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Apocalypse when?

La società dello spettacolo

La società dello spettacolo è un testo che si basa su un principio: la società moderna si basa non sul capitale ma sulla capacità di accumulare spettacolo che è forma visibile del capitale. La società dello spettacolo: Grande Fratello, Uomini e Donne ecc. La TV diventa un medium che conferisce uno status. L'accumulazione di spettacoli corrisponde a un capitale. La società dello spettacolo prevede la rappresentazione della realtà. Riprende le idee della Scuola di Francoforte.

3 esempi/casi di studio, applicazione delle teorie. Legate tra loro nella capacità del medium di distorcere la realtà e come questa tale distorsione influenza il nostro modo di concepire la realtà.

Lo spettacolo della morte

In data 26 dicembre 2012, i telegiornali mandano in onda un estratto di pochi secondi girati con una telecamera amatoriale, posizionata sulla canna di un fucile per la pesca subacquea. Le immagini dimostrano come l'uomo, Bruno Bufardeci subacqueo esperto, colto da malore durante una battuta di pesca, abbia abbandonato l'arma e sia stato trascinato al largo dalle onde. Il corpo verrà ritrovato circa un mese più tardi dell'incidente. Il fucile recuperato, conserva una telecamera subacquea che ha registrato un video in formato mp4 ad alta risoluzione della durata di 34'42".

Le immagini registrate sono apparse subito la prova perfetta, la testimonianza involontaria di un evento tragico. Vi erano però tre problemi per la messa in onda televisiva delle immagini:

  • Il primo riguarda l'inquadratura scelta dal subacqueo, che tiene la propria figura parzialmente fuori campo, in quanto il centro d'attenzione delle riprese deve essere rivolto sulla preda.
  • Il secondo problema riguarda invece la durata di oltre mezz'ora delle riprese. Si rendeva pertanto necessaria una selezione delle riprese.
  • Infine, il suono svolge un ruolo fondamentale per l'interpretazione dell'evento ma i servizi televisivi sono nella maggior parte dei casi speakerati. Si doveva pertanto prevedere un utilizzo del filmato che fosse privo dell'elemento sonoro e che riuscisse nonostante questa limitazione a risultare di immediata interpretazione per il telespettatore.

Le immagini video richiamano subito alla mente l'immaginario dei videogiochi sparatutto, il FPS (First Person Shooter). Ciò che ha spinto il sub a scegliere questa inquadratura è la funzionalità di una selezione di spazio che dimostri la cattura, riproducendo le condizioni di visibilità del cacciatore sottomarino. Le aspettative del fruitore di questo tipo di filmati sono legate non tanto alla qualità della ripresa, quanto alla spettacolarità dell'azione compiuta dal performer. Ne consegue, dunque, l'assenza di manipolazione che riguarda anche il tempo reale: a questi filmati non si chiede un racconto, bensì di essere prova giurata di un evento. Si ha dunque apparentemente un ossimoro: oggettività di prova e soggettività del punto di vista.

La morte avviene fuori campo visivo, ma riconoscibile dai suoni, da un gorgogliare sincopato che identifica il mancamento del subacqueo. La mano abbandona il fucile che segue gli strattoni della grossa preda arpionata. Il fucile si deposita sul fondo e la camera resta bloccata in un'inquadratura fissa e neutrale del fondale marino.

I telegiornali affrontano il documento piegandolo alle loro necessità spettacolari. Il servizio si monta con gli opportuni stravolgimenti. Il servizio viene realizzato manipolando in maniera rilevante il filmato originale al fine di renderlo più chiaramente e immediatamente comprensibile al grande pubblico. La sequenza iniziale, che registra i primi movimenti di caricamento e di assestamento in acqua del fucile, diventa così nel servizio del telegiornale locale la "scena del malore". Il subacqueo imbraccia il fucile con le due mani, una delle due chiaramente in campo; il movimento del posizionamento del fucile e il successivo rilascio vengono indicati dalla giornalista come la prova evidente del malore. Nella ricostruzione semplificata e approssimativa dei fatti un gesto di preparazione assume un nuovo significato, quella mano in campo e la successiva scomparsa diventano così la testimonianza della perdita di controllo dell'arma determinata dalla perdita di conoscenza del subacqueo. La sequenza viene così fatta significare in modo diverso rispetto a ciò che riproduce. Il gesto cambia di senso. Diventa appunto finzione. Aver potuto confrontare il filmato mandato in onda con il file nella sua forma originaria ha permesso di evidenziare i cosiddetti trucchi del mestiere. Il montaggio gestisce non solo il tempo ma anche il senso di una storia.

La struttura della finzione si basa su regole: regole della televisione, regole del telegiornale. È un'operazione di manipolazione. Sono informazioni vere che passano attraverso la falsificazione del montaggio. L'informazione che ci arriva è comprensibile, decodificabile. Il malore e la perdita del fucile avvengono fuori campo ma ci vengono mostrati attraverso la costruzione della narrazione audiovisiva.

La profanazione del corpo del nemico

Il nemico pubblico dello Stato Italiano è stato, per molti anni, Bernardo Provenzano. Capo della Mafia siciliana, insieme al sanguinario Totó Riina, è sempre stato indicato come un mediatore, un uomo cinico e spietato che però ha sempre mantenuto la lucidità nella gestione del potere mafioso. Catturato finalmente in un casolare di campagna nel quale viveva come un eremita, poi l'isolamento e il regime carcerario duro del 41-bis. Il 41 bis è una disposizione speciale definita dal Ministro della Giustizia. Il detenuto in cella non può avere giornali, TV, non ha lacci delle scarpe, sacchetti di plastica, osservato attraverso degli spioncini 24h su 24, in isolamento totale, colloqui ridotti e registrati, telefonate dimezzate e registrate, censura postale. La sua funzione principale è quella di interrompere la catena di comando che collega il boss alla sua organizzazione.

La puntata numero 27 del programma televisivo Servizio Pubblico del 2013 presenta un tema importante. I giornali hanno riportato il tentativo di Provenzano di suicidarsi con una busta di plastica. Le immagini video che vengono mandate in onda, registrate dalle telecamere di sorveglianza della Casa di reclusione di Parma, durante due colloqui con il figlio del capomafia, mostrano lo stato di salute di Povenzano. Il carcere sembra averlo non solo provato ma proprio spento, per nulla lucido, con difficoltà di movimento, di parola e di pensiero. Michele Santoro mette in relazione i filmati dei colloqui con una terza clip, un'intervista a Sonia Alfano, Presidente della Commissione Antimafia dell'Unione Europea. La linea narrativa di Servizio Pubblico non si limita quindi alla mera riproposizione di registrazioni ma prova a fornire un'interpretazione sorprendente. È in corso un processo molto importante per la politica italiana, che riguarderebbe eventuali accordi tra Cosa Nostra e Stato.

Sonia Alfano va a trovare Provenzano in carcere e durante uno di questi incontri gli dice che potrebbe uscire dal 41-bis se accettasse di collaborare. La sua collaborazione sarebbe utile a capire eventi passati. La sua risposta fu sorprendente: "è fattibile?", prende cioè in considerazione la possibilità di pentirsi. L'on. Alfano crede fermamente all'ipotesi della Procura di Palermo, che sostiene l'esistenza di una trattativa Stato-Mafia. Crede che Bernardo Provenzano avesse intenzione di collaborare con lo Stato. Crede inoltre che le sue rivelazioni avrebbero potuto rivelarsi un terremoto per gli equilibri politici italiani. Crede infine che dall'interno del carcere questa notizia sia stata fatta uscire ai giornalisti e che abbia innescato una serie di reazioni a catena.

Nella seconda parte dell'intervista Sonia Alfano racconta le successive visite alla Casa di reclusione di Parma e tira esplicitamente le somme della sua teoria del complotto. Bernardo Provenzano sarebbe stato disinnescato. La sua estromissione dal processo sarebbe avvenuta, riducendolo all'inoffensività, attraverso una serie di misteriose "cadute" che ne avrebbero progressivamente minato la salute fisica e la lucidità mentale.

Ciò su cui ci vogliamo concentrare è il ruolo svolto dai filmati dei colloqui in carcere di Provenzano con i figli. Filmati che sono stati consegnati ai giornalisti e che sono stati mandati in onda all'interno di un palinsesto televisivo. Il file del primo filmato si intitola Il colloquio in carcere - Puntata 27 - Servizio Pubblico. Se c'è poco da dire del suono diegetico che appare non manipolato, con un riverbero tipico delle stanze prive di arredi, per quanto riguarda il suono extradiegetico appare evidente un lavoro di preparazione dello spettatore alla visione di immagini impressionanti. C'è una suspense determinata dalla colonna sonora quasi da film horror. Le inquadrature sono due e corrispondono alle due posizioni delle camere di sorveglianza. Il montaggio tra le due è stato effettuato in postproduzione dalla redazione di Servizio Pubblico.

Provenzano appare spaesato e barcollante. Non riesce a stare completamente eretto e questa postura genererà la prima domanda del figlio. Il dialogo tra padre e figlio sembra surreale. Appare chiaramente l'assoluta mancanza di lucidità dell'anziano capomafia. La sensazione è che il figlio non riesca a tollerare di vedere il padre ridotto in stato di demenza. Anche se gli autori di Servizio Pubblico hanno la possibilità di accorciare i tempi d'attesa delle risposte, decidono di mantenere il tempo reale, cioè di rispettare la pausa di confusione del capomafia. Qui, il tempo morto ci restituisce lo spaesamento del padre.

Il file del secondo filmato è nominato Ecco Provenzano e sembra ricordare l'Ecce Homo, ecco cosa resta di Provenzano. Ecco come è ridotto. Il figlio cerca di attirare l'attenzione del padre e di fargli prendere in mano la cornetta per parlare. È una scena penosa, perché Bernardo Provenzano la prende al contrario scambiando ricevitore e microfono. Il figlio gli chiede di togliersi il cappello e mostrare gli ematomi sulla testa, qui si ha un fermoimmagine e una successiva zoomata elettronica sulla testa tumefatta dell'anziano. Quando il figlio dice che deve andare via, Provenzano sembra non capire e resta solo nella cella, guardandosi intorno stupefatto. L'audio ambiente, anche in questo caso, viene coperto dal commento sonoro extradiegetico, che comunica angoscia.

Provenzano non è più il reo, il condannato o il detenuto ma diventa soltanto il personaggio di una narrazione televisiva. Non è più l'uomo ammalato, ma è ridotto a semplice oggetto di una rappresentazione. L'immagine di Bernardo Provenzano non appartiene più né a lui né ai suoi figli, perché è di proprietà dello Spettacolo. Le domande che sorgono sono molte. Provenzano finge? Le opzioni sono due:

  • Ammettiamo che Provenzano finga; potrebbe farlo per due motivi: il primo sarebbe invalidare la propria posizione come testimone al processo sulla Trattativa Stato-Mafia; il secondo l'ottenimento dei domiciliari.
  • Oppure Provenzano è davvero un uomo malato. In questo caso vanno in onda, contro ogni forma di deontologia professionale, le immagini di un vecchio ormai ridotto alla demenza, che non riesce a fare discorsi compiuti, che appare confuso e sconnesso da ogni linea logica.

Lo Spettacolo del nemico (nemico dello Stato e della cosiddetta società civile) ormai sconfitto, battuto, annientato, annichilito è e resta uno Spettacolo televisivo, nella più grande tradizione dello show must go on. Ma a che prezzo? La nuova frontiera della pena diventa così l'espiazione pubblica, televisiva. Una versione vintage della cara vecchia esecuzione pubblica in piazza. Solo che adesso si tratta di una piazza mediatica. E ogni tanto si viene interrotti da uno spot. Ciò che salta agli occhi è l'insistere su quest'uomo ormai privo di lucidità e spaesato. A noi interessa stabilire, attraverso una prova scientifica come il video, che lui è demente. Attraverso questi video siamo in grado di stabilire che è incapace di intendere e di volere. Oggi Provenzano si trova nell'infermeria di un istituto di detenzione, in una sorta di coma, in uno stato vegetativo ma è ancora in uno stato di detenzione di 41bis. Il Ministro, dopo quasi un anno che si trova in questo stato, non ha ancora revocato il 41bis.

Immaginare Abu Ghraïb

Immaginare, immaginario

  • La diffusione di scene di tortura sugli schermi televisivi, dopo l'11 settembre, ha determinato una progressiva assuefazione dello spettatore all'uso della violenza negli interrogatori dei terroristi islamici. Lo studio mette a fuoco la relazione che intercorre tra la produzione seriale televisiva statunitense e la progressiva definizione di un immaginario della tortura come scelta dolorosa ma obbligata, nel quadro operativo della Global War on Terror.
  • Le domande, i confini: Dopo la pubblicazione delle fotografie di Abu Ghraïb, sono state avviate molte riflessioni su ciò che si era verificato in quel carcere, in Iraq. Lo studio cerca di stabilire se la narrazione televisiva seriale ha avuto un ruolo nella creazione e nel consolidamento di un preciso immaginario audiovisivo.
  • La favola del Bene contro il Male: Nell'aprile del 2004 vengono pubblicate alcune fotografie amatoriali scattate nel carcere iracheno di Abu Ghraïb tra il 2003 e il 2004. Le fotografie pubblicate nel 2004 rompono un incantesimo mediatico, che aveva presentato la guerra in Iraq come buona e giusta, l'aveva resa indiscutibile e necessaria. Di colpo, invece, l'Occidente deve fare i conti con la parte oscura della propria coscienza. Il carcere di Abu Ghraïb, lo stesso in cui Saddam Hussein torturava e uccideva i dissidenti politici che si opponevano al regime, è diventato il luogo in cui i militari statunitensi torturano e umiliano i prigionieri, sospettati di terrorismo. La favola semplice del Bene contro il Male si rompe. Ed è proprio l'evidenza dell'immagine che si offre come prova. L'immagine rivela che il Bene non è puro. Il sopruso della guardia sul prigioniero appare un evidente contravvenire al ruolo sanificatore del detentore sul detenuto. Anche le fotografie fanno parte di un progetto deliberato. Non si tratta di errori, di inciampi involontari e occasionali. Le camere digitali fanno parte della dotazione del carceriere. Sono anch'esse strumento di coercizione. Il personaggio del soldato coraggioso muta in torturatore mentre il potenziale terrorista si trasforma in vittima.

È nella retorica del governo Bush che troviamo i presupposti ideologici perché la violenza e l'umiliazione inferte ai prigionieri diventino uno standard operativo. È in questa formula ideologica del "whatever it takes" che troviamo ogni necessità e ogni giustificazione. L'ombrello protettivo a ogni azione violenta è disumana. Ogni mezzo è lecito se il fine è assoluto. È una crociata contro il Caos e il Terrore: questa è la riedizione della favola del Bene e del Male. Anche chi compie atti violenti e abominevoli viene giustificato in vista di un fine ultimo superiore. Quello di preservare la civiltà occidentale e anzi di estenderla. Chi tortura, chi umilia, chi annichilisce il nemico, non può essere sottoposto al giudizio degli uomini, perché agisce guidato dalla luce di Dio. Ci troviamo davanti a una guerra infinita e senza esclusioni di colpi. Ogni buon soldato deve sapere che il nemico non avrà scampo. Sarà scovato ed eliminato. Questa è la missione e deve essere compiuta senza esitazioni. Uno specifico obiettivo: salvare vite americane e difendere ideali americani fino alla vittoria della GWoT. Il soldato sa di compiere atti che in altri contesti sarebbero sicuramente giudicati immorali e illegali ma si abbandona all'ideologia. Perché la funzione dell'ideologia è proprio quella di spingere a compiere anche le azioni più abiette e riprovevoli rendendole necessarie. E quindi giustificabili.

Atti illegali

Quali sono le mosse del governo Bush a riguardo? Dato che la Convenzione di Ginevra (contro la tortura e altri crudeli trattamenti e punizioni) si applica ai prigionieri di guerra, basta identificare gli uomini catturati e imprigionati come "nemici combattenti", non appartenenti a un esercito in guerra, per sospendere loro ogni diritto. Basta rinominare i nemici con una nuova formula. Non sono parte di un esercito nemico, ma sono solo dei terroristi. A mettere in crisi i valori degli Stati Uniti è l'evento luttuoso 11 settembre. È indiscutibile che prima dell'attentato alle Torri Gemelle sarebbe stato inconcepibile affrontare un argomento come la tortura. La tortura veniva percepita dell'opinione pubblica semplicemente come un atto criminale, da perseguire penalmente. Dopo l'11 settembre, si insinua invece il dubbio. La catena logica secondo cui la tortura potrebbe evitare che si verifichi un nuovo attacco terroristico su vasta scala trova un crescente consenso determinato dalla paura dilagante, incontrollabile. C'è una distorsione vera e propria della percezione della realtà generata dalla paura del terrorismo e questo comporta delle trasformazioni che investono non solo la sfera politica ma anche quella sociale.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/06 Cinema, fotografia e televisione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher merywhite di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia e critica del cinema e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Catania o del prof De Filippo Alessandro.
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