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sconfigge la ribellione dei due sahaba Ubayd Allah e al-Zubayr, sostenuti da Aisha che perde la

battaglia del cammello).

Sono considerati dalla tradizione sunnita i rappresentanti di un’età dell’oro in cui si definisce

chiaramente l’identità islamica a scapito della cultura tribale, che in realtà non viene eliminata

bensì incorporata nel modello socio-culturale dominante nel Vicino Oriente, soprattutto dopo la

conquista di Egitto, Siria (con Umar) e Iraq (con Ali).

È un periodo di definizione dell’identità islamica che avviene soprattutto attraverso il rapporto tra

cristiani ed ebrei. PERIODO OMAYYADE (661-750)

Il califfato omayyade, con capitale Damasco, è il primo stato islamico esplicitamente costruito sul

diritto di una famiglia a regnare (Banu Umayya, frazione dei Quraysh). La tradizione definisce

negativamente i califfi omayyadi come corruttori del giusto cammino prescritto dal profeta e

seguito dai primi quattro califfi, proiettando sul passato una visione successiva dell’autorità e

dell’ordinamento politico e religioso. In realtà danno un grande contributo alla formazione

dell’identità e della tradizione islamica (particolare enfasi sulla figura del profeta, assente invece

nei primi califfi), soprattutto con Abd al-Malik (646-705), noto per l’arabizzazione

dell’amministrazione (impone l’arabo per i documenti scritti), la riforma monetaria in senso

aniconico, la costruzione di molti spazi sacri islamici, spesso rivendicandoli da ebrei e cristiani,

come nel caso della trasformazione del Monte del Tempio ebraico in Cupola della Roccia (692).

Con gli Omayyadi cresce la consapevolezza dell’Islam come monoteismo per arabi: non c’è

alcuna volontà di imporre la fede islamica e le conversioni sono scoraggiate. Il carattere arabo è

evidente soprattutto nel trattamento socialmente discriminante dei MAWALI (non arabi

convertiti divenuti clienti) ma è errato sostenere che l’identità araba sia il tratto dominante del

califfato omayyade. I palazzi dei califfi riflettono molto bene sia l’identità araba (stile di vita

desertico, posizione periferica e provinciale nelle aree di confine) sia la transizione verso i modelli

del Vicino Oriente (iconografia romana e bizantina, raffigurazione di principi romani e sassanidi

riflette il carattere imperiale proprio del Tardo Antico).

Costruzione delle prime identità settarie

Nel primo Settecento si sviluppa il settarismo in opposizione agli Omayyadi per ragioni religiose,

politiche e ideologiche: nascono diversi gruppi pietisti molto diversi tra loro ma uniti

dall’espressione in termini islamici delle loro ideologie.

1) Il precursore del sunnismo è Hasan al-Basri, influenzato da elementi sufi, il quale predica

l’aderenza assoluta ai principi coranici pur non fomentando aperte ribellioni (diritto di

critica attraverso la predicazione). È noto per la sua posizione sul peccatore come ipocrita

ed ingrato, da escludere dalla umma, in contrapposizione ai Mu’taziliti che invece vedono

possibilità di redenzione.

2) I Kharijiti (“coloro che escono” da KHA-RA-JA uscire) sono definiti dagli eresiografi

come il primo gruppo settario ben definito. Emergono dall’opposizione alla decisione di Ali

di negoziare con il ribelle governatore della Siria al-Mu’awiyya (poi primo califfo

omayyade) in merito all’assassinio del terzo califfo Uthman. Sostengono il dovere della

ribellione all’autorità se propaga versioni errate della fede, dunque il dovere della hijra

e di combattere i miscredenti con la jihad. Secondo la dottrina del TAHKIM Dio è l’unica

fonte di autorità e decisione quindi i miscredenti/ingrati devono essere esclusi dalla

comunità dei fedeli.

3) La dottrina sciita si consolida più tardi (tra fine 700 e inizio 800) ma fin da subito emergono

gruppi che rivendicano un leader prescelto da Dio (imam) tra i discendenti del profeta

attraverso Ali. Il proto-sciismo è caratterizzato da toni apocalittici e messianici in

continuità con il Vicino Oriente tardo antico e con il messianismo ebraico.

PERIODO ABBASIDE (750-1258)

La rivoluzione abbaside scoppia tra 749-750 nel Khurasan iraniano. Dalla branca degli Alidi,

gruppi proto-sciiti di opposizione anti-omayyade (promessa di ripristinare la giustizia del profeta

ed elezione di un califfo appartenente alla AHL AL-BAYT, “la gente della casa”) emergono gli

Abbasidi, i quali rivendicano la discendenza dallo zio del profeta Ibn al-Abbas contro i proto-

sciiti che sostengono la discendenza necessaria da parte di Ali, cugino del profeta. In una prima fase

le rivendicazioni di discendenza sono vaghe e confuse e sarà solo in seguito, in risposta alla frattura

con i gruppi sciiti Alidi, che il bisogno di legittimità spingerà gli Abbasidi a definire meglio la

loro discendenza al fine di usare l’Islam come fonte principale di legittimazione. Descrivono la

loro ascesa al potere come DAWLA, termine che indica sia la rottura con il governo corrotto

degli Omayyadi sia la restaurazione dell’ordine ideale islamico associato alla prima umma del

profeta.

Alcuni orientalisti occidentali hanno a lungo sostenuto la tesi della rivoluzione abbaside come

ribellione iraniana al dominio arabo (solo perché ha origine in Iran) ma in realtà la rivolta ha un

profondo carattere arabo nonostante l’innegabile presenza di mawali nell’esercito ribelle. La

rivoluzione abbaside è la diretta risposta al contesto di crisi politica e religiosa in atto all’epoca:

millenarismo condiviso, caos, ingiustizie sociali, insoddisfazione dei mawali.

Consolidamento dell’identità islamica nelle sue forme settarie (750-1000)

Nei primi tre secoli di dominio abbaside, nonostante forze centrifughe provinciali tendano a

minare l’autorità centrale, si assiste ad un consolidamento dell’autocrazia (contrariamente al

ruolo rivoluzionario assunto inizialmente dal califfato) e alla trasformazione dell’esercito con

l’introduzione di mercenari turchi che spezzano i legami tra la umma e la partecipazione al potere

militare e politico.

Lo spostamento della capitale del califfato da Kufa (forte presenza sciita) a BAGHDAD dà inizio a

quella che viene definita “età classica” o “età dell’oro” nella quale hanno grande influenza le

tradizioni imperiali preislamiche e la cultura persiana. Il modello sassanide del regnante all’apice

dell’autorità religiosa (dispensatore di giustizia per conto di Dio) viene ripreso sia dagli Omayyadi

che dagli Abbasidi. Il ruolo divino del califfo come vicario di Dio non è dunque esclusiva sciita

e lo si vede dai nomi dei califfi come al-Mansur (colui a cui Dio ha concesso la vittoria) e al-Mahdi

(colui che è correttamente guidato da Dio), sotto il cui governo Baghdad diventa la metafora della

grandezza imperiale e il principale centro culturale e religioso islamico.

Gli ulema (non definibili come classe sociale ma come gruppo eterogeneo che rappresenta gli

interessi della popolazione islamica e dedito alla trasmissione della conoscenza religiosa sunnita)

accumulano il loro potere gradualmente nella lotta tra religione e califfato (600-900): la loro

autorità ha base locale ma viene ampliata dalla mobilità sociale e geografica e dalla

dinastizzazione delle cariche.

Il rapporto tra politica e religione, centrale per la definizione delle identità sunnita e sciita, si

evolve verso il progressivo distacco degli ulema dal potere politico, già indebolito nella sua

autorità (da non leggere con i paradigmi occidentali della separazione tra stato e chiesa). Il

fallimento della MIHNA (inquisizione) del califfo al-Mamun (813-833), non riuscendo

nell’intento di conformare QADI (giudici) e FUQAHA (giuristi) alla posizione mutazilita

razionalista sulla creazione umana del Corano, consolida il trionfo degli ulema come detentori

dell’autorità religiosa. Nel momento in cui il califfato abbandona la pretesa sull’autorità religiosa

gli ulema, non più minacciati, si dimostrano i più ardenti sostenitori del califfato.

1) SCIISMO

Lo SCIISMO consolida una sua teologia distinta per distanziarsi dagli Abbasidi, anch’essi con

origini proto-sciite. Il padre della teologia sciita è JAFAR AL-SADIQ (teologo e imam discendente

di Ali) il quale articola la dottrina dell’imam secondo cui Dio dà un imam a ogni generazione

con sovranità religiosa e politica su tutta la umma (WILAYA, termine in comune con i sufi, per i

quali designa invece un individuo graziato dalla vicinanza a Dio). L’imam, la cui autorità è

necessaria ma non profetica, è libero dal peccato (MA’SUN) e viene scelto per designazione

(NASS) dai predecessori tra i membri della ahl al-bayt, con il conseguente rifiuto dei primi califfi.

Una grande differenza con il sunnismo risiede proprio nella legittimazione dell’autorità politica e

religiosa: se per i sunniti è sufficiente il consenso della comunità (‘IJMA) che secondo la

tradizione non sarebbe mai d’accordo su una versione errata dell’islam, per gli sciiti tutto si rifà alla

discendenza da Ali e Fatima (anche gli hadith sono legittimi solo se scritti da discendenti di Ali,

per alcuni radicali solo dagli imam).

Fino alla fine dell’800 la distinzione è ancora labile (molti sciiti circolano alla corte abbaside) anche

a causa del ricorso alla TAQIYYA (dissimulazione) per evitare persecuzioni. Ma dalla fine 800 gli

sciiti iniziano la costruzione di strutture indipendenti: la massima guida religiosa anche in ambito

sciita viene assunta dagli ulema, i quali si sostituiscono spesso agli imam minorenni legittimati dalla

dottrina teologica dei Duodecimani, secondo cui in assenza dell’imam gli ulema ne

interpretano la volontà.

A metà 900 gli emiri Buyyidi in Iraq contribuiscono all’articolazione dell’identità duodecimana

soprattutto attraverso atti pubblici come la maledizione dei primi califfi e la commemorazioni degli

eventi chiave della ricostruzione sciita della storia islamica. I Buyyidi sono sciiti Zayditi, moderati

sul fronte della discendenza (non è necessario che l’imam sia discendente di Ali e Fatima) ma in un

primo momento pericolosi quanto gli Ismailiti, che emergono tra 800 e 900 come frazione settaria

separatasi dai duodecimani per questioni di identità e autorità dell’imam. Caratterizzati da un

distinto carattere settario (culto iniziatico), sono chiamati anche Settimani in quanto sostengono

che il settimo imam ISMA’IL (figlio di Jafar al-Sadiq) sia anche il settimo profeta NATIQ

(parlante, contrapposto ai sei profeti silenti) dopo Adamo, Abramo, Noè, Mosè, Gesù e Muhammad:

sostengono che al suo ritorno (forse è nascosto) completerà il circolo dei profeti abrogando la

legge di Muhammad per fornire la versione definitiva.

Le fonti islamiche li descrivono come gli eretici per eccellenza proprio perché rappresentano una

concreta minaccia dal punto di vista politico con l’instaurazione del regime dei Fatimidi in

Egitto (962-1171). Emergono dalla scissione dalla setta ismailita dei Carmati, diffusi nel Golfo

Persico nel 900 e responsabili del saccheggio della Mecca con conseguente ratto della Pietra

Nera (umiliazione per gli Abbasidi: riescono quasi a prendere Baghdad).

I Fatimidi prendono il nome dalla presunta discendenza da Fatima, figlia di Maometto sposata con

Ali, e diventano una setta indipendente a causa della rivendicazione dell’imamato di ‘UBAYD

ALLAH (imparentato con Ismail), il quale inizialmente stabilisce un califfato rivale degli Abbasidi

in Nordafrica per poi conquistare l’Egitto nel 969 e stabilire la capitale al Cairo. Una delle

caratteristiche più pericolose per l’ortodossia sunnita è la tendenza all’eterodossia e al sincretismo

con altre religioni (influenze neoplatoniche), che porta alla costruzione di un regime di relativa

tolleranza religiosa.

2) TRADIZIONE GIURIDICA E TEOLOGICA SUNNITA

Si formano in un processo graduale tra 700 e 900, per lo più in risposta al settarismo sciita: oltre

alla visione incompatibile sull’autorità politica e religiosa (imam contro ‘ijma) un altro fattore di

incompatibilità risiede nei diversi ricordi degli eventi fondanti della prima era islamica, espressi

attraverso le rispettive celebrazioni pubbliche.

La SHARIA (legge positiva, sistema discorsivo) si sviluppa come elemento unitario al fine di

stabilire un’identità islamica comune in un impero sempre più vasto e meno coeso e in risposta

alla volontà di allontanarsi dall’influenza ebraica, espressa attraverso il simbiotico scambio di

testi e tradizioni (considerazione islamica per la Isra’ilyyat, le storie dei primi profeti). La

tradizione giuridica e teologica islamica si definisce attraverso le MADHABIB (scuole dottrinali),

inizialmente più di dodici, poi ridotte a quattro (Shafiti, Hanafiti, Malikiti, Hanbaliti) dai nomi dei

quattro eponimi, all’epoca inconsapevoli di una vera distinzione tra le scuole, riflesso successivo

di bisogni giuridici specifici di un’epoca più tarda.

Gli Shafiti (da al-Shafi’i) stabiliscono una gerarchia di USUL (fondamenti della legge islamica).

Dopo il Corano si trova la Sunna riflessa negli hadith, la quale viene stabilita come fonte

principale del diritto islamico, più importante dell’uso selettivo della ragione (QIYAS) e del

consenso della comunità, il quale invece è prioritario per i Malikiti, diffusi prevalentemente in

Nordafrica. La scuola più antica è quella degli Hanafiti (da Abu Hanifa), i più liberali e tolleranti, i

quali prediligono il qiyas, ragionamento deduttivo e analogico del giudice rispetto alla tradizione

scritta, seguendo la scia del razionalismo mu’tazilita. I più radicali sono invece gli Hanbaliti (da

Ahmed ibn Hanbal) i quali accettano incondizionatamente Corano e Sunna (a volte con letture

letterali) e si oppongono nettamente ad ogni tipo di BID’A (innovazione) e al razionalismo

sostenuto dagli Hanafiti.

La divergenza di posizioni porta ad una battaglia teologica tra razionalisti (ASHAB AL-RA’Y)

che predicano l’IJTIHAD (ragionamento indipendente) e tradizionalisti (ASHAB AL-HADITH)

che predicano il TAQLID (imitazione dei padri intellettuali) vinta da questi ultimi grazie al

contributo degli Shafiti, che stabiliscono la funzione normativa degli hadith del profeta. La vittoria

del tradizionalismo e dello scritturalismo ancora l’islam ad una tradizione immutabile espressa

nelle scritture piuttosto che alla debole razionalità umana.

Gli interpreti della tradizione sono gli ulema, soprattutto i giuristi, la cui trasmissione orale dei testi

porta ad una trasmissione di autorità personale (religiosa e sociale). Il carattere genealogico

della trasmissione dell’autorità degli ulema porta alla dinastizzazione delle cariche religiose,

soprattutto tra 800 e 900, quando il fallimento della Mihna e l’indebolimento del potere dei califfi a


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elib.

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze storiche
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher elib. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia e Istituzioni del mondo musulmano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Bori Caterina.

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