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concesso da Mosca ai lord russi) e in seguito con il sistema dei timar. Nelle zone ex

bizantine a maggioranza cristiana (Balcani meridionali e isole dell’Egeo) alle élite viene

concesso di mantenere privilegi esistenti come l’ereditarietà delle terre e di conservare il

sistema territoriale bizantino (PRONOIA). In Ungheria, territorio tripartito dominato in

parte dagli Asburgo, viene concessa una grande autonomia di governo alle èlite

(amministrazione e riscossione dei tributi congiunta), così come nelle zone di contesa tra

Ottomani e Safavidi, dove i leader tribali curdi ottengono l’eredità delle proprietà su base

familiare. Nelle province acquisite dopo la sconfitta dei Mamelucchi (1517) come Siria,

Palestina ed Egitto viene posta un’attenzione particolare agli accordi di negoziazione,

soprattutto per la minaccia di intrusione safavide, e vengono spesso mantenute le strutture

di potere esistenti, in cui i Mamelucchi continuano ad amministrare in nome dell’impero

ottomano. Dopo la sconfitta dello shah safavide in Iraq si cerca di favorire la popolazione

locale per distinguersi dal precedente governo safavide, adattando il governo al grado

di assimilabilità delle élite locali. Nelle province più lontane (Arabia, Moldavia,

Valacchia, Transilvania) e meno assimilabili viene semplicemente concessa l’autonomia di

governo in cambio del tributo, anche se vengono impiegate ingenti risorse in Hijaz a

Mecca e Medina per questioni di legittimazione islamica.

2. Politica fiscale e commerciale basata su un rigido fiscalismo centralizzato (basato

sull’unità fiscale del timar e sul sistema delle gilde urbane) con imposte onerose soprattutto

sui non islamici (imposta di capitazione CIZYE) e sul provisionismo, la volontà di

provvedere alle città imperiali e alle loro élite. Dal punto di vista commerciale gli Ottomani

tendono a concedere privilegi commerciali alle potenze europee (Venezia, Ancona,

Leopoli) al fine di creare alleanze internazionali.

Legittimazione

3. insieme a flessibilità e capacità di mediazione/incorporazione è la

caratteristica principale per mantenere la longevità dell’impero in quanto la coercizione è

molto più difficile da attuare rispetto al consenso. Tutti gli imperi ricercano legittimità in

un’ideologia sovranazionale (espressione simbolica dell’unità imperiale) spesso a carattere

religioso che il più delle volte si forma proprio attraverso il confronto con i rivali. Ad

esempio gli Asburgo consolidano la propria identità di rappresentanti del cattolicesimo

contro la minaccia islamica, così come i Russi si definiscono protettori della Chiesa

ortodossa contro l’Islam ottomano.

Nell’impero ottomano è importante anche l’elemento dinastico ma la fonte principale di

legittimazione risiede nel mantenimento di un ordine normativo basato sui principi di

giustizia ed equità, di cui il sultano è il responsabile in quanto dispensatore di giustizia per

conto di Dio. Il pensatore ottomano Kinalizade elabora la teoria del cerchio dell’equità, poi

punto cardine del governo di Solimano I, secondo cui lo stato è legittimo in base a come

riesce a dispensare giustizia al suo popolo.

Islamizzazione dell’identità imperiale

4. Con la conquista delle province arabe

conseguente alla sconfitta dei Mamelucchi e con la guerra contro gli sciiti safavidi, si assiste

ad una graduale islamizzazione dell’identità ottomana, iniziata con Mehmed II, il quale

trasforma molte chiese in moschee e madaris e attua diverse deportazioni di cristiani da

Costantinopoli. Allo stesso modo Selim I (1512-1520) riesce ad alterare l’equilibrio

demografico verso l’ortodossia sunnita attraverso la trasformazione delle élite religiose

(bizantini cristiani sostituiti dagli ulema) e la persecuzione degli sciiti che sostengono i

Safavidi in Anatolia e dei sufi, sempre più radicalizzati in risposta alla centralizzazione.

L’islam diventa la fonte principale di legittimità, così com’era stato per gli Omayyadi e

gli Abbasidi, ma non è presente fin dall’inizio negli ottomani bensì si configura come un

tratto identitario coscientemente auto-costruito per ragioni strategiche. Solimano I

(1520-1566) istituzionalizza l’islamizzazione dell’impero e consolida la dipendenza degli

ulema dallo stato centrale grazie alla creazione del Sheyhulislam a capo della gerarchia

di ulema hanafiti rappresentanti del sunnismo. Nell’ottica ottomana è presente una

separazione tra religione come sistema simbolico di significati e religione di stato come

istituzione utile e subordinata alla ragion di stato: il sultano ha pieno controllo sia sulla

sharia che sul kanun (legge sultanica) e il KADI (magistrato, giudice e insegnante) è

responsabile dell’applicazione di entrambe, ponendosi come rappresentante dell’islam e

dello stato, intermediario tra centro e province e tra cultura alta e religione popolare.

Il mantenimento della pax ottomanica attraverso la tolleranza

Locke e Voltaire nei loro scritti sulla tolleranza rappresentano l’impero ottomano come un esempio

di tolleranza e inclusione contrapposta alla politica repressiva, persecutoria, inquisitoria e

ghettizzante dell’Europa cattolica medievale e controriformista. La spiegazione tradizionale vede la

tolleranza ottomana come l’espressione ideologica dell’islam verso le popolazioni non islamiche

(protette se accettano la sottomissione ed uno status di seconda classe) ma in realtà è una risposta

pragmatica all’esigenza di amministrare le differenze etniche e religiose, il risultato di una

continua negoziazione che porta all’istituzionalizzazione della differenza con il sistema del

MILLET, nucleo del governo indiretto dei diversi gruppi religiosi. La differenza è vista come una

caratteristica necessaria in quanto l’unità comunitaria è il principale mezzo di amministrazione

statale della società.

Oltre al millet islamico viene costituito il millet cristiano ortodosso in cui viene riconosciuta la

totale autonomia della Chiesa ortodossa (governo indiretto per eccellenza) a cui Mehmed II,

consegnando il diploma berat al patriarca (pratica già in voca con i Selgiuchidi) concede la

giurisdizione compelta su tutta la popolazione ortodossa dell’impero. Per la prima volta i

cristiani ex bizantini vengono subordinati ad un’unica autorità religiosa, che diventa la

controparte ottomana nel mantenimento dei confini sociali e al contempo ufficiale dello stato a tutti

gli effetti.

La gestione del millet ebraico è complicata dalla situazione di discriminazione (subita anche con

gli Asburgo e con i russi) e soprattutto dall’assenza di un’istituzione centrale, dunque l’impero

intraprende una negoziazione separata con multiple comunità autonome, con la conseguente

proliferazione degli intermediari, come nel caso del millet armeno. Quest’ultimo, caratterizzato

da una chiesa strutturalmente simile a quella ortodossa ma anche dalla presenza di molti centri che

rivendicano l’autorità ecclesiastica sul territorio, viene gestito dallo stato come una via di mezzo

tra la centralizzazione ortodossa e il multipolarismo ebraico: gli ottomani stabiliscono due

centri di potere (Istanbul e Gerusalemme) con due patriarchi di riferimento, ma entro la fine

del 1600 il patriarca di Istanbul rivendica un’autorità centrale.

Spesso emergono dei contrasti tra le comunità dhimmi per differenze reali o percepite di

trattamento da parte dello stato e superiorità economica. Quando scoppiano casi di violenza

interetnica l’impero ottomano, così come quello russo, adottano politiche di contenimento usando

le istituzioni legali (tribunali) come centri di risoluzione dei conflitti, non senza resistenze da parte

dei rabbini (temono l’assimilazione e hanno paura di minare una reputazione già fragile) e dei

cristiani (non vogliono interferenze sul diritto di famiglia).

Diverse gestioni delle differenze negli altri imperi

L’impero romano si caratterizza per tolleranza e pluralismo, anche grazie al carattere politeistico

del culto romano, fino a quando il cristianesimo non rappresenta una minaccia tale da portare

avanti una durissima politica di persecuzione.

L’impero bizantino, più intollerante a causa dell’imperialismo culturale e della stretta relazione tra

religione e stato, si orienta invece più verso una politica di assimilazione delle élite nemiche e di

conversione.

L’impero asburgico più di tutti porta avanti politiche di assimilazione, persecuzione e

conversioni forzate, ponendosi come il baluardo del cattolicesimo romano fino al 1700 con le

politiche tolleranti di Maria Teresa e Giuseppe II.

L’impero russo è quello che più si avvicina agli ottomani per la tolleranza, pragmatismo e

flessibilità, anche se c’è più enfasi sulla conversione. Gli episodi di persecuzione, conversione e

assimilazione si verificano soprattutto in periodi di instabilità politica ed economica.

Il ruolo dei confini sociali

I confini sociali vengono percepiti come marcatori mobili della differenza (variabili, aperti alla

manipolazione) e dunque indispensabili per organizzare e governare la diversità. Le tesi che

vedono fin da subito i turchi come ghazi dediti alla Jihad sono errate in quanto in realtà l’ideologia

ghaza si sviluppa solo più tardi nel 1400 per ragioni di legittimazione imperiale. Nel primo periodo

di formazione imperiale, invece, prevale la volontà di governo attraverso l’inclusione, il che

comporta la formazione di un sincretismo culturale ed ideologico che porterà gradualmente tutti i

leader politici e religiosi (anche sufi e cristiani) a definire confini sociali e identità separate,

soprattutto in seguito all’irrigidimento dell’identità sunnita dell’impero, iniziata nel 1500 con il suo

culmine nel 1800.

Tra 1400 e 1600 diventa sempre più importante una chiara definizione della differenza,

rigidamente marcata dal punto di vista istituzionale nonostante nelle pratiche quotidiane la realtà dei

bazar veda una certa fluidità e fusione sincretistica. I confini sociali vengono marcati attraverso

segni visibili (codici di condotta, abbigliamento, ecc) e attraverso l’esistenza di diversi sistemi di

giustizia a seconda della comunità etnico-religiosa, ma a partire dal 1500 l’impero si serve di tre

politiche per lo stabilimento di rigidi confini sociali:

1) Devshirme Rappresenta la conversione di un determinato gruppo con fini specifici, in

questo caso la conversione di bambini cristiani con finalità militari. Sono marcatori di

differenza molto più forti rispetto alla tassazione, in quanto solo i cristiani possono essere

inseriti in questo sistema, causando spesso il risentimento di ebrei e armeni.

2) Conversioni A differenza degli Asburgo e della Russia, gli ottomani non hanno una politica

coerente di conversione. È una pratica ambigua e unidirezionale (i musulmani non

possono convertirsi, pena una condanna per apostasia) che vede diversi tipi di conversioni.

La maggior parte sono individuali, soprattutto per motivi economici e di status sociale,

soprattutto quando nel 1500 l’orientamento sunnita dell’impero spinge i non islamici a

convertirsi per ottenere benefici e privilegi: in questo caso si può parlare di conversioni

politiche. Le conversioni individuali però tendono ad appesantire il carico fiscale sull’intera

comunità di origine, causando spesso conversioni collettive. Infine le conversioni forzate

rappresentano i più forti marcatori della differenza ma allo stesso tempo i convertiti

contribuiscono alla mediazione e al mantenimento della conversione tra i diversi gruppi.

3) Surgun La deportazione forzata viene usata dall’impero come strumento per

l’eliminazione di gruppi problematici ma soprattutto per il ripopolamento ideologico di

alcune zone come Istanbul, dove si cerca di promuovere l’integrazione culturale e la

valorizzazione delle differenze deportando mercanti greci, armeni, ebrei e islamici,

invitando rabbini e aprendo le porte ai rifugiati ebrei (diaspora conseguente all’Inquisizione

spagnola), stabilendovi la sede del patriarcato greco-ortodosso e armeno. Gli effetti a breve

termine di questa politica sono devastanti per le comunità deportate, spesso in competizione

e lotta tra loro, le quali, come i convertiti, recano a vita l’etichetta di surgun.

L’organizzazione sociale del dissenso

Il dissenso nasce quando non c’è un adeguato equilibrio nella distribuzione delle risorse e nella

gestione della diversità. Contrariamente all’Europa cattolica, dove la persecuzione lenta e stabile

riguarda interi gruppi con determinate idee giudicate contrarie all’ortodossia dominante,

nell’impero ottomano il dissenso non è un problema dal punto di vista ideologico: le

persecuzioni iniziano solo quando le azioni dei ribelli vanno a minare l’ordine pubblico

(NIZAM-I ALEM).

L’impero romano organizza il dissenso tramite incorporazione, cittadinanza e patronage, portando

avanti persecuzioni soprattutto nel caso degli schiavi ribelli come deterrente. Nell’impero

bizantino il dissenso assume una valenza religiosa nel caso del conflitto iconoclasta e nella lotta tra

lo stato e l’eresia bogomilita. L’impero asburgico si identifica fin da subito con il cattolicesimo,

opponendosi nettamente al protestantesimo. L’impero russo invece, come quello ottomano, non

sviluppa un cosciente spirito statale di ortodossia e legame con la chiesa fino a quando non si

sviluppano casi di dissenso: la persecuzione si verifica nei confronti di gruppi percepiti come

concrete minacce all’autorità statale, come la Chiesa uniate (legata alla Polonia cattolica contro cui

l’impero si pone come difensore dell’ortodossia) e i Vecchi Credenti, simili ai Kharijiti.

La principale minaccia percepita dallo stato ottomano tra 1400 e 1600 è rappresentata dagli turuq

sufi eterodossi in quanto trascendono i confini sociali, sono geograficamente diffusi con reti di

relazioni vastissime, informali e clandestine, e tendono a praticare la dissimulazione.

Diversamente dall’impero romano nei casi delle rivolte giudaiche in Palestina, circoscritte

geograficamente e ben definite dal punto di vista politico, l’impero ottomano percepisce il pericolo

nella diffusione eterogenea e capillare del sufismo.

Un esempio della tensione tra istituzionalizzazione del sufismo (Bektasis a protezione dei

Giannizzeri, colonizzazione e islamizzazione per conto dell’impero) e dissenso si vede nella rivolta

di Seyh Bedreddin (1416) che nella sua figura rappresenta il perfetto esempio del sincretismo

culturale e religioso. La sua ribellione rappresenta la lotta tra l’eterodossia mistica e l’ortodossia

scritturalista predicata dallo stato, la quale si consolida ancora di più dopo la ribellione.

Un esempio di dissenso facile da incorporare è rappresentato dai Celali (1500-1600), banditi

mercenari sciiti assimilati dall’impero tramite negoziati specifici, in modo simile

all’assimilazione dei Cosacchi del Don da parte dell’impero russo, che li usa poi come partner


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elib.

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze storiche
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher elib. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia e Istituzioni musulmane e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Bori Caterina.

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