Il cristianesimo medievale in Occidente
Grado Giovanni Merlo
Orientamenti occidentali del cristianesimo
Il cristianesimo occidentale, così come l’Europa occidentale, cominciano a diventare tali con l’età carolingia, ovvero quando la potenza franca si incontra con il papato. Incontro anticipato con la gestazione dei primi re merovingi e poi accelerato sotto la dinastia dei pipinidi.
L’Europa del papato e dei franchi e la sua dilatazione
È possibile affermare che il cristianesimo diventa medievale e occidentale quando si realizza l’incontro e la fusione delle tradizioni germaniche con quelle latine attraverso la mediazione della cultura greco-romana e degli uomini di chiesa. Tutto ciò abbandonando i legami con il mondo bizantino con il quale si consumò la rottura definitiva con lo scisma del 1054.
Uno dei momenti più importanti per questa convergenza di interessi tra papato e franchi, che portò successivamente ad una duratura alleanza, si può certamente individuare nella missione evangelica svolta da alcuni missionari tra il VII e l’VIII secolo. Uno dei documenti più importanti da noi pervenuto per questo periodo è la lettera di uno di questi monaci, Bonifacio, al secolo Wynfrith, che egli mandò all’allora pontefice Zaccaria nel 742. In questa lettera, in cui vengono alla luce i primi contatti di questi monaci cresciuti in una rigida disciplina morale e ascetica con un episcopato dai costumi violenti, il missionario si preoccupa di spiegare la situazione religiosa di queste terre e di come egli avrebbe intenzione di procedere per riformarle completamente.
Preoccupazione primaria era quella di elevare a sede episcopali alcune città fortificate nella regione renana, successivamente vuole anche indire un sinodo per la riforma del clero franco che versava appunto in situazioni assai insoddisfacenti. Tutto questo voleva essere fatto in comune accordo con il papa e con la dinastia regnante dei pipinidi.
Un ulteriore passo per questa convergenza venne fatto nel 751 con l’unzione di Pipino il Breve da parte dei vescovi, premessa alla successiva incoronazione di Carlo Magno mezzo secolo più tardi. Tutto questo aveva portato ad una naturale convergenza di interessi politici e culturali che avevano comportato da una parte la sconfitta definitiva dei longobardi e dall’altra parte il definitivo distacco dalla corte imperiale di Costantinopoli. All’azione riformatrice cercata e voluta dai monaci con il consenso della chiesa romana, per converso i Carolingi agiscono offrendo la loro forza armata a supporto di questa riforma disciplinare e di questo riordinamento territoriale compiendo a volte vere e proprie stragi di popolazioni barbare al fine ultimo di ottenere la loro conversione.
Il processo di riordino territoriale attorno a nuclei diocesani, suddivisi a loro volta in circoscrizioni pievane più piccole, ha il suo picco nell’VIII secolo, quando si stabilisce l’obbligo della festività religiosa domenicale e dell’astensione del lavoro nella stessa giornata. Poco tempo dopo viene reso obbligatorio il pagamento della decima, tributo da pagare per il sostentamento delle chiese. Il latino diventa inoltre la lingua ufficiale del culto e della cultura.
Sempre in questo periodo, e sempre di più per l’orientamento sacralizzante che si cercava di dare ad ogni aspetto della realtà, iniziano a svilupparsi le due opposte dottrine del regnum e del sacerdotium; il primo che rivendica con forza il ruolo di guida del popolo di Dio e di protettore dell’ordinamento ecclesiastico mentre il secondo si sviluppa su basi ierocratiche e si trasforma così in superiorità del consacrante, ovvero il vescovo, sul consacrato, ovvero il re. Sotto Carlo il Calvo si registrò una tendenza nuova che vedeva il sovrano innalzarsi sopra tutto e tutti quasi come una divinità, cosa che l’episcopato e il papato romano non erano intenzionati ad accettare in nessun modo.
I vari vescovi che venivano insediati nelle varie diocesi non solo avevano funzioni specificatamente religiose ma erano investiti anche di poteri temporali sul territorio di competenza. Moltissimi vescovi e abati assunsero talvolta le vesti di veri e propri signori territoriali. Spesso questi vescovi si trovarono in conflitto con i metropoliti della regione, ciò rafforzò lo stimolo a fare appello al papa per risolvere queste questioni in proprio favore. Tutto questo incontrava la condiscendenza papale che era sempre più intenzionato ad inserirsi nei giochi di potere e nella vita delle chiese occidentali. La crescita esponenziale di questi problemi e di queste dispute portò all’elaborazione di una collezione di canoni nota come Decretali pseudoisidoriane. Tale compilazione, attribuita a Isidoro Mercatore, è per lo più composta da una serie di falsi o testi corrotti che avevano l’obbiettivo di rafforzare giuridicamente il potere ecclesiastico.
Ai confini nel frattempo premevano con forza di varia intensità numerose popolazioni come quelle degli Scandinavi, degli Slavi o degli Ungari. Alla fine del IX secolo i Magiari si stanziarono nella regione della Pannonia dalla quale partivano per compiere razzie e incursioni nei territori vicini, almeno fino alla sconfitta subita nel 955; da quel momento iniziò per questo popolo un processo di sedentarizzazione in quest’area che ebbe anche il riconoscimento sia dell’imperatore e sia del papa. Il papato ebbe quindi da questo momento in poi un ottimo appoggio in queste terre.
Più autonoma appare invece la posizione della dominazione polacca che la dinastia dei Piasti aveva formalmente posto sotto la chiesa di Roma a partire dalla fine del X secolo. Di fondamentale importanza per la fondazione di un istituto ecclesiastico in Polonia risultò la figura di Sant’Adalberto.
La cristianizzazione delle popolazione slave fu invece cosa problematica e un processo molto lungo, stesso problema si ripresentò per le popolazioni scandinave dove anche qui le figure di alcuni santi svolsero un ruolo di primo piano. Tuttavia la conversione di queste regioni fu assai lunga per via di una forte resistenza delle tradizioni politeiste e della fierezza identitaria di queste popolazioni.
Tra il X e il XII secolo infine il cattolicesimo romano si estendeva anche a quelle popolazioni che le fonti indicavano come gli uomini del Nord, ossia i Normanni, questi dapprima si insediarono nel Nord della Francia e poi arrivarono a stabilirsi anche nel sud della penisola italiana dove, a seguito di alcuni scontri con il papato, riuscì ad insediarsi in modo stabile nel 1130 con la definitiva cacciata dei musulmani dalla Sicilia.
Una Chiesa in mano ai laici?
Tra IX e XI secolo, regno franco e papato furono investiti da una crisi che portò l’intera Europa occidentale a nuove forme di frammentazione del potere e di particolarismo signorile. È in questo periodo che gran parte della storiografia moderna insiste nell’opinione di una Chiesa in mano ai laici.
Nelle campagne carolingie il potere dei vescovi si era strutturato in modo conforme al potere statale, i re mostrarono nel tempo molto interesse per questa classe capace di organizzare il territorio della propria diocesi e così mostrandosi validi supporti per il regno.
Il papato verso la fine del IX secolo si era venuto a trovare in una situazione difficile; venuta meno la protezione carolingia si trovava ostaggio di varie forze locali e delle famiglie più forti (es. il caso della famiglia di Teofilatto che tenne le redini della carica pontificia per più di un sessantennio).
È possibile dunque parlare di un papato in mano ai laici, i quali si contendevano la carica senza scrupoli come dimostrano le continue successioni al soglio pontificio in questo periodo e le morti misteriose e spesso drammatiche di un gran numero di pontefici. In tutto questo contesto la macchina amministrativa pontificia andava comunque avanti come da abitudine.
Tuttavia il fenomeno che meglio rende l’idea di questa tendenza di potere dei laici sulla Chiesa riguarda le chiese private, o ecllesiae propriae, che ebbero un incredibile diffusione proprio in questo periodo. Erano in genere edifici sacri costruiti sulla terra di un signore, il quale provvedeva a dotarle di beni e di chierici fidati. Tali edifici erano luoghi di culto destinati ai fondatori e ai loro eredi.
La presenza di queste chiese private tende a spezzare l’unità diocesana minore e a darle così un nuovo volto più privatistico e meno pubblicistico. Queste chiese avevano una stretta dipendenza istituzionale dalle famiglie fondatrici, tali stirpi però non sempre riuscivano a mantenere un controllo diretto su queste proprietà.
Ovviamente edifici ed enti ecclesiastici privati venivano fondati anche da vescovi e abbazie, questo fatto faceva sorgere uno dei principali problemi per questi secoli: ossia il fatto che ogni cosa fosse soggetta a valutazione economica e di conseguenza ad una possibile transazione. Questo problema era chiaramente generatore di disordini e non dipendeva dall’intromissione o meno dei laici nelle istituzioni ecclesiastiche. Queste pratiche erano diffuse anche e soprattutto tra gli ambienti chiericali e furono alla base di quella reazione che investì la Chiesa a partire dal XI secolo.
Dal X secolo all’interno del mondo monastico operano tensioni riformatrici con il sostegno dei laici. Un esempio è il monastero di Cluny, fondato tra il 909 e il 910 dall’iniziativa congiunta dell’abate Bernone e del duca Guglielmo I. Il monastero si fondava sulla riforma monastica che aveva investito tutto il mondo ecclesiastico e che prevedeva un ritorno ad un cristianesimo originale e sano, Cluny inoltre dipendeva direttamente dalla Chiesa di Roma. La costruzione di questo monastero offriva anche per l’aristocrazia militare una via monastica per giungere alla santificazione; esemplare al riguardo è la Vita del conte Geraldo di Aurillac scritta dall’abate Oddone.
Gli abati di Cluny si segnalavano per la loro elevata cultura letteraria; in questo periodo si profila una pluralità di orientamenti religiosi e culturali che avrebbero portato nei secoli successivi a riprendere i dibattiti già avviati in età carolingia e a ridar vigore all’eremitismo.
La riforma ecclesiastica del secolo XI
Verso la fine del X secolo, e per buona parte di quello successivo, è possibile individuare un periodo che viene opportunamente definito riforma ecclesiastica che raggiunse il suo culmine nel periodo del pontificato di Gregorio VII (1073 – 1085).
È possibile innanzitutto considerare le esperienze eremitiche di Romualdo di Ravenna verso la fine del X secolo. L’eremitismo riproduce l’autentico monachesimo delle origini rispetto ad una realtà cristiana considerata ormai lontana dagli alti ideali del messaggio cristiano. Il messaggio cristiano viene qui riproposto in tutta la sua asprezza e rigidità, come testimoniano anche i luoghi impervi in cui si mettono alla prova questi uomini. Da questo eremitismo derivano tutta una serie di gruppi e figure, come quella di Pier Damiani poi divenuto papa con il nome di Stefano IX, che si impegnarono a diversi livelli nella riforma ecclesiastica. Fine ultimo di questi gruppi era la correzione delle distorsioni religiose e morali del loro tempo; l’eremo richiedeva estremo rigore morale e coerenza evangelica verso se stessi e verso gli altri.
Il passaggio dal X al XI secolo vede un numero sempre maggiore di abati e vescovi impegnati in questa riforma volta a potenziare e riorganizzare la propria diocesi. Essi si opponevano alla compravendita di cariche ecclesiastiche, ossia la simonia, cercavano di costringere il clero a uno stile di vita di ispirazione monastica combattendo il nicolaismo e imponendo ai chierici il celibato.
Un’apertura di questa riforma si ebbe anche verso il mondo dei laici; l’esempio più eclatante è quello della pataria milanese, movimento che esplose nel capoluogo lombardo contro quei vescovi e quei chierici che mostravano stili di vita amorali a seguito delle prediche del diacono Arialdo. In generale però il supporto laico alla riforma avvenne in forme meno clamorose nel resto dell’Occidente europeo, in genere erano piccoli signori che favorivano l’azione riformatrice di questi abati nelle loro terre.
Al papato, durante i brevi pontificati di Niccolò II e Stefano IX, si verificò una svolta di non poco conto che portò ad un iniziale funzionamento autonomo della cerchia dei prelati riformatori che attorniavano il papa. È proprio nell’XI secolo che la potenza pontificia subisce un iniziale trasformazione attraverso alcuni provvedimenti. Uno di questi viene preso appunto sotto Niccolò II nel 1059 che affermava come l’elezione del nuovo papa spettava ai cardinali vescovi (Decretum in electione papae), in questo modo veniva sottratta l’elezione papale a decisioni non ecclesiastiche e allo stesso tempo si creava un corpo elitario di vescovi che affiancava il papa in ogni sua decisione.
Ciò portò ovviamente ad una resistenza imperiale verso questo provvedimento; infine il conflitto esplose nel 1073 con l’elezione di Gregorio VII che si scontrò apertamente con Enrico IV e con i vari antipapi che di volta in volta venivano nominati dall’impero e sostenuti dalle forze ostili al papato. Il provvedimento più importante preso da Gregorio fu sicuramente il Dictatus papae del 1075; 27 preposizioni che affermavano il primato papale in tutto il mondo cristiano, rafforzavano le prerogative della chiesa romana e affermavano la sovranità giuridica e dottrinale su tutta la cristianità.
Inoltre Gregorio VII difese il funzionamento dell’episcopato da ogni possibile intervento dell’imperatore. I re ora non potevano più associare vescovi e abati al governo assegnando loro i regalia (poteri pubblici) insieme alla carica ecclesiastica. Ciò portò ad un’ovvia spaccatura tra regno e sacerdozio. La soluzione fu trovata a Worms nel 1122.
Tra consolidamenti istituzionali e sperimentazioni religiose
Il XII secolo si presenta come un periodo di consolidizzazione del potere del papato romano e un’affermazione della dottrina ierocratica che si era delineata nel secolo precedente. Questo portò ovviamente a profonde lacerazioni nel mondo religioso e successivamente anche nel mondo laico, laddove il papa cercò di intrecciare e sovrapporre la sua azione a quella di alcuni signori.
Nel frattempo ai margini della cristianità si andavano affermando nuove forme di monachesimo più attive e dinamiche che coinvolgevano sempre di più i laici e nuovi strati sociali.
Il nuovo monachesimo
In questo periodo il monachesimo si impone come manifestazione eminente di perfezione cristiana assumendo così un ruolo trainante nella vita religiosa. L’espansione monastica si attua attraverso la fondazione e l’espansione di numerose congregazioni con una fisionomia diversa rispetto al modello di Cluny.
Agli inizi del XI secolo abbiamo da un lato l’influenza dell’eremitismo di ispirazione romualdina e camaldolese e dall’altro lato la diffusione della disciplina cluniacense derivante dall’omonima abbazia. Alla fine di questo periodo, ossia alla fine del XI secolo, sopraggiungono non poche novità che fanno mutare questo percorso, ispirandosi ad un monachesimo riformato in equilibrio tra eremo e cenobio. È questa l’esperienza vissuta da Bruno di Colonia da cui nasceranno i certosini che cercheranno di rifarsi a tale equilibrio; per Bruno l’eremo deve fuggire dal mondo e ritirarsi nella l...
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