Caduta dell’Impero Bizantino come inizio della storia moderna
Si suole far iniziare la storia moderna dal 1492, data importante per le scoperte geografiche a partire da Cristoforo
Colombo, ma anche il 1453 fu una data determinante, perché vide la caduta dell’Impero Bizantino e
l’affermazione dell’Impero Ottomano. Ciò determinò infatti la fine dell’osmosi che si era creata tra Oriente ed
Occidente. L’Impero Ottomano è espressione di una civiltà orientale e costituisce un blocco territoriale
problematico per i regni Occidentali, in particolare al grande complesso asburgico, che si forma attorno al 1516-
19 con la salita al trono dei territori del Sacro Romano Impero, dei regni castigliano-aragonesi e dei regni
continentali come Napoli, Sicilia e Sardegna.
Cause della caduta dell’Impero Bizantino
Alla fine del XIII secolo, la presenza di genovesi e veneziani, volta a controllare i più lontani avamposti lungo le vie
di traffico con l’Oriente (Caffa in Crimea, Pama, Trebisonda etc.), aveva impoverito la più ricca città del Bosforo,
Costantinopoli, privandola delle sue fonti di ricchezza. Gli arrendamenti per la riscossione dei tributi dell’Impero
Bizantino furono monopolizzati da questi mercanti.
Nel 1348 le dogane di Pera, comunità vicino Costantinopoli in cui si erano insediati molti genovesi, rendevano alla
città ligure 200mila soldi d’oro, mentre Costantinopoli ne percepiva 30mila da tutte le dogane imperiali. Una serie
di rapporti di sfruttamento si instaurarono a danno dei territori imperiali. L’Impero infatti disponeva di un corpo
di burocrati che potevano attendere alla riscossione delle tasse, e queste venivano vendute agli arrendatori, che le
percepivano in nome dell’Imperatore, guadagnandoci. Questo guadagno non veniva speso sul territorio bizantino,
ma a Genova e Venezia: si instaura un rapporto di colonialismo in cui le risorse vengono sottratte da un territorio
e spese su un altro. L’origine della ricchezza di Genova e Venezia sta proprio in questo fenomeno di
colonizzazione.
Intanto subentrano altri problemi: le ricchezze dell’Impero Bizantino erano dovute alla capacità di produrre ed
esportare seta grezza, la quale veniva perlopiù lavorata in Italia, ed i manufatti venivano venduti nel nord Europa.
I mercanti italiani riuscirono a costruire dei setifici propri sperimentando un progressivo aumento e adattamento
del baco da seta al clima italiano. Lo sviluppo dell’industria tessile dunque determinò un declino dell’esportazione
di semilavorati, sottraendo alla città bizantina l’antico monopolio di quel prodotto.
Colonizzazione ed impoverimento economico determinarono la debolezza dell’Impero.
Nel frattempo, dal disfacimento dell’Impero Abbaside, si era sviluppata una nuova compagine: quella dei Turchi
Selgiuchidi, che dal Turkestan conquistarono Bagdad ed ottennero il titolo di sultani.
La riorganizzazione militare imposta dai turchi rivitalizzò l’antico organismo politico musulmano prossimo al
disfacimento, ed i nuclei asiatici ricostruirono l’organizzazione statale e religiosa sunnita e gettarono le premesse
per imporsi nella regione Medio-Orientale.
L’avanzata degli Ottomani fu inarrestabile. Nel 1354 varcarono lo stretto dei Dardanelli, occuparono la penisola
Balcanica e nel 1361 assoggettarono Adrianopoli. Nel 1389, con la battaglia di Cosso fecero crollare il regno di
Serbia, costruito nel XIII secolo e che aveva influenzato la geopolitica della penisola balcanica, e nel 1393 invasero
il regno di Bulgaria mettendo in pericolo i confini dell’Ungheria. Successivamente, il futuro imperatore Gismondo
di Ungheria cercò di impedirne l’avanzata, ma fu battuto nella battaglia di Nicolopoli del 1396.
Alla fine del XIV secolo la penetrazione ottomana in Occidente fu bloccata da un capotribù di una tribù mongola
turchizzata, Tamerluk, che aveva elevato Samarcanda a capitale del suo regno. Tamerluk aveva formato un impero
che si estendeva dall’India al Mediterraneo ed al Mar Nero.
Lo scontro decisivo tra Tamerlano e le armate ottomane avvenne nel 1402 ad Ankara: gli ottomani subirono una
disfatta. Nel 1405, con la morte di Tamerlano si esaurì la fame di conquista che animava i mongoli che, privi di una
struttura di governo, non riuscirono a bloccare il processo di disgregazione della struttura dell’Impero.
Nel 1421, con Murad II, gli ottomani ripresero l’espansione verso l’Europa.
Giovanni il Paleologo, Imperatore Bizantino, tentò una strategia di opposizione attraverso relazioni diplomatiche
con l’occidente cristiano per formare un argine all’avanzata ottomana. Sperava di risollevare le sorti bizantine con
gli aiuti degli eserciti europei e nel 1438 si recò in Italia. Poteva offrire in cambio di protezione solo la
sottomissione della chiesa di Costantinopoli al Papa di Roma, azione che in precedenza sarebbe stata sacrilega.
I cittadini di Costantinopoli non erano d’accordo con la scelta del sovrano e molti si sostenevano pronti a morire
sotto i nemici piuttosto che sottomettersi ai cattolici. Malgrado l’ostilità dei popoli bizantini, l’unione fu
proclamata ugualmente durante un Concilio a Firenze del 1439.
Si presentarono però altri ostacoli: la debolezza degli stati europei, che versavano in un clima ricco di tensioni e di
guerre civili. Inghilterra e Francia uscivano indebolite dalla Guerra dei Cent’anni che si era protratta dal 1337 al
1453 con una pausa dal 1380 al 1415.
Intanto in Francia vi erano contrasti e crisi dell’autorità regia seguita dalla morte di Carlo V. alla morte del
dodicenne Carlo VI si costituirono due fazioni: quella retta dal fratello del re Luigi d’Orléans, e quella guidata dallo
zio, il Duca di Borgogna Filippo l’Ardito, e dal figlio Giovanni Senza Paura. Questi principi esercitavano il potere su
vasti domini di forte autonomia, ottenuti in feudo dalla Corona.
Nel 1407 l’uccisione per mano dei sicari di Luigi portò il paese alla guerra civile, nella quale si affrontavano i
Borgognoli da una parte, gli Orlanisti dall’altra, o Armagnacchi, dal Conte di Armagnac che subentrò a Luigi.
Il conflitto si rivelò aspro, si protrasse per decenni, e consentì ad Enrico V di Inghilterra, esortato da Giovanni di
Borgogna, di inserirsi nelle ostilità, dando il via alla seconda fase della Guerra dei Cent’anni.
L’Inghilterra era dilaniata dalla Guerra delle Due Rose, dal 1455 al 1485, che vide fronteggiarsi due casate: York e
Tudor da un lato (rosa bianca) e Lancaster dall’altro (rosa rossa). La crisi ebbe inizio durante il fiacco regno di
Enrico VI di Lancaster, si protrasse sotto Riccardo di York ed i suoi discendenti, e si concluse con l’ascesa al trono
di Enrico VII Tudor.
Nel Sacro Romano Impero invece si verificò una profonda crisi dell’autorità imperiale che, tra la fine del XIII
secolo e l’inizio del XIV secolo, lasciò campo libero alle città ed in particolar modo ai principati ed alle nobiltà
territoriali. La Dichiarazione di Rhens del 1338 stabilì che ai principi spettasse la designazione del re di Germania e
l’imposizione automatica della dignità imperiale. L’incoronazione pontificia assumeva così un valore simbolico.
Ciò rafforzò le autorità e le prerogative dei principi tedeschi, ottenendo la potestà di scegliere l’Imperatore.
Nel 1346 i cinque principi elettori detronizzarono Ludovico di Baviera ed elessero Carlo IV di Boemia, che formulò
la bolla d’oro nel 1356 in cui si conferiva al re di Germania il titolo imperiale. Nella Bolla d’Oro si accordava il
diritto di eleggere il re a 7 principi, detti principi elettori, i quali, nei loro territori, assunsero pieni ed assoluti
poteri, come piccoli sovrani. Questi elettori erano: re di Boemia, margravio di Brandeburgo, Duca di Sassonia,
Conte Palatino e gli Arcivescovi di Colonia, Treviri e Magonza.
Nello Stato Pontificio nel XIV secolo si era delineato un movimento di opposizione ai sostenitori della pienezza
dei poteri del papa. Marsiglio da Padova, nel Defensor Pacis, scritto nel 1324, sostenne che la fonte della sovranità
doveva essere rintracciata nel popolo, il quale si sarebbe potuto esprimere nel Concilio convocato eventualmente
anche dall’Imperatore, in quanto suprema autorità incivile.
Guglielmo d’Ockam affermò che il Papa doveva sottostare alla Dea Chiesa, costituita da tutti i fedeli; inoltre
teorizzò l’intervento legittimo dei sovrani nel rispetto delle gerarchie ecclesiastiche quando queste venissero
meno ai doveri religiosi.
Le ambizioni del movimento conciliarista si radicarono all’interno della Chiesa cattolica, e divennero prassi con il
Concilio di Costanza. Sigismondo, re di Germania e futuro imperatore, fu il maggior artefice della sua
convocazione: persuase Giovanni XXIII a convocare l’assemblea ecumenica e scelse il luogo della città Costanza,
città imperiale posta sotto la diretta tutela del sovrano. Il concilio ebbe inizio il 5 novembre del 1414: l’assemblea
depose Giovanni XXIII che fuggì da Costanza ed i Padri approvarono un decreto del 6 aprile del 1415 in cui si
sosteneva che il Concilio derivava la sua autorità direttamente da Cristo e che il Papa, nelle questioni teologiche ed
in quelle riguardanti la riforma e l’unione della Chiesa, doveva essere sottoposto ad esso.
Sotto il papato di Eugenio IV fu riunito il Concilio di Basilea, nel quale il conflitto tra conciliaristi e Papa assunse
toni aspri: il papa fu condotto a trasferire i lavori dell’assemblea a Ferrara, i Padri conciliaristi si opposero e non
abbandonarono Basilea, anzi, sottoposero il Papa ad un processo che sancì la deposizione di Eugenio IV e
l’elezione, nel novembre del 1439 di Felice V Amedeo VIII Duca di Savoia.
Le divisioni tra i Padri Conciliaristi e la diffidenza verso le posizioni più estreme indussero gli ecclesiastici a
favorire una restaurazione del governo della Chiesa unitario ed efficace. Anche dottori ed autorevoli membri della
Chiesa, sostenitori delle teorie conciliariste, aderirono alle posizioni romane, e tra gli altri Niccolò da Cusa e
l’umanista Enea Silvio Piccolomini, poi pontefice con il nome di Pio II.
Anche la Chiesa dunque evidenziava debolezze interne e non poteva sostenere l’assalto ottomano nei territori
dell’Impero Bizantino.
La Repubblica di Venezia poteva costituire l’unica forza in grado di contrapporsi agli Ottomani. Essa infatti
disponeva di una flotta e di una rete di fortificazioni disseminate dal Zara al Mar Egeo. Tuttavia, la politica estera
del Doge Francesco Foscari per imporre il predominio veneziano sulla terraferma contro le pretese del Duca di
Milano Filippo Maria Visconti, produssero sperpero di capitali e uomini e ridusse la capacità di reazione e di
radicamento della Repubblica nell’Oriente Bizantino.
Nel 1444, l’esercito di Murad II mise in fuga, nella battaglia di Varna, un’armata di Serbi, Ungheresi e Polacchi.
Nello scontro perì anche il re di Polonia Ladislao III.
Nel 1453 il sultano turco Maometto II assediò per terra e per mare la capitale Costantinopoli. Il 29 maggio del
1453 Costantinopoli capitolò. Costantino XI, ultimo imperatore bizantino, non poté contrapporre un esercito
numericamente adeguato a frenare la forza d’urto. Le forze turche, infatti, sia per terra che per mare, prevalevano
su quelle di Bisanzio.
La conquista ottomana di Costantinopoli sancì la fine della penetrazione veneziana e genovese nel Mediterraneo
Orientale e nel Mar Nero. La Repubblica Veneta fu duramente colpita dal crollo dei Bizantini, suoi fedeli alleati.
Venezia reagì adattandosi alla nuova situazione ed operò trattative con i nuovi padroni del Bosforo.
Dal 1454 Venezia ottenne vantaggi commerciali e la facoltà di avere un ambasciatore a Costantinopoli. Questi
privilegi erano sostenuti da un’evidente forza militare e dagli interessi dei Turchi nei rapporti commerciali con i
cristiani. Nonostante ciò, le città italiane non riuscirono ad imporsi ed a muoversi nel Mediterraneo con la stessa
libertà di prima e ciò comportò l’inizio del loro declino.
L’Occidente europeo, dunque, a partire dal 1453, non riesce più a dispiegare la propria egemonia nel
Mediterraneo, perché gli Ottomani ne diventano competitori aggressivi, in particolare quando l’Impero Ottomano
riuscirà ad inserire nel proprio complesso imperiale le comunità berbere delle coste africane del Mediterraneo.
La pirateria sarà la spina nel fianco di quel virtuoso sistema economico che verrà costituito proprio in Europa.
Successivo obiettivo degli Ottomani poi sarà la conquista di Roma, la loro missione, dopo aver preso l’Impero
Bizantino; un obiettivo che però non riusciranno a portare a termine.
I motivi della caduta dell’Impero Bizantino si possono dunque riassumere in 3 cause:
• Rapporto coloniale che avevano stabilito i genovesi e i veneziani con l’Impero, monopolizzandone i commerci
ed avvantaggiandosi delle attività produttive, fino ad impoverirne i proventi delle risorse produttive;
• Baco da seta in Italia, che determina un ulteriore impoverimento dei proventi dai manufatti di seta;
• Espansione dell’Impero Ottomano che ne determina la definitiva caduta.
Età delle esplorazioni
Con la conquista di Costantinopoli avvenuta il 29 maggio del 1453, le limitazioni e le difficoltà imposte dalla nuova
situazione politica costituirono un intralcio allo sviluppo dei traffici tra Oriente ed Occidente. Si poteva effettuare
una politica di conservazione dei rapporti commerciali consolidati, ma non il loro potenziamento. La costituzione
di un vasto Impero che si frappose nella linea che univa Oriente ed Occidente spinse gli europei a cercare nuove
vie di comunicazione con l’Oriente. Erano necessarie alcune ipotesi inclini a considerare ammissibile il
raggiungimento dell’Asia attraverso il mare, dopo aver circumnavigato l’Africa ed attraversato l’Oceano Indiano.
Nel 1291, due fratelli di origine genovese, Ugolino e Vadino Vivaldi, oltrepassarono lo stretto di Gibilterra e fecero
rotta lungo le coste dell’Africa, ma non riuscirono a tornare indietro: le tecniche di navigazione del tempo non
risolvevano in maniera empirica ed approssimativa il problema dell’orientamento in mare. Infatti, si individuava
un punto della rosa dei venti per farne derivare gli altri. Nell’Emisfero Boreale invece i marinai preferivano
individuare il Nord attraverso la direzione della stella polare, che nell’Emisfero Australe non poteva essere vista.
Perciò si preferì individuare la costellazione della Croce del Sud per stabilire la direzione del sud e gli altri punti
cardinali. Tali condizioni non erano state assimilate dai navigatori del Mediterraneo: a causa della scarsa
conoscenza che questi avevano della stagionalità della direzione dei venti, una volta oltrepassato lo Stretto di
Gibilterra, e di altri motivi, i marinai si perdevano e non facevano ritorno.
Sostanzialmente, inoltre, nel Mediterraneo veniva praticata una navigazione a vista delle coste, ma negli Oceani
ciò non era possibile.
Intanto, nella parte Occidentale del continente europeo, uno spirito di crociata animava la Riconquista della
Penisola Iberica. Le popolazioni autoctone, ricacciate nella parte settentrionale della penisola a causa
dell’avanzamento dei popoli arabi, lentamente riconquistarono i territori che gli erano stati sottratti, scacciando i
musulmani dalla Spagna.
Il Portogallo poi poteva contare sulla disponibilità di capitali dei mercanti italiani, inoltre, come la Spagna,
predispone di fattori che favoriscono le spinte per le esplorazioni transoceaniche, quali: una base economico-
organizzativa, una base tecnologica e lo sviluppo della teoria e degli strumenti geografici.
A metà del XV secolo è pronta la Caravella, imbarcazione di piccole dimensioni ma molto più manovrabile
rispetto alle galee, in quanto può portare maggior quantità di provviste e richiedere un equipaggio ridotto, può
navigare più lontano dalle coste e rimanere in mare per più lungo tempo.
L’ascesa al trono della dinastia degli Aviz in Portogallo, molto sensibile alla difesa degli interessi dei gruppi
mercantili rispetto a quelli dell’aristocrazia feudale, favorì un clima di interesse verso le terre a Sud del
continente africano.
L’invasione di Ceuta nel 1415 indusse i portoghesi a misurarsi con una nuova civiltà e ad avvertire l’importanza
e la prosperità di un commercio che si sviluppava lungo le vie carovaniere dell’entroterra. Un principe reale che
partecipò alla conquista della città, l’infante Enrico, raccolse preziose notizie sui traffici africani e rimase colpito
dell’esistenza a Ceuta di ben 24mila botteghe di oro, argento, rame, bronzo, sete e spezie. Si rese conto che la
conquista della città non era così importante se non si individuavano le fonti di approvvigionamento di quelle
ricchezze.
Ritornando in Portogallo, alla vita di coorte preferì un’esistenza dedita al concepimento di un progetto volto
all’esplorazione atlantica dell’Africa. In Portogallo, Enrico il Navigatore promosse una serie di viaggi per
l’esplorazione lungo la costa africana. Quel regno si poneva come la base di un primo laboratorio scientifico che
doveva sviluppare strumenti e teorie utili per la navigazione in zone sconosciute.
La scoperta di nuove terre veniva predisposta da mercanti dall’obiettivo di conquistare nuovi mercati, e perciò
aveva carattere sussidiario. In Portogallo però costituiva lo scopo e la finalità principale.
L’esplorazione della costa africana, intrapresa dai portoghesi, ebbe un primo successo nel 1434 quando Gil
Eanes approdò presso il Capo Bojador. Nel 1456 il veneziano Alvise Ca’ da Mosto ed il genovese Antoniotto
Usodimare, entrambi al servizio del sovrano portoghese, scoprirono la foce del fiume Gambia, arrivarono nelle
isole di Capoverde ed in quegli stessi anni Spagna e Portogallo si contesero le
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