Il peronismo
Il peronismo non fu solo il frutto del genio, della scaltrezza e del fiuto del suo fondatore, ma anche l’insieme di mutamenti che egli riuscì ad interpretare convogliandoli verso un progetto più grande. Per cominciare, nel 1943 (anno in cui le Forze Armate presero il potere ed avviarono la Revolución), l’Argentina non era più soltanto un paese agricolo alle dipendenze del mercato e dei capitali britannici. Grazie agli accordi stipulati con la Gran Bretagna nel 1933, l’Argentina riuscì meglio di altri ad affrontare la crisi del 1929 affermandosi per gran parte degli anni ‘30, come il più fiorente granaio al mondo.
Negli anni ’30, si produsse in Argentina un vero e proprio processo di sostituzione di importazioni: l’economia argentina, dinnanzi alle difficoltà finanziarie, agli ostacoli che gravavano sul commercio internazionale e alle difficoltà dei suoi partner, rispose alla crescente domanda di beni, stimolata dalla ripresa delle sue esportazioni, producendo da sé quel che un tempo importava (settore tessile o alimentare). Il risultato fu che per l’intero decennio precedente alla Rivoluzione del 1943, l’industria crebbe a ritmi più sostenuti dell’agricoltura. Questa industria aveva alcune caratteristiche peculiari: per prima cosa, era concentrata nella capitale e nei suoi dintorni (Gran Buenos Aires); seconda cosa, non era omogenea, anzi era divisa in tante microimprese sorte per soddisfare la domanda interna e dunque dipendenti dalla crescita del potere d’acquisto dei salari degli argentini.
Il timore era che il nuovo conflitto portasse recessione economica, disoccupazione e agitazione rivoluzionaria, ma ciò non accadde, anzi l’Argentina riuscì ad accumulare un sostanzioso surplus commerciale sia nei confronti della Gran Bretagna (storico partner commerciale), sia nei confronti degli USA.
Cambiamenti sociali in Argentina
Un altro cambiamento importante fu quello della società: l’Argentina stava entrando nell’epoca delle masse, almeno nella capitale e nel Gran Buenos Aires, il cuore pulsante del paese. L’area urbana si estese e si modificò piano piano, ma anche le piazze, le strade, gli spazi pubblici si popolarono sempre di più di un’umanità assai variegata e chiassosa.
Negli anni ’30, ci furono diverse ondate immigratorie, sia da chi doveva attraversare l’Atlantico, ma soprattutto di persone che abbandonarono i loro villaggi di periferia per cercare fortuna e benessere nella città con vocazione industriale, come ad esempio Buenos Aires e Rosario. Quei nuovi lavoratori rappresentavano una nuova classe operaia, priva di esperienza organizzativa e di radici ideologiche, pronta a mobilitarsi a sostegno di chi le prospettasse miglioramenti.
La vera questione sociale era un’altra però: salari insufficienti per il sostentamento delle famiglie, carenza di una legislazione che tutelasse i lavoratori in caso di malattia e infortuni, analfabetismo tra i giovani, le drammatiche condizioni abitative dei nuovi immigrati che si ammassavano nei cosiddetti conventillos, l’insufficienza delle infrastrutture urbane (tale da lasciare gran parte della popolazione di Gran Buenos Aires senza rete idrica e fognaria), mancanza di un sistema sanitario.
L’incapacità dell’ordine politico liberale, delle sue istituzioni e i suoi attori, di rispondere con efficacia a quelle sfide e a quei cambiamenti, fu all’origine del golpe militare del 1943.
Il colpo di stato del 1930
Il 6 settembre 1930, ci fu un altro importante colpo di Stato da parte del generale Uriburu che fu l’origine di un militarismo durato decenni. I fattori che condussero a questo colpo di Stato furono parecchi: gli effetti della crisi economica mondiale, la decadenza dei Yrigoyen, la frattura del partito di governo, la reazione nazionalista e conservatrici, un clima antiliberale e antidemocratico.
I progetti autoritari del generale non trovarono sostegno ma ciò che importa fu che il regime politico su cui egli resse, pur conservando l’involucro formale della democrazia rappresentativa e dello Stato di diritto, ne tradiva la sostanza e lo spirito. Il regime politico argentino perse sempre più contatto con la realtà sociale e perse la capacità di svolgere la sua funzione principale: quella di rappresentare la varietà di interessi e ideali maturati dalla società.
Oltre a tradire lo spirito democratico, i partiti politici assomigliavano ad un puzzle composto da numerose tessere difficili da incastrare tra di loro: i partiti socialista e comunista, così diversi tra di loro, avevano senz’altro organizzazione e ideologia più omogenee e centralizzate, ma per molti argentini restano partiti di cultura e concezione europea perciò incapaci di seguaci al di fuori della zona urbana.
Ciò che rendeva ancora di più fragile il sistema dei partiti era la mancanza di un partito conservatore nazionale: quelli esistenti restavano ancorati ai loro interessi e alle loro clientele locali. S’aprì, allora, un immenso squarcio tra il popolo sovrano e il sistema politico: questo vuoto fu colmato dal crescente ricorso delle élite politiche degli anni ’30 al sostegno dei più importanti attori corporativi: le Forze Armate, la Chiesa cattolica e le associazioni padronali.
L'ascesa del corporativismo
L’ascesa delle corporazioni e del corporativismo come ideologia andò di pari passo con il declino della democrazia rappresentativa e dell’ideologia liberale. Proprio in questo clima avvenne la maturazione intellettuale di Perón.
Quali erano i tratti caratteristici di questo antiliberismo? Innanzitutto, esso si alimentò del timore suscitato nelle élite sociali e politiche dal rapido ingresso dell’Argentina nell’età moderna: le conseguenze del progresso, come la diffusione del conflitto di classe; il sovrapporsi di partiti, culture, ideologie insito nella democrazia.
Per i nazionalisti argentini, il liberismo era incapace di affrontare le sfide di una società dove l’individuo era stato sostituito con le masse; ai loro occhi pareva il padre di tutti i virus che disintegravano la nazione, disperdendo l’identità e rovesciavano le gerarchie tradizionali. Il liberismo fu rimpiazzato da un’ideologia che assicurava l’unità organica: l’idea della nazione intesa come organismo coeso ed omogeneo dall’identità immutabile nel tempo, una comunità al cui benessere dovevano subordinarsi gli individui e ogni dissenso suonava come un tradimento.
Se la modernità minacciava l’omogeneità della nazione, la reazione nazionalista doveva riscattare “l’argentinità”, in nome di una civiltà latina, ispanica e cattolica: l’ispanismo rifiorì nel pensiero nazionalista degli anni ’30. Ma in che cosa consisteva quel richiamo all’ispanismo? I nemici anglosassoni venivano visti come intenditori dell’individualismo e del denaro e quelli comunisti come estimatori del collettivismo e dell’ateismo.
I nazionalisti argentini, percepivano loro stessi come i crociati dello spirito sulla materia, della solidarietà sull’egoismo, della giustizia sullo sfruttamento, di Dio sulla società. Erano ostili alla democrazia liberale e al capitalismo individualista e allo statalismo totalitario, invocavano una terza via in cui i soggetti sociali non sarebbero stati né le classi in lotta né gli individui senza freni ma le corporazioni pronte a cooperare per ridare all’organismo sociale equilibrio e armonia.
La democrazia funzionale organica, in cui la nazione avrebbe eliminato le caratteristiche della democrazia liberale e una volta ricomposta nella sua omogeneità e armonia, avrebbe combattuto i nemici, interni ed esterni, esprimendosi attraverso la voce di un corpo unito, di un uomo forte che avrebbe incarnato l’anima dell’essenza nazionale come se la nazione fosse un corpo umano e non un prodotto della storia.
Il nazionalismo e le sue istituzioni
Il nazionalismo si propagò fuori dai canali rappresentativi dello Stato liberale, soprattutto nelle maggiori e forti corporazioni che aspiravano a diventare i pilastri del nuovo ordine: Forze Armate e Chiesa. Negli anni ’30, esse erano punti chiave nei governi conservatori e in cambio ottennero il sostegno dello Stato alla loro crescente istituzionalizzazione e la convinzione di essere le forze tutelari dell’identità della nazione.
Erano le uniche istituzioni ad essere presenti su tutto il territorio: consapevoli di ciò, invocavano sempre più la loro natura “popolare” e “democratica” contrapponendola ai tratti elitari e oligarchici del sistema politico e sociale liberale, anche se la democrazia che incarnavano era l’opposto di quella rappresentativa, essendo per sua natura gerarchica e organica.
Per le Forze Armate, la guerra moderna richiedeva la completa mobilitazione delle risorse economiche e umane per la difesa nazionale. Sul piano economico bisognava abbandonare il libero mercato e far sì che lo Stato assumesse il controllo delle risorse e dei servizi strategici. Sul piano politico, sostenevano, che il sistema dei partiti andasse eliminato e sostituito da un sistema di rappresentanza corporativa, attraverso il quale lo Stato avrebbe imposto l’unità nazionale e fatto repressione sui movimenti e ideologie estranee alla nazionalità.
Sul piano ideologico, la nazione avrebbe dovuto sorreggersi su una dottrina nazionale, cioè un insieme di valori, simboli e principi che ne concentrasse l’identità storica e tracciasse i confini tra i suoi figli devoti e i nemici. Quella dottrina non poteva che affondare le sue radici nella civiltà cattolica: il riscatto dell’argentinità coincise con la restaurazione della nazione cattolica.
La Chiesa argentina, visse anni di rinascita sotto ogni punto di vista: sul piano istituzionale, con il moltiplicarsi delle diocesi; sul piano sociale e politico, con la creazione dell’Azione cattolica nel 1931 che assicurò alla gerarchia ecclesiastica uno strumento di organizzazione e mobilitazione; sul piano intellettuale, dove le sue riviste divennero radicali oppositori di liberismo e comunismo.
La Chiesa si schierò dalla parte dell’esercito con la speranza, che una volta al potere, essi avrebbero impiantato un nuovo ordine cristiano. Inoltre, una parte del mondo cattolico, quello a più stretto contatto con i settori popolari, sollevò la questione sociale che agitava la società argentina. Avviò una campagna che, da un lato, suggeriva la collaborazione tra le classi all’interno delle corporazioni per intrappolare il conflitto e dall’altro, affermava che solo una maggiore equità avrebbe prevenuto i rischi di una rivoluzione comunista, per cui proponeva riforme sociali tese a riequilibrare il rapporto tra capitale e lavoro.
Il golpe del 1943
Il 4 giugno 1943 un gruppo di militari guidati dal generale Rawson s’impossessò del palazzo presidenziale (Casa Rosada). Gli obiettivi dei militari furono subito chiari: l’invocazione di Dio e Patria e dell’argentinità, l’impegno a riportare Dio nelle scuole e a rigenerare il paese in sintonia con la sua tradizione storica, lo sprezzo per i partiti, per il liberismo e le ideologie straniere.
Gli architetti del nuovo corso politico furono i giovani ufficiali del GOU (Grupo Oficiales Unidos) un gruppo segreto dove si animavano già sentimenti di nazionalismo e dove spiccava la figura del colonello Juan Domingo Perón. I nemici erano noti: il liberismo laico e agnostico, la massoneria, l’imperialismo anglosassone e i politici di professione e loro partiti.
Il regime aveva delle affinità con i fascismi europei, soprattutto con gli autoritarismi cattolici della penisola iberica. I ministri erano tutti militari ad eccezione del ministero delle Finanze, affidato ad un civile. Nei primi mesi di regime, i militari s’impegnarono a smontare l’Argentina liberale: chiusero il Parlamento ed eliminarono i partiti, la stampa fu sottoposta a rigida censura, le scuole e le università furono sottoposte ad una pulizia radicale.
I militari intervennero anche nei programmi scolastici: furono sottoposti ad una revisione volta a infondere negli studenti la visione nazionalista della storia e dell’identità nazionale e soprattutto bandendo la laicità che fino ad allora aveva caratterizzato la scuola pubblica argentina. Un esempio fu la reintroduzione dell’insegnamento della religione cattolica e l’affidamento della gestione alle autorità ecclesiastiche, voluta dal ministero Gustavo Martinez Zuviría che affossò in tal modo la legge liberale del 1884 che aveva introdotto l’insegnamento laico.
La figura di Juan Domingo Perón
Juan Domingo Perón, era un ufficiale di 48 anni, affabile e dinamico, acuto e determinato, con molte esperienze alle spalle. Dopo il golpe del 1930, per un breve periodo fu nominato segretario del generale Justo, prima di essere nominato professore di storia militare. Nelle sue aule affinò le doti oratorie e rielaborò il concetto di “nazione in armi”, elaborata un secolo prima da un generale tedesco, dove teorizzò la mobilitazione e organizzazione di tutti gli abitanti in funzione della difesa nazionale.
Nel 1936, fu inviato a Santiago del Cile come addetto militare all’ambasciata argentina e vi rimase fino al 1938, quando rientrò in patria a causa delle gravi condizioni di vita della sua moglie Aurelia. Nel 1939 s’imbarcò per l’Europa, dove trascorse due anni negli alpini a Pinerolo e poi a Roma come assistente dall’addetto militare argentino. Dell’esperienza europea rimase affascinato dal grado di organizzazione delle masse raggiunto dai fascismi e per il cerimoniale politico inscenato nelle piazze. Non solo, rimase impressionato anche dal ruolo assegnato ai sindacati: essi erano esempi della democrazia sociale o organica.
Il giorno del golpe, Perón non ebbe un apporto significativo: rimase dietro le quinte e finì nel ministero della Guerra come braccia destra del ministro. Una posizione strategica: dalla sua scrivania passavano le nomine degli ufficiali alle diverse cariche, l’ideale per favorire il successo degli uomini delle idee del GOU. Puntò fin da subito anche ai sindacati: riteneva che l’obiettivo della Rivoluzione fosse quello di introdurre una incisiva legislazione sociale e di attrarre il movimento sindacale.
Per varie ragioni: per prevenire la rivoluzione sociale; per dare al nuovo regime la base sociale di massa senza la quale non avrebbe mai potuto consolidarsi e perché nella sua visione organica della società, solo una politica che riequilibrasse il rapporto tra le classi, riconoscendo agli operai ciò che essi reclamavano, avrebbe garantito l’unità e l’armonia della nazione. Ottenne la direzione della Secretarìa de Trabajo y Previsión che trasformò nel motore della Rivoluzione. Per Perón quello che urgeva fare era attrarre, unire, organizzare e nazionalizzare il movimento sindacale e integrarlo alla rivoluzione.
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