Riassunto esame storia moderna, prof.Guerrini,
libro consigliato “Storia degli ebrei nell’Italia moderna, dal
Rinascimento alla Restaurazione”, Caffiero
Parte zero. Introduzione
LA STORIA DEGLI EBREI IN ITALIA: CONTESTI TRANSNAZIONALI E RETI TRANSCULTURALI
Le vicende delle comunità ebraiche in Italia possono essere ben comprese a due condizioni: 1) inserirle
nel quadro di un più vasto sistema europeo/mondiale di comunità e popolazioni ebraiche (contesto
ebraico mondiale); b) analizzarle all’interno della fitta rete di relazioni con il contesto non ebraico in
cui queste comunità italiane erano incapsulate.
La prima condizione emerge dal fatto che l’ebraismo italiano trae origine da un processo iniziale di
immigrazione avvenuto già nell’antichità classica con il fondamentale tratto distintivo della mobilità:
carattere immigratorio che implica origini differenziate e complessi contratti/relazioni interne al
gruppo/all’universo ebraico(intra-groups) ed esterne con altri gruppi sociali e culturali (inter-groups).
Allo stesso tempo la mobilità implica però anche una partecipazione non solo a un sistema culturale e
religioso ma anche a un sistema economico, bancario, mercantile e finanziario vastissimo (network
relazionare) legami fiduciari garantiti dalla comune appartenenza ebraica ma allo stesso tempo
pluralità di identità e percorsi che rendono lecito parlare di ebraismi italiani.
La storia ebraica, non solo quella italiana, va vista come un’immensa rete di connessioni costanti che
delineano una situazione complessa, e spesso anche conflittuale, di relazioni/legami e interessi che
caratterizzano la vita diasporica dal XVI al XX secolo; a ciò fa da corollario l’altra caratteristica
importante a cui si è accennato: la mobilità.
La seconda condizione, che scaturisce dalla prima, cioè dalla vasta rete di relazioni, si oppone al
paradigma storiografico e interpretativo più consueto che postula la separatezza e l’incomunicabilità tra
comunità ebraiche e il contesto cristiano maggioritario: studi più recenti hanno messo in discussione lo
schema semplificante dei confini impermeabili tra i due mondi, soprattutto nell’età della Controriforma,
sostituendo lo schema della contrapposizione al sistema scontri-incontri, all’oscillazione tra estraneità e
familiarità che caratterizzava i rapporti tra le due società e culture scambi e iterazioni anche nella
costruzione di modelli stereotipati (estraneità familiare).
La storia degli ebrei e dei cristiani è una sorta di scambi e intrecci istituzionali, sociali e culturali
impossibili da separare.
In Italia gli ebrei, che vivevano inglobati nelle società cristiane, sono stati a lungo invisibili sul piano
storico complessivo: solo recentemente inseriti a pieno con la loro storia in quella complessiva
dell’Europa moderna e dei grandi processi di trasformazione, come parte integrante, ad esempio, della
definizione dell’eresia, della censura, dell’indice dei libri, della stregoneria, delle discriminazioni, dei
diritti/cittadinanze, dello sviluppo del commercio, del mercantilismo e del capitalismo.
In poche parole, ben prima dell’emancipazione tardo-settecentesca e poi ottocentesca e della fine del
sistema ghetti, vennero stipulati legami, collaborazioni, imitazioni, scambi, alleanze in un’iterazione
intensissima tra società ebraica e cristiana.
Non esiste quindi per i secoli dell’età moderna, e neppure dopo tra XX-XXI secolo, una “storia degli
ebrei” separata dall’altra storia, quella generale italiana ed europea: esiste una storia unica, non più
divisa ma interconnessa e globale. Di conseguenza, la storia degli ebrei e dei loro rapporti plurisecolari
con i cristiani costituisce una parte determinante della storia più generale, della difficile convivenza tra
religioni e culture diverse e del problematico rapporto tra minoranze e diversità culturali.
Connessione, mobilità e non isolamento sono, in breve, i caratteri di questa storia.
Parte prima. Geopolitica dell’ebraismo italiano tra Quattro e
Cinquecento: le strutture
1. Demografia e distribuzione geografica
QUANTI ERANO?
Sul piano demografico va innanzitutto notato che, caso unico rispetto agli altri paesi europei, l’Italia -in
particolare Roma- è connotata da una presenza ininterrotta di ebrei sul suo territorio nell’arco di oltre
22 secoli: crescita dal XV al XVI secolo (da 4,4% a 5,6% con 50.000 unità), punta massima sia rispetto
al Medioevo che per l’età moderna e contemporanea.
Ragioni della rapida crescita da individuare nelle correnti di immigrazione verso l’Italia a partire dal XIV secolo
di ebrei dalla Francia, Provenza e Germania e le grandi espulsioni dalla penisola iberica (oltre 25.000 persone).
Crisi demografica seicentesca dovuta invece, oltre dalla comune e generale contrazione della popolazione in UE,
con l’istituzione di ghetti e la segregazione coatta, accompagnata dal fenomeno delle conversioni e dal rigido
controllo inquisitoriale sugli ebrei.
Nel 1700 e 1800 nuovo aumento della popolazione ebraica (2% della popolazione), in cui Roma restava una delle
comunità più importanti: la più numerosa e il punto di riferimento culturale/religioso di tutte le altre comunità, sia
italiane che europee.
DOVE ERANO? LA GRANDE MIGRAZIONE DA SUD A CENTRO-NORD
Le vicende di immigrazioni ed emigrazioni e la politica delle espulsioni ebbero importanti ripercussioni
anche sulla dislocazione geografica degli insediamenti delle comunità, nonché sul sistema socio-
economico e delle attività produttive. Se per secoli la popolazione ebraica si era concentrata nel Centro-
Sud (metà degli ebrei nel Quattrocento in Sicilia), nel Cinquecento la geografia dell’ebraismo italiano
venne profondamente mutata con un rovesciamento clamoroso: l’espulsione dalla Sicilia decretata dai
sovrani spagnoli nel 1493 e quella dal regno di Napoli nel 1541 determinarono la scomparsa delle
comunità ebraiche nel Meridione e lo spostamento dell’asse insediativo nel Centro-Nord.
In realtà già dal XIII secolo si erano andati moltiplicando i nuclei ebraici dapprima nelle aree centrali e
poi in quelle settentrionali a causa delle correnti migratorie sia da Francia/Germania che
Roma/Meridione italiano per l’attività di prestito su pegno (feneratizia).
Al contrario di queste zone, la situazione degli ebrei nell’Italia meridionale andò deteriorandosi già alla
fine del XIII secolo, nel corso di una politica angioina oscillante tra protezione e persecuzione, dal 1442
passaggio sotto gli Aragona, con cui gli ebrei godettero di un periodo di tranquillità e addirittura
ottennero la piena cittadinanza e il permesso di dedicarsi a molte attività oltre a quella del credito, come
medicina e stampa.
Con la morte di Ferrante nel 1494 la vicenda degli ebrei venne condizionata dalle svolte della storia
generale: discesa di Carlo VIII di Francia in Italia che pose fine alla politica di tolleranza e passaggio
del Regno meridionale peninsulare al dominio diretto della Spagna nel 1503 che portò a un’ondata di
espulsioni e conversioni fino alla definitiva cacciata del 1541. In Sicilia, invece, che come la Sardegna
era da tempo dominio diretto della corona aragonese spagnola e dove la presenza degli ebrei era
numericamente ed economicamente significativa, l’espulsone avvenne già nel 1493.
Comunità ebraiche del Sud, un tempo fiorenti e maggioritarie sul piano numerico, cancellate da vicende
politiche/militari, dalle decisioni dei sovrani ma anche dalla predicazione antiebraica degli ordini
mendicanti: gli ebrei dell’Italia meridionale che non si convertivano finirono così per scegliere la via di
Roma e del Nord o si diressero fuori dalla penisola verso le città dell’Impero ottomano.
STATO GIURIDICO E RAPPORTI CON AUTORITÀ CRISTIANE: LA QUESTIONE DEL PRESTITO.
Gli Statuti cittadini di Roma che proibivano fino dal 1363 al 1521 agli ebrei romani l’esercizio del
prestito su pegno per eliminare la concorrenza alle famiglie mercantili romane, causarono una massiccia
emigrazione dei mercanti-banchieri nell’Italia centro-settentrionale appoggiata dalla stessa Curia
pontificia. Ma parallelamente alla corrente migratoria da Sud formata da ebrei di origine italiana ne
esisteva un’altra proveniente da Nord, ossia da Francia e Germania, sempre per la crescente domanda di
credito verso Veneto, Friuli e Piemonte.
Fondamentale rispondere a due domande generali: 1) ragioni per cui gli ebrei erano ammessi nelle terre
cristiane e in particolare in quelle pontificie; 2) specializzazione ebraica nel campo del prestito.
Quanto al primo interrogativo da notare che la presenza ebraica nella società cristiana era tollerata dalla
Chiesa in base alla dottrina elaborata da Sant’Agostino e accettata dai giuristi sia canonici che laici: gli
ebrei, poiché avevano rifiutato Cristo ed erano responsabili della sua morte, non erano più il popolo
eletto da Dio; tuttavia, non dovevano essere sterminati o cacciati in quanto la loro condizione di esilio e
discriminazione costituiva la prova vivente del castigo divino e dunque della verità del cristianesimo
(testimoni di questa verità). A questa concezione teologica si aggiungeva l’impegno della loro
conversione, obbiettivo necessario alla stessa identità della religione cattolica e ancora al
riconoscimento della sua verità (quadro escatologico preciso relativo alla credenza della seconda venuta
di Cristo in terra, annunciata dall’unificazione religiosa del ondo e dalla conversione degli ebrei).
Quanto alla seconda domanda va sottolineato che le origini degli insediamenti ebraici nelle città del
Centro-Nord erano appunto legate all’esercizio del prestito a interesse. Nel Medioevo in tutta l’UE
cristiana era assai diffuso il piccolo prestito al consumo, su cui cadeva la condanna della Chiesa e il
discredito dell’intera società (considerata un’attività moralmente illecita, usurai considerati come
pubblici peccatori e per questo esclusi dai sacramenti): la Chiesa fu perciò ostile alle attività dei banchi,
anche se tra XII-XIII secolo, epoca di forte espansione demografica, dovette scontrarsi con l’inanità dei
suoi divieti. Tuttavia, tra Tre-Cinquecento “cambio di guardia”, giungendo al monopolio dei banchi da
parte degli ebrei accettato anche dalla Chiesa per vantaggi spirituali ed economici (cristiani sottratti alla
dannazione ed ebrei sottoponibili a gravami e tassazioni di vario tipo).
In conclusione, venuta meno anche l’opposizione del papato, che anzi favorì gli insediamenti di
banchieri ebraici in Lazio, Umbria, Marche e terre direttamente/indirettamente soggette al potere
temporale della Chiesa, dalla fine del Duecento ai primi del Quattrocento nei centri dell’Italia centro-
settentrionale andò espandendosi il pubblico esercizio del prestito ebraico.
Le autorità locali regolamentarono le modalità di insediamento attraverso un accordo bilaterale tra poteri
costituiti e banchieri (“condotta”). I banchieri assunsero così un ruolo egemone all’interno della società
ebraica, anche se l’attività creditizia non era affatto l’unico a cui si dedicavano: spesso in primo luogo
mercanti poi divenuti banchieri -> credito e commercio costituirono quasi sempre occupazioni
complementari che non si escludevano affatto. Inoltre, neppure l’osservanza del divieto di praticare le
attività agricole, il cui esercizio comportava l’uso di manodopera cristiana, è confermato dalle fonti.
Condotte che, oltre a stabilire le modalità del prestito, garantivano ai mercanti-banchieri il permesso di
residenza per un centro numero di anni e la possibilità di esercitare il loro culto: privilegi e norme
specifiche verso gli ebrei spesso contenuti anche negli Statuti cittadini tardo-medievali e validi anche
successivamente, che tutelavano la minoranza da eventuali abusi, cedevano loro il permesso di
mantenere sinagoghe/cimiteri per le pratiche rituali e ne riconoscevano le comunità come Universitas
(circa corporazioni di arti), concedendole arghi spazi di autonomia nell’organizzazione interna.
Rovescio della medaglia determinato invece dall’assoluta posizione di inferiorità degli ebrei nella
società cristiana che li esponeva a discriminazioni e persecuzioni (tassazioni straordinarie, restrizioni
legali, battesimi e conversioni forzate, divieti di relazioni, divieto cariche pubbliche,…). Nel corso del
tempo si venne sviluppando una legislazione speciale per gli ebrei, sia laica che ecclesiastica, sempre più
rigida, escludente e degradante sul piano sociale, che comprese ad esempio l’uso di un segno distintivo e
il quartiere ebraico separato, preludio del ghetto. Le Quattrocento la predicazione antiebraica dei Frati
minori e la fondazione dei Monti di Pietà dal 1462 spinsero verso l’esclusione e la separazione degli
ebrei dal corpo civico, anche se spesso ai banchieri veniva concessa l’esenzione.
Fino al Cinquecento inoltrato la condizione giuridica degli ebrei in Italia centro-settentrionale si
mantenne tutto sommato favorevole, anche se le leggi cittadine non riconoscevano loro, se non
raramente, lo statuto di cittadini, sia per la loro natura di “infedeli di Dio” sia per l’ancora viva dottrina
teologica della servitù perpetua degli ebrei in età moderna, la loro condizione di residenti non
implicava la cittadinanza né l’eguaglianza dei diritti civili.
EBREI IN GIUDIZIO
Gli ebrei erano sottoposti a leggi e tribunali di sovrani laici ed ecclesiastici sotto il cui dominio vivevano,
nel corso del Cinquecento, nei territori dello Stato della Chiesa gli ebrei ancora residenti nelle comunità
periferiche furono progressivamente sottratti al controllo delle autorità civili locali per essere sottoposte
all’autorità di un vescovo diocesano: appropriazione ecclesiastica della giurisdizione sugli ebrei segnali
di quanto la questione ebraica stesse assumendo una valenza religiosa più che economica o sociale e di
quanto, soprattutto nell’Italia della Controriforma, stesse mutando la percezione degli ebrei nella
direzione suggerita da Roma.
Tuttavia nella realtà gli ebrei potevano essere giudicati, proprio come i romani, da tutti i tribunali
esistenti in città: intrico delle giurisdizioni sugli ebrei e galassia delle competenze istituzionali anche
dopo la riforma dei tribunali di Paolo V nel 1612 che aprivano però spazi di opportunità alle comunità e
ai singoli membri, che potevano giocare sulle tensioni tra i diversi tribunali ricorrendo di volta in volta
all’autorità ritenuta più favorevole pe presentare i propri argomenti sistema di negoziazione in cui le
comunità si rivelano attive e disposte all’iniziative e alla protesta sia per la soluzione dei conflitti con il
mondo esterno che per comporre le frequenti fratture interne.
Improponibilità immagine stereotipata di due gruppi estranei, chiusi e impenetrabili: quadro falsificante
che implica inoltre sia l’idea di una sostanziale passività vittimaria delle comunità ebraiche, sia quella
della loro difesa identitaria solo attraverso strumenti rinunciatari di chiusura. In realtà il ricorso alle
autorità cristiane non solo era frequentissimo anche sul piano delle proteste e delle rivendicazioni, ma
anche necessario alla sorta di collaborazione instauratasi tra autorità cristiane ed ebraiche per l
mantenimento dell’equilibrio sociale tra i due gruppi.
La condizione giuridica degli ebrei nell’Italia centro-settentrionale non era molto diversa che nei territori
pontifici, anche se la sovranità non era del pontefice ma dei governanti locali che potevano spesso
allontanarsi dalle direttive papali a seconda dei propri specifici interessi. Gli ebrei potevano essere
sottoposti a giudici particolari o a tribunali ordinari per le cause civili e criminali; per le questioni
religiose/morali anche qui erano attivi i tribunali vescovili e i rappresentanti locali dell’Inquisizione
romana; tuttavia, nel campo civile esistevano anche dei tribunali interni degli Stati che risolvevano le
controversie sulla base della legislazione ebraica (concorrenza con i tribunali ecclesiastici come, ad
esempio, Venezia VS Sant’Ufficio).
2. Insediamenti e network
TOPOGRAFIA E CARATTERI DEGLI EBRAISMI ITALIANI
Insieme alla mobilità, uno dei tratti specifici della storia degli insediamenti italiani era la vasta rete di
relazioni familiari, economiche, culturali e politiche degli ebrei tra diverse comunità (network
extralocale): precisa strategia di radicamento territoriale necessario per svolgere molteplici attività
economiche (motivi materiali) e come rete di protezione/rifugio/appoggi in seguito al venir meno di
condizioni accettabili di residenza nei luoghi di provenienza a causa di espulsioni, cambiamenti politici e
revoca di condotte (disegno strategico attivo). Di conseguenza, la storia di ogni singolo insediamento
ebraico deve essere condotta all’interno di un sistema più ampio rispetto alla singola comunità, il che
spiega anche come i prestatori riuscissero a operare anche in realtà locali ridottissime.
NELLO STATO DELLA CHIESA: LA MARCA
Paradossalmente, fino alla metà del XV secolo il papato fu assai largo di concessioni verso gli ebrei che
vivevano in gran numero nello Stato, e spesso di oppose agli atteggiamenti estremisti delle Inquisizioni
nazionali di Spagna e Portogallo: no politica di espulsioni dai territori statali ma politica di
segregazione e separazione dalla società cristiana.
Tra fine Medioevo e inizio dell’Età Moderna, le Marche furono una delle aree primarie riguardo agli
stanziamenti ebraici, sia dal punto di vista numerico che per la rilevanza delle funzioni economiche, in
parti
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