Dalle guerre dell'oppio a Mao Zedong
Il sinocentrismo e i rapporti con l'esterno
Dal III secolo a.C. alla metà del XIX secolo, i rapporti dell'impero cinese con il mondo esterno si basavano sul sinocentrismo, un antico sistema di relazioni internazionali dell'Asia orientale fondato sulla centralità della Cina, sull'assenza di rapporti paritari e sul sistema del tributo. La Cina era una realtà morale definita Zhongguo (Stato del centro) che si identificava con la civiltà cinese ritenuta superiore a tutte le altre al cui apice vi era l'imperatore che governava per missione divina.
Al di fuori di tale realtà, vi era il regno della barbarie senza storia e unità. Chi l'accettava e si identificava con essa era un civile, un essere degno; diversamente era un barbaro e non degno di alcuna considerazione. Ai capi politici cinesi non era concesso di entrare in contatto su un piano di parità con l'imperatore. L'assenza di rapporti paritari caratterizzava anche i rapporti con gli stranieri.
I tentativi di relazioni diplomatiche
La Gran Bretagna ad esempio aveva provato più volte ad allacciare relazioni diplomatiche su basi paritarie e avviare scambi commerciali con la Cina, ma senza successo: le missioni di re Giorgio III, la prima nel 1792 con Lord Macartney e la seconda nel 1816 con Lord Amherst. erano state rifiutate dall'imperatore cinese Qianlong. L'unico rapporto possibile era basato sull'invio del tributo da parte dei rappresentanti degli stati stranieri che riconoscevano l'autorità dell'imperatore nella cerimonia del koutou dove venivano eseguite tre genuflessioni e nove prostrazioni. L'imperatore in cambio garantiva protezione e rispondeva spesso con doni di uguale o maggiore valore.
I rapporti con gli stati invece, erano di competenza dei funzionari locali e regolati dalla sezione del Ministero dei Riti (Libu) o del Ministero delle Dipendenze (Lifanyuan).
Le guerre dell'oppio e i trattati ineguali
Con la sconfitta cinese nella prima guerra dell'oppio (1839-1842) contro la Gran Bretagna, prende avvio la stagione dei trattati ineguali, ovvero la stipulazione di trattati dove il paese straniero firmatario acquisiva dei diritti nei confronti della Cina senza la previsione di alcuna reciprocità, con il conseguente avvio del graduale declino dell'impero cinese dove le autorità imperiali risultarono incapaci di reagire e quindi inclini a fare maggiori concessioni agli stranieri pur di non compromettere la propria posizione.
Il 29 agosto 1842 venne firmato il Trattato di Nanchino che prevedeva l'apertura dei porti di Canton, Shanghai, Ningbo, Xiamen e Fuzhou al commercio occidentale, la cessione di Hong Kong alla Gran Bretagna, una tariffa doganale fissa del 5%, la possibilità da parte dei residenti stranieri di acquistare terreni e fondare scuole con grande vantaggio per le missioni cristiane, la possibilità per le navi da guerra straniere di stazionare nei porti aperti e la sottrazione dei sudditi inglesi alla giurisdizione cinese.
Nell'ottobre 1843 venne firmato il Trattato supplementare del Bogue che stabiliva il principio della extraterritorialità per i sudditi britannici residenti nei porti aperti e la clausola della nazione più favorita che ebbe l'effetto di legare insieme i principi stabiliti dai vari trattati nel cosiddetto sistema dei trattati (Treaty system). Nel 1844 vengono stipulati trattati simili con gli USA e la Francia. Il Trattato di Wanghia prevedeva l'estensione dei diritti acquisiti dagli inglesi agli americani e la non sottomissione in materia civile e penale. Il Trattato di Whampoa permise alla Francia di ottenere l'inserimento di un editto che accordava tolleranza al cattolicesimo romano, che si estese anche alle altre confessioni cristiane per via della clausola della nazione più favorita.
La seconda guerra dell'oppio e il declino dell'impero
In seguito alla sconfitta cinese contro la Gran Bretagna nella seconda guerra dell'oppio (guerra dell'Arrow, 1856-1860), nel 1858 venne firmato il Trattato di Tianjin con gli USA che ampliava quello del 1843 e garantiva l'incolumità dei sudditi e dei beni statunitensi sul suolo cinese e nelle acque territoriali, e nel 1860 la Convenzione di Pechino che prevedeva l'apertura di nuovi porti, l'accesso delle imbarcazioni straniere ad alcune acque cinesi interne, il diritto degli occidentali di circolare all'interno del paese e acquistare proprietà fondiarie, e la facoltà per le potenze occidentali di aprire rappresentanze diplomatiche permanenti a Pechino.
Il 20 gennaio 1861 venne costituito un ufficio specifico incaricato di amministrare i rapporti con l'estero. Il periodo delle guerre dell'oppio e la conseguente apertura della Cina contribuirono all'affermarsi dell'idea che la Cina fosse una potenza come le altre e che quindi dovesse regolare le sue relazioni con il mondo esterno facendo ricorso agli strumenti politico-diplomatici degli occidentali, i quali smisero di essere visti come barbari. La balance of power diventa il modello teorico e pratico della nuova concezione delle relazioni internazionali.
Il dibattito storiografico sulle cause delle guerre
Nel dibattito storiografico sulle cause della guerra dell'oppio sono emerse due posizioni. La prima, vede il commercio di oppio come la causa della guerra (Karl Marx; Chang Hsin-pao che sostenne un'innegabile coincidenza tra la crescita del commercio dell'oppio e gli allarmismi delle autorità cinesi nel far rispettare le leggi per la sua proibizione e lo scoppio della guerra; David Fieldhouse secondo il quale l'oppio aveva giocato un ruolo fondamentale nel sistema economico-finanziario britannico; Robert Marks per cui aveva giocato un ruolo fondamentale nel sistema economico mondiale nell'epoca dell'ascesa dell'Occidente industrializzato). Nella realtà dei fatti, il commercio dell'oppio era fondamentale per la Gran Bretagna per equilibrare il triangolo commerciale, che da un lato riforniva la madrepatria del tè cantonese, dall'altro faceva giungere fino in India prodotti e investimenti britannici.
La seconda posizione si è soffermata sugli aspetti di natura politico-culturale e vede l'oppio quale occasione della guerra (Fairbank, Renouvin, Kuo).
Le ribellioni popolari e l'intervento straniero
Nella seconda metà dell'800, l'impero cinese venne ulteriormente indebolito da rivolte popolari e anti-dinastiche, come la ribellione dei Taiping tra il 1850 e il 1864, l'insurrezione dei Nian a nord, la sollevazione dei musulmani a ovest e altre ribellioni minori dirette da società segrete. Le potenze straniere ne approfittarono cercando di impadronirsi dei territori periferici dell'impero non facenti parte della Cina, ma sui quali rivendicava la sovranità, avviando il processo di sgretolamento del sistema del tributo basato sulle relazioni col Vietnam e la Corea.
In aggiunta, l'impero cinese venne investito nel processo di spartizione del mondo tra le grandi potenze. Per la vastità del suo territorio, la Cina non venne mai sottoposta a una colonizzazione totale e non finì mai per essere smembrata. Per convenienza, le potenze sostennero il debole potere della dinastia Qing (1644-1911) e operarono una sorta di imperialismo informale o senza responsabilità caratterizzato dalla multinazionalità e in cui ciascuna curava i propri interessi, che secondo lo storico Hosea Ballou Morse conobbe il suo massimo splendore nel 1860-1895, nel cosiddetto period of submission, preceduto dal period of conflict nel 1830-1860 e seguito dal period of subjection nel 1895-1911.
L'imperialismo straniero e la resistenza cinese
L'imperialismo straniero in Cina trovò espressione in una molteplicità di istituzioni, ovvero nel sistema dei trattati ineguali generalizzato con la clausola della nazione più favorita, nei porti aperti creati sulla base di quei trattati, nello statuto cosmopolita della concessione internazionale di Shanghai, nell'ispettorato generale delle dogane marittime internamente controllato da funzionari stranieri e a lungo diretto dall'inglese Robert Hart, nel potente co-governo del corpo diplomatico di Pechino e nelle varie Conferenze internazionali che a partire da quella di Versailles (1919) fino a quella di Jalta (4-11/12/1945) hanno deciso in modo arbitrario sulle sorti future del paese.
L'impero cinese si è costantemente impegnato in un processo di assimilazione critica dei modelli e degli elementi civilizzatori introdotti dall'esterno (sinizzazione) e la presenza straniera in Cina si è dovuta confrontare con la forza di resistenza e lo spirito di opposizione del popolo cinese che hanno contribuito a preservare l'indipendenza del paese. La tradizione locale determinò il sorgere delle concessioni straniere, delle isole di sovranità all'interno dello Cina, degli "Stati nello Stato", che riguardavano linee ferroviarie e miniere, investimenti nelle industrie dei porti dei trattati e attività finanziarie e concessione di prestiti.
Perdite territoriali e l'influenza straniera
Nel 1879, 1885, 1886 e 1895, rispettivamente ad opera di Giappone, Francia, Gran Bretagna e ancora Giappone, l'impero cinese perse l'arcipelago delle Ryukyu, l'Annam, la Birmania e il regno della Corea. La Corea rappresentava per l'impero cinese lo stato tributario per eccellenza. Con l'invasione del Giappone alla fine del XVI secolo, la Corea che aveva adottato una politica di isolamento sul piano internazionale, si trovò ad essere tributaria di entrambi gli imperi. Nel 1853 venne minacciata in seguito all'apertura forzata del Giappone da parte USA e alla fine degli anni '60, il Ministero degli Affari Esteri cinese suggerì l'impossibilità della sua politica di resistenza e la possibilità di aprire i suoi porti spontaneamente. Nel 1876, la corte coreana degli Yi (1392-1910) firma il primo dei suoi trattati ineguali con il Giappone della dinastia Meji (1868-1912).
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