiò

enormemente della disponibilità finanziaria olandese e specialmente inglese. Le potenze marittime

erano in grado di sostenere la causa degli alleati con fondi sufficienti a tenere in campo grandi armate.

In questo periodo furono le battaglie piuttosto che gli assedi a decidere l'esito dei conflitti. Nel 1703

Vittorio Amedeo di Savoia passò a far parte dell'alleanza, e in questo modo mise a repentaglio le

postazioni francesi in Italia, pur se in principio fu sconfitto dai francesi. Nel 1704 Marlborough e

Eugenio vinsero l'importante battaglia di Blenheim, che condusse le armate alleate a occupare la

Baviera, e costrinse la Francia a cedere le sue piazzeforti tedesche. Nel 1705 la Francia resisteva sul

fronte olandese e su quello italiano, perdendo però la Catalogna. Nel 1706 fu decisivo nella misura in

cui la vittoria di Marlborough a Ramillies permise l'invasione dei Paesi Bassi spagnoli. Di conseguenza

la Francia fu costretta ad arrestare la sua campagna nella Germania del sud. In Italia le truppe

vennero ritirate, ma in settembre il principe Eugenio sconfisse i francesi a Torino e le loro armate si

ritirarono oltre le Alpi. Senza dubbio la Francia era ormai sconfitta, ma nel 1707 le sue truppe

resistevano ancora. La sconfitta del 1708 a Oudenarde aprì i confini del nord della Francia alle

invasioni. Lilla, l'ultima roccaforte nelle Fiandre, cadde nel dicembre di quell'anno.

La Francia si trovava in condizioni disperate, le finanze dello stato sembravano completamente

prosciugate e Luigi XIV era disposto alla pace. Il re sottoscrisse tutte le richieste della Grande

alleanza tranne quella di rimuovere Filippo V dal trono di Spagna, dove il re Borbone era divenuto

popolare. Insomma, Luigi XIV era pronto a rinunciare all'impero spagnolo pur di salvare l'onore. Ciò

permise alla Francia di resistere per il 1709 e il 1710, periodo durante il quale i cambiamenti nella

politica inglese avevano condotto a negoziati di pace separati con Torcy. La morte dell'imperatore e la

successione al trono imperiale dell'arciduca Carlo d'Asburgo, sino ad allora pretendente alla corona

spagnola, eliminarono gli ultimi ostacoli alla pace: non aveva molto senso che l'Olanda combattesse

per riscostruire l'impero di Carlo V. Nel 1713 venne negoziata la pace di Ultrecht, e nel 1714 seguì

quella di Rastadt con l'imperatore.

Perciò, alla fine del regno di Luigi XIV, la Francia era riuscita con la pace di Westfalia ad imporre le

proprie condizioni all'Europa, confermando i possedimenti dell'Alsazia, e mantenendo parte dei

territori conquistati nelle Fiandre e nella Franca Contea. Era stata quindi costruita una frontiera ben

difendibile. Se la pace sembrò mantenere lo status quo francese, ciò era solo un'illusione: in verità le

conquiste della guerra di Successione Spagnola furono molto modeste. L'impero spagnolo venne

smembrato e la presenza dei Borboni in Spagna venne resa puramente accessoria.

Misura del reale cambiamento che si era verificato è il fatto che l'Inghilterra e l'Austria furono gli unici

stati a trarre veramente profitto dalla pace. Erano divenute a buon diritto grandi potenze alterando con

ciò gli equilibri di potere e arrestando le potenzialità egemoniche della Francia. La ricorrente crisi del

settore agricolo in Europa, e quindi anche in Francia, impose nuove restrizioni per il mantenimento

degli apparati militari francesi.

CAPITOLO 5 - CHIESA E STATO

Durante il regno di Luigi XIV la religione era ancora una questione di vitale importanza. Era

considerato diritto e dovere del re dirigere gli affari religiosi in Francia, e quindi governare i rapporti fra

la chiesa e lo stato. La monarchia era ancora teocratica, perché si riteneva che il potere del re

derivasse da Dio. Era cioè credenza diffusa che il re avesse qualcosa di divino, che gli derivava dalla

consacrazione nel momento della sua incoronazione. Il re così aveva il diritto divino di governare, un

diritto nel quale Luigi XIV credette fermamente. Disobbedire al re, luogotenente di Dio in terra, era

quindi considerato un atto sacrilego. La chiesa diventava in questo modo il più forte sostegno morale

e ideologico della monarchia.

La struttura amministrativa dello stato rifletteva questo rapporto. Le circoscrizioni amministrative reali

si basavano grosso modo sulle divisioni ecclesiastiche, della parrocchie alle diocesi agli

arcivescovadi, anche se i confini coincidevano raramente. La comunità si serviva dei preti e dei

vescovi per informare la popolazione sulle leggi e sulle vittorie, e i vescovi spesso ricoprivano un ruolo

importante in vari aspetti del governo locale.

Comunque, le strutture ecclesiastiche mantenevano ancora una giurisdizione indipendente,

giustificata dal ruolo spirituale della chiesa nella società in contrasto con il potere essenzialmente

temporale del re. Tuttavia, era difficile tracciare un confine netto fra la sfera spirituale e quella

temporale. Anche se i loro rispettivi ruoli erano stati definiti dal concordato di Bologna (1516), e il re

insisteva sulla supremazia totale nelle corti, da esercitarsi attraverso il suo parlement di Parigi, sorsero

ancora numerosi conflitti di giurisdizione.

In genere, la monarchia era ansiosa di estendere il suo potere sulle istituzioni della chiesa e di

respingere l'ingerenza papale - anche senza giungere a una vera rottura con Roma. Comunque, se

fossero stati perseguitati dallo stato, i vescovi, e anche i vescovi e i curati giansenisti, potevano

appellarsi direttamente all'alta giurisdizione di Roma. D'altra parte, quando il papa si schierava con il

re, gli stessi giansenisti potevano appellarsi al concilio della chiesa in quanto superiore allo stesso

papa. C'erano conflitti fra i tribunali ecclesiastici e il parlement di Parigi, che era sempre pronto a

sfruttare il proprio privilegio di accogliere gli appelli contro gli abusi della giustizia ecclesiastica,

rovesciando i verdetti pronunciati dai tribunali della chiesa.

Il potere temporale della chiesa era veramente considerevole. Essa possedeva grandi proprietà

terriere, con notevoli introiti dagli affitti, rendite signorili e decime clericali. Parte di queste rendite

serviva al mantenimento della chiesa come istituzione che doveva preoccuparsi della salvezza delle

anime. Ma la maggior parte del denaro andava ai vescovi e agli abati, che spesso avevano lo stesso

stile di vita degli aristocratici. Questo non deve sorprendere, dal momento che il 90% di essi erano

aristocratici di nascita.

Sia le chiese protestanti che quelle cattoliche avevano subito dei notevoli cambiamenti dalla fine delle

guerre di religione. Le due chiese continuavano ad avere esistenza legale in Francia, in quanto la

chiesa ugonotta era protetta dall'editto di Nantes del 1598. Comunque, la posizione degli ugonotti era

stata certamente danneggiata dalla politica trionfante del cardinale di Richelieu, che aveva abbattuto il

loro potere militare, distruggendo le loro fortezze. Ma, anche se in certe località c'erano ancora delle

tensioni fra protestanti e cattolici, la comunità protestante era del tutto fedele alla corona.

Diversamente per la chiesa cattolica il XVII secolo fu un periodo di grande dinamismo. La riforma

cattolica messa in moto dal concilio di Trento era in piena attuazione, cercando di porre rimedio a tutti

quegli abusi che avevano contribuito alla nascita del protestantesimo. Il rinnovamento cattolico ebbe

un effetto salutare sul clero. Negli anni intorno al 1660-70 i religiosi cattolici erano molto ben istruiti,

più virtuosi e coscienziosi, ed erano state istituite varie comunità sia per insegnare il Vangelo ai

contadini pagani, sia per attuare opere di carità.

Comunque, la chiesa cattolica non era priva di conflitti al suo interno. In un'età come questa, fervente

di dibattiti e di tentativi di rinnovamento, tutto era in movimento. La Compagnia di Gesù esercitava

un'influenza sempre crescente sulla politica ecclesiastica, soprattutto perché i confessori del re erano

gesuiti. Fra i loro oppositori, i giansenisti rappresentavano la forma più rigida del cattolicesimo,

pessimisti sulla natura umana, profondamente influenzati dagli scritti di Sant'Agostino e intransigenti

sulla spinosa questione della grazia e del libero arbitrio: anche se si fermarono a un passo

dall'accettare la dottrina calvinista della predestinazione, essi tuttavia credevano che non tutti fossero

benedetti dalla grazia e che quindi solo alcuni potessero salvarsi. Lo spirito di opposizione dimostrato

da alcuni giansenisti durante la Fronda portò Mazzarino a intraprendere una politica di persecuzione

fin dal 1656.

Il parlement di Parigi, come la corte di giustizia reale, esercitavano naturalmente la loro influenza

contro Roma, ed erano sempre pronti a interferire negli affari della chiesa nella speranza di espandere

la propria giurisdizione. I vescovi gallicani potevano anche resistere all'interferenza del re e del

parlamento, perseguendo la loro linea antipapale, ma erano di solito restii a irritare troppo Roma, dal

momento che il papato appoggiava il loro posto nella gerarchia ecclesiastica. Ma nuove difficoltà

sorsero quando il re, per ragioni politiche, si provò a cambiare il suo atteggiamento nei confronti di

Roma. I suoi stessi tribunali e l'università erano pronti a sostenere la sua politica originaria, anche se il

sovrano l'aveva abbandonata. E insistevano, in modo piuttosto polemico da punto di vista reale, che la

Francia aveva delle leggi che neppure il re poteva cambiare.

Tutti i problemi che Luigi XIV si trovò ad affrontare erano nati molto prima della sua ascesa al trono.

Se affrontiamo prima di tutto il gallicanesimo, vediamo che le posizioni di Luigi XIV sul suo ruolo di

grande monarca lo condussero a un conflitto poco opportuno con il papa rispetto alla regale, che era il

diritto che la monarchia si attribuiva di ricevere le entrate di quelle diocesi che fossero rimaste vacanti.

Era un diritto riconosciuto da lungo tempo nel nord della Francia, ma che venne esteso alle diocesi del

sud con gli editti fiscali del 1673 e 1675. Due vescovi giansenisti, che osarono protestare, furono

condannati dai loro arcivescovi e uno di loro si appellò a Roma. Papa Innocenzo XI, che aera al tempo

stesso favorevole ai giansenisti e intransigente difensore dei diritti papali, scomunicò l'arcivescovo

criticò la politica reale.

Luigi XIV rispose convocando una sessione speciale dell'assemblea del clero, e tremò con i vescovi a

lui favorevoli per sfidare i proclami papali. Innocenzo rispose rifiutando di investire i vescovi nominati

dalla corona, col risultato che 35 diocesi presto rimasero senza guida episcopale. Nel 1687

l'ambasciatore francese a Roma fu scomunicato, e nel 1688 Luigi fu clamorosamente sconfitto dal

papa nel suo progetto di eleggere un suo protetto al vescovado di Colonia, importante dal punto di

vista strategico. Il risultato fu che i 4 articoli non vennero più insegnati - anche se il re non poteva

evitare che il parlement continuasse a sostenerli - mentre il papa avrebbe dato l'investitura ai vescovi

incaricati dal re, purché le rendite raccolte nel frattempo fossero versati alle diocesi. La questione si

concluse del tutto con la pacificazione del 1693 e la dichiarazione altamente ortodossa del 1695, con

la quale il re concesse ai vescovi maggiore potere giurisdizionale sul clero all'interno delle loro diocesi.

Avignone fu restituita, e vennero concesse le franchigie diplomatiche a Roma, mentre fu annullata la

scomunica segreta del re. Luigi XIV aveva dovuto accettare i valori tradizionali della gerarchia.

Al culmine della contesa con Roma, e proprio quando aveva rifiutato di aiutare l'Europa cristiana a

sconfiggere l'invasione turca, Luigi scelse di revocare l'editto di Nantes.

Dal 1661 Luigi XIV decise di confinare i protestanti sempre più entro i confini originari imposti

dall'editto di Nantes. Così, ovunque fossero state costruite nuove chiese, queste venivano distrutte, al

punto che quasi metà delle chiese ugonotte esistenti venne demolita fra il 1663 e il 1665. Furono

imposte anche delle restrizioni economiche e amministrative a ugonotti praticanti, che ebbero la vita

sempre più difficile, mentre si concedevano incentivi fiscali e finanziari a coloro che si convertivano al

cattolicesimo.

La guerra franco - olandese portò a un rallentamento della politica repressiva, ma dopo la pace di

Nimega Luigi fu più che mai convinto del proprio ruolo di monarca assoluto. Si rinnovò dunque, con

raddoppiato vigore, la persecuzione dei civili e le prime dragonnades (persecuzioni dei protestanti ad

opera dei dragoni) ebbero luogo nei Poitou nel 1681. Il 1683 assisté a numerose dragonnades, come

pure il 1684, così che nei primi mesi del 1685 si ebbero circa 300 - 400.000 conversioni. Luigi sembra

avere lavorato all'ipotesi che un alto numero di conversioni avrebbe minato alla base la ragion

d'essere dell'editto di Nantes. Quindi, il 17 ottobre 1685, lo revocò emettendo l'editto di Fontainebleau.

Il re era però certamente sottoposto a continue pressioni da parte dei suoi fedelissimi per porre fine

allo scandalo protestantesimo. Tuttavia l'editto di Fontainebleau si dimostrò un calcolo sbagliato.

Sebbene la fuga di quasi 200.000 persone avesse dato un sicuro impulso all'economia dei paesi che

si offrivano come rifugio ai protestanti, come i Paesi Bassi e l'Inghilterra, il lavoro di Sconville ha

mostrato che gli effetti economici sulla Francia sono stati notevolmente esagerati. La revoca allarmò

grandemente le potenze protestanti e favorì il compito di Guglielmo d'Orange nel creare una

coalizione contro la Francia. La resistenza all'oppressione in Francia condusse infine la comunità dei

tenaci contadini ugonotti nelle Cévennes (i camisardi) a insorgere nel 1702, dopo un episodio

particolarmente brutale di fanatismo cattolico. La rivolta sottrasse truppe dal fronte della guerra di

Successione Spagnola fino al 1707.

La persecuzione dei giansenisti è il secondo episodio in ordine di importanza nel tentativo di imporre

l'uniformità religiosa sui sudditi del re. Per Luigi i giansenisti erano una setta il cui individualismo era

potenzialmente pericoloso, soprattutto perché uno dei loro protettori aveva guidato la Fronda.

La condanna nel 1653 e nel 1655 delle 5 proposizioni, che dovevano sintetizzare ufficialmente

l'essenza del giansenismo, era stata seguita da un formulario che doveva essere firmato da tutti gli

ecclesiastici. Tra il 1664 e il 1668 le intimidazioni, le crudeltà mentali e la persecuzione furono messe

davvero in atto, così come l'esilio interno e le carcerazioni da parte delle autorità religiose. Quattro

vescovi protestarono e si appellarono a Roma. Ma i timori della chiesa gallicana di mostrare

sottomissioni nei confronti di Roma, nel caso l'appello fosse andato avanti, portarono nel 1668 alla

pace delle chiesa.

Luigi convinse il papa a promulgare la Bolla Vineam domini, nel 1705, che allargò la condanna del

giansenismo; ma in campo gallicano l'assemblea del clero e il parlement la pubblicarono con riserva,

con grande disappunto del re. Nell'ottobre1709, Luigi fece trasferire le ultime dodici suore da Port-

Royal ad altri conventi, e nel 1711 gli edifici furono rasi al suolo. Ma questo non portò ad alcun

risultato, perché da quel momento il giansenismo era diventato una causa celebre, che divideva la

corte e coinvolgeva gran parte del clero minore. I giansenisti offesi presto si appellarono al concilio

della chiesa e conquistarono anche l'appoggio gallicano alla loro azione. Luigi morì ben prima che

questa nuova fase raggiungesse il culmine della controversia scismatica.

Nonostante tutto, ci sono pochi dubbi sul fatto che Luigi fu genuinamente religioso, che lo divenne

sempre di più, e che prese molto seriamente il compito di difensore della chiesa. Ogni volta che ne

aveva la possibilità, Luigi XIV cercava di nominare dei vescovi di provata fiducia, che si prendessero

cura dei fedeli secondo i canoni della riforma cattolica.

CAPITOLO 6 - GLI ULTIMI DECENNI DI REGNO

La seconda metà del regno di Luigi XIV fu caratterizzata da un'atmosfera molto diversa rispetto agli

anni precedenti. La tregua di Ratisbona del 1684 rappresentò l'apogeo del potere di Luigi XIV, per

quanto questo periodo fosse destinato a non durare. La revoca dell'editto di Nantes nel 1685 segnò

una svolta, sia dal punto di vista ideologico, poiché da allora in poi le accuse di tirannia si fecero più

frequenti, sia dal punto di vista politico, in quanto allontanò l'Europa protestante dalle alleanze

francesi. Versailles era il centro del governo. Tuttavia, a partire dal 1689 fino al 1715 ci furono solo 5

anni di pace e i lunghi anni di guerra costarono un prezzo molto alto alla monarchia. Questo periodo

ebbe forti ripercussioni sullo sviluppo dello stato e delle sue relazioni con le classi sociali che erano

alla base dello struttura barocca di quella società. Le guerre e la politica reale erano destinate a

suscitare molte critiche e una virulenta propaganda estera, e ciò minò a tal punto l'immagine della

stato che pochi furono dispiaciuti di vedere la fine del regno.

6.1.LA CORTE E LA POLITICA

L'irregimentazione o imposizione dell'ordine sociale procedeva a ritmo serrato poiché la chiesa e lo

stato avevano unito i loro sforzi a tal fine. Questo fu il periodo in cui la riforma cattolica ebbe la sua

massima influenza sulla Francia. Il simbolo più eloquente di questo processo di irreggimentazione fu

la reggia di Versailles. Per quanto Luigi XIV, a partire da 1670, passasse moltissimo tempo a

Versailles e l'ala della reggia destinata ad ospitare la sede amministrativa fosse stata completata nel

1663, il palazzo divenne residenza permanente del governo solo a partire dal 1682. Il sentimento

religioso del sovrano si fece sempre più intenso con il passare degli anni e le feste divennero meno

frequenti, tanto che all'inizio del 1700 i cortigiani cominciarono a essere attratti piuttosto da Parigi.

Nel 1683 la regina morì e l'anno successivo venne probabilmente celebrato il matrimonio segreto con

Madame de Maintenon. I cambiamenti nel comportamento del re verso il papa resero possibile una

riconciliazione nel 1693. Da allora in poi il re fu decisamente antigiansenista.

La monarchia di diritto divino aveva problemi dinastici, non solo in relazione alla politica estera, ma

anche in famiglia. Il trono veniva tramesso attraverso la linea di discendenza maschile, che doveva

essere assicurata. Il clan dei Borboni era molto numeroso quando si considerino le linee collaterali

degli Orléans, dei Condé e dei Conti che erano tutti principi di sangue reale. Se era improbabile che

facessero ricorso alla forza, queste famiglie avanzavano tuttavia i propri diritti al potere politico. Luigi

XIV non solo doveva tenerli lontani dal consiglio, ma anche di assicurare una successione morbida.

La linea diretta sembrava sicura poiché il Gran Delfino nato nel 1661 e riconosciuto come

Monseigneur, aveva avuto tre figli maschi. Il primogenito, il duca d'Angiò, nato nel 1683, venne scelto

come re di Spagna nel 1701 e rinunciò ai suoi diritti al trono francese; il terzo era il duca di Berry, nato

nel 1686, ma morto nel 1714. Per capire quanto fossero precarie le condizioni di una discendenza

apparentemente forte, si deve notare che il Gran Delfino morì di vaiolo nel 1711 e, a causa

dell'incompetenza dei dottori, il morbillo uccise il duca di Borgogna, sua moglie e il secondo figlio. Il

terzo figlio, Luigi, sopravvisse solo perché le sue governanti rifiutarono di farlo curare dai dottori. Il

trono sarebbe allora passato all'infante malato Luigi, anche se per breve tempo si rendeva necessaria

una reggenza, affidata al principe Filippo d'Orleans.

Prima che avvenissero questi tragici decessi, Luigi XIV aveva condotto una politica tesa a imparentare

i suoi figli illegittimi con i casati dei principi di stirpe reale, principi che erano stati opportunamente

tenuti lontani dagli incarichi politici.

Negli ultimi decenni del regno Luigi XIV si impegnò ancor più tenacemente per diventare un buon

primo ministro, dedicando più tempo agli affari e meno ai divertimenti di corte. Egli continuò a

perseguire una politica di mediazione tra le varie fazioni.

Le province lontane dai campi di battaglia erano restie a contribuire alle spese di una guerra che non

le coinvolgeva direttamente. Poiché le richieste erano troppo grandi, le resistenze locali troppo forti e i

contadini troppo poveri, le imposte non potevano essere completamente riscosse.

6.2.GLI INTENDENTI IN PROSPETTIVA

Comprensibilmente, molte delle interpretazioni sul regno di Luigi XIV si sono sempre incentrate su una

certa visione dell'efficienza e dei risultati degli intendenti. Essi sono la personificazione del trionfo della

figura del commissario su quella del funzionario che acquistava la propria carica, e rappresentano a

fortiori il trionfo dello stato moderno sul particolarismo degli interessi locali.

Il tentativo di sottomettere le municipalità a un controllo più stretto da parte degli intendenti non fu un

tentativo di centralizzazione per sé, ma semplicemente un espediente per ridurre i debiti dello stato e

assicurare che le città fossero in condizioni di pagare le imposte e, in seguito, di prestare più denaro

alla corona. Benché gli intendenti fossero i rappresentanti dei ministri nelle varie province, erano

comunque obbligati a non usurpare le funzioni delle amministrazioni locali. Contrariamente a ciò che

si crede, i mandati che gli intendenti ricevevano non conferivano loro pieni poteri. Si riscontrano cosi di

temporanei interventi degli intendenti in quasi tutte le aree delle varie amministrazioni locali, ma

ingerenze prolungate erano comunque rare e per lo più consistevano nel fare rapporto al consiglio di

stato. A Olreans per esempio un intendente aveva poteri molto più diretti, ma si occupava per lo più di

questioni di ordine pubblico e riscossione delle imposte. In tempo di guerra, specialmente lungo le

frontiere delle province, doveva dedicare moltissimo tempo al controllo delle operazioni di

spostamento e approvvigionamento delle truppe.

Benché il loro ruolo fosse destinato a cambiare durante il XVIII secolo, sembra che sotto il regno di

Luigi XIV gli intendenti continuassero ad essere uno strumento di guerra piuttosto che amministratori

nel senso moderno del termine. Tutti erano obbligati a servirsi di funzionari locali come delegati, ma

questi ovviamente erano uomini che conoscevano e difendevano gli interessi provinciali.

Sebbene Colbert si lamentasse spesso dei criteri con cui venivano scelti questi delegati, e

ripetutamente li dichiarasse inutili, allo stesso tempo aumentò il carico di lavoro degli intendenti. Ma a

lungo termine, la corruzione nelle cariche pubbliche ebbe l'effetto di identificare l'ufficio con quella

particolare circoscrizione, mentre le intendenze vennero definitivamente vincolate a una città e a una

généralité. Nel XVIII secolo la mappa amministrativa della Francia venne definita in modo più

articolato e le varie intendenze vennero divise in circoscrizioni più piccole controllate da delegati.

6.3.IL FUNZIONAMENTO DELLE GUERRE

Il fattore che più di ogni altro compromise le riforme dei primi decenni, mettendo in crisi il governo

monarchico, fu il problema del finanziamento delle guerre. Nel 1687 il bilancio delle spese militari reali

era di circa 54 milioni di livres. Il bilancio salì a 103 milioni soltanto due anni dopo, nel 1689, e

aumentò a 138 milioni nel 1692, rimanendo sopra i 100 milioni all'anno fino al 1698. La stessa cosa

accadde per la guerra di Successioni Spagnola.

Come abbiamo visto, la taille pesava enormemente sui contadini, le cui condizioni di estrema

indigenza limitavano l'imposizione di tasse dirette. Coloro che possedevano molto denaro spesso

evadevano il fisco grazie a privilegi ed esenzioni. In questo modo le ingenti somme di denaro liquido

necessarie per le imprese militari erano largamente nelle mani dei ricchi. L'ovvia soluzione,

politicamente e socialmente impossibile, era di tassare i ricchi annullando le loro esenzioni. Si tentò di

fare questo in due occasioni, con la capitation del 1695 (un'imposta generale diretta su tutti gli uomini,

compresi i detentori di privilegi, clero escluso) e la dixieme del 1710 (un'imposta reale sulle sostanze

in terre, cariche e manifatture). È utile ricordare che questo fu un tentativo per eliminare quei privilegi

fiscali che nel 1787 avrebbero condotto al collasso dell'Ancien Régime.

La mancanza di una vera riforma del sistema finanziario spiega la perdurante importanza degli iniqui

ma usuali affari straordinari. Questi consistevano in una vasta gamma di espedienti governativi:

dall'aumento dei tassi sui prestiti e delle somme da riscuotere annualmente, ai prestiti forzosi, alla

vendita di cariche, titoli e privilegi, e all'istruzione di imposte decretate sulla base di progetti nuovi e

talora piuttosto raffazzonati.

Questo sistema di affari straordinari dipendeva dalla partecipazione dei finanzieri, noti come partisans

o traitants: essi anticipavano al tesoro dei fondi in cambio di un contratto per recuperare il capitale

attraverso l'imposizione di tributi o attraverso l'acquisto di una carica e così via.

Paradossalmente la maggior parte del denaro ricavato dagli affari straordinari proveniva dalle entrate

reali attraverso gli esattori generali per le province o l'esercito. Come amministratori privati del denaro

pubblico, responsabili del sistema di centralizzazione fiscale e indipendenti perché avevano comprato

le cariche che ricoprivano, questi uomini erano in grado di posticipare i pagamenti alla corona, di agire

come banchieri con il denaro a loro disposizione, e anche di farla franca in caso di frode. Tuttavia

un'enorme quantità di denaro proveniva direttamente dall'aristocrazia di corte, che si serviva di meno

dei finanzieri come intermediari per mascherare il proprio coinvolgimento negli affari. La maggior parte

degli stessi finanzieri ricopriva incarichi reali e molti erano impiegati delle famiglie aristocratiche più

ricche in qualità di consulenti finanziari.

La taille era l'imposta reale permanente e fondamentale che permetteva di aumentare i prestiti.

Tuttavia, con l'aumento delle cariche soggette alla compravendita e i conseguenti privilegi che

esentavano i proprietari dal pagare la taille o di alloggiare le truppe, il prelievo fiscale sui poveri su

inasprì ulteriormente.

Così il re prendeva denaro a prestito dai ricchi e imponeva al resto della popolazione l'onere delle

imposte come se si trattasse del paese di un nemico. Poiché la comunità veniva tassata in quanto

tale, tutti coloro che ottenevano delle esenzioni non facevano che passare le proprie tasse su qualcun

altro. La recrudescenza di disordini locali e la profonda miseria del popolo, così evidente nel 1694 e

nel 1702, furono il risultato di questo iniquo e improvvisato sistema fiscale. Una seconda conseguenza

fu l'incredibile proliferazione di uffici minori che davano la fuorviante impressione di un certo sviluppo

della monarchia amministrativa. La terza conseguenza fu la monarchia era di fatto nelle mani di coloro

che fornivano il denaro - ovvero i ricchi aristocratici del clero e della corte, che incanalavano le loro

ricchezze in eccedenza nelle finanze dello stato attraverso i finanzieri.

6.4.LE CRITICHE ALLA POLITICA MONARCHICA

Le necessità fiscali del governo monarchico aumentavano drasticamente non appena le guerre si

protraevano nel tempo. Anche facendo ricorso a tutti i vecchi espedienti degli anni 1650-60 i revisori

generali dei conti degli ultimi due decenni del regno erano allo stremo per pagare le campagne militari.

Inevitabilmente, divennero sempre più frequenti le critiche alla monarchia e alla sua condotta. In

Francia c'erano molte riserve riguardo il crescente potere della monarchia. Gli anni 1690-1700 videro

l'elaborazione di una critica prudente della monarchia di Luigi XIV da parte del circolo di intellettuali

aristocratici e uomini d'azione raccolti intorno al duca di Borgogna, il quale era forse destinato a

diventare re per successione legittima.

Le idee del circolo del duca di Borgogna sono state spesso male interpretare considerate lo sfogo

dell'aristocrazia feudale privata dai suoi poteri. Ci sono troppe modalità di approccio al pensiero del

circolo per poterle esaminare nei dettagli. Basti qui dire che le loro analisi erano acute e i loro

suggerimenti certamente realistici. Essi invocavano il ritorno a un ordine aristocratico perché

consideravano la forza e l'indipendenza della nobiltà come una difesa dalla tirannia. Erano

particolarmente turbati dall'estensione del potere monarchico nelle province senza adeguata

conoscenza degli interessi e delle condizioni locali. La loro soluzione consisteva nel creare nelle

province organi di consultazione controllati dalla nobiltà, una classe che essi ritenevano più

responsabile di quanto essa probabilmente non fosse. Tuttavia, i loro progetti fiscali, come la

capitation e la dixième, prevedevano la fine delle esenzioni per i nobili, e inoltre la loro idea di nobiltà

non prevedeva una legittimazione in nome di lontane origini feudali, ma piuttosto in nome dei servizi

compiuti.

6.5.L'ECONOMIA

Secondo l'interpretazione a lungo dominate, l'economia stagnava ed era in recessione durante il

regno di Luigi XIV, e questa depressione venne aggravata dalla politica governativa. Le tasse di

guerra, un eccesso di regolamentazione, le restrizioni al commercio e la perdita del lavoro

specializzato seguito all'esodo dei protestanti si univano nel deprimere il mercato manifatturiero e

nell'impedire nel contempo qualsiasi cambiamento. L'economia agricola era in uno stato precario, con

un calo del 15-30% delle entrate delle decime del clero. Tuttavia la terribile crisi del 1693-94 e del

1709 non ebbe effetti duraturi e permise di mantenere i salari alti. Nello stesso tempo, tali crisi non

furono di eguale gravità nelle varie regioni. Infatti, Bretagna, Piccardia e Maine soffrirono poco, mentre

nell'Angiò l'impatto fu grave, per quanto i morti fossero pochi; il sud fu relativamente risparmiato. I

buoni raccolti del 1710 permisero un pronto recupero.

Una situazione diversa emerge relativamente al commercio e alle manifatture. È stato messo in

discussione il tradizionale quadro di depressione, evidenziato dal movimento dei prezzi e da una

flessione delle importazioni dei metalli preziosi. Il risultato di una politica governativa che impediva il

commercio con i paesi nemici fu forse il declino di alcuni porti - per esempio, il commercio di Saint-

Malo venne gravemente colpito dalla guerra sul mare e il mercato inglese delle stoffe venne

definitivamente perduto. D'altra parte molti porti si avvantaggiarono delle operazioni corsare contro le

potenze marittime.

L'industria più importante era la manifattura delle stoffe che impiegava circa un 1 milione di persone.

Essa soffrì una profonda depressione dagli anni 50 ai primi anni 90. Poi ci fu una netta ripresa. La

richiesta per gli eserciti in tempo di guerra, unitamente all'allargamento dei mercati spagnoli e

americani, permise alla produzione di superare i livelli raggiunti all'inizio del secolo, come per esempio

ad Amiens.

6.6.LA MONARCHIA E LA RIFORMA


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Kristina_gv di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Levati Stefano.

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