Capitolo 1 - Elementi di metodo
Le basi per lo studio della storiografia antica
Un’enorme quantità di testi storiografici greci è andata perduta per sempre. Per il V secolo ci rimangono le “Storie” di Erodoto e di Tucidide; per il IV le “Elleniche” di Senofonte e gli altri testi di questo autore; per il III nulla per tradizione diretta; per il II le “Storie” di Polibio, incomplete; per il I la “Biblioteca storica” di Diodoro Siculo, incompleta.
Una minima parte di ciò che è perduto possiamo recuperarla tramite le citazioni, cioè i “frammenti”, raccolti prima da Karl Wilhelm Ludwig Muller nei “Fragmenta historicorum grecorum” (1851-53) e poi da Felix Jacobi col Die Fragmente der griechischen historiker (1953. Criterio “genetico”, cioè per genere; informazioni sugli autori; opera portata avanti da altri).
Il valore dei frammenti varia molto per l’età e la fonte che lo trasmette, la sua possibilità di accedere direttamente al testo citato e l’ampiezza del frammento.
Molti storici greci erano soliti riallacciarsi ai predecessori, riprendendo la narrazione dal punto in cui si erano interrotti: si parla di “catena storiografica”. Anche se l’idea era di creare un continuum, ci sono alcuni buchi o alcune sovrapposizioni (es. dopo Tucidide: Senofonte, “Elleniche” di Ossirinco, Teopompo).
Questa idea di successione si ritrova anche negli eventi narrati. Erodoto sembra il primo ad aver letto la storia come una successione di egemonie, poi Tucidide e Senofonte seguirono il suo esempio e così tutti gli storici successivi.
Di fronte alle contraddizioni presenti nelle opere degli storici, la critica le ha spesso attribuite a errori nella trasmissione testuale, correggendo in maniera del tutto arbitraria. Sarebbe meglio però accettare il fatto che i libri storici antichi, come quelli moderni, presentano inevitabilmente degli errori.
La storiografia nacque durante il periodo della colonizzazione greca (750-550 a.C.), dunque a braccetto con la geografia: questo legame si mantenne a lungo (non c’era distinzione di generi).
Possiamo distinguere due filoni all’interno della storiografia (ma i confini sono sfumati): le storie generali dei popoli greci (Jacobi le definiva “Hellenikà”) e le storie locali delle singole città. Le opere di Erodoto e Tucidide sono monografie, ma riguardando tutto il mondo greco possono rientrare nel primo gruppo. Le storie locali iniziarono a svilupparsi soprattutto nel V secolo, in risposta al “monopolio storiografico” di Atene e Sparta (Hdt, Tuc, Sen). La storia locale si concentrava soprattutto sugli elementi di continuità che caratterizzavano un gruppo cittadino o regionale; la storia generale invece sugli elementi di crisi e discontinuità nei rapporti tra le poleis e le varie entità politiche. Nelle storie locali non c’era una catena storiografica: ogni racconto cominciava dalle origini della città.
Molti libri antichi di storia sono pieni di racconti fantastici: si parla quindi di paradossografia. La prevalenza dei “mirabilia” sulla verità storica andava incontro ai gusti del pubblico e si nota soprattutto in età ellenistica, ma ovviamente anche in Erodoto, e infatti Tucidide lo rimprovera per questo (i due si rivolgevano a un pubblico diverso: il primo a uno “di bocca buona”, il secondo a uno di politici e militari).
La datazione segue sistemi diversi da autore ad autore: generazioni umane, magistrati o sacerdoti di una città, olimpiadi, stagioni… La cronografia, cioè la compilazione di tavole cronologiche con eventi e personaggi, è un genere diverso dalla storiografia, anche se strettamente legato (es. “Chronicon” di Eusebio di Cesarea, III-IV sec. d.C.)
Con il loro atteggiamento ellenocentrico i greci consideravano gli altri popoli dei “barbari”, anche se Erodoto ad esempio riconosceva il contributo dell’Oriente nello sviluppo della civiltà e della scienza greche. Nelle varie civiltà del Vicino Oriente, scribi e sacerdoti tenevano cronache da millenni, quindi molto prima della storiografia greca. Un confronto tra le due forme di racconto si può fare ad esempio con l’iscrizione trilingue di Behistun (520 a.C.), fatta incidere da Dario per raccontare le sue imprese, e il racconto di esse che ci fa Erodoto: il testo orientale presenta una “verità” indiscutibile, garantita dal re e dal dio, mentre la storiografia si impegnava a raggiungerla tramite una ricerca (historié) puramente umana.
I libri di storia possono essere costruiti sull’autopsia (testimonianza diretta), su altri libri e sulla tradizione orale. Le componenti sono variabili: l’oralità, ad esempio, prevale nell’età arcaica (pochi testi a disposizione) e nella storia locale.
Il rapporto tra storiografia e biografia è molto discusso. Plutarco, all’inizio della “Vita di Alessandro”, precisa che sta scrivendo vite e non storia, ponendo così una distinzione tra i due generi: la storia mira alla completezza, la biografia può trascurare alcuni elementi concentrandosi su altri. La biografia nacque probabilmente come costola della storiografia. Un sottogenere è il memoriale, in cui lo scrittore racconta dei fatti di cui è stato protagonista: ad esempio, l’Anabasi di Senofonte.
La maggior parte degli storici erano anche scrittori in generale, politici o militari (diversi, come Tucidide, Senofonte, Polibio e Androzione, scrissero le loro opere in esilio).
I greci furono i primi a formulare una teoria della storiografia: sappiamo dei libri “Sulla storia” di Teofrasto e Prassifane, ora perduti, e possediamo il trattato “Come si deve scrivere la storia” di Luciano di Samosata (II sec. d.C.). Di fatto, però, i greci mescolarono la storia a molti altri prodotti culturali (es. racconto di viaggio: “Iscrizione sacra” di Evemero, IV-III sec. a.C.)
Gli studiosi hanno stabilito di considerare storiografia greca tutte le opere di storia scritte in greco, indipendentemente dalla nazionalità dell’autore: abbiamo così il lidio Xanto, l’egiziano Manetone, il romano Fabio Pittore… Risulta difficile stabilire quando finisce la storiografia greca: ancora nel IX secolo il patriarca Fozio scriveva in greco. Per convenzione, si prende come limite Diodoro Siculo, che in età cesariana scrisse un’epitome di storia universale che intendeva mettere insieme le vicende della Grecia e di Roma. In realtà, già da tempo gli storici (es. Polibio) si erano dovuti adeguare ai nuovi dominatori.
Cos’è la storiografia
Quasi tutti i manuali di storia antica prendono come spartiacque tra storia e preistoria la comparsa della scrittura. La storiografia invece è il ripensamento e la stesura per iscritto dei fatti del passato. Nel caso della Grecia, tra l’inizio della storia (tra IX e VIII secolo) e quello della storiografia passa un po’ di tempo (anche se già nei poemi omerici possiamo trovare i germi della storiografia). Santo Mazzarino (1965) vede il primo esempio di storiografia nell’indagine sul passato del sacerdote Epimenide in seguito all’uccisione dei ciloniani (620 a.C.). Questa teoria non ha trovato molti consensi: di solito si ricollega la nascita della storiografia alle città dell’Asia Minore, vivace ambiente culturale in cui nacquero la filosofia e le scienze.
Capitolo 2 – Alla ricerca della strada
Nascita delle prime forme di scrittura storica
La storiografia non può essere scritta in versi, dunque l’Iliade, l’Odissea e altri poemi epici non possono essere considerati l’origine del genere. Nel I secolo, Plinio (basandosi su qualche fonte a noi sconosciuta) presentava come fondatore della storiografia Cadmo di Mileto.
La logografia. Sempre la tradizione antica considerava la logografia (“scrittura di racconti”, diversa dalla “scrittura di discorsi” retorici diffusa nel IV secolo) come la madre della storia, e questa idea è stata ripresa dagli studiosi moderni (anche se la logografia porta in sé elementi cosmogonici e teogonici: era infatti innanzitutto una sistemazione letteraria del patrimonio religioso). Cicerone infatti, pur presentando Erodoto come il padre della storia, attribuiva un primato anche ai logografi come Ferecide, Ellanico, Acusilao, facendo un parallelo con Catone, Pittore e Pisone.
Dionigi di Alicarnasso (età augustea, “Romaiké archaiologia”), distingue gli “archaioi syggrapheis” tra quelli vissuti prima della guerra del Peloponneso e quelli vissuti fino a Tucidide, proponendo anche alcuni nomi come esempi della prima storiografia originaria: molti di essi sono logografi. Parlando di storie locali, ricordi orali e testi conservati in luoghi sacri e profani, Dionigi sembra alludere alle antiche cronache preletterarie, affermando che la storia locale nacque prima di quella generale. Questo punto è ancora discusso.
Ecateo di Mileto (FGrHist 1). Le informazioni su di lui ci vengono dalle “Storie” di Erodoto. Nacque a Mileto, il centro principale della Ionia, e sconsigliò la rivolta contro i persiani nel 500 a.C., proponendo invece di fondere i doni votivi di un santuario milesio per costruire una flotta. Erodoto lo critica perché egli credeva di avere un dio come sedicesimo antenato e dunque di crede che la storia umana fosse iniziata solo 16x33 anni prima.
Alla fine del VI secolo scrisse una “Periegesi”, corredata da una carta geografica (Periodos ghes) e contenente una descrizione dei due continenti allora conosciuti, cioè Europa e Asia, più qualche informazione sulla “Libia” (l’Africa). Proprio la consapevolezza della sproporzione tra la Ionia e l’impero persiano aveva convinto Ecateo che ogni rivolta sarebbe stata fallimentare.
Un’altra opera, conosciuta come “Genealogie”, “Eroologie” o “Storie”, vide la luce tra il 494 e il 490. Qui l’interesse non è più lo spazio, ma il tempo: riporta infatti una serie di alberi genealogici di famiglie e personaggi importanti, dall’età degli dèi fino ai tempi più vicini, accompagnandoli con notizie storiche. In Jacobi troviamo probabilmente l’inizio del testo: “I racconti dei Greci sono molti e ridicoli... scrivo queste cose come a me paiono vere”. Ecateo vuole quindi unificare le diverse versioni attuando una selezione in base al proprio giudizio personale, ma anche “razionalizzare” i racconti mitici. Come dice Jacobi, si tratta però di un “razionalismo incompleto”, dato che sono ancora presenti gli dèi (Eraclito lo criticherà per questo, ma al tempo di Ecateo sarebbe stato difficile escluderli).
Scilace di Carianda (FGrHist 709), tra letteratura tecnico-scientifica e storia. Erodoto racconta che Scilace era un navigatore della Caria che fu mandato dal re persiano Dario (521-486) a esplorare le foci dell’Indo. Percorso il fiume fino all’oceano Indiano, egli avrebbe virato a ovest e dopo 30 mesi sarebbe giunto in Egitto. Il suo viaggio fu raccontato in un rapporto ufficiale e poi in rimaneggiato per essere letto al pubblico (“Periplo esterno alle colonne di Eracle”). Erodoto lo usò probabilmente come fonte per le informazioni sull’India. La Suda ci attesta per Scilace anche un “Giro della terra”, mentre il “Periplo dell’ecumene marittima di Europa, Asia e Libia” (IV secolo) è indebitamente attribuito a questo autore.
Scilace fu comunque l’iniziatore di una nuova tradizione di ricerca empirica che univa geografia, etnografia e storiografia. Eutimene di Marsiglia, verso la fine del VI secolo (o forse dopo), esplorò la costa occidentale dell’Africa, così come Annone di Marsiglia nella seconda metà del V secolo. Pitea, anch’egli marsigliese, compì un viaggio nell’Europa settentrionale, arrivando fino a Thule, e lo raccontò in “Sull’Oceano” (la Bianchetti lo colloca nel IV secolo).
Acusilao di Argo (FGrHist 2). Scrisse le sue “Genealogie” (ritenute da Clemente Alessandrino una versione in prosa di Esiodo) un po’ prima di Ecateo, ma con toni più moderati (Argo era meno “liberale” di Mileto), quindi forse rientrava tra gli autori criticati da questo. Alcune tracce di razionalismo sono però state trovate anche in questo autore (il vello degli Argonauti era tinto di porpora).
Ferecide di Atene (FGH 3). È una figura enigmatica, perché la tradizione antica confonde i dati biografici e bibliografici con quello di due omonimi di Siro e di Lero. Jacobi lo definisce “il primo prosatore ateniese” e infatti dei riferimenti nelle sue “Genealogie” fanno collocare l’opera tra il 508 e il primo quarto del V secolo. Plinio considera invece Ferecide di Siro il primo prosatore, ma la tradizione moderna l’ha escluso dai logografi.
Xanto di Lidia (FGH 765). Originario di Sardi, antica capitale della Lidia, scrisse in dialetto ionico quattro libri di “Lydiaka”: in essi raccoglieva materiale mitologico, etnografico e storico sul suo paese, da un passato leggendario fino alla caduta di Sardi per opera di Ciro nel 546. La Suda lo ritiene contemporaneo di questo evento, ma oggi gli studiosi lo collocano molto più avanti, alla fine del V secolo (siccità sotto Artaserse). Lo storico Eforo (IV secolo a.C.) afferma che Erodoto prese le mosse da Xanto. A lui sono attribuiti anche uno scritto sui Magi e uno sul filosofo Empedocle di Agrigento.
Ellanico di Lesbo (FGH 4 e 323a). Molte informazioni su di lui (dalla Suda o da Panfila, una cronografa di età neroniana) sono false. Abbiamo due elementi sicuri: sappiamo che scrisse la sua ultima opera, l’“Attiké xyggraphé”, prima che Tucidide completasse la sua, dato che l’ateniese la cita, e sappiamo che in questa opera arrivò a raccontare almeno fino alla battaglia delle Arginuse (406 a.C.). Dunque, era un contemporaneo di Tucidide. Dai titoli delle sue opere si deduce che soggiornò a lungo ad Atene e forse anche ad Argo e Sparta. Secondo la Suda, morì a Perperene, una città della Misia.
Ellanico è il primo poligrafo della storia: a lui sono infatti attribuiti ben 23 titoli, anche se alcuni potrebbero essere dei doppioni (titoli non dati da lui). Possiamo raggrupparli in tre tematiche: genealogie (Foronide, Deucalionea ecc.), opere etnografiche (Lesbiakà, Argolikà ecc.) e infine le tre cronache (Vincitori alle Carnee, Sacerdotesse del tempio di Era ad Argo e Atthìs, quella citata da Tuc.)
L’Atthis trattava le istituzioni e le vicende dell’Attica dall’età mitica del re Ogige alla fine del V secolo a.C. L’appellativo di “xyggraphé” definiva un’opera fondata su materiali documentari e opere precedenti (no autopsia). Con l’Atthis, Ellanico può essere considerato il precursore degli Attidografi, di 50 anni successivi. L’insieme della sua produzione assomiglia però anche a un archetipo di storia universale. Il limite cronologico dell’opera di Ellanico, l’unica a spingersi oltre le guerre persiane, spinse Tucidide a criticare il collega. Il fatto che lo citi (caso unico) mostra però che l’ateniese riconosceva un debito, per una serie di piccoli contributi e soprattutto per avergli fornito un modello da cui staccarsi.
Damaste del Sigeo (FGH 5). Damaste (originario del Sigeo, nella Troade) è strettamente legato ad Ellanico: la Suda lo definisce suo “scolaro”, mentre Porfirio invece ritiene che sia stato Ellanico a riprendere da Damaste (tra i moderni, quasi solo Mazzarino ha sostenuto questa ipotesi). La questione è interessante perché uno dei due è stato il primo ad attribuire ad Enea la fondazione di Roma.
Carone di Lampsaco (FGH 262). Sappiamo che Carone era ancora attivo dopo il 464 perché Plutarco (Vita di Temistocle) lo cita a proposito di Artaserse, salito al trono in quell’anno. Sempre Plutarco (Della malignità di Erodoto) lo ritiene più anziano di Erodoto. Le informazioni della Suda sono confuse, ma possiamo attribuirgli gli “Annali di Lampsaco” (nomi di magistrati e sacerdoti della città con brevi informazioni su ogni anno: se lo scrisse prima dell’Atthis è l’“inventore” della cronaca locale) e “Persikà” (dai pochi frammenti vediamo che era molto meno attendibile di Erodoto, che quindi non avrebbe avuto molto da imparare).
Capitolo 3 – L’apogeo storiografico dal V al IV secolo e la “grande storia” delle poleis
La triade Erodoto, Tucidide e Senofonte è costruita in maniera artificiosa, perché i tre storici non hanno quasi nulla in comune tranne la vicinanza nel tempo e la sopravvivenza delle loro opere. È vero però che sono legati nella “catena storiografica”.
Erodoto di Alicarnasso
Nacque verso il 490 a.C. ad Alicarnasso, nella Caria, ma dovette presto fuggire a Samo per i contrasti della sua famiglia col tiranno della città. Dopo aver viaggiato molto in Europa, Asia, Libia ed Egitto, si stabilì ad Atene durante il regime di Pericle e fu inviato da questi nella spedizione per fondare Turi (sull’antica Sibari). Dopo la sua partenza, nel 444, non abbiamo più notizie, ma possiamo pensare che continuò a scrivere fino al 425. Le sue “Storie” (titolo convenzionale), divise in nove libri dai grammatici alessandrini, sono la prima opera storica che ci sia giunta.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame storia greca, prof. Antonetti, libro consigliato Introduzione alla storiografia greca, Marco Bettal…
-
Riassunto esame Storia greca, Prof. Zizza Cesare, libro consigliato Introduzione alla storiografia greca, Bettalli
-
Riassunto esame Storia della filosofia, Prof. Mattoni Alice, libro consigliato Introduzione alla storiografia greca…
-
Riassunto esame Storia greca, Prof. Bencivenni Alice, libro consigliato Introduzione alla storiografia greca, Marco…