Introduzione
Per la grandissima quantità di fonti riguardo all’abbigliamento antico bisogna saper scegliere quale strada prendere e quale obiettivo si intende raggiungere: la ricerca in epoche precedenti si era infatti concentrata sull’aspetto letterario-antiquario al fine di dare un nome specifico agli abiti, ma poi si passa all’analisi dell’arte decorativa per documentare la varietà degli antichi; si hanno ancora molti dubbi in materia dato che non si può tracciare una rielaborazione o panorama completo dell’argomento. Infatti lo stesso Buschor, che scrisse la tesi “Contributi alla Storia dell’arte tessile nell’antichità”, mostra come la storia dell’arte tessile non sia mai stata scritta e solo negli ultimi tempi si è compreso il valore dell’abbigliamento come testimonianza storico-culturale e rappresentante lo spirito del tempo, dato che bottino o tratto di identificazione sociale e mezzo di comunicazione. La prima fonte di analisi sono i reperti, esigui per la difficile conservabilità, reperiti negli scavi, in particolare di tombe, in Egitto (ottimali condizioni), Russia, Grecia (con anche analisi chimiche dei reperti per individuare i materiali), cui si aggiungono le fonti letterarie che indicano i prezzi, importanza, foggia, aspetto, modello degli abiti, ed in particolare le Epigrafi di templi quali quello di Atena Brauron sull’acropoli (440-30 AC) ed Hera a Samo (346-5 AC) mostrano la funzione di “doni votivi”. La terza fonte sono le rappresentazioni pittoriche, sculture, mosaici, che rendono la varietà e modo in cui gli abiti erano indossati.
Produzione dei tessuti
Materie prime di origine animale
Le materie prime utilizzate per gli abiti greci sono essenzialmente due: di origine animale (seta, lana, crine) e di origine vegetale (canapa, cotone, lino, malva), cui si aggiungono di origine minerale (asbesto, amianto, oro). La principale era la lana di pecora, animale molto importante nell’economia greca anche per carne e latte, cui si prestava grande attenzione, impostando l’allevamento delle razze pregiate secondo il giusto clima, acqua pulita e condizioni propizie del suolo, cui si aggiunge la cura dell’animale e incrocio di razze (Policrate di Samo nel VI AC si fa mandare pecore pregiate da Atene e Mileto). La tassazione avveniva in base alla finezza, grossezza, lunghezza del filato e razza, e la lana migliore era quella morbida, ma anche fine Eria Malaka, contro la lana grossolana Eria Sklera. La cura della lana era fatta sin dal corpo dell’animale, coprendolo con pelli e coperte (Diogene a Megara), ma anche cospargendolo di vino e olio Hypodiptheroi poimnai, come si faceva in Grecia, Italia meridionale e Asia Minore. La tosatura doveva essere nei giorni caldi, ma per Plinio vi era ancora chi strappava la lana, come mostra il vaso a figure rosse con pastore vestito di un abito in pelle legato alla spalla destra e cappello in feltro a righe.
La Eria Lamprà, Lana Bianca, era la più pregiata, seguita poi da quella scura e tutte quelle a tinta unica. La lavorazione della lana era detta Eirughia, eliminando tutte le impurità (anche la lanetta eisypos) con acqua calda e radice saponaria Struthion, cospargendo poi la lana d’olio per la perdita dei grassi naturali e battendola infine con il bastone per separare le fibre; si ha quindi la Cardatura-xainen, con il pettine Kteis, fino a far correre le fibre parallelamente, poi si aveva la tintura o la filatura essendo posta nel cesto da lavoro detto Kalathos Talaros, sempre nelle raffigurazioni. La lana era poi arrotolata in un lucignolo detto Katagma prima della filatura, mostrando come tal pratica potesse essere fatta con le sole mani o con un’epinetron in argilla posto su una coscia: nella Lekithos di Amasis del 550 AC (New York) si mostrano le fasi di tal processo attraverso le raffigurazioni da sinistra a destra, mostrando una donna seduta che torce il lucignolo con le mani, tirando il filo con il pollice e facendolo passare tra indice e anulare (il fiocco era sollevato con la mano sinistra), facendo infine il lucignolo a terra.
La torcitura sulla gamba doveva essere più semplice, infatti nella Coppa di Duride a Berlino 480 AC si ha una donna con gamba scoperta fino alla coscia e l’epinetron appoggiato ad essa, arrotolando attorno allo stinco i fili di lana retti con la mano destra e facendo scendere il risultato nel cesto da lavoro. Nella Coppa a Figure rosse di Firenze 470-60 si ha una donna nella stessa posizione ma con poggia-piede e sedia messi diversamente, con anche un alabastron e un pettine, facendo capire come l’epinetron fosse un corpo cilindrico a cavo dimezzato longitudinalmente, con base minore chiusa e decorata con la scultura e superfici laterali decorate (base maggiore rotonda). Anche se si ha solo una sua raffigurazione in una scena in un gineceo in cui una donne sta a telaio, una regge la rocca e l’ultima fila con tal strumento. Si hanno diatribe sia sul termine Xainein (torcitura-cardatura) e sul fatto che l’epinetron o la panchetta fossero detti Onos (asino): in ogni caso la filatura portava ad avere un filo sottile ed era fatta con una conocchia Elakate, asta forata con impugnatura, e fuso Atraktos, bacchetta con una noce (sphondylon) che ne facilitava la rotazione rendendola pensante. Infatti il gesto della filatrice faceva passare il filo tra le dita e la rotazione e peso lo facevano allungare ed abbassare, secondo una rotazione in senso orario Z o antiorario S, tessendo maggiormente quelli per l’ordito.
Infatti la tessitura avveniva a telaio, costruito attraverso l’incrocio di fili longitudinali-Ordito (Stemon) e quelli trasversali-Trama (Kroke), essendo secondo Teofrasto fatto di legno duro detto Andràchle anche se non ne abbiamo tracce. Grazie a delle immagini si comprende che veniva utilizzato l’Histos Orthios-Telaio Verticale, con pesi, struttura a 2 Montanti-Histiopodes collegati tra loro grazie alla traversa detta Subbio, cui era fissato l’ordito tenuto teso con pesi. Tessendo si doveva passare dal Passo Naturale, creato con la verga di legno, a quello Artificiale: per il primo si passava la bacchetta Kerkis sopra i fili dispari e sotto quelli pari, mentre nel secondo caso si tirava il Liccio-Kalamos che tramite i pesi spostava avanti i fili dispari, facendo tornare la bacchetta, per poi lasciarlo andare e ricominciare la prassi; per sistemare il tessuto si usava o la mano o la spazzola spate (infatti nella Lekythos di Amasis più donne lavorano allo stesso telaio). La lunghezza del telaio era data dalla capacità di pesi (e posizione ottimale) e la larghezza dal Subbio (vi si avvolgeva il tessuto): nella Coppa Beotica si ha una scena con Circe, con in mano uno Skyphos per dare ad Odisseo, nudo e panciuto con mantello sull’avambraccio e mano destra sulla spada retto nel fodero dalla sinistra (pilos in testa), una pozione e dietro si ha il telaio con stoffa sul Subbio.
In base alle necessità il tessuto poteva essere caldo, ovvero di lana e con molti fili nell’ordito (fili della trama spessi), o leggero come quelli in lino: si suppone che tal attività fosse fatta nelle cantine, dato che vi sono ritrovati i pesi e si aveva la giusta umidità per il lino (ma si ha il problema dell’illuminazione), ma mancano le rappresentazioni di tutte le fasi preparatorie come battitura-lavatura-sfilacciatura, dette fondamentali da Lisistrata nell’omonima commedia di Aristofane che paragona l’arte politica con quella della tessitura (controllo della città come della lana, sbrogliare le guerre come le matasse, creare un’unica come un popolo in concordia). Alla lavorazione della lana era molto legata Atena Ergane, che venne sfidata in tal arte (insegnata alle donne che crearono gli abiti per Era) da Aracne, figlia del tintore Idmone di Colofone: Atena rappresentò le 12 storie galanti degli dei e la giovane mortale le 12 gare di mortali contro immortali, facendo infuriare la dea che le distrusse la tela, ma poi al suo tentativo di impiccarsi la rese una ragno.
La tessitura viene anche vista come attività di riflessione e metafora del destino dell’uomo e della sorte decisa da dei e moire (Cloto regge i fili delle vite degli uomini): tra le fibre naturali più preziose si ha il Serikon Nema, realizzato con il filo del baco da seta Bombyx creando la sua crisalide; il baco era ucciso per mantenere il materiale pregiato, conosciuto in Cina sin dal III Millennio AC e venduto da I AC, ma con pena capitale nella diffusione di informazioni, riuscendo quindi a far giungere i primi bachi da seta cinesi in occidente nel 551 in età bizantina. Già Pausania tiene un excursus su tal materiale-coltivazione, mostrando come fosse conosciuta dai greci dal IV AC e per Plinio era attuata in Assiria, mentre per Aristotele sull’Isola di Coo da giovani come Panfile figlia di Plateas, prima donna secondo la tradizione capace di tessere la seta, ma non dando altre informazioni. Dimostrazione di tal conoscenza sono i corredi dei principi del mediterraneo del IV/V AC, fino alle Alpi, o anche i frammenti di seta a strisce di porpora ritrovane nella tomba di un parente di Alcibiade (sotto quella della nipote Ipparete) nella necropoli del Ceramico degli ultimi anni 30 del V AC; secondo le vesti e le ricerche di Weber le Coae Vestes sono vesti di lusso molto fini e trasparenti (in seta), ovvero un chitone trasparente posto sopra un tessuto pesante con profilature sottili, a contrario delle fibre animali, in particolare le Pelli, che portavano alla creazione di grezzi tessuti detti Sakkos.
Le materie prime di origine vegetale
Il lino era una delle piante maggiormente coltivate in Egitto, Europa Settentrionale e Medio Oriente, dato che i suoi tessuti per Plutarco non limitavano i movimenti o erano infestabili da pidocchi: la qualità più alta proveniva dall’Egitto, come mostrano le tuniche dei sacerdoti obbligatoriamente in lino o le cotte in lino regalate dal re Amasi (570-26 AC) con 360 fibre nel filo e rappresentazione di animali. Anche in Grecia si coltivava il lino, dato che nelle tavolette di Pilo si indicano ideogrammi per tal materiale e donne che lo lavorano nella zona di Argo (Lerna). La tecnica egiziana prevedeva la scapechiatura dei tronchi, l’essiccare al sole, la macerazione in acqua sotto pesi perdendo la colla vegetale, poi di nuovo l’essiccatura e la battitura per separare le fibre del fusto ponendole in file parallele. Per Plinio il filato era inumidito e battuto su pietre, ma non si comprende cosa possa essere i Gheron-Vechio, strumento a forma di era con volto di vecchio, descritto da Polluce e usato per avvolgere fibre di lino nella parte superiore.
Il cotone, Eiria Apò Xylon per Erodoto, era formato attraverso i peli di una pianta malvacea che nasceva in India, Medio Oriente, Egitto, da cui si sviluppano capsule della dimensione di una noce che quando si aprono rilasciano una sostanza bianca e fibrosa (non sa se fosse coltivata o preparata in Grecia). Per gli autori antichi vi era una pianta detta Bisso usata per la produzione di stoffe e per Pausania era coltivata con lino e canapa in Elide, infatti per Plinio la maggior parte delle donne di Patrasso si mantenevano con la tessitura di tal materiale pari all’oro, ma non è detto fosse un cotone, un lino, o una fibra mista di esse (conchiglia del mar Mediterraneo). La Canapa-Kannabis era invece molto utilizzata e per Erodoto le donne di Tracia vi creavano abiti pari a quelli di lino (reti di solito). Gli Abiti Amorgici sono un mistero, dato che potevano essere realizzati da una pianta color porpora per la sostanza amorghina, oppure fatti sull’isola di Amorgo in cui cresceva il lino, anche se in ogni caso si riconosce che sono abiti raffinati, trasparenti e di lusso. Sono poco usate la Malva, di cui parla Teofrasto, e il lino tratto dal Cardo descritto da Plinio.
Le materie di origine minerale
Si tratta dell’Asbesto “inestinguibile” e dell’Amianto “incorruttibile”, varietà di agugite e orneblenda molto resistenti e che venivano usati per foulard, asciugamani e abiti mortuari. Per Plinio il primo era detto “lino vivo” dato che di colore rossastro in natura, difficile da lavorare perché corto, e in grado di diventare bianco e non distruggersi con il fuoco; erano reperibili a Cipro, Arcadia, Caristo in Eubea.
La follatura e il lavaggio
I tessuti in lana prima di essere pronti per l’uso erano follati, attraverso un procedimento che li vedeva posti nella buca per la follatura e pestati con i piedi, con bicarbonato di sodio ed urina, che li rendevano grezzi e ruvidi, per un migliore risultato si usava la peculiare argilla detta terra da follone, secondo il processo inventato da Nicia di Megara e detto Knepheutike, con maggiori qualità a Lemno, Samo e Argentiera. Dopo la stoffa era lavata e pressata, mentre se era bianca candeggiata con zolfo, eliminando poi tutti i difetti di tessitura o fibre sporgenti come mostrano le pitture parietali di Pompei. Si tratta di un’attività specializzata, dato che appunto Filocleone nelle Vespe spende 3 oboli dal follatore per lavare il mantello del padre.
La tintura dei vestiti
La Tintura (Baptein) doveva essere una tecnica antica quanto la filatura e nata per armonizzare il naturale cromatismo dei materiali, ma per la segretezza delle tecniche e realizzazione delle sfumature si conosce solo quella a porpora. In ogni caso si ipotizza come dovesse essere attuata prima della filatura, ma per rendere il colore uniforme serviva un tessuto con fibre ben disposte, lavato con il mezzo dello Struthismos, trattato al mordente “stypsis”, essiccato e posto in soluzione con sali minerali (la durata del colore dipendeva dalla fibra). In ogni caso si tratta di un “immersione” (da Baptein) e non bollitura come per i romani. La Porpora era la sostanza più preziosa dell’antichità ed era tratta da un particolare tipo di Murice gasteropode scoperto dai Fenici, la cui tecnica ha apice a Tiro e Sidone essendo descritta da Aristotele e Plinio: una volta catturati i Murici erano schiacciati se piccoli o uccisi e poi schiacciati, dato che il rosso era prodotto da una ghiandola bianca, che rilasciava una sostanza bianco-gialla che passava al giallo limone, verde, viola fino al rosso (molte sfumature fino al nero di cui più famosa è quella di Tiro). Tal liquido era purificato, messo con miele in una conserva per 6 settimane, poi posta 3 giorni nel sale e fatta bollire per 10 fino a giungere ad ¼ del contenuto precedente.
Il rosso era tratto anche dal Coccus Ilicis o Chermes, coccinellide che si attaccava alle querce assomigliando ad un frutto, Pausania infatti parla di una bacca, e forse il colore si estraeva dalle femmine essiccate, ma anche dal Lakos Chromatinos, parassita dell’Asia che portava alla tintura delle vesti dei re di Persia, e la pianta dell’Oricello (phykos), zostera mediterranea, che sostituiva la porpora, o infine le radici della Robbia o Garanza e Buglossa da cui si ricavava anche una sostanza per il trucco. Per ottenere il Blu si usava l’Indikon dell’India Orientale, che posta a fermentare in acqua secerneva, con l’ossidazione, una sostanza colorante sotto forma di massa lavorabile, o il suo sostituto Guado, pianta orientale e del Sud Europa e i Fiori di Catarmo davano un rosso-arancione; per il giallo si usava lo Zafferano (Krokos), rendendo le vesti dette Krokotà, o le foglie di Reseda o corteccia Tapsia. Per il verde si usavano i murici, mescolanza di blu-giallo o cardo Ramnus Catharcica mentre le Galle secernevano sostanze nere. La tintura era sempre fatta in laboratori come quello trovato a Istimia vicino a Corinto, su un altura per venti e non dare odori, posto vicino ad un fiume per l’acqua, ed essendo ovunque conosciuto in età classica per la qualità della sua porpora. Della ricca policromia oggi rimangono solo le tracce in statue, pitture, vasi e pochi reperti, compensati dalla tradizione letteraria che mostra come i nomi degli abiti fossero dati in base al colore (melion per il verde mela) e quindi gli ateniesi vestissero con colori sgargianti per gusto e per il loro significato apotropaico-simbolico nelle feste.
Confezione degli abiti
Taglio e cucito
L’attività di sartoria era molto sviluppata sin dall’età minoico-micenea per la composizione di vestiti tramite le pezze realizzate a telaio (0.5-2m) o rammendi con aghi in avorio, bronzo, ferro. Una delle principali attività di una casalinga, oltre al cucinare ed educare i figli, era la produzione di vesti, dato che in ogni classe sociale le donne dovevano sempre essere in grado di trasformare le materie prime che acquistavano al mercato (gli uomini lo davano per scontato: problema del bere che nuoce al...
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