Storia dell’America Latina contemporanea (ultima parte)
Negli anni ’60 e ’70 si capì che l’unico modo per contrastare le rivoluzioni fosse quello
di applicare una soluzione drastica e rivoluzionaria. Non tutti i regimi autoritari
dell’epoca furono uguali: vi erano autocrazie personaliste, come la famiglia Somoza in
Nicaragua e il generale Stroessner in Paraguay che mantennero il potere e
affrontarono la sfida del cambiamento sociale da un lato con una facciata
costituzionale e dall’altro con la repressione. In America Centrale, specie a Panama e
in Salvador, sia nell’area andina, cioè in Perù, Bolivia ed Ecuador, si alternarono due
tipi di autoritarismo: un autoritarismo nazionale e populista e un autoritarismo più
tradizionale, fedele all’ordine sociale e alla causa occidentale nella guerra fredda. In
Messico, il regime che ruotava attorno al PRI (Partido Revolucionario Institucional)
restava saldo in sella senza il sostegno militare ed affrontando le nuove sfide sociali da
un lato con la repressione e dall’altro aiutandosi con l’ideale populista. I protagonisti
assoluti di questi nuovi regimi autoritari furono le Forze Armate e questa aria di
controrivoluzioni investì anche le democrazie più solide come Cile e Uruguay,
lasciando solo il Costa Rica, Colombia e Venezuela le uniche democrazie nella regione.
Il più longevo dei quei regimi si instaurò in Brasile nel 1964 e durò fino al 1985. Caso
diverso per l’Argentina dove un primo regime istituto nel 1966 non riuscì a consolidarsi
a causa della reazione dell’opposizione e dalle divisioni dei militari. Le elezioni
presidenziali del 1973 portarono alla vittoria e al ritorno Peròn. Ben presto, le diverse
anime del peronismo si dilaniarono tra loro e la sua terza moglie, rimasta al potere
dopo la morte, non riuscì a mantenere il potere. Nel 1976, il potere cadde nuovamente
nelle mani delle Forze Armate, le quali fecero terra bruciata di ogni opposizione ma
fallirono nel tentativo di consolidare il loro regime che crollò per scarsi risultati
economici, le divisioni all’interno dell’esercito e la sconfitta nella guerra delle Falkland-
Malvinas del 1982. Nel 1973, con un colpo di stato iniziarono i regimi militari di Cile e
Uruguay: il regime uruguayano durato fino al 1985, giunto al culmine di un conflitto
sociale e armato durato anni e della parallela militarizzazione dello Stato. Il regime
cileno durato fino al 1989, punto di partenza della lunga dittatura del generale
Pinochet. Ma cosa c’era di nuovo in questi regimi? Era l’impulso <<rivoluzionario>>
delle Forze Armate, di rigenerare la nazione. Si è parlato spesso di regimi militari
istituzionali, cioè regimi delle Forze Armate, le quali si ergevano a tutrici della coesione
politica dell’unità ideologica della comunità nazionale, intese come organismi che
dovevano essere riportati in armonia e in equilibrio sradicando le cause dell’instabilità
politica, dell’agitazione social e del sottosviluppo economico. Le cause vanno ricercate
nel comunismo o in altri termini nelle forze sociali, nei modelli economici e negli
orientamenti ideologici di cui si nutriva la miscela tra marxismo nazionalismo.
Brasile dei militari: nata dal colpo di Stato del 1 aprile 1964 (chiamata dai militari
revoluçao e con il sostegno statunitense), la dittatura brasiliana durò fino al 1985.
Alle sue origini vi erano i timori dei militari sulla sicurezza e sullo sviluppo del Brasile.
Sicurezza che giudicavano minacciata da un governo simpatizzante con Cuba e con il
mondo comunista e sviluppo che ritenevano ostruito dal populismo del governo. In
campo politico, realizzarono profonde pulizie nell’amministrazione pubblica,
università e nell’esercito. Proibirono i partiti politici tradizionali, esercitarono uno
stretto controllo sui mezzi di comunicazione, smantellarono le leghe contadine,
mantennero aperto il Parlamento limitandone i poteri. Imposero un bipartitismo
coercitivo, cioè un sistema politico limitato e tutelato nl quale figurava un partito
governativo e uno d’opposizione moderata. Quando montò la protesta studentesca, il
regime non si risparmiò ad usare la forza. Dal 1974 il regime avviò una lunga fase di
graduale liberalizzazione, fase in gran parte pilotata con l’obiettivo di approdare a
una democrazia forte e controllata. Così, imposta la sicurezza, i militari scommisero
sullo sviluppo. Cardine del loro progetto era approfondire il processo di
industrializzazione estendendolo anche ai settori più avanzati e sfruttando le risorse
nazionali. I protagonisti erano lo Stato, il capitale privato nazionale e il capitale
estero. I risultati ci furono, ma il Brasile visse una modernizzazione autoritaria nella
Iniziò ’60 e ’70 la transizione dal modello economico dirigista ad un modello liberista,
cioè aperto al mercato mondiale. I modelli economici dei regimi non seguirono tutti lo
stesso dogma economico, ma avevo tutti un obiettivo comune: smantellare la politica
economica dei populismi e le loro basi sociali ed imporre un governo finalizzato allo
sviluppo, ossia più efficiente e competitivo in grado di favorire l’accumulazione di
capitale interno e l’attrazione di capitale estero necessario per il decollo economico. In
questi regimi lo Stato mantenne un ruolo chiave, sia direttamente, specie nel campo
delle industrie di base, sia indirettamente, garantendo le condizioni politiche e
giuridiche che i militari al potere e i loro alleati ritenevano imprescindibili pe lo
sviluppo. Sviluppo connesso all’industria, ma più integrata, cioè non più soggetta
all’importazione di beni capitali e tecnologie, bensì in grado di assicurare l’intero ciclo
produttivo dei prodotti vitali per il mercato interno. Alla base di questo modello la
convinzione che nei paesi periferici non esistessero le premesse sociali e culturali per
la democrazia politica. La soluzione risiedeva nella sospensione della democrazia fino
a quando lo sviluppo non avesse generato condizioni sociali tali da renderla
sostenibile. Il che comportò la chiusura dei Parlamenti e dei partiti, la censura della
stampa, la repressione dell’opposizione e il controllo dei sindacati. Fattori che
neutralizzavano i movimenti populisti e creavano la pace sociale e la sicurezza
giuridica richieste dai capitali esteri per rischiare investimenti in quella regione. La
base sociale su cui poterono contare i nuovi regimi era formata dai ceti che i populismi
avevano escluso: borghesia, ceti intermedi e un nuovo ceto intellettuale di formazione
tecnocratica. L’esito di questo modello varia da paese a paese: Brasile e Messico fu un
successo al contrario Argentina e Cile fu un disastro. Come mai? Incontrarono forti
limiti strutturali e resistenze da parte dei movimenti populisti. In questi casi si decise
di liberalizzare l’economia, sacrificando l’industria e concentrandosi nella produzione
di beni richiesti dal mercato mondiale, spesso materie prime.
Il Cile di Pinochet, vetrina neoliberista: Augusto Pinochet guidò il Cile dal
1973 al 1989 e non si concepì mai come una breve parentesi autoritaria ma
bensì come l’inizio di una nuova epoca nella storia nazionale. Nel perseguire i
suoi scopi utilizzò la violenza contro gli oppositori e le ricette economiche che
vigevano da decenni per affidarsi a quelle liberiste dei tecnocratici cresciuti alla
scuola di Milton Friedman, i cosiddetti Chicago Boys. Ridusse il peso dello Stato
nell’economia attuando massicce privatizzazioni. Aprì il mercato nazionale al
commercio estero obbligandolo a diventare più competitivo. Liberalizzò il
mercato finanziario e deregolamentò quello del lavoro. Quali furono i risultati? I
critici mettono l’accento sugli elevati costi sociali: alla fine della dittatura il
potere d’acquisto dei salari era più basso di quello di vent’anni prima e la
crescita economica non fu spettacolare e soggetta a forti oscillazioni. Esistono
però argomenti a favore dl bilancio economico della dittatura: infatti secondo
alcuni, fu grazie alla sua politica a gettar le basi della lunga, costante e
straordinaria crescita economica cilena dalla metà degli anni ’80 in poi. Ebbe
Ideologia di questi regimi fu la Dottrina della Sicurezza Nazionale, Dsn. Appoggiata
dagli USA perché esprimeva idee e valori cari a loro e perché l’influenza militare
americana aveva scalzato quella europea presso gli eserciti latino-americani. Era una
dottrina tipica della guerra fredda: partiva dal presupposto che il mondo era diviso in
due blocchi, quello occidentale rappresentava il mondo libero minacciato da un
nemico totalitario. Definiva i tratti fondamentali della nazione che ambiva a
proteggere. Si basava sulla nozione di occidente Cristiano che conduceva a due
risultati familiari al terreno organicista: la nazione su cui vegliavano era un organismo
dotato di un’essenza, la cristianità e votato all’unità nell’Occidente. Il secondo era che
il nemico, il comunismo ma spesso si confondeva anche con altri fenomeni,
minacciava sia l’unità sia l’essenza. La repressione non aveva limiti precisi e tendeva
ad estendersi a macchia d’olio colpendo in particolare ambienti intellettuali:
università, giornali, ecc. Erano antipolitici e vedevano nella politica un fattore di
disturbo e di ostacolo allo sviluppo economico e all’armonia sociale.
La repressione. L’Argentina dei <<desaparecidos>>: la violenza politica fu la nota
dominante negli anni ’60 e ’70 in America Latina. È lecito parlare di Stati terroristi,
poiché tutti quanti, chi più chi meno, non solo attuarono brutali e vaste repressioni ma lo
fecero anche violando le loro stessi leggi. Tutti i paesi, con il Piano Condor, si prestavano
anche aiuto per meglio perseguire gli oppositori. Ma il caso più brutale fu l’Argentina.
Usciti dal potere nel 1973, vi rientrarono tre anni dopo. Il governo peronista eletto si era
sciolto a causa di contrasti interni, dell’incapacità di arginare l’inflazione e di contenere
l’ondata terroristica che stava spaccando il paese tra l’Alianza Anticomunista Argentina,
un gruppo paramilitare di estrema destra e i Montoneros, la guerriglia peronista che
invocava il socialismo nazionale. Nel 1976, quindi le Forze Armate preso il potere. Per
reprimere l’opposizione, le Forze Armate decisero di non agire come Pinochet in Cile. I
militari cileni, infatti, riunivano in campi di concentramento i prigionieri politici e li
condannavano a morte; ciò suscitò la condanna mondiale, l’isolamento internazionale e
il crescente distacco della Chiesa dal regime. I militari argentini ricorsero alla
repressione clandestina, cioè alla scomparsa di persone, che venivano prelevate dalle
loro abitazioni, rinchiuse in luoghi segreti e torturate fino alla morte. Colpì studenti,
militanti sindacali, religiosi, artisti e a volte la violenza politica si trasformava in violenza
privata su donne incinte i cui neonati furono talvolta dati in adozione agli aguzzini. Tutto
dietro ad una parvenza di normalità culminata nella realizzazione dei campionati del
mondo di calcio nel 1978. La repressione era il collante che teneva unite le diverse
fazioni delle Forze Armate e l’ordine creato era l’unico successo di questo regime agli
occhi della popolazione. Finita la fase più intensa della repressione, riaffiorarono le
diverse fratture che minavano l’unità delle Forze Armate. Il regime andò in crisi sia sul
1965, i marines nella Repubblica Domenicana: fu un intervento militare volto ad
imporvi un governo fedele. A rendere questo intervento furono diversi fattori: il primo
era il parallelismo con Cuba e il secondo è che era la prima volta che le truppe
statunitensi mettevano piede e combattevano dagli anni ’20, cioè dalla dottrina del Buon
Vicinato di Rooselvelt.
Gli anni compresi dalla rivoluzione cubana e gli anni ’80 furono gli anni durante i quali
la presenza statunitense si fece più sentire. L’influenza sovietica conquistata con la
rivoluzione cubana e il regime di Castro pose il problema dell’egemonia, ossia la
credibilità della leadership statunitense e la capacità di esercitarla nella loro zona
d’influenza con il consenso dei governati e della popolazione. Aggiornarono la dottrina
dell’Alleanza per il Progresso stabilendo che le Forze Armate dell’America Latina non
erano più chiamate a controllare un’eventuale aggressione esterna, bensì sulla
sicurezza interna perché il nemico era già in casa. Dal 1962 l’aiuto militare crebbe a
ritmi sostenuti: offrirono corsi di addestramento e indottrinamento, nei quali i militari
latino-americani venivano istruiti alla guerra irregolare contro la guerriglia e all’azione
civica; inoltre le Forze Armate ottennero nuove e moderni armi, non pensanti, ma
leggere, precisi e facilmente trasportabili utili contro la guerriglia. Nel 1969 con
l’amministrazione Nixon, gli USA affermarono di non poter imporre il miglior via per la
democrazia e che laddove essa aveva fallito i militari erano gli unici in grado di
garantire ordine, progresso e lealtà internazionale. I rapporti tra le due regioni parvero
cambiare con l’arrivo alla Casa Bianca di Jimmy Carter nel 1976. Il contesto però era
mutato: negli USA l’esito della guerra del Vietnam, lo scandalo Watergate avevano
indebolito il prestigio del paese e con esso i poteri presidenziali; in America Latina, non
era più la minaccia del comunismo a dominare l’area ma la repressione e il
militarismo. Carter basò la sua politica su due elementi chiave: il primo era la
localizzazione dei conflitti, cioè ogni conflitto non poteva essere una sfida sovietica in
America Latina, per cui bisognava disinnescarli riconducendoli alla loro dimensione
locale, cioè nazionale. Da qui un piccolo disgelo con Cuba, le iniziali aperture verso i
rivoluzionari che avevano preso potere in Nicaragua e la firma degli accordi del 1977
che prevedeva il ritorno del Canale alla sovranità di Panama. Il secondo punto erano i
diritti civili: il perno della sua politica verso l’America Latina e di minacciare a tal fine
con sanzioni o ritorsioni chi li avrebbe violati.
L'appuntamento con la democrazia politica per i paesi dell'America Latina si rinnovò
negli anni ’80. Il contesto internazionale era mutato: il modello socialista era crollato,
l'ondata rivoluzionaria si era spenta e anche quella controrivoluzionaria stava
giungendo al termine. Inoltre in molti paesi della regione si manifestò in modo
concreto e cosciente una nuova società civile consapevole dell'importanza della
democrazia politica in sè e de danni causati dalle guerre ideologiche. In nessun caso la
transizione alla democrazia seguì vie rivoluzionare: i militari non se ne andarono al
potere perché cacciati. In Argentina, il fallimento più grande, non fu la pressione
popolare a causarne la ritirata ma fu la sconfitta nella guerra delle Falkland- Malvinas.
In Brasile e Cile, dove le Forze Armate vantavano successi in campo economico e
politico, la transizione fu sempre in mano loro. Nel primo caso, nel 1985, le piazze si
colmarono di persone che reclamavano elezioni dirette del presidente, ma ciò non
avvenne perché fu eletto dal Parlamento secondo le procedure previste dal regime. Fu
il timore degli effetti di un così lungo governo sulla disciplina delle Forze Armate a
convincerli ad avviare la transizione, che fu lunghissima e pilotata dall’alto dai militari i
quali mantennero grande influenza nel regime democratico. In Cile, dopo il plebiscito
dove Pinochet ne usciva sconfitto, la transizione seguì le tappe previste dalla
Costituzione del 1980 redatta proprio dai militari. In alcuni casi le transazioni
comportarono veri e propri negoziati tra i militari e le opposizioni con i primi che
imposero alle seconde le amnistie che essi approvarono per sottrarsi agli eventuali
processi per i diritti umani violati, come accade in Uruguay.
La guerra delle Folkland-Malvinas: Nel 1982, l'arcipelago popolato da coloni
d’origine inglese fu causa dell’ultima guerra tra paesi occidentali nel 20º secolo. Il
governo di Buenos Aires, in deficit di popolarità e di coesione politica approfittò della
paralisi dei negoziati sulla sovranità delle isole per occuparle militarmente ottenendo
la violenta risposta del primo ministro britannico Margaret Thatcher che inviò la flotta
causando la disfatta argentina al termine di una guerra durata 74 giorni e costata
circa 900 vittime, il 70% delle quali argentine. Una volta saputo che la bandiera
argentina sventola va sulle isole, grandi folle si radunarono a festeggiare nelle strade
del paese. Il governo però fece male i conti: non ottenne la neutralità degli Stati Uniti
e non giovò
-
Riassunto esame Storia dell'America Latina, prof. Vangelista, libro consigliato Storia dell'America Latina Contempo…
-
Riassunto esame Storia e istituzioni dell'America Latina, prof Zanatta, libro consigliato Il peronismo
-
Riassunto esame Storia e istituzioni dell'America Latina, prof Loris Zanatta, libro consigliato La dittatura Argent…
-
Riassunto esame Storia dell'America latina, prof. Zanatta, libro consigliato La dittatura argentina, Marcos Novaro