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APOCALYPSE WHEN?

"La società dello spettacolo" è un testo che si basa su un principio: la società moderna si basa non

sul capitale ma sulla capacità di accumulare spettacolo che è forma visibile del capitale.

La società dello spettacolo: Grande Fratello, Uomini e donne ecc

La TV diventa un medium che conferisce uno status.

L'accumulazione di spettacoli corrisponde ad un capitale.

La società dello spettacolo prevede la rappresentazione della realtà.

Riprende le idee della Scuola di Francoforte.

3 esempi/casi di studio, applicazione delle teorie. Legate tra loro nella capacità del medium di

distorcere la realtà e come questa tale distorsione influenza il nostro modo di concepire la realtà.

LO SPETTACOLO DELLA MORTE

In data 26 dicembre 2012 i telegiornali mandano in onda un estratto di pochi secondi girati con una

telecamera amatoriale, posizionata sulla canna di un fucile per la pesca subacquea. Le immagini

dimostrano come l'uomo, Bruno Bufardeci subacqueo esperto, colto da malore durante una battuta

di pesca, abbia abbandonato l'arma e sia stato trascinano al largo dalle onde. Il corpo verrà ritrovato

circa un mese più tardi dell'incidente.

Il fucile recuperato, conserva una telecamera subacquea che ha registrato un video in formato mp4

ad alta risoluzione della durata di 34'42".

Le immagini registrate sono apparse subito la prova perfetta, la testimonianza involontaria di un

evento tragico. Vi erano però tre problemi per la messa in onda televisiva delle immagini:

Il primo riguarda l'inquadratura scelta dal subacqueo, che tiene la propria figura

1. parzialmente fuori campo, in quanto il centro d'attenzione delle riprese deve essere rivolto

sulla preda.

Il secondo problema riguarda invece la durata di oltre mezz'ora delle riprese. Si rendeva

1. pertanto necessaria una selezione delle riprese.

Infine il suono svolge un ruolo fondamentale per l'interpretazione dell'evento ma i servizi

2. televisivi sono nella maggior parte dei casi speakerati. Si doveva pertanto prevedere un

utilizzo del filmato che fosse privo dell'elemento sonoro e che riuscisse nonostante questa

limitazione a risultare di immediata interpretazione per il telespettatore.

Le immagini video richiamano subito alla mente l'immaginario dei videogiochi sparatutto, il FPS

(First Person Shooter). Ciò che ha spinto il sub a scegliere questa inquadratura è la funzionalità di

una selezione di spazio che dimostri la cattura, riproducendo le condizioni di visibilità del

cacciatore sottomarino. Le aspettative del fruitore di questo tipo di filmati sono legate non tanto

alla qualità della ripresa, quanto alla spettacolarità dell'azione compiuta dal performer. Ne

consegue, dunque, l'assenza di manipolazione che riguarda anche il tempo reale: a questi filmati

non si chiede un racconto, bensì di essere prova giurata di un evento. Si ha dunque apparentemente

un ossimoro: oggettività di prova e soggettività del punto di vista.

La morte avviene fuori campo visivo, ma riconoscibile dai suoni, da un gorgogliare sincopato che

identifica il mancamento del subacqueo. La mano abbandona il fucile che segue gli strattoni della

grossa preda arpionata. Il fucile si deposita sul fondo e la camera resta bloccata in un'inquadratura

fissa e neutrale del fondale marino.

I telegiornali affrontano il documento piegandolo alle loro necessità spettacolari. Il servizio si

monta con gli opportuni stravolgimenti. Il servizio viene realizzato manipolando in maniera

rilevante il filmato originale al fine di renderlo più chiaramente e immediatamente comprensibile al

grande pubblico. La sequenza iniziale, che registra i primi movimenti di caricamento e di

assestamento in acqua del fucile, diventa così nel servizio del telegiornale locale la "scena del

malore". Il subacqueo imbraccia il fucile con le due mani, una delle due chiaramente in campo; il

movimento del posizionamento del fucile e il successivo rilascio vengono indicati dalla giornalista

come la prova evidente del malore. Nella ricostruzione semplificata e approssimativa dei fatti un

gesto di preparazione assume un nuovo significato, quella mano in campo e la successiva

scomparsa diventano così la testimonianza della perdita di controllo dell'arma determinata dalla

perdita di conoscenza del subacqueo. La sequenza viene così fatta significare in modo diverso

rispetto a ciò che riproduce. Il gesto cambia di senso. Diventa appunto finzione. Aver potuto

confrontare il filmato mandato in onda con il file nella sua forma originaria ha permesso di

evidenziare i cosiddetti trucchi del mestiere. Il montaggio gestisce non solo il tempo ma anche il

senso di una storia.

La struttura della finzione si basa su regole: regole della televisione, regole del telegiornale.

È un'operazione di manipolazione. Sono informazioni vere che passano attraverso la falsificazione

del montaggio.

L'informazione che ci arriva è comprensibile, decodificabile.

Il malore e la perdita del fucile avvengono fuori campo ma ci vengono mostrati attraverso la

costruzione della narrazione audiovisiva.

LA PROFANAZIONE DEL CORPO DEL NEMICO

Il nemico pubblico dello Stato Italiano è stato, per molti anni, Bernardo Provenzano. Capo della

Mafia siciliana, insieme al sanguinario Totó Riina, è sempre stato indicato come un un mediatore,

un uomo cinico e spietato che però ha sempre mantenuto la lucidità nella gestione del potere

mafioso. Catturato finalmente in un casolare di campagna nel quale viveva come un eremita, poi

l'isolamento e il regime carcerario duro del 41-bis. Il 41 bis è una disposizione speciale definita dal

Ministro della Giustizia. Il detenuto in cella non può avere giornali, TV, non ha lacci delle scarpe,

sacchetti di plastica, osservato attraverso degli spioncini 24h su 24, in isolamento totale, colloqui

ridotti e registrati, telefonate dimezzate e registrate, censura postale. La sua funzione principale è

quella di interrompere la catena di comando che collega il boss alla sua organizzazione.

La puntata numero 27 del programma televisivo Servizio Pubblico del 2013 presenta un tema

importante. I giornali hanno riportato il tentativo di Provenzano di suicidarsi con una busta di

plastica. Le immagini video che vengono mandate in onda, registrate dalle telecamere di

sorveglianza della Casa di reclusione di Parma, durante due colloqui con il figlio del capomafia,

mostrano lo stato di salute di Povenzano. Il carcere sembra averlo non solo provato ma proprio

spento, per nulla lucido, con difficoltà di movimento, di parola e di pensiero. Michele Santoro

mette in relazione i filmati dei colloqui con una terza clip, un'intervista a Sonia Alfano, Presidente

della Commissione Antimafia dell'Unione Europea. La linea narrativa di Servizio Pubblico non si

limita quindi alla mera riproposizione di registrazioni ma prova a fornire un'interpretazione

sorprendente. È in corso un processo molto importante per la politica italiana, che riguarderebbe

eventuali accordi tra Cosa Nostra e Stato.

Sonia Alfano va a trovare Provenzano in carcere e durante uno di queste incontri gli dice che

potrebbe uscire dal 41-bis se accettasse di collaborare. La sua collaborazione sarebbe utile a capire

eventi passati. La sua risposta fu sorprendente: "è fattibile?", prende cioè in considerazione la

possibilità di pentirsi.

L'on. Alfano crede fermamente all'ipotesi della Procura di Palermo, che sostiene l'esistenza di una

trattativa Stato-Mafia. Crede che Bernardo Provenzano avesse intenzione di collaborare con lo

Stato. Crede inoltre che le sue rivelazioni avrebbero potuto rivelarsi un terremoto per gli equilibri

politici italiani. Crede infine che dall'interno del carcere questa notizia sia stata fatta uscire ai

giornalisti e che abbia innescato una serie di reazioni a catena.

Nella seconda parte dell'intervista Sonia Alfano racconta le successive visite alla Casa di reclusione

di Parma e tira esplicitamente le somme della sua teoria del complotto. Bernardo Provenzano

sarebbe stato disinnescato. La sua estromissione dal processo sarebbe avvenuta, riducendolo

all'inoffensività, attraverso una serie di misteriose "cadute" che ne avrebbero progressivamente

minato la salute fisica e la lucidità mentale.

Ciò su cui ci vogliamo concentrare è il ruolo svolto dai filmati dei colloqui in carcere di

Provenzano con i figli. Filmati che sono stati consegnati ai giornalisti e che sono stati mandati in

onda all'interno di un palinsesto televisivo.

Il file del primo filmato si intitola Il colloquio in carcere - Puntata 27 - Servizio Pubblico.

Se c'è poco da dire del suono diegetico che appare non manipolato, con un riverbero tipico delle

stanze prive di arredi, per quanto riguarda il suono extradiegetico appare evidente un lavoro di

preparazione dello spettatore alla visione di immagini impressionanti. C'è una suspance

determinata dalla colonna sonora quasi da film horror. Le inquadrature sono due e corrispondono

alle due posizioni delle camere di sorveglianza. Il montaggio tra le due è stato effettuato in

postproduzione dalla redazione di Servizio Pubblico.

Provenzano appare spaesato e barcollante. Non riesce a stare completamente eretto e questa postura

genererà la prima domanda del figlio. Il dialogo tra padre e figlio sembra surreale. Appare

chiaramente l'assoluta mancanza di lucidità dell'anziano capomafia. La sensazione è che il figlio

non riesca a tollerare di vedere il padre ridotto in stato di demenza.

Anche se gli autori di Servizio Pubblico hanno la possibilità di accorciare i tempi d'attesa delle

risposte, decidono di mantenere il tempo reale, cioè di rispettare la pausa di confusione del

capomafia. Qui, il tempo morto ci restituisce lo spaesamento del padre.

Il file del secondo filmato è nominato Ecco Provenzano e sembra ricordare l'Ecce Homo, ecco cosa

resta di Provenzano. Ecco come è ridotto.

Il figlio cerca di attirare l'attenzione del padre e di fargli prendere in mano la cornetta per parlare. È

una scena penosa, perché Bernardo Provenzano la prende al contrario scambiando ricevitore e

microfono. Il figlio gli chiede di togliersi il cappello e mostrare gli ematomi sulla testa, qui si ha un

fermoimmagine e una successiva zoomata elettronica sulla testa tumefatta dell'anziano. Quando il

figlio dice che deve andare via, Provenzano sembra non capire e resta solo nella cella, guardandosi

intorno stupefatto. L'audio ambiente, anche in questo caso, viene coperto dal commento sonoro

extradiegetico, che comunica angoscia.

Provenzano non è più il reo, il condannato o il detenuto ma diventa soltanto il personaggio di una

narrazione televisiva. Non è più l'uomo ammalato, ma è ridotto a semplice oggetto di una

rappresentazione. L'immagine di Bernardo Provenzano non appartiene più né a lui né ai suoi figli,

perché è di proprietà dello Spettacolo.

Le domande che sorgono sono molte. Provenzano finge? Le opzioni sono due:

Ammettiamo che Provenzano finga; potrebbe farlo per due motivi: il primo sarebbe

1. invalidare la propria posizione come testimone al processo sulla Trattativa Stato-Mafia; il

secondo l'ottenimento dei domiciliari.

Oppure Provenzano è davvero un uomo malato. In questo caso vanno in onda, contro ogni

3. forma di deontologia professionale, le immagini di un vecchio ormai ridotto alla demenza,

che non riesce a fare discorsi compiuti, che appare confuso e sconnesso da ogni linea logica.

Lo Spettacolo del nemico (nemico dello Stati e della cosiddetta società civile) ormai sconfitto,

battuto, annientato, annichilito è e resta uno Spettacolo televisivo, nella più grande tradizione dello

show must go on. Ma a che prezzo?

La nuova frontiera della pena diventa così l'espiazione pubblica, televisiva. Una versione vintage

della cara vecchia esecuzione pubblica piazza. Solo che adesso si tratta di una piazza mediatica. E

ogni tanto si viene interrotti da uno spot.

Ciò che salta agli occhi è l'insistere su quest'uomo ormai privo di lucidità e spaesato.

A noi interessa stabilire, attraverso una prova scientifica come il video, che lui è demente.

Attraverso questi video siamo in grado di stabilire che è incapace di intendere e di volere.

Oggi Provenzano si trova nell'infermeria di un istituto di detenzione, in una sorta di coma, in uno

stato vegetativo ma è ancora in uno stato di detenzione di 41bis. Il Ministro, dopo quasi un anno

che si trova in questo stato, non ha ancora revocato il 41bis.

IMMAGINARE ABU GHRAÏB

Immaginare, immaginario

1.

La diffusione di scene di tortura sugli schermi televisivi, dopo l'11 settembre, ha determinato una

progressiva assuefazione dello spettatore all'uso della violenza negli interrogatori dei terroristi

islamici. Lo studio mette a fuoco la relazione che intercorre tra la produzione seriale televisiva

statunitense e la progressiva definizione di un immaginario della tortura come scelta dolorosa ma

obbligata, nel quadro operativo della Global War on Terror.

2. Le domande, i confini

Dopo la pubblicazione delle fotografie di Abu Ghraïb, sono state avviate molte riflessioni su ciò

che si era verificato in quel carcere, in Iraq.

Lo studio cerca di stabilire se la narrazione televisiva seriale ha avuto un ruolo nella creazione e nel

consolidamento di un preciso immaginario audiovisivo.

3. La favola del Bene contro il Male

Nell'aprile del 2004 vengono pubblicate alcune fotografie amatoriali scattate nel carcere iracheno

di Abu Ghraïb tra il 2003 e il 2004.

Le fotografie pubblicate nel 2004 rompono un incantesimo mediatico, che aveva presentato la

guerra in Iraq come buona e giusta, l'aveva resa indiscutibile e necessaria. Di colpo, invece,

l'Occidente deve fare i conti con la parte oscura della propria coscienza. Il carcere di Abu Ghraïb,

lo steso in cui Saddam Hussein torturava e uccideva i dissidenti politici che si opponevano al

regime, è diventato il luogo in cui i militari statunitensi torturano e umiliano i prigionieri, sospettati

di terrorismo.

La favola semplice del Bene contro il Male si rompe. Ed è proprio l'evidenza dell'immagine che si

offre come prova. L'immagine rivela che il Bene non è puro. Il sopruso della guardia sul

prigioniero appare un evidente contravvenire al ruolo sanificatore del detentore sul detenuto.

Anche le fotografie fanno parte di un progetto deliberato. Non si tratta di errori, di inciampi

involontari e occasionali. Le camere digitali fanno parte della dotazione del carceriere. Sono

anch'esse strumento di coercizione. Il personaggio del soldato coraggioso muta in torturatore

mentre il potenziale terrorista si trasforma in vittima.

È nella retorica del governo Bush che troviamo i presupposti ideologici perché la violenza e

l'umiliazione inferte ai prigionieri diventino uno standard operativo.

È in questa formula ideologica del "whatever it takes" che troviamo ogni necessità e ogni

giustificazione. L'ombrello protettivo a ogni azione violenta è disumana. Ogni mezzo è lecito se il

fine è assoluto. È una crociata contro il Caos e il Terrore: questa è la riedizione della favola del

Bene e del Male. Anche chi compie atti violenti e abominevoli viene giustificato in vista di un fine

ultimo superiore. Quello di preservare la civiltà occidentale e anzi di estenderla. Chi tortura, chi

umilia, chi annichilisce il nemico, non può essere sottoposto al giudizio degli uomini, perché agisce

guidato dalla luce di Dio. Ci troviamo davanti a una guerra infinita e senza esclusioni di colpi. Ogni

buon soldato deve sapere che il nemico non avrà scampo. Sarà scovato ed eliminato. Questa è la

missione e deve essere compiuta senza esitazioni. Uno specifico obiettivo: salvare vite americane e

difendere ideali americani fino alla vittoria della GWoT. Il soldato sa di compiere atti che in altri

contesti sarebbero sicuramente giudicati immorali e illegali ma si abbandona all'ideologia. Perché

la funzione dell'ideologia è proprio quella di spingere a compiere anche le azioni più abiette e

riprovevoli rendendole necessarie. E quindi giustificabili.

4. Atti illegali

Quali sono le mosse del governo Bush a riguardo? Dato che la Convenzione di Ginevra (contro la

tortura e altri crudeli trattamenti e punizioni) si applica ai prigionieri di guerra, basta identificare gli

uomini catturati e imprigionati come "nemici combattenti", non appartenenti a un esercito in

guerra, per sospendere loro ogni diritto. Basta rinominare i nemici con una nuova formula. Non

sono parte di un esercito nemico, ma sono solo dei terroristi.

A mettere in crisi i valori degli Stati Uniti è l'evento luttuoso 11 settembre. È indiscutibile che

prima dell'attentato alle Torri Gemelle sarebbe stato inconcepibile affrontare un argomento come la

tortura. La tortura veniva percepita dell'opinione pubblica semplicemente come un atto criminale,

da perseguire penalmente. Dopo l'11 settembre, si insinua invece il dubbio.

La catena logica secondo cui la tortura potrebbe evitare che si verifichi un nuovo attacco

terroristico su vasta scala trova un crescente consenso determinato dalla paura dilagante,

incontrollabile. C'è una distorsione vera e propria della percezione della realtà generata dalla paura

del terrorismo e questo comporta delle trasformazioni che investono non solo la sfera politica ma

anche quella morale e psicologica.

Dopo la pubblicazione delle fotografie, il presidente George Bush ha parlato pubblicamente 15

volte e ha impiegato tre scenari principali per minimizzare il danno di immagine della sua

amministrazione:

Il primo scenario insiste sul concetto che gli abusi nella prigione irachena sono stati degli

1. incidenti isolati commessi da un numero ridotto di soldati, le cosiddette "mele marce".

Formula denominata Scapegoat Frame.

Il secondo scenario si basa sulla promessa di un'indagine trasparente e accurata per

2. assicurare alla giustizia tutti i responsabili degli abusi. Formula denominata Transparent

Investigation Frame.

Il terzo scenario mette a paragone il processo di giustizia americana con il regime di un

3. tiranno come Saddam Hussein. Formula denominata Contrast to Saddam Frame.

Il primo scenario prova a scaricare tutta la responsabilità sulle "rotten apple" di Abu Ghraïb e di

farne sostanzialmente un capro espiatorio. Lo scenario del capro espiratorio ruota attorno a tre

punti fondamentali che vengono costantemente ripetuti: ciò che è successo è abominevole; questa

non è l'America; si tratta di atti commessi da poche persone. I pochi soldati che hanno sbagliato

sono delle "mele marce", perché hanno agito in aperto contrasto con i valori del popolo americano.

Quindi non rappresentano l'America né il suo esercito.

Il secondo scenario è quello che, dopo aver riconosciuto gli abusi, concentra l'attenzione sulla

trasparenza delle indagini che verranno fatte dall'amministrazione. Bisogna davvero capire chi è

pienamente colpevole, senza alcun pregiudizio. Il processo sarà trasparente. Troveremo la verità.

Il terzo scenario è il paragone con il dittatore Saddam Hussein. Se prima nessuno avrebbe

saputo nulla delle torture, adesso invece ci sarà un'inchiesta approfondita. E questo è ciò che il

popolo ha bisogno di sapere. Perché in Iraq l'amministrazione Bush è in grado di assicurare un

sistema detentivo umano e pienamente controllato. Laddove invece sotto il dittatore prigioni come

Abu Ghraïb erano simboli di tortura e morte. Si resta quasi ammirati per la sfacciataggine di un

Presidente che nega l'evidenza dei fatti. Prima carceri come queste erano simboli di morte e di

tortura. E ora invece?

Eppure la ridondanza di queste formule sui media diventa a tal punto convincente, da permettere

una rielezione di Bush e la conferma delle sue strategie per la sicurezza del Paese.

5. I documenti

I corpi nudi di giovani maschi musulmani, abusati dall'esercito americano titillano i più bassi istinti

del variegato pubblico, dalla sete di vendetta post 11 settembre al desiderio morboso dei corpi delle

vittime assoggettati con torture e violenze sessuali. C'è uno schema preciso che riconduce la

narrazione del conflitto entro i termini di un immaginario ormai consolidato da anni di cinema.

La fotografia di guerra è diventato un oggetto fra i tanti nella nostra "società dello spettacolo"

Gli immaginari del fronte di guerra e del sesso si mescolano. Mostrare tutto, da vicino, il più

possibile. Appropriarsi, attraverso il medium fotografico, dell'oggetto rappresentato, reificandolo,

facendolo appunto oggetto passivo di un'azione che prescinde da lui. E stabilendo un rapporto di

potere tra chi fotografa e la cosa catturata, fermata in una registrazione fotografica.

Tre scatti che rappresentano lo stesso soggetto denominato "piramide umana". L'identità dei

prigionieri viene celata, perché a essere mostrata è una massa di carne, secondo il codice della

pornografia. Corpi nudi disposti in modo che sia impossibile riconoscere gli uomini costretti a

partecipare a questa messa in scena umiliante. I prigionieri sono stati ammucchiati l'uno sull'altro,

con il volto incappucciato. Sulla sommità della piramide una militare chinata sui corpi e alle loro

spalle, sorride e guarda in macchina. A sormontare il gruppo umano vi è un altro soldato come a

voler controllare che tutto proceda per il meglio. Ha le braccia incrociate, indossa i guanti e fa il

segnale che tutto procede per il meglio, con il pollice rivolto verso l'alto. Anche lui guarda in

macchina e sorride.

I guanti:

hanno una funzione protettiva perché separano il corpo del torturatore, puro, dai corpi

1. impuri dei prigionieri e indicano che il torturatore sta compiendo al meglio il suo "sporco

lavoro"

fanno parte usualmente della dotazione tecnica dei medici permettendo a chi li indossa di

2. assumere un aspetto professionale, in questo caso rendono il soldato uno specialista

dell'abuso

sono correlati nell'immaginario poliziesco o carcerario a perquisizioni corporali.

3.

L'umiliazione sessuale dei prigionieri attraverso la registrazione fotografica della simulazione di

atti sessuali è stata largamente incoraggiata e utilizzata nella prigione di Abu Ghraïb, perché aveva

la doppia funzione di mortificare i prigionieri torturati che subivano direttamente la violenza, ma

anche di esercitare pressione sugli altri che erano costretti ad assistere o ai quali venivano mostrate

le immagini.

L'immagine successiva riproduce lo stesso gruppo di detenuti, nella medesima posa, con alle spalle

la sola Specialista Sabrina Harman, in posizione eretta e parzialmente tagliata in testa

dall'inquadratura. La donna soldato sta riprendendo con una fotocamera o più probabilmente con

una videocamera.

L'ultima immagine di questo gruppo riproduce ancora la stessa piramide umana e rappresenta una

sorta di controcampo rispetto alle due fotografie precedenti. Qui i prigionieri appaiono di spalle. La

scritta con un pennarello nero sul gluteo e sulla coscia di un prigioniero, in inglese "rapeist"

(stupratore). Alle spalle della piramide umana ancora una volta il sorriso di due militari. Lo sguardo

in macchina permette di di rilevare come non ci sia alcuna ombra sui loro volti. Perché non c'è

nessun senso di colpa per gli atti violenti e umilianti compiuti sui prigionieri.

Il secondo soggetto preso in esame è quello della soldatessa che tiene al guinzaglio un detenuto

nudo. Il prigioniero è accasciato a terra, ha la testa leggermente sollevata dal pavimento, anche se

mantiene gli occhi chiusi. Il militare è di profilo e non guarda in machina. Rivolge uno sguardo

pensieroso all'oggetto di questa malsana messa in scena, quel corpo di uomo trattato senza umanità.

Non c'è dinamismo nello scatto che appare la rappresentazione di una scena quasi immobile. La

riduzione in schiavitù è ormai assodata, non ci sono reazioni di ribellione da parte del detenuto.

Questa messa in scena riproduce un immaginario preciso: lo scenario erotico sadomasochista, che

sull'Internet prende il nome di BDSM.

L'immaginario della guerra interagisce con l'immaginario pornografico. Qui l'esempio di maggiore

impatto è rappresentato da una casa di produzione statunitense, che prende il nome di kink.com e

di un sottogenere del cinema hard-core, che viene denominato torture porn. Un rapporto di

"familiarità" non solo tra immagini ma soprattutto tra immaginari.

Tre fotografie tutte raffiguranti il cadavere di un prigioniero morto in seguito a un violento

interrogatorio. I segni del brutale pestaggio a cui è stato sottoposto il detenuto sono visibili sul suo

volto, che è l'unica parte del corpo scoperta. I soldati sorridenti con il pollice alzato e lo sguardo

ammiccante rivolto alla camera, come a mostrare il proprio trofeo.

Qui lo scopo dell'immagine non è quello di umiliare e torturare il detenuto in quanto già morto ma

l'immagine può comunque servire per esercitare una pressione psicologica sui prigionieri che

conoscono la vittima e che si rendono conto che i torturatori sono pronti a tutto pur di ottenere

informazioni. C'è però una seconda interpretazione: è possibile che le fotografie abbiano avuto

esclusivamente la funzione di condividere un'immagine "divertente" che mostrasse ad amici e

parenti il successo della GWoT.

Il soggetto successivo è composto da cinque fotografie che mostrano i detenuti, denudati e

incappucciati, costretti a riprodurre situazioni sessuali e omosessuali esplicite.

In una foto due prigionieri sono di spalle, seduti per terra. Gli altri due slegati e incappucciati fatti

sedere sulle loro spalle.

Le fotografie sono state scattate in rapida successione.

La scena appare strettamente legata all'immaginario pornografico sadomasochista e omosessuale e

rivela alcuni aspetti interessanti sui soldati che l'hanno predisposta e messa in atto. Prima di tutto

una certa approssimazione e confusione della messa in scena, laddove l'immaginario BDSM è

fondato invece sull'esattezza della composizione e sull'equilibrio della costruzione della scena. Qui

tutto appare frettoloso e sbrigativo.

La prigione di Abu Ghraïb condensa frustrazioni, spaesamento e un maldestro senso di ribellione

nei militari americani. Così si sceglie di infierire sul nemico.

La donna soldato è inquadrata in mezza figura di profilo, rivolge le braccia a un detenuto nudo e

incappucciato, fingendo di imbracciare un mitragliatore e di puntare i suoi organi genitali. Sorride e

rivolge lo sguardo in camera come è solita fare.

Il soggetto successivo si compone di due immagini che hanno rivelato una pratica di interrogatorio.

Il detenuto viene immobilizzato con delle manette in una posizione scomoda e viene forzato a

mantenere tale posizione per un tempo prolungato. L'orientamento della fotografia è dal basso

verso l'alto. L'uomo è incappucciato e indossa una sorta di sacco di iuta per coprire il resto del

corpo. Sembra privo di forze quasi esanime.

La seconda fotografia presenta una situazione molto simile. Il prigioniero è però legato alla sua

branda, priva di materasso, con le braccia forzate pesantemente all'indietro. Per celarne l'identità e

per infierire su di lui è stato denudato e il suo volto è stato coperto con delle mutande.

L'ultimo soggetto analizzato è la scena probabilmente divenuta più famosa, quella dell'uomo col

cappuccio, le braccia sollevate e gli elettrodi applicati alle dita delle mani.

Vi sono due versioni: la prima con orientamento verticale e la seconda con orientamento

orizzontale. Si tratta di due fotografie scattate in successione, nella stessa sessione di tortura.

L'immagine a orientamento orizzontale include nell'inquadratura una serie di elementi di disturbo

di distrazione per il fruitore. È possibile individuare un soldato che cerca di settare una fotocamera

automatica digitale. La sua postura fa pensare a un rapido controllo degli scatti appena effettuati.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher merywhite di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia e critica del cinema e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof De Filippo Alessandro.

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