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Alfonso il Magnanimo: da Ferdinando I ad Alfonso V

Capitolo I

Nel 1410 Martino I l'Umano morì e si estinse la dinastia di Barcellona che era sul trono aragonese dal XII secolo. Dopo la morte prematura del figlio, Martino il Giovane, re di Sicilia (di cui il padre ereditò il trono, aumentando ulteriormente gli stati in suo possesso), Martino I si era risposato nel 1409 con l’intento di lasciare un figlio maschio come erede ma senza riuscirci. Poiché il re era privo di discendenti diretti e ormai in fin di vita, ebbe inizio per la corona d’Aragona un periodo di interregno per la presenza di diversi aspiranti alla successione, a cui si sarebbe dovuto procedere secondo le indicazioni fornite dallo stesso sovrano.

Per eseguire le sue ultime volontà, il consigliere della città di Barcellona, Ferrer de Gualbes, si recò al capezzale di Martino I al quale chiese di acconsentire affinché il proprio successore fosse nominato secondo giustizia e il re rispose positivamente. Tra i vari candidati alla successione del re, vi era il nipote Ferdinando di Trastámara – infante di Castiglia e reggente del regno, insieme alla cognata Caterina di Lancaster (vedova del fratello Enrico III), per conto del nipotino Giovanni II – che aveva già in precedenza proposto la sua candidatura ufficiale alla successione allo zio Martino I, il quale però aveva preferito tergiversare sia perché coltivava ancora la speranza di un discendente diretto sia perché, in caso contrario, pensava di legittimare il nipote Fadrique, conte di Luna, figlio bastardo di Martino il Giovane, che alla morte del nonno continuava a concorrere per la successione.

Un altro discendente era Luigi III d’Angiò, titolare dei diritti al trono di Napoli, e discendente di un ramo cadetto dei sovrani aragonesi; vi erano poi Alfonso di Gandia, altro discendente di un ramo collaterale della dinastia aragonese, e il conte di Urgel, un parente prossimo di Martino I, nominato dal re suo luogotenente generale (ma rivelatosi inetto e per questo mai riconosciuto dal re come erede). Per evitare il rischio che la questione della successione degenerasse in guerra civile era urgente trovare una soluzione condivisa.

Il compromesso di Caspe

Dopo varie riunioni delle Corti, si decise di delegare il compito della selezione del candidato alla successione ad una commissione composta da 9 membri (3 per ogni Stato della corona: Aragona, Catalogna e Valenza), che si riunirono nel castello di Caspe nel 1412 (compromesso di Caspe) e, dopo aver attentamente esaminato le varie candidature, scelsero l’infante castigliano Ferdinando di Trastámara – soprannominato poi de Antequera per aver espugnato quella città di frontiera sottraendola al regno musulmano di Granada. La scelta di Ferdinando non avvenne all’unanimità ma a maggioranza: furono concordi i tre esponenti dell’Aragona, due della Valenza e solo uno della Catalogna.

La successione di Ferdinando era stata sostenuta oltre che dalla Valenza ed all’Aragona, i cui mercanti intravedevano la possibilità, attraverso la Catalogna, di inserire la lana, loro principale prodotto, nel circuito commerciale europeo, anche dalla borghesia catalana, ostile all’aristocrazia feudale rappresentata dal conte di Urgel, e persino dal papa avignonese Benedetto XIII (al secolo l’aragonese Pietro Martinez de Luna) il quale voleva così garantirsi l’appoggio delle corone di Castiglia e Aragona.

La successione di Ferdinando rispondeva inoltre al criterio di giustizia adottato dai commissari in quanto, seppur per linea femminile, egli era il parente più prossimo di Martino I – era nipote di Pietro il Cerimonioso per parte della madre Eleonora, sorella del defunto re, sposatasi con Giovanni I di Castiglia. Dopo l’elezione di Caspe, Ferdinando decise di mantenere la reggenza del regno di Castiglia dove, già in precedenza, aveva cercato di rafforzare ulteriormente la propria posizione, attraverso la concessione ai figli di posti di rilievo in seno all’aristocrazia e con la partecipazione a campagne militari contro i musulmani (da qui la conquista di Antequera).

Politica e discendenza di Ferdinando

Lo stesso Enrico III, che conosceva il carattere ambizioso del fratello, prima di morire aveva cercato di mitigarne il potere stabilendo, da un lato, l’intervento del Consiglio reale in caso di disaccordi con la vedova Caterina e, dall’altro, il matrimonio tra la propria figlia Maria e il primogenito di Ferdinando, Alfonso. Ferdinando aveva 5 figli maschi ai quali fece in modo di assegnare ruoli di primo piano nella realtà politica castigliana: fece entrare i due maggiori, Alfonso e Giovanni (13 e 10 anni), nel Consiglio reale per poter contare su una maggioranza a lui favorevole; fece insediare, grazie anche all’aiuto di Benedetto XIII, il terzogenito Sancho (8 anni) come maestro dell’Ordine monastico-cavalleresco di Alcántara, e il quartogenito Enrico come maestro dell’Ordine di Santiago, entrambi Ordini religiosi di prestigio a cui appartenevano ingenti proprietà fondiarie in Andalusia. Sistemati i figli minori, Ferdinando avrebbe potuto riservare l’ingente patrimonio in Castiglia ad Alfonso e Giovanni.

Le figlie femmine avrebbero invece cinto le corone di due regni iberici: Maria avrebbe sposato Giovanni II re di Castiglia ed Eleonora Eduardo I, re del Portogallo. Dopo aver consolidato la sua posizione all’interno della Castiglia, Ferdinando volse l’attenzione all’estero, in particolare riprese le ostilità contro il regno musulmano di Granada per potersi accreditare come paladino della cristianità: nel 1410 assediò Antequera, impedendo alla città di ricevere viveri e munizioni e, dopo averla espugnata, trasformò subito la moschea in chiesa cristiana e tornò a Siviglia in testa a un fastoso corteo, sfruttando questo successo per la propria candidatura alla corona d’Aragona. L’elezione di Ferdinando fu quindi il traguardo finale di un percorso politico strategico condotto dal sovrano per assicurare una duratura egemonia familiare su quasi tutta la penisola iberica.

Conflitto con il conte di Urgel

Il conte di Urgel, a differenza degli altri pretendenti, non accettò il verdetto finale e, usando la scusa di un’infermità, rifiutò di prestare il debito omaggio a Ferdinando il quale, tuttavia, per evitare contrasti, propose all’alto esponente dell’aristocrazia catalana uno stretto vincolo di parentela, attraverso il matrimonio di un proprio figlio con la figlia del conte. Urgel però rifiutò e, appoggiato da una fazione della nobiltà catalana capeggiata da Antonio de Luna, si dispose a fare ricorso alle armi per far valere i propri diritti al trono aragonese (istigato anche dalla madre, Margherita di Monferrato). Ferdinando intraprese contro i rivoltosi una vittoriosa campagna militare culminata nell’assedio della città di Balaguer, dove si era rifugiato Urgel che fu costretto ad arrendersi e venne imprigionato, ma non giustiziato (sebbene accusato di lesa maestà). Intanto Ferdinando chiese a papa Benedetto XIII l’investitura dei regni della corona d’Aragona su cui la Santa Sede vantava i diritti di supremazia feudale: il papa acconsentì e a Tortosa investì Ferdinando dei regni di Sicilia e di Sardegna e Corsica.

Incornazione e affermazione di Ferdinando

Nel 1413 il re convocò le Corti nella città di Saragozza per procedere all’incoronazione che avvenne il 15 gennaio tramite una cerimonia solenne e fastosa, svoltasi nella cattedrale. Durante la stessa cerimonia il sovrano conferì al primogenito Alfonso il titolo di principe di Girona (attribuito all’erede al trono d’Aragona) e al secondogenito Giovanni il ducato di Peñafiel, oltre a numerosi benefici per i nobili presenti.

L'infanzia di Alfonso

Alfonso nacque il 18 dicembre dell’anno 1394 o 1396 (più probabile). Secondo quanto narra Lorenzo Valla, autore di una biografia di re Ferdinando – scritta su incarico dello stesso Alfonso – la fanciullezza del giovane principe trascorse in modo sereno nel clima di tranquillità attraversato dalla Castiglia tra la fine del ‘300 e gli inizi del ‘400. Il ritratto di Alfonso delineato dal Valla (con intento palesemente adulatorio) è quello di un fanciullo signorile nei modi e nella maniera di esprimersi, di corporatura agile e attraente, di grandezza d’animo, d’indole socievole e cordiale, sottomesso e obbediente verso i genitori.

Anche da altre fonti emerge il rapporto di sincero affetto che legò Alfonso ai genitori e ai fratelli, facendolo crescere in un’atmosfera di serena armonia familiare. Come di consuetudine all’epoca, l’educazione dei rampolli delle case reali era affidata a precettori che avevano il duplice compito di provvedere alla loro formazione religiosa e culturale e alla preparazione alla vita politica e militare, in questo caso i genitori di Alfonso si erano rivolti, tra gli altri, a un frate francescano, padre di Santa Eulália. Alfonso mostrò una particolare inclinazione per le lettere, le arti e le scienze, si dedicò con impegno allo studio della filosofia senza trascurare le altre discipline.

La frequentazione di eruditi – tra cui lo zio naturale Enrico de Villena, studioso di teologia e occultismo – con cui sin dall’infanzia Alfonso entrò in contatto, alimentò in lui quell’amore per la cultura che lo avrebbe portato, in età adulta, a fare della corte di Napoli uno dei maggiori centri di irradiazione del Rinascimento. Una passione di Alfonso fu poi quella per la caccia, passatempo tipico dell’aristocrazia e delle famiglie reali, che serviva a temprare il fisico e addestrare all’uso delle armi.

Preparazione politica e militare

Riguardo la preparazione alla vita politica e militare, Alfonso poté godere sull’esempio del padre che lo avviò sin da adolescente agli affari di Stato, assegnandogli un ruolo sempre più importante: concesse infatti al figlio la baronia di Lara, feudo principale della Castiglia, che avrebbe consentito al titolare di assumere l’incarico di portavoce del Braccio nobiliare nelle Corti. Qualche anno dopo Ferdinando riuscì a farlo inserire, insieme al fratello Giovanni, nel Consiglio reale di Castiglia.

Alla partecipazione alle Corti e al Consiglio reale della Castiglia, si aggiunse, dopo l’elezione di Ferdinando come re d'Aragona, quella alle Corti catalane dove Alfonso avrebbe dovuto rappresentare il padre impegnato a sedare la rivolta di Urgel. Alfonso si trovò a dover affrontare una prova difficile data l’ostilità e la diffidenza delle Corti catalane verso la nuova dinastia (Ferdinando inoltre proveniva dalla Castiglia, con cui la Catalogna aveva una forte rivalità), ma il ragazzo riuscì a superarla brillantemente: con l’aiuto dei collaboratori, Alfonso emanò alcuni provvedimenti per regolare questioni di vita pratica e aspetti procedurali, venendo incontro alle richieste presentate dall’assemblea.

Riuscì a sedare la solita rissa che avveniva tra gli esponenti del Braccio militare e di quello ecclesiastico, generata dalla richiesta dei militari di rango inferiore, i cavalieri, di poter costituire un braccio separato come in Aragona; promulgò un codice relativo al trattamento degli schiavi fuggiaschi, proibì agli albergatori di tenere prostitute nelle locande del porto, ordinò la traduzione in catalano degli Usatges di Barcellona (compilazione di leggi municipali) e delle Costituzioni della Catalogna e rese obbligatorio l’uso di questa lingua al posto del latino nei procedimenti giudiziari.

Addestrato nell’andare a cavallo e nell’uso delle armi Alfonso, che avrebbe partecipato con brillanti risultati a giostre e tornei, mostrò presto l’attitudine alle imprese militari e il desiderio di seguire il padre nelle campagne contro i musulmani – durante l’assedio di Antequera, spesso chiese al padre di unirsi al suo esercito e accompagnarlo nell’impresa ma alla fine, poiché Ferdinando stipulò una tregua con il regno di Granada per predisporre al meglio la propria candidatura alla successione d’Aragona, Alfonso si limitò ad aspettare l’arrivo trionfale del padre e partecipare ai festeggiamenti.

Fidanzamento di Alfonso

Intanto, nel 1408, si decise di celebrare il fidanzamento tra Alfonso e la cugina Maria di Castiglia, figlia di Enrico III e sorella di Giovanni II, (giunta all’età di sette anni), grazie a una dispensa di papa Benedetto XIII: si redassero i capitoli matrimoniali e si stabilì la dote della sposa consistente in un vasto asse territoriale (il feudo di Villena e altri possedimenti presso il fiume Duero); Alfonso ottenne inoltre il titolo di duca, riservato ai membri della famiglia reale, e la dignità di infante, che comportava anche la formazione di una propria corte al cui interno un posto di rilievo fu assegnato Alfonso de Argüelo, vescovo di León, che sarebbe stato cancelliere e uno dei più stretti collaboratori politici di Alfonso.

Attraverso questo matrimonio, Ferdinando rafforzava notevolmente il proprio controllo sul regno di Castiglia, riducendo il ruolo della cognata Caterina. Riguardo la politica estera della Castiglia, Ferdinando riprese le ostilità e le operazioni militari contro i sovrani di Granada, e promosse un avvicinamento al regno d’Inghilterra (il cui sovrano era Enrico IV di Lancáster, fratello della cognata Caterina). Ma, sin dal Trattato di Toledo del 1368, con cui i sovrani castigliani avevano stretto un’alleanza con la Francia, nelle Corti castigliane la corrente favorevole alla Francia era ancora forte per cui Ferdinando si mosse con cautela per far capire l’esigenza di un miglioramento dei rapporti con l’Inghilterra, da cui sarebbero derivati vantaggi economici (ripresa delle relazioni mercantili, consolidamento delle rotte delle Fiandre, fine della pirateria).

Si occupò poi dei rapporti col Portogallo, con cui vi erano contrasti relativi ai confini, risalenti all’ascesa al trono castigliano della dinastia dei Trastámara. Le trattative erano già iniziate con Enrico III ma solo nel 1410 si arrivò alla stipula di un primo accordo con cui si pose fine alle controversie riguardanti territori di frontiera e si stabilì l’utilizzo comune dei pascoli in determinate aree. L’anno seguente il sovrano portoghese avanzò una proposta di pace definitiva che tuttavia Ferdinando rifiutò, consapevole della possibilità che Giovanni II potesse vantare diritti alla corona del Portogallo. Tuttavia giunse nel 1414 ad un accordo con cui si sospesero le ostilità a tempo indeterminato. Accordo che sarebbe poi stato sancito dalle nozze tra Eleonora, figlia minore di Ferdinando, e il sovrano portoghese Eduardo I.

Rapporti con il papato, matrimonio e ascesa al trono di Alfonso

Un problema che Ferdinando dovette affrontare durante il suo regno fu il rapporto con la Chiesa, allora lacerata dallo Scisma d’Occidente: a contendersi la guida della cristianità erano allora due pontefici, quello avignonese Benedetto XIII e quello romano, Gregorio XII. Dopo lunghe trattative, i due papi avevano deciso di incontrarsi a Savona, dove avrebbero dovuto esporre le ragioni sulle quali basavano i rispettivi diritti alla Santa Sede e, qualora non fossero giunti a una soluzione, entrambi si sarebbero dimessi e un arbitrato naturale avrebbe dovuto mettere fine allo Scisma. Benedetto XIII, che poteva contare sull’appoggio economico e militare della reggente di Castiglia, Caterina de Lancaster, fu accolto festosamente dalla popolazione locale; giunta la notizia a Gregorio XII, il papa romano, timoroso del clima a lui ostile diffusosi a Savona, non mantenne l’impegno preso.

Fallito il tentativo, un consistente numero di cardinali decise di affidarne la soluzione a un Concilio ecumenico da tenersi nel 1409 a Pisa: questo avrebbe dovuto deporre i sedicenti papi ed eleggere un nuovo pontefice riconosciuto da tutta la cristianità. Il progetto fu sostenuto da Francia, Inghilterra e Germania ma Benedetto XIII e Gregorio XII si opposero e convocarono a loro volta due Concili, a Perpignano e a Roma. Benedetto XIII pretendeva che Castiglia e Corona d’Aragona (con i cui sovrani era stato prodigo di favori) presentassero una protesta ufficiale contro il Concilio di Pisa ma, se Martino l’Umano aderì alla richiesta, Ferdinando, temendo un pericoloso isolamento diplomatico, rifiutò.

Intanto il Concilio di Pisa, nel 1409, elesse il nuovo papa Alessandro V (al secolo il cretese Pietro Filargo) che morì dieci mesi dopo e a cui subentrò Giovanni XXIII (l’ischitano Baldassarre Cossa); i due papi tuttavia non riconobbero la legittimità di tale ruolo e considerarono illegale il Concilio di Pisa, la cui convocazione non era stata effettuata dal papa. All’eliminazione di questi contrasti si dedicò l’imperatore Sigismondo di Lussemburgo che, con l’appoggio del re di Napoli Ladislao di Durazzo, costrinse Giovanni XXIII a convocare un nuovo Concilio, da tenersi a Costanza nel 1414, che avrebbe portato all’elezione di un papa accettato da tutte le nazioni cattoliche, previa la rinuncia dei tre papi.

L’unico però non disposto ad abdicare fu Benedetto XIII che riteneva di poter contare sull’appoggio dei regni iberici. Fondamentale quindi divenne la posizione di Ferdinando, divenuto intanto re d’Aragona oltre che già correggente di Castiglia: a lui si rivolse Sigismondo perché convincesse Benedetto a dimettersi. Egli convocò il papa aragonese a Morella e i colloqui si protrassero per 50 giorni senza arrivare a un accordo. Ferdinando allora ordinò a una commissione di prelati castigliani e aragonesi di esaminare gli atti delle rinunce di Gregorio XII e Giovanni XXIII. Ritenuti legittimi quegli atti, fu richiesto ufficialmente a Benedetto di abdicare, ma egli fu ostinato nel suo rifiuto. Pertan

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher irenepratico di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Caridi Giuseppe.
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