Gabriele De Rosa
La storia dal Seicento all’Ottocento
Corso per le scuole superiori
Modulo 1
Il Settecento: guerre ed economia mercantile
La politica
Nel Seicento l’Europa visse trasformazioni di ampio respiro. La Spagna, dopo la morte di Filippo II,
iniziò a indebolirsi a livello militare ed economico. La Francia, invece, accrebbe la propria forza
grazie al governo del cardinale Richelieu, prima, e al regno di Luigi XIV, poi, poiché ridussero il
potere della nobiltà e accrebbero il ruolo amministrativo della borghesia. L’Impero degli Asburgo si
affermò come baluardo del cattolicesimo.
L’economia
Il Seicento vide la fioritura di due nazioni, Olanda e Inghilterra, entrambe interessate più al
commercio e a espandere il dominio nei mari che alla politica europea. L’Inghilterra riuscì a
distinguersi grazie alla rivoluzione guidata da Cromwell, conferendo il potere alla borghesia e
adottando un ordinamento costituzionale. Olanda e Inghilterra riuscirono a diventare incontrastate nei
mari, approfittando della debolezza di Spagna e Portogallo.
Il periodo
Il Settecento sarà il focus di questo modulo. Tuttavia, prima è opportuno ricordare alcuni eventi del
secolo precedente. Gli eventi: il Seicento è ricordato come un’epoca di guerre principalmente di
carattere dinastico, terminate quasi sempre con dei cambiamenti drastici e ridimensionamenti dei
confini sulla carta europea e mondiale. Fu anche l’epoca delle scoperte geografiche, che culminò con
la rivoluzione industriale. Le questioni: si fece strada il movimento filosofico dell’Illuminismo, il
quale influenzò regnanti portando a cambiare la macchina amministrativa di molti Stati.
Unità 1
Le guerre di successione e la guerra dei sette anni
Nella prima metà del Settecento scoppiarono in Europa tre guerre con carattere di conflitto dinastico:
la guerra di successione spagnola (1701-1714), la guerra di successione polacca (1733-1738) e la
guerra di successione austriaca (1740-1748). Furono guerre lunghe che non avevano l’intento di
distruggere l’avversario distruggendone economia e popolazioni. Il loro obiettivo era di difendere e
conservare l’equilibrio delle potenze europee. L’arte della guerra fino a Federico II di Prussia, aveva
un carattere statico e cavalleresco. Le guerre vennero combattute secondo delle regole precise
rispettate dagli eserciti. In battaglia gli eserciti si muovevano in colonna e in ordine chiuso, quasi
come fosse una partita di schiaffi. Le fortezze venivano prese d’assedio per tempi prolungati. Le
guerre settecentesche, con l’eccezione di quella dei Sette anni, influirono poco sul tenore di vita delle
popolazioni. Esse venivano combattute perlopiù da nobili, anche se la maggior parte dei soldati
appartenevano agli strati più bassi della società e svolgevano questo ruolo come professione, dato che
non esisteva ancora la circoscrizione militare. In compenso queste guerre non portarono a grandi
spargimenti di sangue e a distruzioni nella storia moderna.
Le cause del dissesto spagnolo
Dopo la morte di Carlo II, la Spagna si ritrovò senza un’industria, con scarso commercio interno,
costante spopolamento e una nobiltà sfarzosa e non curante delle sorti del Paese. Tra le cause del
fallimento economico spagnolo ricordiamo: l’inflazione provocato dall’abbondanza di metalli
preziosi; lo spopolamento delle campagne; il regime fiscale che uccideva commercio e agricoltura; il
pessimo stato delle vie di comunicazione e il peso di una burocrazia che opprimeva la società. Da
questo quadro ne deriva uno stato parassitario e immobile.
La crisi della Spagna derivava in larga misura dalla crisi di Castiglia, la regione più grande della
nazione. La stessa politica imperiale di Carlo V e di Filippo II si era basata sulla forza di Castiglia.
Tuttavia, nel Seicento, Castiglia offriva tutt’altro scenario: elevata riduzione della popolazione a
causa di guerre, carestie e malattie. La stagnazione dell’economia, invece, era dovuta al fatto che non
vi erano incentivi per promuoverla e solitamente pullulava di burocrati ed ecclesiastici che volevano
semplicemente avere una posizione sicura in società, senza apportare alcun contributo.
La guerra di successione spagnola (1701-1714)
Le ricchezze spagnolo, quali i possedimenti presenti in Europa e America, i giacimenti minerari
messicani e le piantagioni in America meridionale, attiravano l’attenzione degli stati europei. Alla
morte di Carlo II, venne nominato come successore Filippo d’Angiò, nipote di Luigi XIV, che prese
il nome di Filippo V. L’unica condizione che gli fu posta era la seguente: egli non avrebbe dovuto
unire la Corona di Spagna a quella di Francia. Il timore che la Francia potesse impadronirsi di ricchi
domini coloniali e compromettere così lo sviluppo del commercio inglese, spinse Londra a creare una
lega antifrancese, prendendone il comando. L’Inghilterra venne affiancata dall’Olanda: l’opposizione
vedeva da un lato gli Asburgo d’Austria e l’Inghilterra e, dall’altro, i Borboni di Francia e Spagna.
All’interno di questo scenario, l’Italia divenne uno dei più importanti scacchieri della guerra.
La Francia si era creata un esercito potente e ben organizzato al punto tale da avere la speranza di
avere la meglio sulla coalizione nemica. Eppure, Francia e Spagna si ritrovarono presto da sole:
l’Italia, con Vittorio Amedeo II, e il Portogallo uscirono dallo schieramento franco-spagnolo e
passarono al fronte opposto. Intanto Inghilterra e Olanda occuparono la rocca di Gibilterra, punto
strategico per il controllo del Mediterraneo. Gibilterra diventerà un punto di controllo indispensabile
per controllare i mari. Un altro esempio della presa di posizione anglo-austriaca ci è data dal fatto che
il figlio dell’imperatore d’Austria si fece proclamare re di Spagna con il nome di Carlo III. Per non
parlare delle truppe francesi sconfitte sul suolo italiano a opera di Vittorio Amedeo II. Intanto in patria
francese lo scenario non era dei migliori: malcontento generale per le sconfitte subite in guerra,
costante deficit finanziario, fame e disperazione nelle campagne, insurrezione degli ugonotti nelle
Cevennes.
Con la morte di Leopoldo I e la salita al trono di Carlo III, già re di Spagna, si riaffacciò il pericolo
per Francia e Spagna che di nuovo i regni di Austria e di Spagna si trovassero unificati sotto la
medesima Corona, quella del nuovo imperatore che aveva preso il nome di Carlo VI.
Si giunse ai trattati di pace: il trattato di Utrecht (1713) fra Inghilterra, Prussia, Olanda e Savoia da
un lato, la Francia di Luigi XIV e la Spagna di Filippo V dall’altro. Il trattato di Rastadt (1714) portò
Carlo VI ad accettare la pace con la Francia. Con la morte di Luigi XIV, Filippo V, un altro borbone,
aveva ottenuto il trono spagnolo senza però potersi aggiudicare la corona di Francia. L’eredità di
quest’ultimo prevedeva: la Spagna e le colonie americane, cedendo però i Paesi Bassi all’Austria e
tutti i domini d’Italia con l’eccezione della Sicilia, poiché andava a Vittorio Amedeo II di Savoia.
Grazie alla pace di Utrecht l’Inghilterra si aggiudicò Gibilterra e Minorca, potendo controllare così i
traffici del Mediterraneo. La pace dell’Aia (1720), invece, confermò le decisioni dei trattati precedenti
con la differenza che la Sicilia andava all’imperatore Carlo VI e a Vittorio Amedeo di Savoia andava
la Sardegna con il titolo di re.
La guerra di successione polacca (1733-1738)
La Polonia sta infatti diventando importantissima da un punto di vista strategico, ed è perciò diventata
oggetto di mire svedesi, prussiane, e russe. Nel 1733 il re di Polonia, Federico Augusto II, muore e
lascia come erede il figlio omonimo, appoggiato da Austria e Russia. Ma la Francia, che si vuole
estendere sui Balcani, si oppone e avanza come erede Stanislao Leczynski, con la scusa che la
successione a re di Polonia deve essere ratificata da una dieta di grandi elettori. Accade così che due
diete rivali eleggano re l’una Federico Augusto III e l’altra Leczynski. Ne nasce una guerra.
Le sorti vanno in favore della Francia, ma per paura che con l’Austria e la Russia si schieri anche
l’Inghilterra, si giunge a stipulare una pace a Parigi 5 anni dopo.
Conseguenze della guerra: si giunge alla pace di Vienna (1738) e così Federico diventa re della
Polonia, mentre Leczynski ottiene la Lorena come dominio personale, che però passerà alla Francia
alla sua morte. Il Granduca di Lorena, che due anni prima aveva sposato Maria Teresa, figlia
dell’imperatore d’Austria, diventa Granduca di Toscana, posto che era rimasto libero dopo la morte
di Gian Gastone, ultimo esponente della famiglia Medici. Il Regno di Napoli e la Sicilia passano a
Carlo di Borbone, figlio del re di Spagna. L’Italia vede dunque la presenza degli austriaci al nord e
degli spagnoli al sud.
La guerra di successione austriaca (1740-1748)
Nel 1713 l’imperatore d’Austria Carlo VI aveva soppresso la legge salica (la quale, di origine
medievale, impediva alle donne di ereditare il trono imperiale). Al suo posto aveva emanato invece
la “prammatica sanzione”, che stabiliva l’ereditarietà dei primogeniti indipendentemente dal sesso, e
secondo cui sua erede al trono sarebbe dovuta essere sua figlia Maria Teresa.
La diplomazia austriaca era riuscita a far approvare la sanzione agli stati europei, ma ciò le era costato
molto, perché l’Inghilterra aveva preteso lo scioglimento della Compagnia austriaca delle Indie
Orientali. Così, nel 1740, viene incoronata quale imperatrice d’Austria Maria Teresa. Ma tutte le
potenze europee, tranne l’Inghilterra, disconoscono gli accordi presi, e avanzano invece altri
pretendenti. Si forma così una coalizione anti-austriaca, il cui scopo è ridurre l’influenza austriaca
nell’Europa centrale e in Italia. La guerra sembra avere esiti disastrosi per l’Austria, appena uscita
dal conflitto ottomano. Il re di Prussia Federico II si spinge fino alla Boemia. La stessa Maria Teresa
è costretta a lasciare Vienna e a rifugiarsi presso l’aristocrazia ungherese, la cui lealtà è decisiva per
le sorti della giovane imperatrice.
In Italia gli austriaci resistono alla avanzata franco-spagnola, e anzi si spingono fino alla repubblica
di Genova. È del 1746 il leggendario episodio di Giovan Battista Perasso, detto Balilla, il quale,
lanciando un sasso contro i soldati austriaci, dà il via alla rivolta genovese che fa ritirare gli Austriaci.
La guerra si risolve grazie alla diplomazia del Primo Ministro inglese William Pitt il vecchio.
Viene così firmata nel 1748 la Pace di Aquisgrana.
Maria Teresa viene riconosciuta come imperatrice, anche se l’Austria deve perdere alcuni territori di
importanza strategica. L’Italia raggiunge invece un assetto territoriale che si manterrà inalterato fino
alle guerre napoleoniche: gli Austriaci si insediano in Lombardia e i Borboni di Spagna nel
Mezzogiorno, mentre sono libere Venezia e Genova. Questa cederà poi, nel 1768, la Corsica alla
Francia.
La guerra dei sette anni
Nel 1748 la pace di Aquisgrana pone fine alla guerra di successione austriaca, e Maria Teresa viene
riconosciuta come imperatrice. Tuttavia, in seguito alla guerra, l’Austria perde alcuni dei suoi
territori, tra cui la Slesia, che passa sotto il dominio prussiano, e la cosa è mal digerita.
Maria Teresa vorrebbe riconquistare la Slesia, e in questo trova come alleato la Francia, e in seguito
la Russia. Si rompe così l’alleanza tra l’Austria e l’Inghilterra, e al nuovo polo austro-francese si
contrappone quello anglo - prussiano. Inizia così nel 1756 la guerra dei sette anni.
Sul fronte coloniale prevale l’Inghilterra, mentre sul continente la lega anti-prussiana. Berlino è
occupata dagli Austriaci nel 1761, ma quando l’anno successivo sale al trono di Russia Caterina II,
di tendenze filo-prussiane, si ha la defezione della Russia della guerra. Anche la Francia, indebolita
dalle guerre nelle colonie, riduce il suo impegno. Si giunge quindi nel 1763 alla PACE DI PARIGI
per le colonie e di Hubertsburg per l’Europa, e nel continente viene ripristinata la situazione presente
prima della guerra.
Conseguenze della guerra: dopo questa guerra gli stati europei conoscono finalmente un periodo di
pace, destinato a durare fino alla rivoluzione francese. Si può dire che, tranne l’Italia e la parte
orientale, l’Europa abbia ormai raggiunto un assetto molto simile a quello attuale. Vi sono presenti
grandi monarchie destinate a diventare grandi potenze europee, e piccoli stati che gli fanno da
cuscinetto. L’unica potenza imperiale è l’impero austriaco. In realtà non ha un assetto diverso dalle
altre monarchie. L’unica differenza è che comanda su popoli di etnie diverse, venendosi a creare così
non pochi problemi. Per regolare la situazione politica in Europa, vige una politica di equilibrio. Essa
si fonda su due principi:
1) nessuno stato può pensare di essere in grado di comandare da solo in Europa;
2) la conquista si deve basare anche sulla valutazione delle difficoltà e l’accrescersi dei nemici.
Nasce così l’idea che fra gli stati esistano interessi comuni: l’interesse per la conservazione dei troni
e l’adesione al sistema del diritto e non della forza. Si sviluppa quindi anche l’attività diplomatica:
ogni corte ha il proprio corpo diplomatico, composto da nobili e a volte borghesi. Anche le nazioni
più piccole ne sono provviste, per svolgere mediazioni nei conflitti fra le potenze. È il caso, ad
esempio, di Venezia. Se la situazione è equilibrata in occidente, non si può dire, però, lo stesso in
Oriente, dove l’Austria è impegnata in un’opera di conquista verso i Balcani e i Carpazi e si sta
formando l’impero russo. L’impero ottomano persiste, sebbene nella progressiva riduzione dei propri
confini.
La scomparsa della Polonia come stato indipendente
La guerra dei sette anni (1756-1763) inizia con un attacco da parte della Prussia, protagonista dei
conflitti principali del secolo, benché piccola e frammentata. Fa i principali eventi del secolo vi è
dunque l’affermazione della potenza e la centralità di questa realtà, a cui andremo a ricollegare fra
più di un secolo la formazione del Reich Tedesco, avvenuta grazie a questo collante. La prima guerra
del Nord (1655-60), scoppiata sotto il regno di Giovanni II Casimiro (1648-68), provocò per la
Polonia la perdita della Livonia a vantaggio della Svezia, secondo quanto stabilito dalla pace di Oliva
(1660); nel 1667 il trattato di Androussovo sancì poi la perdita dei territori dell’Ucraina a est del
Dniepr a vantaggio della Russia. Nonostante il grande valore dimostrato da Giovanni III Sobieski
(1674-96) – che riportò importanti successi contro i turchi a Chocim (1673), a Zurawno (1676) e a
Kahlenberg (1683) e che tentò di ridare coesione allo stato – era ormai evidente che la Polonia era in
balia delle potenze straniere. I successivi sovrani polacchi Augusto II (1697-1733) e Stanislao I
Leszczynski (1704-1709 e 1733-35) furono infatti l’espressione della volontà, rispettivamente
dell’Austria e della Russia da un lato, della Svezia e della Francia dall’altro, di intervenire nella
politica interna dello stato. In effetti il tentativo di Augusto II di riconquistare le zone baltiche ai danni
della Svezia di Carlo XII provocò, nel corso della seconda guerra del Nord, una serie di sconfitte per
i polacchi, la fuga del sovrano in Sassonia e la breve imposizione da parte svedese di Stanislao I
Leszczynski sul trono. Le conseguenze della seconda guerra del Nord (1700-1721), nonostante la
sconfitta da parte russa degli eserciti svedesi a Poltava (1709) e la riconquista del trono polacco da
parte di Augusto II, furono comunque drammatiche per il paese, che uscì dal conflitto
economicamente prostrato e in preda a uno stato di anarchia interna. Alla morte di Augusto II, nel
1733, si ripropose quindi in termini ancora più duri di quanto fosse avvenuto in passato il problema
della successione al trono, con l’ingerenza diretta della Francia da un lato, che sostenne la candidatura
del vecchio Stanislao I Leszczynski, e della Russia e dell’Austria dall’altro, che appoggiarono la
candidatura di Augusto III. Entrambi i candidati ottennero l’approvazione dalla Dieta nel 1733: ne
derivò la guerra di Successione polacca (1733-38), conclusasi con la pace di Vienna e con la conferma
di Augusto III (1733-63) al trono, mentre si fecero sempre più evidenti le mire prussiane e soprattutto
russe sul paese, confermate dall’imposizione di Stanislao II Augusto Poniatowski (1764-95) come
successore di Augusto III. Durante il regno di Poniatowski – che nonostante fosse stato eletto dalla
Dieta sotto la minaccia degli eserciti russi e prussiani si adoperò poi per l’ammodernamento del paese
e per porre fine allo stato di soggezione alle potenze straniere – la Russia, la Prussia e l’Austria
giunsero comunque, attraverso tre successive spartizioni, a cancellare la Polonia come stato
indipendente dalla carta europea. Con la prima spartizione (1772) la Prussia di Federico II si annetté
la Prussia occidentale polacca, la Russia di Caterina II si impadronì dei bacini dei fiumi Dniepr e
Duna, e l’Austria di Maria Teresa incorporò la Galizia. Gli sforzi di Poniatowski diretti a rinnovare
l’apparato amministrativo e istituzionale, concretizzatisi soprattutto nella creazione di un ministero
della Pubblica istruzione (1773) e nella costituzione del 1791, furono vanificati da un secondo
intervento russo-prussiano e dalla seconda spartizione della Polonia (1793). Alla Russia passarono
l’Ucraina, la Podolia, una parte della Volinia e della Lituania; alla Prussia andarono invece Danzica,
Thorn e la Grande Polo
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