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Premessa

Nel trattato di Luciano, "Come si Scrive la Storia", egli afferma che lo storico dovrebbe guardare “le cose così come sono”, come lo Zeus di Omero che dall’alto guarda prima la terra dei Traci e poi quella dei Misi, contrapponendosi con sorridente scetticismo ai suoi contemporanei che nella descrizione delle guerre spartane mostrano le passioni e schieramento degli dei. Nel contempo mette in luce la ricerca della Verità e Ricostruzione di Spazio-Tempo sin dal VI AC. Vattuone scrive tal testo come introduzione al suo corso di Storia Greca e Storiografia Greca, mettendo in luce come bisogni riflettere sull’identità della storia, tipo di conoscenza che promuove e sulla sua utilità, ma anche sul “conoscere storicamente”, ricordando come la storia non si legga ma si faccia.

Pressioni sociali e responsabilità dello storico

Nella nostra epoca la disciplina è soggetta a forti pressioni sociali per l’eccessiva quantità di informazioni, per cui si deve avere una grande sensibilità di lettura e riflessione nel fare storia, dato che essa ha come ultimo obiettivo la verità, richiedendo una responsabilità personale e componente di eticità.

Erodoto e la narrazione storica

Erodoto è uno scrittore greco di Alicarnasso in Asia Minore, nato nel 490 AC e morto negli anni 20 del secolo. Operando ad Atene nella cerchia di Pericle e partecipando alla fondazione di Turi Magna Grecia, è il primo vero scrittore e padre della storia, subito dopo Ecateo di Mileto di cui abbiamo pochi frammenti. Compone le Historie sulle Guerre Persiane del 490 AC e 480-79 AC, essendo vicino ai fatti che narra e non creando una storia universale ma una monografia. Mostra la sua originalità sin dal proemio, in cui presenta la prima Spragis-Firma in “questa è l’esposizione della ricerca di Erodoto di Alicarnasso”.

La sua opera è “l’esposizione dell’indagine” dato che è un Apodhexis (ionico), termine da cui deriva “apodittico” significando qualcosa di dimostrato. Erodoto espone qualcosa avendo l'intenzione di dimostrarlo, mostrando di aver scritto l’opera “affinché le cose avvenute per mano degli uomini non affievoliscano con il tempo, né le grandi gesta meravigliose, quelle mostrate dai greci e quelle mostrate dai barbari, restino senza lo splendore della fama e per sapere quale responsabilità, colpa, origine, causa si battevano tra loro”.

L'intento di Erodoto e la ricerca storica

Il suo fine è quindi dimostrare un Historia, dal verbo Historeo “ricerca” o “processo di conoscenza”, mettendo in luce come la storia sia una presa d’atto della complessità del reale e una “ricerca di cause”. Secondo Cicerone, Erodoto pone le basi del genere storico, e Momigliano vede in lui e Tucidide coloro che hanno posto le radici del pensiero storico moderno. La storia presenta sempre incertezza inversamente proporzionale al suo successo. Lo stesso doveva essere nel mondo antico, dove Ippia legge agli Spartani ed Erodoto incanta Olimpia, presentando sempre il tema dell'interrogazione sul proprio sistema di conoscenza.

Nel V AC il mondo greco viene stravolto dallo straordinario evento delle Guerre Persiane, contro cui ha una gloriosa vittoria, creando uno spartiacque rispetto alla condizione precedente e con l’oriente. Questo porta ad interrogarsi sulle cause della guerra e sconfitta persiana, rendendo il passato essenziale per capire l’aprosdoketon (sostituzione di una parola con una inaspettata) che aveva portato all'inizio della lotta tra le polis per l’egemonia.

L'opera di Erodoto e la sua importanza

La parola Axitela indica “che non diventino deboli o perdano colore” mostrando quindi l’intento dell’Apodhexis di preservare i fatti rendendoli fatti storici, dimostrando come la storia non sia un elemento di fatto ma diventa tale quando qualcuno si impegna a raccontarla ordinandola. Non esiste una storia senza la prospettiva del narratore, non ne esistono mai di uguali e bisogna sempre riscriverla. Il tempo toglie colore alle imprese mirabili, come fa con le pitture sui templi e l’aria disgrega i monumenti antichi, mentre il canto si fissa nel tempo. Erodoto si concentra quindi sul fatto straordinario per preservare le azioni degli uomini, dato che la memoria presuppone la conoscenza che permette di ricordare-confrontare.

L'autore di "Storie" è pari all’Histor Nestore nell’Odissea (bravo a raccontare-conosce storie di uomini), come i poeti deve dar luce di fama alle azioni memorabili di greci e barbari, elargendo lode e biasimo in modo imparziale come Zeus, rispondendo alle domande sulle cause. Gli Erga, Res Gestae per i latini, sono dette “grandi e meravigliose” con una captatio benevolentiae criticata da Tucidide, ma proprio nella scelta con prospettiva assiologica (“degno di”) dei fatti si ha la vera Apodhexis Historie.

Erodoto amplia la sua prospettiva rispetto ai precedenti poeti e Tucidide, non narrando solo dei greci ma anche dei barbari attraverso grandi excursus, che lo rendono anche il primo grande etnologo. Egli si distanzia dal mito come spiegazione di cause profonde, tipico di Omero e dei poeti omerici, ma lo usa per mostrare la discordia tra occidente ed oriente con i rapimenti di Elena, Europa, Io.

L'approccio di Erodoto alla storiografia

Egli sviluppa tale opera grazie ai nuovi strumenti adatti che sorgono in Ionia, dando vita ad una nuova forma di sapere, non pari a quella positivista dell’800, dato che appunto la sconfitta di Serse viene letta in ottica religiosa (mette in secondo piano quella politica). In ogni caso, non si tratta di uno storico ingenuo, dato che attua una ricerca personale autoptica sugli eventi, confrontando le versioni e scegliendo quella migliore. Inoltre, è tra le 3 generazioni che possono aver visto in prima persona i fatti, tratto fondamentale come viaggio-osservazione-riflessione, per la composizione di una storia corretta, mettendo anche in luce come bisogni attuare un’educazione allo sguardo con cui comprendere il significato celato nel passato.

Nel Libro I, 5, 3-4 afferma “questo dunque narrarono fenici e Persiani: io per parte mia non starò a discutere se i fatti si siano svolti così o in altra maniera” mostrando come dopo ciò che lui vede e conosce in prima persona. Lo dimostra nel Libro II 148 “perciò delle stanze inferiori parlo per sentito dire, ma quelle superiori le ho viste io stesso e sono opere più grandi dell’umano”, comincia a narrare quello che gli viene riportato.

Nel II Libro 123 infatti invita a credere alle notizie raccontate dagli Egizi poiché credibili e poi “quanto a me, nei confronti di ogni racconto vale come norma fondamentale che io scrivo come ho sentito dire ciò che da ciascuno viene narrato”. Nel I libro aveva affermato però “andrò avanti nel mio racconto, trattando ugualmente delle piccole e grandi città degli uomini, perché quelle che furono grandi in passato sono divenute piccole e quelle che ai miei tempi sono grandi diverranno piccole” e conclude dicendo che “ben sapendo che la fortuna umana non resta mai ferma nello stesso luogo, delle une e delle altre farò uguale menzione”.

Il ruolo dello storico secondo Erodoto

L’uomo di Historie quindi deve andare oltre la superficie degli eventi con la sua esperienza concreta, descrivendo in modo efficace ogni cosa. Questo fa Tucidide, ateniese di nobile famiglia (forse la stessa di Callia), nato una generazione dopo Erodoto, forse 460 AC, nella sua opera intitolata Historie, una monografia e non storia universale, dato che la prima è di Eforo di Cuma (perduta ma citata da tutti gli autori antichi), trattando della Guerra del Peloponneso e quindi dello scontro tra Sparta e le città ad essa alleate nella Lega del Peloponneso ed Atene con quelle della Lega Delio Attica. Inizia con la Spragis “Tucidide Ateniese”, mettendo quindi in luce di essere stato presente ai fatti (si tratta infatti dello stratega alla guida della Flotta di Taso sconfitto da Brasida ad Anfipoli) e continua con “descrisse la guerra tra Ateniesi e Peloponnesiaci, come combatterono tra loro, cominciando subito ai suoi inizi e supponendo che sarebbe stato un grande conflitto, il più importante dei precedenti, deducendo dal fatto che entrambi combatterono quando erano al vertice della loro potenza e mezzi militari; constatando che il resto del mondo greco si schierava accanto all’uno o all’altro, chi subito, chi progettando di farlo” mostra quindi, come i poeti epici-gnomici-sapienti di aver trattato un conflitto che aveva interessato tutto il mondo e che “fu il più grande sommovimento avvenuto tra i greci e per una certa parte dei barbari, per così dire per la maggioranza degli esseri umani”.

La metodologia storica di Tucidide

Dichiara però che del passato non si possa fare una vera Ricerca (eurein) ma solo avere indizi (ek te tekmerion) infatti lui “compiendo vaste ricerche, ritengo che non siano stati grandi né in relazione a guerre né ad altro”. Si mostra dotato della stessa qualità di Pericle, la Pronoia o Lungimiranza, che lo porta a figurarsi come andranno le cose. Cerca quindi di essere il più imparziale possibile, anche se non lo sarà non riportando della pace di Callia, sfruttando il metodo dell’Autopsia (visione diretta del reale) appartenente a 1° la Medicina, scienza nata con Ippocrate sulla base della valutazione dei sintomi e dell’elaborazione della malattia con un processo sul corpo grazie al principio di causa-effetto, e 2° Sofistica: corrente filosofica del V AC che mette in dubbio la verità oggettiva. Egli attua quindi una Registrazione, lavoro di composizione che richiede tempo e fatica ma riporta alla forma di verità dei fatti. Non si basa infatti solo sull’osservazione, dato che la vista è un organo imperfetto e ogni elemento è sepolto nella memoria, facendo affiorare con l’investigazione il suo ragionamento di verità.

La sezione metodologica delle Storie, I, 20-23, è posta dopo quella detta Archailoghia “discorso sulle cose antiche” in cui si ha una descrizione approfondita della storia della penisola greca dalle origini. Nella sezione metodologica tratta problemi di storiografia accusando di superficialità i colleghi “per i più la ricerca della verità richiede poca fatica e si preferisce rivolgersi a quello che è a disposizione”. Egli mostra come gli eventi si svolgano coinvolgendo le intenzioni-responsabilità umane ma la ricerca della verità è opera del sapiente e richiede la fatica di Odisseo.

Conclusioni e riflessioni sulla storiografia

Il passato, nella Historia Erodotea o Registrazione Tucididea, è detto “imprese grandi” o “tempo precedente” ma non presenta una vera Historia o Ricerca, dato che si accoglie solo la tradizione e la si sottopone all’inchiesta. Lo stesso mostra Luciano in Come si Deve Scrivere di Storia, mostrando lo Storico come colui che trova il bronzo e marmo in natura e le plasma secondo il calco della tradizione. La storia del passato, contro la storia come ricerca, non è una vera storia dato che non presuppone una composizione esito della programmazione e competenze possedute da pochi (portano ad ammirazione); per questo Aristotele paragona poeta e storico, dicendo che la differenza sta nel fatto che il primo attua creazioni universali. Il concetto di storia che ci è più vicino non è quello che i greci identificano con Historia, dato che nel linguaggio corrente si intende il passato osservato come possesso andando oltre l’inchiesta e la ricerca, collegandosi all’immagine di libro che contiene gli elementi essenziali del passato umano, prescindendo dall’evento di chi lo compone. Per noi quindi la disciplina si lega alle Res Gestae, diventando Historia Rerum Gestarum, sovrapposizione semantica presente in tutte le lingue occidentali presentando un contenuto scientifico grazie allo storicismo-positivismo.

Si crede quindi la storia come un monumento che sta alle nostre spalle e gode di autonomia rispetto all’osservazione, ma essendo sempre parte della nostra coscienza e retaggio di carattere spirituale. Si tratta quindi della conoscenza del passato, che dà esiti scientifici seguendo una Tecnica (techne) ed Episteme, essendo una conoscenza più ampia che tiene conto della “complessità”; ciò che ci appassiona del mondo antico è che corrisponda ad un universo drammatico, con una dimensione di complessità e umanità che ci risuona dentro anche per differenza, come afferma Nietzsche nell’Utilità e Danno della Storia. La storia viene presentata come slegata dalla ricerca, come fosse parte della nostra vicenda biologica, credendo quindi la Rivoluzione Francese come un antico monumento, non riconoscendola opera di uno scultore. Tal idea però è erronea e non vi incappano né Tucidide né Erodoto, dato che entrambi considerano allo stesso modo vere le azioni di Achille e Temistocle, vedendo gli eventi dominati dal valore di tali personaggi, anche se tutto era affidato ad una tradizione che esaltava le loro gesta.

Erodoto segue tal via, ma con strumenti diversi, dato che la sua storiografia nasce da un’inchiesta ed ha l’intento di preservare le azioni dei protagonisti dal logorio del tempo, proponendo però un filtro critico tra le imprese e la loro descrizione. Erodoto è quindi cosciente che le azioni avvengano in modo indipendente dal suo sguardo, sebbene la storia non possa essere una registrazione di fatti sic et simpliciter ma si lega alla loro osservazione. All’epoca di Erodoto ogni città possedeva una propria storia, con incipit nella fondazione da un nume tutelare, riportata in maniera orale portandola a connettersi e mischiarsi con quella di tutte le altre, dando vita a duplicazioni e dislocazioni.

Il primo a tentare di mettere ordine in tal materiale è Ecateo di Mileto, che non vuole sostituire la storia degli antichi con quella dei moderni, ma solo dare una risistemazione al patrimonio contradditorio, essendo poi seguito da Tucidide che mostra come non vadano accolte a priori ma indagandole. Non si può infatti rinunciare alle parole dei poeti/miti per la descrizione del passato, ma vanno sottoposti ad una critica come i fatti del presente, sebbene siano riportati da chi dichiari di averli visti in prima persona. Si ha una differenza fondamentale, anche se non compresa per l’abuso della linguistica, tra il termine Evento e Fatto Storico: ogni Fatto Storico è un Evento, ma un Evento diventa un Fatto Storico solo se riesce a lasciare delle tracce di sé nel futuro, affinché siano seguite per raggiungerlo di nuovo. Lo storico quindi non costruisce nulla, né pone idealisticamente l’essere nella realtà, dato che per la creazione di un fatto storico servono un interprete, un lettore ed un osservatore.

La storia non è quindi fatta di documenti che parlano da soli, ma è frutto di un processo di ricerca, dato che la presenza del lettore-interprete mette in crisi una visione della storia come monumento da cui acquisisce un’eredità indiscutibile.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/02 Storia greca

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Melissa. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Berlinzani Francesca.
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