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Riassunto esame Storia Medievale, prof. Michetti, libro consigliato Francesco il santo di Assisi all'origine dei movimenti francescani, Miccoli

Riassunto per l'esame di Storia medievale, basato sullo studio autonomo del testo consigliato dal docente Michetti: Francesco il santo di Assisi all'origine dei movimenti francescani, Giovanni Miccoli, dell'università degli Studi di Roma Tre - Uniroma3, Facoltà di Lettere e filosofia.

Esame di Storia medievale docente Prof. R. Michetti

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crocifiggere in essa la carne con i suoi vizi e peccati, povera e inelegante, tale da non essere desiderata dal mondo.

Secondo Tommaso depose una veste (forse quella dell’eremita o del penitente pubblico, che apparteneva a una

categoria sociale ben definita) e prese un abito comune che lo avvicinava alla massa dei laboratores privo di alcun

segno che gli assicurasse garanzie e privilegi riservati a una scelta religiosa. Si tratta di un anacronismo, e non è

l’unico all’interno del testo di Tommaso, tuttavia questo racconto verrà ripetuto in tutte le altre biografie.

Giuliano di Spira non aggiunge nulla di nuovo, ma elimina il riferimento alla Porziuncola, mantiene il collage

costruito da Tommaso, ma non tiene conto del perché Tommaso abbia messo la citazione dei vangeli.

La Leggenda trium sociorum copia tale e quale Giuliano di Spira senza introdurre modifiche rilevanti.

Bonaventura invece si serve sia della Vita prima che di Giuliano (riportando l’evento alla Porziuncola), ma si rende

conto delle imprecisioni delle fonti, quindi introduce un inedito: la messa che Francesco avrebbe ascoltato era

quella degli apostoli. Cosa era successo? È l’evoluzione inconsueta di un racconto che cresce su di esso con sempre

nuovi particolari, con un significato sempre più ampio e profondo anche se a scapito della verità storica (come

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suggerisce il Desbonnets ) oppure è un dato reale che Bonaventura avrebbe ricavato da qualche fonte imprecisata?

Secondo il Miccoli è assurda l’idea che a 50anni di distanza vi fosse ancora qualche testimone diretto, quindi non

resta che pensare a un dettaglio raccontato dallo stesso Francesco e riaffiorato solo al momento della compilazione

di Bonaventura (anche se quest’ultimo troppo voleva collegare la scelta francescana con quel passo). La

costruzione bonaventuriana denuncia un’incertezza sulla collocazione temporale dell’episodio (contraddittoria

all’affermazione di una determinata messa e il passo quello di Matteo). In più in Bonaventura abbiamo un

Francesco capace di capire da solo il brano evangelico (ricordiamo che la Legenda maior verrà scritta decenni dopo

le presumibili ragioni di “politica ecclesiastica” che avevano influenzato Tommaso) e di seguire ciò che aveva

udito, cioè il versetto di Matteo 10,9-10. La sola citazione di Matteo si contraddiceva con la messa degli apostoli

che invece realmente si basa sulla lettura dei versetti della missione apostolica e cadeva nella festa di San Luca (18

ottobre) e quella di San Marco (25 aprile) e in tali occasioni il brano letto era: Luca 10,1-9!

L’ipotesi dei bollandisti, avanzata sulla base di un tardo messale di Spira, si basa sulla giornata della festa di San

Mattia (24 febbraio), ma non regge di fronte al fatto che in area romana in quel giorno si leggeva Matteo 11,25-30.

Altre incerte risalgono tutte all’edizione della Vita Prima di Tommaso da Celano, perché i biografi successivi

lavorano sul suo racconto, tuttavia vi è un’altra versione rimasta nella memoria storica dell’ordine intorno

all’incontro di Francesco con i versetti evangelici che sarebbero stati all’origine della sua forma vitae.

Testimone originario di essa è il testo detto dell’Anonimo perugino, una compilazione dovuta forse a un frate

Giovanni, compagno di Egidio e amico di Bernardo, due tra i primi seguaci di Francesco, e che risale con ogni

probabilità al periodo che va tra il marzo del 1240 e l’agosto del 1241. Dopo aver rievocato alcune tappe della

conversione di Francesco, culminata con la rinuncia dei beni davanti al vescovo di Assisi, con la sua fuga nella

chiesetta di San Damiano per non essere deriso dai concittadini, arrivano i due primi compagni. Questi due uomini

di Assisi, Bernardo e Pietro decisero di restare con lui e fare ciò che egli diceva, quest’ultimo ne fu felice ma rimise

a Dio cosa avrebbero dovuto fare: si recarono in una chiesetta e chiesero al sacerdote di mostrare loro un vangelo.

“Gli disse Gesù: «Se vuoi

Il sacerdote aprì il vangelo e subito si imbatterono nel passo in cui vi era scritto

essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e

seguimi»” “Allora Gesù disse ai

(Matteo 19,21), poi sfogliarono il libro una seconda volta e trovarono un passo

suoi discepoli: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”

loro: «Non prendete nulla per il

(Matteo 16,24), poi sfogliarono per una terza volta e lessero il brano “Disse

viaggio, né bastone, né bisaccia, né pane, né denaro, né due tuniche per ciascuno” (Luca 9,3); udendo ciò

esclamarono che era quello che stavano cercando, infine Francesco aggiunse che quella sarebbe stata la loro

Regola, poi invitò gli altri due di andare e fare ciò che avevano udito. Il racconto risulta essere semplice e lineare,

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rimanda alla sortes sanctorum, cui peraltro laici e preti continuavano a ricorrere . Per l’Anonimo è un momento

importante che lega l’esperienza maturata di Francesco e la nuova condizione in cui l’arrivo dei compagni l’ha

posto.

Se si confronta questo passo con quello di Tommaso si tratta di due versioni della stessa vicenda: la scoperta dei

passi che giustificano la scelta francescana. Che si attesta della stessa vicenda è data dalla stessa reazione che

hanno davanti ai versetti. Al racconto di Tommaso si contrappone l’Anonimo il quale si basò sui ricordi di alcuni

compagni di Francesco. Secondo il Miccoli è probabile che l’anonimo conoscesse la Vita prima, perché come ha

evidenziato il Beguin qua e là vi sono dei punti in cui si vuole correggere il testo di Tommaso, oppure precisare

meglio le circostanze e dettagli come ad esempio quando descrive il seguito della sortes apostolorum: Francesco

spogliato di tutto viene arricchito da Dio di grandi doni dovuti alla grazia, si richiama il versetto di Matteo 10,9 e

un’allusione alla messa della Porziuncola descritta da Tommaso, come se l’Anonimo intendesse suggerire un

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Theophile Desbonnets, studioso francese del 1900

accostamento tra le sue parole e quell’episodio, senza esplicitamente menzionarlo. È come se l’Anonimo volesse

dire che Francesco aveva cominciato a muoversi come gli apostoli non perché avesse trovato i testi del vangelo ma

fin dalla rinuncia ai propri beni e la conseguente scelta della povertà, perché si era avviato per quella strafa sotto il

segno della grazia di Dio, ma non fu alla Porziuncola né durante una messa che avvenne la sua definitiva scoperta,

ma per una lenta e personale maturazione interiore ciò che in Tommaso viene espresso in una scena precisamente

circoscritta. Secondo il Desbonnets è impossibile decidere l’uno o l’altro testo, infatti in seguito la Legenda trium

sociorum, Tommaso da Celano con la Vita seconda e Bonaventura risolveranno il dilemma sovrapponendo i due

racconti, per eliminare discrepanze, contraddizioni e tensioni nella memoria storica dei Minori. Era impossibile far

circolare entrambe le versioni che erano contraddittorie tra loro quindi si ebbe la necessità di trasformare la duplice

e contrastante versione di un unico fatto in due diversi episodi, giustapponendo i due racconti. I Socii collocarono

la triplice apertura del Vangelo a chiusura di un lungo capitolo aperto dall’ascolto da parte di Francesco, durante

42 annunciatore di perfezione

una messa, dei versetti sulla missione apostolica , da allora egli era divenuto

evangelica e si era messo a predicare in pubblico la penitenza. I Socii tengono presente il racconto di Giuliano di

Spira, inserendovi particolari inediti riguardo alla conversione di Bernardo, e altri miracoli come l’anticipazione

dell’opera di Francesco di un uomo che in anni precedenti era andato in giro per Assisi augurando a tutti pax et

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Bisogna distinguere questo dalla sortes biblicae (oracolo divino proveniente da una lettura liturgica che poteva essere

effettuata anche per tre volte), praticate in funzione della salvezza dell’anima, e le sortes sanctorum o apostolorum, raccolta di

risposte oracolari dotate di un numero di tre cifre, cui si veniva rinviati gettando tre dadi: è tale raccolta che sarebbe stata colpita

dai divieti della gerarchia, perché, contrariamente alle sortes biblicae cui ricorsero numerosi santi e molti altri, le sortes

sanctorum che erano impiegate non per la salvezza dell’anima ma per predire il futuro e altre divinazioni. Secondo il Miccoli la

distinzione è astratta, una pratica largamente attestata nelle vite dei santi non poteva essere in contraddizione con le norme

emanate dalla gerarchia ecclesiastica. Anche i giudizi di Dio erano vietati o guardati con sospetto dai canoni, eppure non

mancarono prelati o futuri santi che vi furono coinvolti.

Per l’uso di Francesco di cercare nell’apertura dei vangeli indicazioni sul da farsi si rimanda a Vita prima cap 2 par 92-93 “[…]

un giorno si accostò all’altare che era stato eretto in quell’eremitorio, e vi depose sopra devotamente il libro dei Vangeli. Poi,

prostrato in preghiera non meno col cuore che col corpo, implorava umilmente Dio buono, padre della misericordia e Dio di

ogni consolazione che si degnasse manifestargli il suo santissimo volere, e perché potesse condurre a compimento quello che

un tempo aveva intrapreso con semplicità e devozione, lo pregava e supplicava di rivelargli alla prima apertura del libro quanto

gli conveniva fare. Si conformava così a quegli antichi grandi maestri di santità che avevano agito, ispirati da Dio, in modo

analogo. Terminata la preghiera, si alzò e con spirito di umiltà e contrizione di cuore, fatto il segno della santa croce, prese il

libro dall’altare e lo aprì con riverenza e timore. Ora avvenne che all’apertura del libro, la prima cosa sulla quale si posarono i

suoi occhi fu la passione di nostro Signor Gesù Cristo, ma solo nel tratto in cui viene predetta. Per timore che si trattasse di un

caso fortuito, chiuse e riaprì il libro una seconda e terza volta, e risultò sempre un passo uguale o somigliante. Il servo di Dio

che era pieno dello Spirito di Dio, capì allora che sarebbe entrato nel Regno dei Cieli solo attraverso innumerevoli tribolazioni,

angustie e lotte.”

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Leggenda dei tre compagni cap VIII 25-29, in particolare 28-29: Alla sera convenuta, Francesco si recò alla casa di Bernardo

con grande esultanza di cuore, e vi trascorse tutta quella notte. Tra le altre cose, messer Bernardo gli disse: “ Se qualcuno per

lunghi anni tenesse con sé i beni, molti o pochi, del suo padrone e poi non avesse più voglia di possederli, quale sarebbe il

miglior modo di comportarsi? ”. Francesco rispose che dovrebbe restituire al padrone quello che aveva ricevuto da lui. Messer

Bernardo seguitò: “ E perciò, fratello, io voglio distribuire, nel modo che parrà a te più appropriato, tutti i miei beni temporali, per

amore del mio Signore che me li ha dati ”. Il Santo concluse: “ Di buon mattino andremo in chiesa e consulteremo il libro dei

Vangeli, per sapere quello che il Signore insegnò ai suoi discepoli ”. Sul fare del giorno si alzarono, presero con sé un altro

uomo di nome Pietro, che egualmente desiderava diventare loro fratello, ed entrarono nella chiesa di San Nicolò, vicina alla

piazza della città di Assisi. Essendo dei semplici, non sapevano trovare le parole evangeliche riguardanti la rinuncia al mondo, e

perciò pregavano devotamente il Signore affinché mostrasse la sua volontà alla prima apertura del libro. Finita la preghiera,

Francesco prese il libro dei Vangeli ancora chiuso e, inginocchiandosi davanti all'altare, lo aprì. E subito gli cadde sott'occhio il

consiglio del Signore: Se vuoi essere perfetto, va' e vendi tutti i tuoi beni e distribuiscili ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo.

Francesco, dopo aver letto il passo, ne fu molto felice e rese grazie a Dio. Ma, vero adoratore della Trinità, volle l'appoggio di tre

testimoni; per cui aprì il libro una seconda e una terza volta. Nella seconda, incontrò quella raccomandazione: Non portate nulla

nei vostri viaggi ecc.; e nella terza: Chi vuole seguirmi, rinunzi a se stesso ecc. Ad ogni apertura del libro, Francesco rendeva

grazie a Dio, che approvava l'ideale da lui lungamente vagheggiato. Alla terza conferma che gli fu mostrata, disse a Bernardo e

Pietro: “ Fratelli, ecco la vita e la regola nostra, e di tutti quelli che vorranno unirsi a noi. Andate dunque e fate quanto avete

udito ”. Andò messer Bernardo, che era assai ricco, e vendette ogni suo avere, ricavandone molto denaro, che distribuì

interamente ai poveri della città. Anche Pietro eseguì il consiglio divino come gli fu possibile. Privatisi di tutto, entrambi

indossarono l'abito che il Santo aveva preso poco dianzi, dopo aver lasciato quello di eremita. E da quell'ora, vissero con lui

secondo la forma del santo Vangelo, come il Signore aveva indicato loro. E così Francesco poté scrivere nel suo Testamento: “

Il Signore stesso mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo ”.

bonum! (simile al saluto francescano Dominus det tibi pacem, saluto rivelatogli da Dio), quest’uomo dopo la

conversione di Francesco scompare (cosa analoga al Giovanni Battista e al Cristo).

Nel racconto dei Socii è Bernardo il protagonista di tuta la seconda parte del capitolo: egli manifesta a Francesco la

sua intenzione di restituire tutti i suoi beni a Dio e chiede in che modo potesse farlo, Francesco consiglia di recarsi

conoscere il codice dei vangeli come ha insegnato il Signore ai suoi discepoli

in una chiesa per (rispetto

all’Anonimo la consultazione del vangelo serve solo a indicare la modalità della rinuncia). Inseriscono

un’indicazione assente nell’Anonimo: la chiesa era quella di San Nicola, posta sulla piazza di Assisi. È difficile

prendere questa fonte per certa. I Socii eliminano la figura del prete mediatore, che nell’Anonimo aiutava

Francesco e i suoi nella loro ricerca. I passi sono più o meno gli stessi indicati dall’Anonimo anche se modificati

nell’ordine (in più solo uno dei tre passi risponde alla domanda di Bernardo, invece gli altri due passi dicono molto

di più di quanto l’amico avesse chiesto a Francesco). Il capitolo si conclude con un riferimento al Testamento,

esprimendo in forma compendiosa un itinerario di vocazione (che per i Socii parte dalla scoperta ad opera del solo

Francesco dei versetti della missione apostolica, con la deposizione dell’abito eremitico per indossare la nuova

divisa del suo nuovo stato, si chiude con l’arrivo dei primi compagni, la triplice lettura nella chiesa di San Nicola e

la scelta del modello evangelico come norma di vita, il richiamo conclusivo al Testamento).

Perché i Socii rimandano al Testamento? Perché nel Testamento Francesco dice che la forma sancti evangelii gli era

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stata indicata dal Signore dopo l’arrivo dei primi fratelli . I Socii si rendono conto che le fonti, i primi biografi,

avevano qualche lacuna, tentano quindi una operazione concordistica per salvaguardare le due versioni.

Tommaso nella Vita seconda lavora per integrare e sistemare quello che aveva scritto nella Vita prima. Omette

l’episodio dell’ascolto della messa alla Porziuncola, anche se continua chiaramente a presupporlo, e presenta il

racconto della triplice apertura del vangelo come riguardante la conversione del solo Bernardo. È cancellata così

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ogni scoperta del vangelo come forma vitae, ma è cancellato anche ogni cenno da parte di Francesco alla regola . I

passi del vangelo citati sono sempre Matteo 19,21, Luca 9,3, Matteo 16,24 (o Luca 9,23). Niente ci dice che

Tommaso abbia preso in considerazione l’Anonimo, avrebbe anche potuto lavorare su una versione già modificata

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dell’episodio originario. Tommaso tuttavia scrive dopo il capitolo di Genova , in un clima di censimento

sistematico delle memorie sulla vita di Francesco, e lo aiutarono alcuni compagni del santo. È possibile pensare che

tutti i testi riguardanti Francesco e i primi passi dell’ordine fossero stati messi a sua disposizione (così fu forse per

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Testamento par 14: “E dopo che il Signore mi dette dei frati, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso

Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo”.

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Tommaso da Celano, Vita seconda cap X par 15: “Bernardo, un cittadino di Assisi, che poi divenne figlio di perfezione, volendo

seguire il servo di Dio nel disprezzo totale del mondo, lo scongiurò umilmente di dargli il suo consiglio. Gli espose dunque il suo

caso: «Padre, se uno dopo avere a lungo goduto dei beni di qualche signore, non li volesse più tenere, cosa dovrebbe farne,

per agire nel modo più perfetto?». Rispose l’uomo di Dio: «Deve restituirli tutti al padrone, da cui li ha ricevuti». E Bernardo: «So

che quanto possiedo mi è stato dato da Dio e, se tu me lo consigli, sono pronto a restituirgli tutto». Replicò il Santo: «Se vuoi

comprovare coi fatti quanto dici, appena sarà giorno, entriamo in chiesa prendiamo il libro del Vangelo e chiediamo consiglio a

Cristo». Venuto il mattino, entrano in una chiesa e, dopo aver pregato devotamente, aprono il libro del Vangelo, disposti ad

attuare il primo consiglio che si offra loro. Aprono il libro, e il suo consiglio Cristo lo manifesta con queste parole: Se vuoi essere

perfetto, va’, vendi quanto possiedi e dallo ai poveri. Ripetono il gesto, e si presenta il passo: Non prendete nulla per il viaggio.

Ancora una terza volta, e leggono: Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso. Senza indugio Bernardo eseguì tutto e non

tralasciò neppure un iota. Molti altri, in breve tempo, si liberarono dalle mordacissime cure del mondo e, sotto la guida di

Francesco, ritornarono all’infinito bene nella patria vera. Ma sarebbe troppo lungo dire come ciascuno abbia raggiunto il premio

della chiamata divina”.

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Capitolo di Genova III (1302): durante la celebrazione del Capitolo, Giovanni Minio manda una lettera circolare in cui richiama i

frati all’osservanza della povertà quale vero tratto caratteristico dell’Ordine francescano. Condanna sotto pena di scomunica chi

commette abusi quali percepire rendite e intentare processi per ottenere diritti su beni materiali.

l’Anonimo), stessa cosa per la Legenda trium sociorum (da quanto si evince dalle ricerche di Desbonnets).

Tommaso per la sua Vita seconda tiene presente la Leggenda dei tre compagni, ad esempio il dialogo di Bernardo e

Francesco è ricalcato proprio su di essa, così come l’ordine di lettura dei versetti ripete l’inversione prodotta nella

Leggenda rispetto all’Anonimo. Tuttavia vi sono parecchi punti di contrasto. Tommaso cerca di spiegare il perché

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delle tre aperture del vangelo (anche se già nella Vita prima aveva attestato tale pratica da parte di Francesco ).

Tommaso nella Vita seconda non dice il nome della chiesa, toglie Pietro (uno dei tre compagni che erano in chiesa),

elimina la frase di Francesco alla fine della lettura del vangelo (quella “questa sarà la nostra regola”). Vi sono

quindi tante omissioni rispetto alla Leggenda (Bonaventura in seguito considererà queste omissioni inaccettabili e

arbitrarie), perché l’avrebbe dovuto fare? Tommaso nella Vita seconda si limita ad offrire una serie di episodi

sparsi, slegati tra loro, che non figurano nella Vita prima (es dopo la spogliazione davanti al vescovo presente nella

Vita prima e seconda seguono alcuni episodi sulla vita di mendicità condotta da Francesco durante il suo soggiorno

a San Damiano). Tommaso non aveva il problema di inserire l’episodio della consultazione del vangelo in un

racconto complessivo e armonico. La regola e un problema di regola per Tommaso verranno dopo l’episodio del

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vangelo (come già aveva attestato per la Vita prima ).

Bonaventura non seguì la linea di Tommaso, ma preferì reintrodurre alcuni particolari dei Socii, inserendo la

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triplice apertura del vangelo in un apposito capitolo (De institutione religioni set approbatione regulae -

L’Istituzione della religione e l’approvazione della regola), ambientato nella Porziuncola, continua poi (ricalcando

Giuliano e la Tommaso della Vita prima) con una breve notizia sulla predicazione penitenziale e sul saluto con cui

l’accompagnava, giungendo alla conversione di Bernardo che si rivolse a Francesco per abbandonare il secolo.

Dopo Bonaventura combina il racconto dei Socii con quello della Vita seconda (di quest’ultimo riprende il fatto che

è Bernardo il solo protagonista): i due si recano nella chiesa di San Nicola e Francesco apre tre volte il libro, i passi

sono Matteo 19,21, poi Luca 9,3, infine Matteo 16,24. Il capitolo si chiude con il viaggio di Francesco a Roma per

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l’approvazione da parte del papa .

Perché Bonaventura aveva rimodificato il testo di Tommaso? Forse non conosceva il racconto dell’Anonimo, ma

solo quello dei Socii e quello di Tommaso, e forse non aveva presente il motivo per il quale vi erano stati tanti

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Tommaso da Celano, Vita prima cap II par 93: “Terminata la preghiera, si alzò e con spirito di umiltà e contrizione di cuore, fatto

il segno della santa croce, prese il libro dall’altare e lo aprì con riverenza e timore. Ora avvenne che alla apertura del libro, la

prima cosa sulla quale si posarono i suoi occhi fu la passione di nostro Signor Gesù Cristo, ma solo nel tratto in cui viene

predetta. Per timore che si trattasse di un caso fortuito, chiuse e riaperse il libro una seconda e una terza volta, e risultò sempre

un passo uguale o somigliante. Il servo di Dio che era pieno dello Spirito di Dio, capì allora che sarebbe entrato nel Regno dei

Cieli solo attraverso innumerevoli tribolazioni, angustie e lotte”.

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Tommaso da Celano Vita prima cap XIII par 32: “Vedendo che di giorno in giorno aumentava il numero dei suoi seguaci,

Francesco scrisse per sé e per i frati presenti e futuri, con semplicità e brevità, una norma di vita o Regola, composta

soprattutto di espressioni del Vangelo, alla cui osservanza perfetta continuamente aspirava. Ma vi aggiunse poche altre direttive

indispensabili e urgenti per una santa vita in comune.”

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Bonaventura da Bagnoregio, Legenda maior cap III par 1: “Nella chiesa della Vergine Madre di Dio dimorava, dunque, il suo

servo Francesco e supplicava insistentemente con gemiti continui Colei che concepì il Verbo pieno di grazia e di verità, perché

si degnasse di farsi sua avvocata. E la Madre della misericordia ottenne con i suoi meriti che lui stesso concepisse e partorisse

lo spirito della verità evangelica. Mentre un giorno ascoltava devotamente la messa degli Apostoli, sentì recitare il brano del

Vangelo in cui Cristo, inviando i discepoli a predicare, consegna loro la forma di vita evangelica, dicendo: Non tenete né oro né

argento né denaro nelle vostre cinture, non abbiate bisacce da viaggio, né due tuniche, né calzari, né bastone. Questo udì,

comprese e affidò alla memoria l’amico della povertà apostolica e, subito, ricolmo di indicibile letizia, esclamò: «Questo è ciò

che desidero questo è ciò che bramo con tutto il cuore!». Si toglie i calzari dai piedi; lascia il bastone; maledice bisaccia e

denaro e, contento di una sola tonaca, butta via la cintura e la sostituisce con una corda e mette ogni sua preoccupazione nello

scoprire come realizzare a pieno le parole sentite e adattarsi in tutto alla regola della santità, dettata agli apostoli.

scarti, contraddizioni e divergenze tra i due racconti. Decise di ristabilire alcuni particolari dei Socii perché gli

sembrava la forma più completa rispetto a quella di Tommaso. Omise il richiamo al Testamento e la figura di

Pietro.

La risistemazione bonaventuriana è indice non di ricerca storica ma solo per rendere coerente il doppio racconto.

Nei primi decenni dell’ordine vi erano due versioni della scoperta dei versetti evangelici da parte di Francesco. La

ricerca di Francesco dei criteri di fondo per il suo movimento si svolse nel corso di alcuni anni: tre dalla sua

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conversione (precisa Tommaso nella Vita Prima ) ma non è totalmente sicuro (secondo il Miccoli), fu comunque

un percorso che occupò diversi anni, che nel Testamento venne ridotto ad alcune tappe fondamentali.

I biografi provarono a ricostruire questo percorso usando racconti e memorie altrui, a rischio di deformazione. La

tradizione agiografica era utilizzata a discapito della realtà, per abbellire gli aspetti pedagogici e i significati

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profondi. Riprendendo e meglio precisando la Vita prima, Bonaventura lo scrisse con chiarezza .

La riparazione di una o più chiese (ma in realtà solo quella di san Damiano pare certa) diventa nella Vita Prima la

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riparazione di tre chiese (tra cui la Porziuncola) . Per Tommaso è importante che le chiese fossero tre per rispettare

quella serie di analogie e rispondenze numerali cui egli si mostra attento e sensibile e sulle quali i suoi successori

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(tra cui Giuliano ) costituirono espliciti riscontri figurali. Una seconda chiesa riparata da Francesco serviva a

Tommaso nella Vita prima per poter fare della Porziuncola la terza, dove il Signore avrebbe manifestato a

Francesco la sua vocazione, realizzando così la fondazione dell’ordine. Questa chiesa venne identificata qualche

decennio dopo con la chiesetta all’interno delle mura di Assisi, quella di San Pietro, almeno secondo la Leggenda

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maggiore .

Cosa resta del periodo di Francesco dopo la conversione? Ben poco. Soggiorna a San Damiano e lo ripara, un altro

episodio lo vede in un monastero (secondo il Miccoli forse si tratta di San Verecondo) a fare lo sguattero per i

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Bonaventura da Bagnoregio, Legenda maior cap III par 3: “[…]Bernardo, dopo avere costatato di persona la santità del servo di

Cristo, decise di seguire il suo esempio, abbandonando completamente il mondo. Perciò si rivolse a lui, per sapere come

realizzare questo proposito. Ascoltandolo, il servo di Dio si sentì ripieno della consolazione dello Spirito Santo, perché aveva

concepito il suo primo figlio, ed esclamò: «Un simile consiglio dobbiamo chiederlo a Dio!». Poiché era ormai mattina, entrarono

nella chiesa di San Nicolò. Dopo aver pregato, Francesco, devoto adoratole della Trinità, per tre volte aprì il libro dei Vangeli,

chiedendo a Dio che per tre volte confermasse il proposito di Bernardo. Alla prima apertura si imbatté nel passo che dice: «Se

vuoi essere perfetto, va, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri. Alla seconda: Non portate niente durante il, viaggio. Alla

terza: Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. «Questa – disse il Santo – è la vita e la

regola nostra e di tutti quelli che vorranno unirsi alla nostra compagnia. Va, dunque, se vuoi essere perfetto, e fa come hai

sentito».

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Tommaso da Celano, Vita prima cap IX par 21: “Smesso l’abito secolare e restaurata la predetta chiesa, il servo di Dio, si portò

in un altro luogo vicino alla città di Assisi e si mise a riparare una seconda chiesa in rovina, quasi distrutta, non interrompendo la

buona opera iniziata, prima d’averla condotta completamente a termine. Poi si trasferì nella località chiamata la Porziuncola,

dove c’era un’antica chiesa in onore della Beata Vergine Madre di Dio, ormai abbandonata e negletta. Vedendola in quel misero

stato, mosso a compassione, anche perché aveva grande devozione per la Madre di ogni bontà, il Santo vi stabilì la sua dimora

e terminò di ripararla nel terzo anno della sua conversione. L’abito che egli allora portava era simile a quello degli eremiti, con

una cintura di cuoio, un bastone in mano e sandali ai piedi.”

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Bonaventura da Bagnoregio, Legenda maior cap II par 8: “Proprio per disposizione della Provvidenza divina, che lo dirigeva in

ogni cosa, il servo di Cristo aveva restaurato materialmente tre chiese, prima di fondare l’Ordine e di darsi alla predicazione del

Vangelo. In tal modo non solamente egli aveva realizzato un armonioso progresso spirituale, elevandosi dalle realtà sensibili a

quelle intelligibili, dalle minori alle maggiori; ma aveva anche, con un’opera tangibile, mostrato e prefigurato simbolicamente la

sua missione futura. Infatti, così come furono riparati i tre edifici, sotto la guida di quest’uomo santo si sarebbe rinnovata la

Chiesa in tre modi: secondo la forma di vita, secondo la Regola e secondo la dottrina di Cristo da lui proposte – e avrebbe

celebrato i suoi trionfi una triplice milizia di eletti. E noi ora costatiamo che così è avvenuto.”

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monaci , oppure girovaga in città vicine, cura i lebbrosi. Secondo il Miccoli il Francesco post-conversione è un

uomo incerto sulla strada da seguire, fino alla scoperta di quei versetti evangelici sopra citati.

Il racconto di Tommaso (unica fonte sull’episodio della Porziuncola) è sospetto, quindi prima dovremo trattare di

un altro testo che riguarda quegli anni: il Testamento dello stesso Francesco.

Nel Testamento Francesco scandisce in tre momenti fondamentali le tappe che lo portarono alla fondazione della

fraternitas minoritica: l’incontro con i lebbrosi (rovesciando il giudizio e comportamento che sta alla base della sua

uscita dal secolo); la duplice dichiarazione di fede nelle chiese e nei sacerdoti (manifestando la sua volontà di un

saldo ancoraggio ortodosso, staccandosi dai movimenti evangelici di quegli anni); l’arrivo dei primi fratelli (forma

embrionale di organizzazione). Nel Testamento segue poi la rievocazione della vita della prima fraternità:

preliminare distribuzione dei propri beni ai poveri, assunzione di una povera tunica, preghiere, rinuncia alla cultura

e sudditanza, lavoro manuale ed eventuale mendicità, saluto di pace per tutti. La scelta del vangelo come forma di

vita segue l’arrivo dei primi compagni, questa scelta viene fatta arbitrariamente da Francesco senza intermediari

(almeno così sostiene il R. Manselli (il quale vede anche un’assenza di gerarchia all’inizio dei francescani), ma solo

dal Signore Dio stesso (revelare significa “mostrare” o “manifestare” sia in questo passo del Testamento che

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nell’Officium passionis ).

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Tommaso da Celano, Vita prima cap VIII par 18: “La prima opera cui Francesco pose mano, appena libero dal giogo del padre

terreno, fu di riedificare un tempio al Signore. Non pensa di costruirne uno nuovo, ma restaura una chiesa antica e diroccata;

non scalza le fondamenta, ma edifica su di esse, lasciandone così, senza saperlo il primato a Cristo. Nessuno infatti potrebbe

creare un altro fondamento all’infuori di quello che già è stato posto: Gesù Cristo. Tornato perciò nel luogo in cui, come si è

detto, era stata costruita anticamente la chiesa di San Damiano, con la grazia dell’Altissimo in poco tempo la riparò con ogni

diligenza.”

cap IX par 21: “Smesso l’abito secolare e restaurata la predetta chiesa, il servo di Dio, si portò in un altro luogo vicino alla città

di Assisi e si mise a riparare una seconda chiesa in rovina, quasi distrutta, non interrompendo la buona opera iniziata, prima

d’averla condotta completamente a termine. Poi si trasferì nella località chiamata la Porziuncola, dove c’era un’antica chiesa in

onore della Beata Vergine Madre di Dio, ormai abbandonata e negletta. Vedendola in quel misero stato, mosso a compassione,

anche perché aveva grande devozione per la Madre di ogni bontà, il Santo vi stabilì la sua dimora e terminò di ripararla nel

terzo anno della sua conversione. L’abito che egli allora portava era simile a quello degli eremiti, con una cintura di cuoio, un

bastone in mano e sandali ai piedi.”

53

Giuliano da Spira par 14

54

Legenda maior cap II par 7: “Ormai ben radicato nell’umiltà di Cristo, Francesco richiama alla memoria l’obbedienza di

restaurare la chiesa di San Damiano, che la Croce gli ha imposto. Vero obbediente, ritorna ad Assisi, per eseguire l’ordine della

voce divina, se non altro con la mendicazione. Deposta ogni vergogna per amore del povero Crocifisso, andava a cercar

l’elemosina da coloro con i quali un tempo aveva vissuto nell’abbondanza, e sottoponeva il suo debole corpo, prostrato dai

digiuni, al peso delle pietre. Riuscì così, a restaurare quella chiesetta, con l’aiuto di Dio e il devoto soccorso dei concittadini. Poi,

per non lasciare intorpidire il corpo nell’ozio, dopo la fatica, passò a riparare, in un luogo un po’ più distante dalla città, la chiesa

dedicata a San Pietro spinto dalla devozione speciale che nutriva, insieme con la fede pura e sincera, verso il Principe degli

Apostoli.”

55

Tommaso da Celano, Vita prima cap VII par 16: “[…]Finalmente arriva ad un monastero, dove rimane parecchi giorni a far da

sguattero di cucina. Per vestirsi ha un semplice camiciotto e chiede per cibarsi almeno un po' di brodo; ma non trovando pietà e

neppure qualche vecchio abito, riparte, non per sdegno, ma per necessità, e si porta nella città di Gubbio. Qui da un vecchio

amico riceve in dono una povera tonaca. Qualche tempo dopo, divulgandosi ovunque la fama di Francesco, il priore di quel

monastero, pentitosi del trattamento usatogli, venne a chiedergli perdono, in nome del Signore, per sé e i suoi confratelli.”

L’episodio in cui Francesco consulta il Vangelo attraverso la pratica delle sortes sanctorum è da ritenere veritiero

dato che si trattava di una pratica sovente combattuta dalla gerarchia ecclesiastica. I tre versetti non vengono

esplicitamente menzionati nel Testamento, ma essi si ritrovano in posizione privilegiata nella Regula non bullata

(Matteo 19,21 e Matteo 16,24 caratterizzano i tratti fondamentali del Christum sequi; Luca 9,3, unito ad altri

frammenti degli altri sinottici, fissa le modalità con cui i fratelli devono andare per il mondo).

L’Anonimo nel riportare l’insieme dei riferimenti evangelici appare più adeguato a delineare la forma vitae del

francescanesimo primitivo di quanto faccia invece Tommaso, che cita solo versetti della “missione apostolica”.

Il racconto dell’Anonimo trova conferma nelle affermazioni del Testamento.

Il triplice confronto tra Testamento, Vita prima e Anonimo testimonia l’inattendibilità del racconto di Tommaso,

non solo per le evidenti carenze di informazione di Tommaso, ma anche perché la collocazione dell’avvenimento

alla Porziuncola e la condizione in cui si sarebbe trovato Francesco (con l’abito da eremita) sembrano frutto di una

costruzione tutta sua, completamente arbitraria e non corrispondente alla realtà delle cose.

Tommaso vuole che la Porziuncola sia stata restaurata da Francesco in quei suoi anni di solitudine, così come vuole

che fosse il luogo in cui Francesco avrebbe ascoltato i versetti evangelici della missione apostolica, così come

57

vuole che fosse la sede in cui l’ordine minoritico prese inizio (come ricorda nella Vita seconda ). Questa posizione

privilegiata della Porziuncola si amplierà nella Legenda maior di Bonaventura. Altri autori invece diffidano dalle

notizie riportate da Tommaso, ad esempio Giuliano da Spira non nomina la Porziuncola per quanto riguarda la sede

in cui Francesco avrebbe udito la messa, ma la menziona per la riparazione delle tre chiese e per prima sede dei

58

francescani (dopo aver abbandonato il tugurio angusto di Rivotorto ).

L’Anonimo dà indicazioni completamente diverse: Francesco riparò solo San Damiano, mentre la Porziuncola

compare nel racconto solo dopo la conversione di Bernardo e Pietro (i tre non avendo un luogo dove stare si

stabilirono in una chiesetta povera e abbonda nata che si chiamava Santa Maria della Porziuncola, lì fabbricarono

una capanna dove vivevano insieme), l’incontro con questa chiesa è fortuito e nulla fa intendere che Francesco già

l’avesse frequentata in precedenza.

Per la Legenda maior lo stabilirsi dei tre alla Porziuncola si configura come una scelta precisa di Francesco

piuttosto che come un evento casuale.

Invece i Socii non menzionano la Porziuncola né per le chiese riparate da Francesco, né per la sede della messa in

cui egli avrebbe ascoltato i versetti della missione apostolica, ma vogliono smentire e correggere la Vita prima di

Tommaso, a loro ben nota. Questa smentita non venne assimilata dagli storiografi successivi.

Anche dopo il viaggio di Roma, i frati si mossero tra Rivotorto e Porziuncola, ma nulla fa pensare a particolari

rapporti privilegiati che Francesco o i suoi primi compagni avessero stabilito con essa. Quindi la versione di

56

L’Officium passionis è un manoscritto realizzato alla fine del XV secolo a Firenze (può essere riferibile alla bottega di

Francesco d’ Antonio del Chierico) in occasione del matrimonio di un membro della famiglia Serristori. Il manoscritto rimanda ai

francescani perché al suo interno vi sono alcune delle più importanti feste dei santi dell’Ordine (es S.Francesco, Santa Chiara,

Sant’Antonio da Padova, San Ludovico da Tolosa e San Bernardino), inoltre vi sono anche importanti feste mariane e alcuni

santi venerati a Firenze.

57

Tommaso da Celano, Vita seconda cap XII par 18: “Il servo di Dio, Francesco, piccolo di statura, umile di spirito e minore di

professione, mentre viveva qui sulla terra scelse per sé e per i suoi una piccola porzione di mondo: altrimenti, senza usare nulla

di questo mondo, non avrebbe potuto servire Cristo. E furono di certo ispirati da Dio quelli che, anticamente, chiamarono

Porziuncola il luogo che toccò in sorte a coloro che non volevano assolutamente possedere nulla su questa terra. Sorgeva in

questo luogo una chiesa dedicata alla Vergine Madre, che, per la sua particolare umiltà,. meritò, dopo il Figlio, di essere

Sovrana di tutti i Santi. Qui ebbe inizio l'Ordine dei minori, e s'innalzò ampia e armoniosa, come poggiata su fondamento solido,

la loro nobile costruzione Il Santo amò questo luogo più di ogni altro, e comandò ai frati di venerarlo con particolare devozione.

Volle che fosse sempre custodito come specchio dell'Ordine in umiltà e altissima povertà, riservandone ad altri la proprietà e

ritenendone per sé ed i suoi soltanto l'uso.”

58

Giuliano da Spira, cap IV par 26

Tommaso non è conciliabile con notizie sparse e si rivela quindi inattendibile.

Altra cosa inattendibile è l’uso dell’abito eremitico da parte di Francesco prima di udire i versetti della missione

apostolica. I biografi danno notizie confuse ed incerte per la difficoltà nel ricordare i dettagli.

Tutti i biografi sono unanimi nel ricordare la rinuncia di Francesco davanti al vescovo di Assisi espressa in modo

simbolico con la restituzione al padre dei propri vestiti, ma nulla fa pensare a una successiva vestizione di un abito

che ricordasse in qualche modo la sua scelta religiosa. Tommaso lo dice vestito di cenci, costretto a procurarsi a

Gubbio da un amico una “tunicula” con cui potersi vestire:

di cenci, colui che un tempo si adornava di abiti purpurei, se ne va per una selva, cantando le

“Vestito 59

lodi di Dio in francese. […]”

Tommaso più avanti preciserà che Francesco cambiò abito dopo aver riparato San Damiano, ma scrive questo solo

60

per presentarlo alla vigilia della sua scoperta in vesti di eremita .

Gli altri biografi seguono la linea di Tommaso, tranne l’Anonimo e il Bonaventura.

L’Anonimo descrive Francesco a piedi nudi, vestito di un misero abito, stretto in vita da una cintura di poco prezzo

(stesso abito indossato più tardi dai compagni), non una divisa ma la veste dei contadini poveri o dei lavoratori

manuali.

Bonaventura accetta tutta la scena della messa (con la conseguente assunzione da parte di Francesco di un abito

adeguato ai versetti uditi) ma tace dell’abito eremitico che egli avrebbe precedentemente indossato. Secondo lui

dopo la scena della spogliazione viene dato a Francesco su ordine del vescovo “il mantello povero e vile di un

61

contadino” che venne segnato con un segno di croce da Francesco stesso: particolare che permette dopo al gruppo

62

di briganti che lo incrocia sulla strada di chiamarlo rusticus .

Cosa ha spinto Tommaso da Celano nella sua Vita prima a descrivere scene che si sfaldano in singoli pezzi? In tutta

la parte iniziale del testo Tommaso è condizionato da un duplice ordine di preoccupazioni: fare di Francesco prima

della conversione un personaggio tipico di una società corrotta, cristiana solo di nome, e insieme mostrare nel

nuovo Francesco, toccato dalla grazia, l’uomo destinato a muoversi per la salvezza e la conversione degli altri e per

il rinnovamento della Chiesa e della vita cristiana, ma ancorando quest’opera a una soggezione alla gerarchia

ecclesiastica, rendendola estranea e alternativa ai movimenti ereticali del suo tempo. Francesco è il dono che Dio fa

alla società per salvarla dall’epidemia mortifera che l’aveva invasa, ma è anche l’uomo che entra nella chiesa di

San Damiano e pieno di timore reverenziale bacia le mani consacrate del povero sacerdote che vi incontra, e più

tardi si accinge a ripararla, per mostrare chiaramente che la sua sarà un’opera di restaurazione della Chiesa vera e

59

Tommaso da Celano, Vita prima cap VII par 16

60

Tommaso da Celano, Vita prima cap IX par 21: “[…] L'abito che egli allora portava era simile a quello degli eremiti, con una

cintura di cuoio, un bastone in mano e sandali ai piedi.”

61

Bonaventura, Leggenda maggiore, cap II par 4: “Il vescovo, vedendo questo e ammirando l'uomo di Dio nel suo fervore senza

limiti, subito si alzò, lo prese piangendo fra le sue braccia e, pietoso e buono com'era, lo ricoprì con il suo stesso pallio.

Comandò, poi, ai suoi di dare qualcosa al giovane per ricoprirsi. Gli offrirono, appunto, il mantello povero e vile di un contadino,

servo del vescovo. Egli, ricevendolo con gratitudine, di propria mano gli tracciò sopra il segno della croce, con un mattone che

gli capitò sottomano e formò con esso una veste adatta a ricoprire un uomo crocifisso e seminudo.”

62

Bonaventura, Leggenda maggiore, cap II par 5: “[…]Ma l'uomo di Dio, pieno di fiducia, rispose con espressione profetica: <Io

sono l'araldo del gran Re>. Quelli, allora, lo percossero e lo gettarono in un fosso pieno di neve, dicendo: <Sta lì, rozzo araldo

di Dio>.” 63

antica, non scalzandone le fondamenta ma edificando su di esse soltanto .

La scena della Porziuncola per Tommaso serve ad enfatizzare solamente il ruolo fondamentalmente missionario

della sua azione (inserisce la rivelazione in un preciso contesto liturgico, fa del prete il mediatore che gli spiega il

significato e il valore dei versetti uditi), va anche detto che diviene così la sede dell’Ordine, sede posta sotto il

segno e protezione della Vergine, cui la chiesetta era dedicata. Sempre secondo Tommaso: la conversione di

Bernardo non è la prima ma la seconda tra i seguaci di Francesco.

Per Tommaso dopo l’episodio della scelta della forma vitae, Francesco inizia a predicare a tutti la penitenza, frutto

di questa attività apostolica è la conversione di Bernardo, il quale si converte ammirando la vita condotta da

Francesco (Tommaso descrive la vita di Francesco con caratteri fondamentali dei modelli agiografici).

Tommaso nella descrizione della conversione di Bernardo vi affianca anche un versetto di Matteo 19,21, questo

versetto venne usato dall’Anonimo nella scena del vangelo. Per Tommaso all’arrivo di Bernardo e Pietro si collega

l’individuazione dei primi tratti normativi della forma vitae francescana: la ragione reale che permise a Tommaso di

dire che le modalità della rinuncia di Bernardo divennero il modello per il futuro.

Tommaso nella prima parte della vita di Francesco delinea l’intervento e opera della grazia divina, che

gradualmente lo indirizza e lo dispone alla sua scelta religiosa. La strada di personale perfezione di Francesco ha

nei disegni divini una funzione di rinnovamento e salvezza, ma secondo Tommaso non è solo personale, tuttavia

nella tradizione monastico-eremitica la formula tipica è la rinuncia ai beni paterni. La Porziuncola mostra a

Francesco quale sarà da quel momento in avanti la sua opera: lui è il nuovo annunciatore del vangelo.

L’episodio della Porziuncola permette a Tommaso di rispondere a quei critici e detrattori presenti a quel tempo

nella gerarchia e nel clero. Tommaso crea quindi una scena articolata e complessa, falsando la storia dei fatti e le

situazioni, ma non per questo tradisce o falsa il senso profondo di quell’aspetto della scelta di Francesco che egli

intendeva così evidenziare: ne semplifica e ne impoverisce la portata e il significato complessivi. Questo non è

frutto di una sua volontà consapevole, perché le mutazioni esistenziali e di cultura che lo sviluppo dell’ordine

aveva introdotto portavano per forza a questo risultato.

Quando Tommaso scrive la Vita prima era ormai avvenuta una dislocazione di fondo nella vita dell’ordine.

4. Dall’agiografia alla storia: considerazioni sulle prime biografie francescane come fonti

storiche

4.1 Fra tradizioni agiografiche e domanda storica

Le biografie francescane presentano un duplice carattere: sono biografie di un eroe(modelli ben presenti nella

cultura medievale) che devono essere provate e sicure (da qui i consueti testimoni autorevoli e attendibili) e così

collegate all’intervento diretto di Dio; ma sono anche biografie di un santo (quindi si rifanno a modelli agiografici,

ripetendo schemi e procedimenti narrativi, condividendo preoccupazioni e finalità che chiaramente rinviano a

quella tradizione). Nel Duecento il racconto agiografico si riallaccia a modelli del IV e V secolo, pretende di essere

storia e di costruirsi come storia pur ricorrendo a immagini, figure e scene suggerite e consacrate dalla tradizione.

L’agiografia è storia sacra e umana perché storia dell’opera di Dio nella vita di un uomo.

Il biografo predilige determinati aspetti piuttosto che altri, l’interesse dello scrittore non punta a ricostruire il

percorso esistenziale del santo, ma punta a episodi che manifestano la grandezza dell’opera di Dio, da ciò il

carattere di speculum perfectionis o di speculum virtutum che le biografie francescane presentano in maniera più o

meno ampia. Da ciò i flores ed exempla sono l’insieme dei materiali sulla vita di Francesco, o quegli episodi

trascurati dalle prime biografie che si devono recuperare alla memoria scritta. Da ciò la loro prima raccolta si

verificò in seguito alle decisioni del capitolo di Genova del 1244: in occasione della redazione di una nuova

biografia di Francesco venne promosso un largo censimento per recuperare tutti gli episodi non registrati.

Nella letteratura pedagogica non era un fatto nuovo lasciare uno spazio per gli exempla, per non far sì che si

64

dimenticassero. Secondo quest’ordine di idee Cesario di Heisterbach aveva aperto alla metà degli anni venti del

63

Tommaso da Celano, Vita prima cap IV par 8-9, cap VIII par 18

64

Cesario abate di Heisterbach (1180-1240), abate e scrittore tedesco dell’ex abbazia cistercense di Heisterbach (oggi

Siebengebirge). Autore influente per lo sviluppo della cultura dei paesi renani. Si dedicò a produzioni a carattere agiografico, la

più importante è il “Dialogus magnus visionum et miraculorum”, raccolta di exempla sotto forma di dialogo tra un monaco ed un

novizio.

Duecento il suo Dialogus miraculorum con la citazione giovannea “collicite fragmenta ne pereant” (=raccogliete i

pezzi affinché non si perdano). Per la vita di Francesco questo recupero aveva un significato particolare e

un’urgenza per rispondere a quelle domande sul passato dell’ordine che il presente tanto cercava. Quello che

colpisce è la questione del silenzio di Francesco (nei materiali raccolti da capitolo di Genova) sulle deviazioni e

storture dell’ordine che si verificarono negli ultimi anni della sua vita. Per il Miccoli è astratta e fuorviante la

proposta di Kajetan Esser di privilegiare le testimonianze esterne all’ordine perché quelli scritti al suo interno sono

stati condizionati dalle lacerazioni e contrasti. Per il Miccoli non si possono togliere totalmente le fonti, perché

sono testimonianza diretta dei diversi modi di vedere rispetto a scritti di esterni. Cioè le lacerazioni e i problemi

dell’ordine sono ragione e causa di quella varietà di racconti/testimonianze/episodi che suggeriscono piste di

indagine e ricerca altrimenti del tutto improponibili.

Queste lacerazioni vennero messe a tacere con lo scritto di Bonaventura: la Leggenda maggiore.

Le decisioni del capitolo di Parigi del 1266 di considerare la Legenda maior l’unica biografia autorizzata e ufficiale

(ordinando la distruzione di tutte le precedenti Leggende) intese sorreggere tale operazione con un atto di forza che

chiudesse il circuito tra passato e presente. Questo tentativo non riuscì del tutto a interrompere gli scritti su

Francesco, infatti dopo dieci anni ripresero, ma fu catastrofico per lo stato di conservazione delle biografie.

L’interruzione della lettura e trasmissione dei materiali scritti facilità ulteriormente la crescita delle deformazioni

mitizzanti, dando libero corso a tutte le fantasie e bisogni soggettivi veicolati dalla memoria orale. Ad esempio la

leggenda del grande perdono di Assisi nacque in questo contesto, come nacquero aspetti miracolistici in alcuni

65 66 67

racconti degli Actus e dei Fioretti , ma anche l’Historia septem tribulationum di Angelo Clareno .

La ecisione del capitolo di Parigi e la scelta della Leggenda maggiore come unico testo biografico cui far capo

determinarono un’interruzione non più riparabile nella trasmissione dei testi e quindi nelle possibilità stesse di

misurare e confrontare su una tradizione varia e frastagliata la propria immagine di Francesco.

Le biografie e i materiali pre-bonaventuriani rimangono campo privilegiato per attingere a informazioni e notizie

sulla vita di Francesco, sulle origini e sugli orientamenti della fraternità primitiva e dell’ordine. Tra gli scritti pre-

bonaventuraini si annoverano: le due Vite di Tommaso da Celano, quella di Giuliano di Spira, l’Anonimo perugino

e la Leggenda dei tre compagni, l’ampia raccolta di flores e di exempla riportabili all’iniziativa del capitolo di

Genova, le due preziose Cronache di Giordano di Giano e di Tommaso di Eccleston, le testimonianze esterne

all’ordine e soprattutto gli scritti dello stesso Francesco (documento unico dei suoi orientamenti e del suo sentire).

Bisogna con sforzo critico smontare tutte le singole testimonianze, impegnandosi a distinguere in esse le diverse

motivazioni che le produssero in quei determinati termini. È un lavoro ancora agli inizi.

4.2 La Vita prima di Tommaso da Celano: le difficoltà di un’interpretazione complessiva.

I diversi criteri e condizionamenti che orientarono le due biografie di Tommaso da Celano vennero messi in luce

dalla storiografia; in particolare Francis de Beer ha analizzato i due diversi racconti scritti a distanza di vent’anni:

racconti diversi ma compatti e unitari al loro interno, nei quali gli episodi vanno analizzati tutti insieme e non come

se fossero frammenti staccati. Il merito principale di de Beer e la novità del suo apporto critico sta nel fatto che lui

prende i due racconti della conversione come due insiemi coerenti perché scritti da uno scrittore che ha da dire cose

65

Actus beati Francisci et sociorum eius è un’opera scritta in latino, di datazione dubbia e di autore incerto che comprende una

serie di racconti sugli atti e sui detti d Francesco d’Assisi e di altri frati dell’ordine francescano che sarà poi volgarizzata nei

Fioretti. È anteriore alla Legenda antiqua di contenuto francescano riportata in numerosi manoscritti del XIV secolo.

66

I Fioretti di san Francesco costituiscono una raccolta di miracoli ed “esempli devoti” volgarizzati nell’ultimo quarto del Trecento

da un ignoto toscano, ricavandoli da quasi tutti gli Actus beati Francisci et sociorum eius composti da Ugolino da Montegiorgio

tra il 1327-1340. Questi Fioretti risentono di una mutata temperie spirituale, particolarmente negli ultimi capitoli, rivelando motivi

caratteristici della letteratura degli Spirituali.

67

Angelo Clareno, al secolo Pietro (1255-1337), frate dell’Ordine dei Francescani che aderì alla corrente degli spirituali

diventandone l’esponente di spicco.

precise attraverso una linea precisa di rappresentazione. Lui parte dall’episodio della conversione, che nei due

racconti sono rese in due forme opposte. Nella prima biografia vi è un percorso della conversione di Francesco che

si potrebbe definire “agostiniano” (accentua la decadenza del peccatore per meglio esaltare la sovranità e l’azione

improvvisa della grazia), per cui si assiste a un netto salto qualitativo da una vita malvagia a una vita santa, e la

conversione viene a costituire quindi un rovesciamento violento di indirizzo e di prospettiva.

Nella seconda biografia tutto appare fin dall’inizio orientato e disposto verso la santità: l’ascesa è graduale e sicura,

senza brusche soluzioni, ma in una progressiva assoggettazione di Francesco alla volontà di Cristo.

Francis de Beer sottolinea non solo la dipendenza dell’una rispetto all’altra (contrariamente a quanto Tommaso

stesso suggerisce nel prologo della Vita seconda e continua a essere rilevato nella moderna storiografia) ma anche

che la Vita seconda riprende tutta la serie di episodi che avevano già trovato posto nella Vita precedente.

Per l’episodio della conversione la Vita seconda si propone di offrire nuove informazioni, integrando quelle già

note e circolanti, senza però negarle o smentirle ma continuando a presupporle: la Vita seconda quindi non vuole

sostituire la Vita prima ma vuole integrarla e correggerla. La Vita seconda rappresenta anche una sistemazione più

organica di tutta una serie di episodi e passaggi del racconto di conversione della prima. La restituzione dell’ordine

a Roma, l’affidamento a Roma della sua guida e della tutela della sua integrità che per il de Beer costituisce una

preoccupazione fondamentale della Vita seconda (la bolla Ordinem vestrum di Innocenzo IV, che affermava la

proprietà della Chiesa su tutti i beni dei frati minori è di due anni prima) non costituisce un tema nuovo, perché era

presente anche nella Vita prima. Se nella Vita seconda si trovano encomi nei confronti del cardinale Ugolino

(quindi omaggio al pontefice e committente dell’opera) anche nella Vita prima si può misurare il ruolo svolto da

Ugolino (e da Roma) nello sviluppo dell’ordine. Nella Vita prima l’autore parla del rapporto tra Francesco e

Ugolino in due luoghi diversi: nel primo caso si parte da una predica di Francesco davanti a Onorio III e al collegio

dei cardinali (predica che Ugolino avrebbe favorito, anche se timoroso per la simplicitas di Francesco che poteva

sembrare disprezzo e forse risalente al suo rientro dall’Oriente nella primavera del 1220) e trasversalmente

Tommaso spiega il rapporto tra Ugolino e Francesco, dove il secondo individuava ciò che era necessario fare e il

68

secondo provvedeva all’esecuzione . Tommaso sembra essere contraddittorio, rileva l’effettivo ruolo di governo di

Ugolino rispetto a quello nominale di Francesco, ma prospetta un Ugolino in termini di mero esecutore delle

indicazioni di Francesco. Tuttavia non è una contraddizione, ma Tommaso enfatizza l’intima intesa dei due, che

riprenderà più avanti in quanto Ugolino diviene un frate minore di desiderio, devoto e sottomesso a Francesco, così

69

come Francesco appare devoto e sottomesso a lui . Il primo giorno in cui Francesco incontra Ugolino avviene a

68

Tommaso da Celano, Vita prima cap XXVII par 73-74 : “73. Recatosi una volta a Roma, per problemi dell'Ordine, sentì grande

desiderio di predicare davanti a papa Onorio e ai cardinali. Venuto a saperlo, Ugolino, il glorioso vescovo di Ostia, che nutriva

particolare affetto e ammirazione per il Santo di Dio, ne provò insieme gioia e timore, perché se ammirava il fervore di quel

sant'uomo, ne conosceva però anche la ingenua semplicità; ma, confidando nella bontà dell'Onnipotente, che paternamente

non lascia mai mancare ai suoi fedeli quanto è necessario, lo condusse davanti al Papa e ai cardinali. E Francesco, ricevuta la

benedizione, alla presenza di così grandi principi incominciò a parlare senza timore. […] Il cardinal Ugolino però, dal canto suo

pregava fervorosamente Iddio perché non permettesse che la semplicità di quell'anima santa venisse disprezzata, anche

perché l'eventuale disdoro, come la gloria di Francesco, sarebbero caduti pure su di lui, che era stato eletto "protettore" del

nuovo Ordine religioso. 74. Francesco infatti si era legato a lui come un figlio al padre, come il figlio unico alla madre, dormendo

e riposando sicuro sul seno della sua clemenza. Si può veramente dire che il cardinal Ugolino compiva l'ufficio di pastore della

nuova Fraternità, pur lasciandone il nome a san Francesco. Il beato padre proponeva quanto era necessario, ma era Ugolino

che provvedeva che venisse messo in esecuzione. Quanti minacciavano i primi passi dell'Ordine per rovinarlo! Quanti

cercavano di soffocare l'eletta vigna che il Signore stava piantando nel mondo e di annientarne le promettenti primizie! Ma tutti

costoro furono vinti e trafitti dalla spada di quel provvido signore e padre. Egli era infatti un fiume di eloquenza, un baluardo

della Chiesa un intrepido assertore della verità, ma ancora paterno sostegno degli umili. Memorando e benedetto, quindi, il

giorno in cui il servo di Dio si affidò a questo Pastore di anime! […]”

69

Tommaso da Celano, Vita prima parte II cap V par 99 : “[…] allora Francesco si recò a Rieti, dove si diceva dimorasse uno

specialista molto esperto per la cura di quel male. Al suo arrivo fu accolto benevolmente e con amore da tutta la curia romana,

che in quel periodo risiedeva in quella città, ma in modo tutto particolare lo ricevette con tanta devozione il cardinale Ugolino,

vescovo di Ostia, famoso allora per rettitudine e santità di vita. Il beato Francesco lo aveva scelto col consenso e beneplacito

del papa Onorio III, come signore e protettore del suo Ordine, proprio perché gli era cara la beata povertà e onorava assai la

santa semplicità. Questo prelato imitava la vita dei frati e, desideroso di raggiungere la santità, era semplice con i semplici,

umile con gli umili, povero con i poveri. Era un frate tra i frati, tra i minori il più piccolo e, per quanto gli era consentito, si

ingegnava a diportarsi sempre come uno di loro nella sua vita e nei suoi costumi. […]”

70

Firenze (quando Francesco è diretto in Francia e sconsigliato dal cardinale) , vicenda svolta forse nell’estate del

1217. La predica davanti a Onorio III e la scelta di Ugolino quale protettore dell’ordine sono viste da Tommaso

nello stesso momento, invece l’autore confonde volutamente situazioni e circostanze, anticipando di qualche anno

il rapporto e la funzione istituzionale di Ugolino e soprattutto riporta che Francesco stesso a decidere sul da farsi,

invece andrebbe riportata anche la tensione nata dalla sua assenza (perché in oriente) a causa di alcuni frati (di cui

71

Giordano ci conserva testimonianza parziale ).

L’altro caso in cui Tommaso parla del rapporto tra Ugolino e Francesco è negli ultimi due anni della vita di

Francesco (con preciso significato allusivo).

Al ritorno dall’Oriente si fronteggiarono due tendenze opposte riguardo all’indirizzo da imprimere nella fraternitas:

una orientata all’originaria proposta, tradotta e precisata nelle disposizioni e indicazioni della “forma vitae” e di cui

la Regula non bullata ci conserva ampie tracce; l’altra orientata verso un ordine religioso vicino alla tradizione

regolare. Si tratta di una divaricazione difficile da ricomporre. Si sa che vicino a Francesco vi erano dei “fratres

72

seniores” (come li chiama Giordano ) ovvero uomini importanti e significativi per esperienza, prestigio e

autorevolezza, che aiutarono Francesco nel governo e guida quotidiani delle comunità. Le radici della fraternitas

erano la volontà di ortodossia, di operare in sottomissione e obbedienza alla Chiesa di Roma, e questo impedì

rotture interne, ma non impedì tensioni per quanto riguarda termini e modalità della tradizione che erano estranei

alla nascita. L’integrazione fu voluta da Roma, dalla curia che apprezzava Francesco e voleva proteggerlo, ma

anche dal fatto che il gruppo era aumentato. Secondo il Miccoli la proposta di Francesco e la fraternità originaria

era nella totale immersione nella vita quotidiana della società circostante, assumendo valori ad essa alternativi, cioè

la provocazione della proposta di Francesco per la Chiesa e per la società del suo tempo risiedevano nella

contraddizione di un duplice modo di porsi: diverso da ciò che la cultura ecclesiastica voleva imporre e lontano da

ciò che la società civile si attendeva. Il gruppo francescano iniziale non voleva riformare la Chiesa, né sovvertire la

società, volevano solo condurre una vita su “Christum sequi” senza attendere nulla, di non barricarsi in un edificio,

70

Tommaso da Celano, Vita prima cap XXVII par 74 :” […]Mentre si trovava in Toscana, come legato pontificio un incarico che gli

veniva affidato spesso, il beato Francesco, che aveva ancora pochi compagni, passò per Firenze, dove allora soggiornava il

cardinale, con l'intento di recarsi in Francia. Non erano ancora in quel tempo legati da una profonda amicizia, ma la fama della

loro santità era bastata ad unirli in un vincolo reciproco di affetto e di benevolenza.”

71

Giordano di Giano, Chronica, par 14-15: 14. II beato Francesco, presi con sé frate Elia, Pietro Cattani, Cesario da Spira quello

che frate Elia aveva ammesso nell’Ordine quando era ministro della Siria, come già s’è detto e qualche altro frate, fece ritorno in

Italia [ il ritorno in Italia di San Francesco si pone anteriormente al 29 settembre 1220 ]. E qui, comprese appieno le cause dei

disordini, non si recò dagli agitatori ma si rivolse direttamente al signor papa Onorio [ il papa allora risiedeva ad Orvieto ].

Presso la porta del signor Papa postosi dunque a giacere, l’umile padre non osava far risuonare bussando la stanza di un così

gran principe, ma aspettava con pazienza ch’egli ne uscisse spontaneamente. E quando fu uscito, il beato Francesco gli fece

un atto di reverenza e disse: “Padre papa, Dio ti doni la pace!”. E quegli: “Dio ti benedica, figlio!”. E il beato Francesco: “Signore,

dal momento che tu sei grande e occupato spesso in grandi affari, i poveri non possono spesso aver accesso fino a tè tante

volte quante ne avrebbero bisogno. Tu mi hai assegnato molti papi [ Il termine qui ha il significato di protettori ]. Dammene uno

col quale possa parlare quando ne ho necessità, e che in vece tua ascolti e risolva i problemi miei e del mio Ordine”. E a lui il

papa: “Chi vuoi che ti dia, o figlio?”. Ed egli: “II signor vescovo di Ostia”. E gli fu concesso. Avendo dunque il beato Francesco

riferito al signor vescovo di Ostia, suo papa [Ugolino], le cause dei disordini, egli immediatamente revocò la lettera di frate

Filippo mentre frate Giovanni e i suoi seguaci furono espulsi ignominiosamente dalla Curia. 15. E così, col favore di Dio, i

perturbatori si calmarono immediatamente e il beato Francesco riformò l’Ordine secondo la sua Regola [ si tratta della Regola

detta “prima”, in realtà la “seconda”, del 1221 ] […].

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Giordano da Giano, Chronica, par 32 : “ Insieme a frate Alberto da Pisa poi furono inviati dall’Italia frati virtuosi e istruiti, e

precisamente frate Marzio da Milano, frate Giacomo da Treviso, un frate inglese esperto di diritto e molti altri. Pertanto frate

Alberto da Pisa, secondo ministro provinciale della Germania, giunto in questa terra, convocati i frati più anziani, e cioè

Giovanni da Pian del Carpine, frate Tommaso, vicario e unico custode, e alcuni altri, nel giorno della Natività della Vergine

celebrò un Capitolo a Spira, presso il lebbrosario fuori le mura. Qui allora era guardiano frate Giordano, il quale in quel Capitolo

cantò la messa solenne.”

ma di rendere il mondo il loro chiostro. Inizialmente ci furono persone che videro in modo preoccupato questo

movimento (come Giacomo da Vitry che nel 1220 la etichettò “valde pericolosa”), soprattutto quando nell’arco di

un decennio il piccolo nucleo iniziale divenne numeroso. L’ordine andava ridisegnato, sia all’interno che nel

rapporto coi fedeli, questo problema prese forma nel viaggio di Francesco in Oriente e caratterizzarono i dibattiti

intorno alla regola degli anni successivi. Francesco rinunciò a qualsiasi posizione di forza (ad esempio

dimettendosi da ministro generale dell’ordine). Sempre per via di questi contrasti va vista la scelta di un “corrector

et protector” dell’ordine, un referente esterno capace di offrire protezione dagli attacchi altrui e di tenere sotto

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controllo e dirimere i conflitti interni all’ordine. Francesco nel Testamento gli attribuisce un ruolo al quale

andranno consegnati quei frati che non osservano la regola o “non fossero cattolici”, è una singolare azione

coercitiva negli scritti di Francesco nei confronti di frati ad opera di altri frati.

Dopo il ritorno di Francesco in Italia si cerca di fronteggiare le innovazioni introdotte dai “fratres seniores” nella

vita dell’ordine, il rinunciare alla personale autorità e il rimettersi nella mani di un arbitrato esterno riafferma

l’autorità di Roma e la garanzia e salvaguardia di un tipo di rapporto interno che era minacciato. Il lento e faticoso

passaggio dalla Regula prima alla Regula bullata mostra il ruolo svolto da Roma, garantì l’unità e impedì rotture,

favorendo coloro che tendevano a tradizioni regolari. Da una vita dinamica che cambia in base alla vita in mezzo

agli uomini si passa a prescrzioni e norme stabilite della Regula bullata secondo il modello proprio di tutta la

tradizione regolare. Di solito i capitoli servivano a vagliare e tradurre in sempre nuove disposizioni l esperienze

quotidiane, rispondendo con intelligente fedeltà al proprio proposito di portare testimonianza del vangelo tra gli

uomini, invece da adesso c’è un riferimento statico a una disciplina non suscettibile di correzioni e bisognosa di

autorità certe e definite cui ricorrere. Probabilmente Francesco stesso riconobbe che c’erano carenze nella Regula

bullata, tanto da scrivere nel Testamento nuove indicazioni e prescrizioni per l’intero ordine. Nelle biografie è

oscuro il periodo di gestazione della Regula bullata, le settimane della Verna, le stimmate, la solitudine degli ultimi

anni di Francesco, così come la redazione del Testamento, tuttavia si riconosce un mutamento dell’ordine cioè un

cambiamento rispetto alla vita e al modello delle origini. Quando Tommaso scrive (negli anni venti) la linea

primitiva dell’ordine (quella della mera testimonianza evangelica, tra poveri ed emarginati, in una vita di lavoro, di

umile sottomissione e di servizio) ha già lasciato il campo alla linea dell’impegno pastorale, di insegnamento e

formazione nella società e la sua biografia afferma e rafforza tale prevalenza. Il rimpianto della vita delle origini

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trova il suo rifugio negli eremi (vedi la vita di Egidio ). Del reale contesto in cui Ugolino divenne “cardinale

protettore” Tommaso dice assai poco, avendo cura di raccontare due diversi episodi che mirano ad accentuare la

totale autonomia della scelta di Francesco: la sua venuta a Roma “causa relisionis poscente”, l’ostilità di molti di

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cui l’ordine era oggetto, le crescenti difficoltà e tensioni che ne accompagnavano la crescita . Tommaso non da dei

nomi precisi, perché non è importante saperli, furono ostilità e contrasti radicali che Tommaso indica di nuovo nella

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Vita seconda con qualche esplicitezza . Tommaso sembra supporre un doppio livello di lettura, capace di

accontentare i lettori più informati, ma di salvaguardare anche il non sapere dei meno avvertiti. Questo vale

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Testamento 31-34: “E se si trovassero dei frati che non recitano l’ufficio secondo la Regola o volessero comunque variarlo, o

non fossero cattolici, tutti i frati, ovunque sono, siano tenuti per obbedienza, appena trovato uno di essi, a consegnarlo al

custode più vicino al luogo dove l’avranno trovato. E il custode sia tenuto fermamente per obbedienza, a custodirlo

severamente come un uomo in prigione, giorno e notte, così che non possa essergli tolto di mano, finché personalmente lo

consegni nelle mani del suo ministro. E il ministro sia tenuto fermamente per obbedienza a farlo scortare per mezzo di frati che

lo custodiscano giorno e notte come un prigioniero, finché non lo consegnino al cardinale di Ostia, che è signore, protettore e

correttore di tutta la fraternità.”

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Vita beati fratris Egidii, forse scritta da frate Leone tra 1263-1271 (forse riflette il suo punto di vista) 10-11: “e allora fu ed era

sempre nella cella solitario, vigilante, digiunante, orante e sollecito”

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Tommaso da Celano, Vita prima cap XXVII par 74: “[…]Quanti minacciavano i primi passi dell'Ordine per rovinarlo! Quanti

cercavano di soffocare l'eletta vigna che il Signore stava piantando nel mondo e di annientarne le promettenti primizie! Ma tutti

costoro furono vinti e trafitti dalla spada di quel provvido signore e padre. […]”


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AUTORE

Shrewa

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9 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze dell'archeologia e metodologia della ricerca storica-archeologica
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Shrewa di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Michetti Raimondo.

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