Giuseppe Marcocci, Indios, cinesi, falsari: le storie del mondo nel Rinascimento
Premessa
I volti che oggi si incontrano passeggiano nelle strade di molte città del mondo, come le merci in vendita rinviano a luoghi anche assai distanti e culture più diverse. Tendiamo ad associare tutto ciò alla globalizzazione, fenomeno secondo l’opinione comune recente se con essa si intende il processo di crescente omologazione causato dall’interdipendenza economica. L’indubbia accelerazione nel mutamento dei rapporti tra uomini-mondo verificatasi nell’ultimo quarto di secolo evoca una nuova comunità umana globale, fondata sul rispetto di diritti e differenze: migrazioni e guerre ci ricordano ogni giorno lo scarto che esiste tra questa retorica e la realtà, così come dal regnante disinteresse per il passato come se il rispetto delle differenze richiedesse l’oblio.
Questo aspetto distingue radicalmente il mondo del presente da quello di circa cinque secoli fa, che si misurava con la nuova immagine emersa dalle grandi esplorazioni. Se le trasformazioni legate a esse ebbero un impatto notevole sulla vita materiale, la coscienza della globalità riguardava allora solo una minoranza, a cui la scoperta dell’America contribuì rendendo per la prima volta manifesta l’esistenza di continenti che si ignoravano a vicenda e al convergere dei loro tempi. Fu un fatto senza precedenti: accanto alla scoperta di nuove terre e uomini vi fu anche quella dei loro passati. Il mondo appariva come un contenitore di tante storie, ma come restituirne la polifonia?
Questa risposta trovò risposte molto varie non solo nei discendenti dei conquistadores, ma anche in un insieme di uomini che, negli stessi decenni e in località assai diverse e lontane tra loro, si misero a scrivere storie del mondo come reazione all’inattesa scoperta della pluralità del passato. L’interesse delle storie del mondo composte tra Cinque e Seicento risiede non tanto nel vederle (erroneamente) come anticipazioni degli orizzonti nuovamente allargati della storiografia attuale, quanto piuttosto nel fatto che risposero seppur con vie diverse ad un disorientamento simile, dovuto alla perdita delle coordinate tradizionali delle proprie culture di appartenenza.
Le vie percorse da quelle opere rivestono un interesse anche nel caso dell’Europa e dei possedimenti transoceanici, andando a sovrapporsi e incrociarsi con il recupero dell’antichità classica che da tempo vedeva impegnati gli umanisti, svelando un Rinascimento dai vasti orizzonti. In ogni caso, l’urgenza di misurarsi con la storia del mondo servendosi di materiali/informazioni dalle provenienze più varie dipese spesso da singolari esperienze di vita: perciò questo libro presenta un racconto affollato di uomini e storie, un viaggio a ritroso nel tempo.
Quale era il passato di popolazioni come indios? In che modo spiegare le testimonianze di tempi remoti di cui non tenevano conto né la Bibbia né gli autori greco-latini? Furono queste le domande che produssero dibattiti e favorirono riprese/traduzioni da una lingua all’altra. Questo non toglie, però, che la scelta di restituire voce alla storia di popolazioni assoggettate o nemiche potesse non creare problemi in un’età in cui i grandi poteri politici e religiosi pretendevano di controllare l’immagine del passato per legittimare la loro posizione nel presente: è proprio per questa ragione che molti tra i personaggi che si incontrano nel libro scrissero dai margini o per il mercato, mentre quanti assunsero il punto di vista di un impero o di un ordine religioso contribuirono a fissare modelli che restrinsero gli spazi di autonomia e sperimentazione.
Questo libro conserva un debito speciale con due storici italiani che hanno aperto la via a un nuovo modo di studiare le trasformazioni della cultura europea di fronte alle domande sollevate dalle grandi esplorazioni. Rosario Romeo e Giuliano Gliozzi hanno in comune una lettura ravvicinata delle fonti e la tendenza a incrociarle secondo percorsi originali. Nelle pagine che seguono, in ogni caso, la storia come forma di scrittura e di conoscenza riveste una centralità anche per loro inedita, e soprattutto l’analisi non si limita all’impatto del Nuovo Mondo ma cerca di mostrare come la scoperta dell’America abbia fatto parte di un più generale e complesso riorientamento culturale che nasceva da un mutato rapporto con il mondo nel suo insieme, e non con una sua parte soltanto.
Non si vuole suggerire che le storie del mondo nel rinascimento siano arrivate a rappresentare un genere di scrittura storica maturo e definito. Quelli che sono qui presi in esame furono i tentativi di dare conto di un nuovo orizzonte della conoscenza che, apertosi nella prima metà del Cinquecento ed esauritosi a inizio del Seicento, rappresenta un universo di manifestazioni culturali calate in precisi contesti storici.
Organizzazione interna del libro e contenuto
L’apertura è dedicata agli storici di oggi che si confrontano con la sfida della storia globale; questo libro adotta tuttavia una prospettiva differente, concentrandosi sulla novità delle storie del mondo composte nell’età delle esplorazioni, vista come espressione di una breve stagione del Rinascimento in cui maturarono domande in parte simili a quelle attuali, pur ricevendo risposte profondamente diverse. Il libro affronta quindi diverse forme di racconto della storia del Rinascimento:
- Arrivato in Messico, il frate francescano Motolinia fu tra i primi a fabbricare l’idea delle antichità del Nuovo Mondo, che sorresse il suo tormentato sforzo di incorporare il passato degli indios con la storia del mondo adattando fonti e racconti orali.
- A un’immagine alternativa della storia del mondo basata sull’idea di un incessante movimento di uomini/merci era giunto, nel frattempo, il portoghese Calvao: dalle Molucche egli avrebbe raccolto dalla viva voce dei loro abitanti il racconto di una passata dominazione dei cinesi nell’Oceano Indiano, fino a farli i primi popolatori dell’America.
- A inizio Seicento si concluse l’eccezionale cronaca scritta in spagnolo da un indio peruviano, de Ayala, che con essa cercava di riscattare la storia delle popolazioni andine soggette all’impero spagnolo intrecciando memorie e racconti tradizionali sulle epoche precolombiane a notizie sulla storia del Vecchio Mondo (rivendicazione della varietà culturale).
- Un prodotto meno complesso, infine, usciva allora dai torchi tipografici veneziani, che nei primi anni Sessanta pubblicavano le ristampe della Historie del mondo di Tarcagnota, basata sulla tecnica narrativa della simultaneità per legare tra loro gli eventi. Fra le opere stampate alla fine del Cinquecento troviamo poi anche quella dell’aquilano Campana, che arrivò ad includervi anche un discorso in difesa della scrittura di storie del mondo.
Questa variegata tendenza a connettere tra loro i passati del globo si affievolì di fronte alla penetrazione di olandesi e inglesi in Asia/America a partire da fine Cinquecento: se i gesuiti affrontavano da due prospettive opposte la storia delle Indie orientali o occidentali con l’effetto di celebrare la proiezione globale dello zelo missionario della Compagnia di Gesù, la minaccia di un’espansione della Riforma oltre i confini europei indusse a convertire l’immagine che si ricavava dalle storie del mondo in una conoscenza statica di natura geopolitica. Si era ormai consumata, allora, la vicenda intrecciata di due storie del mondo, chiudendo il sipario sulle storie del mondo scritte nel Rinascimento.
I. Storici di un mondo che cambia: oggi e nel Rinascimento
1. La storia nell’età della globalizzazione
Viviamo in un’epoca di compressione del tempo, in cui rapidità di spostamenti e comunicazioni inducono la sensazione di essere persi in un eterno presente, senza un futuro da costruire ma separati da un passato che si allontana come alieno; custodi di un sapere antico, gli storici sembrano appartenere sempre più a questo passato. C’è stato un tempo in cui gli storici hanno preso distanza dal compito, attribuito loro nell’Ottocento, di individuare le origini del presente per favorire la coesione della comunità nazionale in formazione: da allora si sono messi piuttosto a delegittimare interpretazioni consolidate, confrontandosi al tempo stesso con la pulsione a liberarsi dal peso del passato. Ripetuti gli attacchi che la storia ha subito da oltre un secolo a questa parte: in anni vicini le è stato imputato di essere un mero genere letterario che fabbrica il proprio oggetto, arrivando addirittura ad annunciarne la fine.
Ma la storia non è finita, e nell’ultimo quarto di secolo il mondo ha intanto visto moltiplicarsi al suo interno trasformazioni sociali ed economiche che la rendono sempre più complessa e difficile da afferrare, aumentando le incertezze degli storici. Alla storia si chiede ormai di formulare domande e proporre analisi capaci di rivolgersi a società dalla composizione culturale sempre meno uniforme. La soluzione non è inventarsi un passato su misura del presente, ma ormai diffusa l’insoddisfazione (sia nel pubblico che nella comunità internazionale di storici) verso l’idea di intrinseca eccezionalità dell’Europa così come verso l’arbitraria pretesa di applicare al resto del mondo interpretazioni e schemi elaborati per la storia UE.
Così, immagini sempre più consapevoli cercano di riportare alla luce la polifonia e i passati multipli della storia, che non si lasciano appiattire sugli schemi elaborati da studiosi occidentali tra Otto e Novecento. Salvo rare eccezioni, resta tuttavia forte il disagio e il senso di ignoranza nel confrontarsi con luoghi e nomi lontani e mai sentiti prima. Il superamento di una storia eurocentrica provoca resistenze molto più radicale di quanto non sia avvenuto con l’abbandono di altri rapporti identitari basati, ad esempio, su una città, una regione o una nazione: fatica a rinunciare all’immagine storica per molti rassicurante di un’ineludibile asimmetria tra UE e mondo, che trovò massima elaborazione nell’età del predominio dell’occidente tra le due guerre mondiali, quando tecnologia/capitalismo/colonialismo avevano ormai permesso alle sue maggiori potenze di assoggettare gran parte del pianeta.
Fu allora che la ricerca nel passato delle spiegazioni di questa supremazia portò a retrodatarne le origini all’interno di una visione della storia universale che procedeva per scontri tra civiltà. La conclusione era una: ormai da secoli le scoperte geografiche, la Riforma protestante, la rivoluzione scientifica e l’Illuminismo avevano posto le condizioni della superiorità della civiltà occidentale. Oggi che il primato dell’occidente è appannato, gli storici si trovano a dover fare i conti con la crisi della loro visione della storia del mondo proprio mentre il dibattito sulla globalizzazione ha irresistibilmente imposto il mondo stesso al centro degli studi, con alcuni risultati che si vanno già consolidando: la “grande divergenza” UE-Asia circa livelli materiali di vita/produzione/consumo è spostata avanti fino a inizio Ottocento, con effetti corrosivi sul concetto stesso di età moderna; le periodizzazioni generali sono messe apertamente in discussione, ripensando ai tempi delle prime iterazioni a grande distanza che accelerarono l’interdipendenza su scala mondiale, fissandone gli inizi nel cuore dell’Asia e reinterpretando le esplorazioni atlantiche.
L’odierna discussione sulle grandi coordinate della storia continua a interrogarsi sulle cause dell’ascesa dell’occidente, sulle strutture materiali alla base del capitalismo e sul ruolo dell’UE e dello spazio atlantico nel sistema mondiale dell’economia moderna con successive correzioni/integrazioni che hanno restituito maggior centralità anche all’Asia; la pratica odierna di questa tradizione di studi ripropone spesso i difetti di una sociologia storica che costruisce le sue analisi da grandi altezze, uniformando paesaggi storici che uniformi non erano.
La tentazione della storia comparata delle civiltà è ancora in circolazione e trova oggi uno dei suoi maggiori campi di applicazione nella discussione introno alle origini della modernità. Ecco perché qualcuno sostiene che stiamo solo assistendo al ritorno della storia universale, estromessa in passato dalla sfera professionale dell’insegnamento e della ricerca dopo un’aspra contesa con la storia nazionale; proprio il recupero della lunga durata, tipica della storia universale, viene indicato in un recente “manifesto” come la soluzione per restituire attrattiva alla storia, facendone un rimedio contro l’appiattimento sul presente e contro l’indifferenza di chi assume le decisioni politiche verso ciò che è accaduto nel passato.
Si può dubitare, in ogni caso, che la novità della storia globale si esaurisca nel ritorno alla protesta di racchiudere la storia del mondo nella sua totalità in un racconto di poche centinaia di pagine: dagli anni novanta si va infatti affermando una variante meno interessata a proporre il mito delle origini della globalizzazione -un fenomeno comunque tutt’altro che moderno-, quanto su una storia del mondo scritta a partire dalla lettura secondaria. Studiando il commercio transatlantico e le storie connesse, riaffiora così la ricchezza delle dinamiche di scambio tra soggetti che non condividevano lingua, diritto o religione, così come l’ampiezza della circolazione di uomini/idee attraverso mondi che avevamo imparato a tenere artificialmente separati.
Anziché costruire un racconto della storia del mondo con un altro, se ne recupera la polifonia perduta attraverso attente indagini sulle fonti, capaci di ripristinare connessioni e ibridazioni senza però costruire l’immagine anacronistica di un mondo cosmopolita; ma anzi è proprio questo tipo di analisi che ha restituito la piena consapevolezza di quanto i secoli tra Quattro e Ottocento siano stati dominati dalla competizione tra imperi globali. In questo contesto, tra l’altro, si è parlato:
- Di una mondializzazione iberica giunta a piena maturazione tra 1580-1640: allora, il filo iberico avrebbe legato tra loro società e culture estremamente diverse dall’America all’Asia, favorendone relazioni di reciprocità e fusione.
- In altri casi si sono invece ripercorse le tracce delle vite di singoli individui o oggetti che hanno attraversato il mondo.
Analisi di questo genere si sforzano di restituire le diverse prospettive degli attori coinvolti in un evento o in un processo storico, ridefinendo così a loro volta gli spazi tradizionali dell’indagine in base all’oggetto di studio, offrendo ricostruzioni plurali di aspetti necessariamente parziali della storia del mondo (benefici alla profondità di osservazione e al piacere di lettura). Alle origini del richiamo alla letteratura/lingua si colloca il recupero della visione dei non europei attraverso l’eco che vi si avverte in alcuni documenti scritti dagli europei: quasi un secolo fa un libro sulla conquista del Perù proiettò sul piano della ricerca storica la nuova sensibilità verso i vinti che emergeva dalla decolonizzazione, accompagnata poco dopo da numerose critiche sulla pervasività del discorso coloniale nelle categorie/linguaggio adottati dagli UE per descrivere i non-europei.
Lo stato di incertezza in cui operano oggi gli storici discende dalle nuove cautele richieste al loro mestiere, mentre cambiano le fonti su cui fare ricerca e le prospettive di cui tenere conto nella scrittura. Storia globale che si impegna a offrire una conoscenza del passato più equilibrata e corale: comprendere le premesse remote dei conflitti del presente significa anche rifiutare ricostruzioni che tendono a escludere i vinti o relegarli come attori secondari in processi storici che hanno al centro sempre l’Europa e sono comunque interpretati secondo le sue categorie.
Nascita invito a provincializzare l’Europa adattando le sue categorie e la loro pretesa universalità alle specificità di tradizioni intellettuali non europee a lungo relegate ai margini. Un passo successivo è stato quello di restituire piena dignità alle forme di trasmissione della conoscenza storica che esistevano al di fuori dell’Europa prima che il colonialismo ottocentesco le cancellasse: è il caso dell’India meridionale tra Cinque e Seicento, quando la storia era affidata a diverse lingue le cui trascrizioni conservavano i tratti della loro originaria forma orale.
2. Mughal e ottomani scrivono la storia del mondo
È l’intreccio tra la disciplina e il suo oggetto che conduce oggi a interrogarsi sulle forme in cui è stata scritta la storia del mondo nel passato: la portata dell’attuale sfida lasciata dalla storia globale e la riscoperta di passati multipli del mondo a lungo oscurati dalla narrazione tradizionale si spiegano solo a partire dalla presa d’atto di una profonda rottura con la vecchia storia universale otto-novecentesca e la sua fiducia in un’idea di modernità che si identificava con la civiltà europea. Una posizione intermedia si trova espressa in un articolo del “Journal of global history”, dove si chiedeva una riflessione sulle tradizioni storiografiche per la comprensione della nuova storia globale: la risposta fu che essa rappresenterebbe un ritorno alla storia universale con i suoi tradizionali interrogativi sull’ascesa dell’occidente, rinnovata però da due imperativi della decostruzione di un racconto centrato sul primato europeo e del superamento della storia nazionale.
Prima della frattura globale segnata dal predominio dell’occidente, la maggior parte delle storie universali scritte in UE, Cina e mondo islamico avrebbero mantenuto una prospettiva etnocentrica, portando come risultato a giustapporre le diver
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Storia moderna, Prof. Guerrini Maria Teresa, libro consigliato Indios, cinesi e falsari, Giuseppe M…
-
Riassunto esame Storia moderna, prof. Guerrini, libro consigliato Storia moderna, Capra
-
Riassunto esame Storia moderna, Prof. Guerrini Maria Teresa, libro consigliato Manuale di Storia moderna, Carlo Cap…
-
Riassunto esame storia moderna, prof. Guerrini, libro consigliato Storia Moderna, Spini