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da macrosequenze di durata variabile dai 3 ai 15 minuti che rappresentano unità spazio-temporali

definite e generano un’immedesimazione degli spettatori nelle vicende terrificanti. Non appena si

raggiunge il culmine emotivo di una scena, il racconto si interrompe e lo spettatore viene frustrato

nelle sue aspettative. Dallo sceneggiato classico ai telefilm di utima produzione (ER, Lost) il gioco

degli sceneggiatori si basa proprio su questo. L’epidemia è il movente primario di Survivors: la storia

dei singoli personaggi diventa medium per rappresentare le vicende di interi gruppi sociali. Il virus

rappresenta il cambiamento dello stato sociale. La morte di un numero elevatissimo di persone mette

in crisi tutto il sistema dei servizi essenziali (cibo, acqua, elettricità) e la società non è in grado di

prendersi cura dei più deboli. Dopo l’11 Settembre, si genera una famiglia di produzioni simili (28

weeks later, I am Legend, Rec). Gli immaginari sono gli stessi, il terrore analogo, la credibilità delle

azioni dei personaggi è strettamente correlata con la capacità dell’opera di generare

immedesimazione del fruitore. Il linguaggio e la struttura narrativa devono adeguarsi. Mentre il critico

riconosce l’intentio operis, il fruitore la subisce passivamente. Un altro modello di riferimento di

questo genere è il film di Meyer “The day after”. Il giorno dopo rivela tutta la stupidità e la follia della

guerra termonucleare globale, senza scampo ne prospettive ideali o morali. Il protagonista, coperto di

cenere radioattiva, ha una somiglianza inquietante con l’impiegato coperto di cenere e polvere dopo il

crollo delle Twin Towers. Le immagini sono le stesse, anche se nel primo caso si tratta di

rappresentazione mentre nel secondo della realtà. Il conflitto ideologico e religioso assume priorità

rispetto al sacrificio di vite umane. Nel 1998 esce un action-movie intitolato “The Siege” diretto da

Zwick. La sinossi dice: “quando un autobus pieno di gente esplode a Brooklin e inizia una campagna

di terrore tra le strade di New York, tocca all’agente speciale dell’FBI Hubbard (Denzel Washington) e

al generale dell’esercito Deveraux (Bruce Willis) trovare i responsabili e mettere fine alla distruzione”.

Le scene del film sono altamente spettacolari: fughe, inseguimenti, esplosioni, eppure sembra

riuscire a cogliere i problemi e i malesseri della società americana. Riesce ad anticipare il pericolo

terrorista e la reazione di paura del popolo americano. L’attentato avverrà 3 anni dopo l’uscita del

film. E’ la sensazione di un popolo che si sente minacciato, che sente la pressione dell’invidia del

resto del pianeta per il suo esagerato tenore di vita, dove programmi di MTV mettono in mostra la

ricchezza smodata nell ville plurimilionarie mentre la polizia gira armata nei quartieri e tra le strade.

Gli arabi vengono rastrellati tra le case di New York, separati, rinchiusi. I loro diritti sono sospesi

perchè la situazione è eccezzionale: bisogna colpire duramente. Qua troviamo il ruolo educativo del

cinema commerciale: mette in guardia il popolo contro situazioni e minacce incombenti offrendo

soluzioni rapide e spicce. Lo Stato forte, incarnato da Bruce Willis, eroe-poliziotto da contrapporre ai

terroristi. Ma il regista per eccellenza del cinema catastrofico è sicuramente Roland Emmerich. Basti

pensare ai 3 film che hanno segnato l’immaginario del pubblico mondiale (Indipendence Day del

1996, The Day After Tomorrow del 2004 e 2012). Il primo è il classico film di fantascienza

sull’invasione degli alieni che attaccano tutti i simboli del potere Americano; il secondo è più riflessivo

e si concentra sulle conseguenze dello sfruttamento eccessivo delle risorse del pianeta e

dell’inquinamento; il terzo, sfruttando il pretesto di una profezia Maya, mette in scena la catastrofe

perfetta, con tsunami, grandine grossa come arance, con effetti speciali incredibili che sono il vero

elemento di richiamo per il pubblico. Una scena su tutte: quella del monaco buddista che si affretta in

una marcia forzata verso il suo monastero, per lanciare il segnale di pericolo per mezzo di un gong

sonoro. Dopo pochi istanti un’onda gigantesca supererà in altezza le montagne e spazzerà via il

monastero come fosse una baracca. Inevitabile pensare alla tragedia dello tsunami che ha devastato

le coste di Asia e Africa Orientale nel 2004. Come si dice nel trailer “come potrebbero tutti i governi

preparare 6 miliardi di persone alla fine del mondo? Non potrebbero”. Ma al di la della sua

spettacolarità, il film ha una sua complessità evidenziata con un elemento ideale. L’elite scientifica ed

economica della terra costruisce 3 arche ipertecnologiche per la salvezza. Ma questa fuga parziale

della classe dirigente implica il sacrificio di tutto il resto della popolazione del pianeta. Nel momento

in cui l’umanità prova a rinascere si bagna subito del sangue e del sacrificio di milioni di persone. La

ribellione capeggiata dall’eroe protagonista ha l’effetto di scatenare la rivoluzione a favore di una

nuova scelta etica: tutti si salveranno o tutti moriranno. Anche in un film di Alex Proyas, “Segnali dal

futuro”, si fa riferimento ad una profezia legata però all’horror ultraterreno: alcuni disegni, realizzati

nel 1959 a Lexington dai bambini di una scuola elementare, avrebbero dovuto riprodurre il futuro che

loro immaginavano. Tutti questi disegni, conservati in un involucro per 50 anni, vengono consegnati

nel 2009 ai bambini della stessa città. Il figlio del protagonista riceve invece un documento di natura

differente, che riporta una sequenza numerica che, se interpretata correttamente, rivela tutte le date

e i numeri delle catastrofe naturali e di quelle di origine dolosa, anche per il futuro. Il trailer da slancio

alla parte catastrofica, in particolare nella sequenza dell’incidente aereo con 81 vittime, esattamente

come diceva la profezia. Qui il riferimento è alle collissioni aeree sulle Twin Towers. Anche Steven

Spielberg, il regista più buono di tutti, realizza un film a tratti feroce e crudele come la “Guerra dei

Mondi”, soprattuto nella parte della cattura dei prigioneri da parte degli enormi aracneiformi robot

alieni. Ma il finale lieto arriva sempre, con l’infinitamente piccolo che elimina l’infinitamente grande e

pericoloso. Cellule che eliminano gli alieni, eliminandoli e spazzandoli via.

L’11 Settembre si entra nel regno dell’Impero, deciso ad entrare in guerra. Così afferma Giulietto

Chiesa che, immediatamente dopo l’attentato si reca in Afghanistan per raccogliere impressioni del

mondo islamico. “O con noi o contro di noi” tuonava George W. Bush all’indomani dell’attentato. Si

deve prendere posizione. E’ la forza di quelle immagini che lo impone, la loro ridondanza su tutte le

televisioni del mondo. Non si può rimanere neutrali. La realtà geopolitica mondiale cambia forma, si

entra in uno scontro frontale e totalizzante. La stessa data diventa un logo: 9/11, la formula dello

stato di paura. E la storia si divide in due parti. Prima e dopo l’11 Settembre. Prima c’era un mondo

complesso, inintellegibile, spaesato e pieno di contraddizioni. Dopo c’è stato un mondo semplice,

ricompattato di fronte alla nuova maschera del nemico. Dopo l’11 settembre o sei americano o sei

anti-americano. Il mondo politico si limita a definire target ed obiettivi a cui mirare. Quando l’11

Settembre le immagini delle Twin Towers sono entrare nell’immaginario comune delle persone, il

cinema si è trovato in difficoltà, perchè la realta aveva superato l’immaginazione. Sono diversi i film

che si sono confrontati con il dolore dell’evento. Il primo è “11 Settembre 2001” diretto da undici

autori ed esce nel 2002 con una serie di spezzoni di durata 11 minuti 09 secondi e 1 decimo. Tra i

cortometraggi quello più interessante è del regista messicano Inarritu, il quale utilizza un linguaggio

sperimentale. Lo schermo è nero per un periodo lungo, durante il quale si sentono le voci dei cronisti

radiofonici e televisivi. In certi momenti il nero si squarcia e lascia il posto ad istanti di puro orrore,

con gli impiegati della torre assediati dalle fiamme che si lanciano nel vuoto. Nel 2004 esce il film di

Michael Moore “Fahrenheit 9/11”, estremamente critico nei confronti del governo Bush e della sua

inefficienza. La tesi è stringente: Bush, amico dei fondamentalisti islamici, non è stato in grado di

impedire l’attacco e ha sviato l’attenzione del popolo americano su un paese che non ha alcune

responsabilità: l’Iraq, attraverso una guerra ingiusta, inutile e dannosa per la morte di migliaia di

soldati americani. C’è una sequenza terribile, un uomo che ha in mano quello che sembra un fagotto

ma che in realtà è il cadavere semi-carbonizzato di un bambino, che parla e piange da padre. Il film

“United 93” di Greengrass si concentra sulla ricostruzione di ciò che avvenne all’interno degli aerei:

interessante la macrosequenza iniziale che mostra gli attentatori nelle fasi precedenti l’imbarco. La

preghiera, le abluzioni, i rituali disumanizzano gli attentatori: non c’è ombra di dubbio nei loro gesti

che li avvicinano alla morte. Oliver Stone fa 2 film sull’evento: il primo, del 2006, intitolato “World

Trade Center” si concentra sulle figure di 2 vigili del fuoco: i due eroi vengono sepolti sotto le

macerie ed estratti dopo un attesa claustrofobica. Nella vita reale, essi dovranno poi fare i conti con i

problemi di salute dopo quell’orribile esperienza. Il secondo, “W”, uscito nel 2008, si concentra sulla

figura del presidente americano e si gioca sul rapporto conflittuale padre-figlio e sulle conseguenze

delle scelte: la sequenza più memorabile riguarda le discussioni segrete avvenute all’interno del

governo americano, inventata dagli sceneggiatori, piena di giochi politici, accordi, strategie segrete e

militari inquietanti. La definizione “Asse del Male” è lampante sul funzionamento e il ruolo della

comunicazione: usare le paure dei cittadini per ottenere la loro fiducia incondizionata, bisogna

garantire al popolo la sicurezza, ad ogni costo. Un supergenere è quello che riguarda i film di guerra.

La caratteristica sta nella premessa: il punto di vista è sempre parziale: lontano, nascosto, c'è il

nemico. Da un altro ci siamo noi, i buoni. E i cattivi vanno sconfitti ed eliminati. L'esempio migliore

per individuare questa caratteristica sono i 2 film di Clint Eastwood “Lettere da Iwo Jiwa” e “Flag of

our fathers” . Il primo rappresenta il punto di vista dei soldati giapponesi, con tanto di lingua originale;

Il secondo invece quello degli americani, e viene recitato in inglese. In sostanza lo scontro è tra

l'Occidente, democratico, laico, liberista e razionalista contro l'Asse del Male, terrorista,

fondamentalista, tribale e irrazionalista. Diversi film trattato i fenomeni correlati a questo schema:

Three Kings (Russell) = tratta la guerra del golfo capitanata da Bush senior nel 1990; nella

– scena della tortura del soldato americano si percepisce chiaramente la pressione ideologica

statunitense percepita nel mondo arabo: la custodia del cd/dvd per tenere aperta la bocca del

prigioniero e fargli ingoiare il petrolio rappresenta simbolicamente i 2 elementi fondamentali

per gli USA: il petrolio e l'intrattenimento.

Soldiers Pay (Russell) = in questo film del 2004 si fa un taglio documentaristico per mostrare

– gli orrori della guerra in Iraq, nonché le trame di potere e i loschi affari.

The Manchurian Candidate (Demme) = remake del film del 1962, è una versione nel 2004

– che assume un punto di vista paranoico di un veterano dell'operazione Desert Storm: giochi

politici e lavaggi del cervello costringono i soldati a compiere atti immorali anche contro la loro

volontà,

Syriana, Jarhead = complotto geo-politico e guerra tecnologica rendono i soldati come teste

– vuote, che eseguono gli ordini e basta.

Lions for Lambs (Robert Redford) = dialoghi memorabili tra 2 studenti, uno bianco e uno nero,

– cresciuti insieme, formano un gruppo di studio insieme al prof Malley e decidono di andare in

Afghanistan in missione, per fare la loro parte. Resteranno tragicamente isolati e moriranno da

giovani eroi

The Hurt Locker (Bigelow) = prevale l'azione spettacolare; il protagonista è un artificiere

– americano, di stanza in Iraq, che ama improvvisare con incoscienza, il suo arrivo in Iraq è

preceduto dalla morte di un suo predecessore e tutto il film cerca di catturare il fruitore

sull'angosciosa attesa di un attentato che non avverrà mai.

Body of Lies (Ridley Scott) = Capovolgimenti di fronte e colpi di scena segnano il film, ma nei

– primi 6 minuti e mezzo si svolge tutta la contrapposizione tra i terroristi e i funzionari della CIA.

Conflitto profondo sul piano politico, militare ed ideologico.

Green Zone (Greengrass) = Giochi politici e militari: tutto è oscuro e ambiguo. In Iraq si

– giocano i destini del Medio Oriente, che sono in buona misura i destini del mondo, per il

petrolio arabo e per le banche guidate dai dirigenti ebrei: il governo Bush è rimasto soggiogato

dalle multinazionali del petrolio e ora si trova su una polveriera

Brothers, The Messenger = Film che fanno surf su un oceano di dolore; il primo tratta di 2

– fratelli, il primo inquadrato e perfettino, il secondo incapace, poco di buono, appena uscito dal

carcere. Il primo parte per l'Iraq, viene rapito e torturato. Il secondo cambia atteggiamento.

Dopo un po' torna l'equilibrio in famiglia. Nel frattempo torna l'eroe dall'Iraq. Un uomo

completamente cambiato che ha dovuto rinunciare a tutto: principi, valori, legami.

Si poteva fare qualcosa per evitare l'attacco alle Twin Towers? I commenti televisivi hanno messo in

luce una serie di inadempienze e superficialità dell'intelligence statunitense (ad esempio, i corsi di

volo seguiti dagli studenti arabi che però non partecipavano alle lezioni su decollo e atteraggio). Il

cinema reagisce di fronte a questo con un film molto particolare, misto tra azione e fantascienza,

intitolato “Dejavu”, interpretato da uno strepitoso Denzel Washington, come sempre nei panni

dell'eroe puro e perfetto. La regia è di Tony Scott, fratello di Ridley, è il film risulta frizzante, con una

struttura narrativa articolata e complessa, ironico nei dialoghi, avvicente nel ritmo. Un'opera

commerciale che mira a sorprendere lo spettatore con diversi colpi di scena. Si parte dalla morte di

500 feriti, fatti saltare in aria da un esplosione su un battello fluviale. E poi la storia va indietro, a

partire dalle misere prove. Qui subentra la fantascienza che permette di andare indietro nel tempo,

per guardare il delitto nel momento in cui avviene. E' il sogno americano di Tony Scott, tornare

indietro per fermare l'attentato. Un gioco a perdere, perchè il destino di sangue e morte è ormai

segnato.

Un altra serie di film sono i cosiddetti fake documentaries, come “In this World” e “The Road to

Guantanamo” di Winterbottom.Il primo film è la storia di 2 giovani rifiugiati afghani che fuggono dal

loro campo profughi, per arrivare dopo 1000 vicissitudini a Trieste. La guerra in questo film agisce

come una cicatrice, un'esperienza che segna profondamente il destino dei 2 protagonisti. La

ricostruzione di Winterbottom si basa su 2 elementi “reali”: la lingua originale Pashtu, e le riprese

girate in sequenza cronologica. La stessa ostinata sincerità si trova nel secondo film, che affronta il

tema della guerra in Afghanistan dopo gli attentati dell'11 Settembre. Il film descrive lo stato dei

prigionieri di Guantanamo, costretti a subire una continua pressione psicologica oltre a disumani

abusi fisici (privazione del sonno, le percosse, la simulazione del soffocamento, la derisione, il divieto

di pregare). Alcuni di loro torneranno in patria, senza risarcimento ne scuse da parte del governo

americano. Anche un regista come Brian De Palma in “Redacted” si è cimentato in questo genere

con un film controverso: i protagonisti sono i marines statunitensi inviati a controllare le zone calde

irachene. La morte di un loro compagno a causa di una bomba li spinge a cercare vendetta contro

una famiglia di poveri civili innocenti. La cosa più sconcertante del film sta in una regia sciatta e

scarna, piena di insert video ed effetti come le riprese con i i visori notturni che rendono credibili le

atrocità mostrate. Chi ha paura di una catastrofe si chiede anche cosa possa avvenire dopo. Ci sono

diversi film che si occupano di questo, come ad esempio la trilogia di “Mad Max”, che trova le sue

radici culturali nel movimento dei Mutoid. La dominante visiva è quella del ferro arrugginito, i

personaggi sono i sopravvissuti, che non hanno più nulla da perdere. E allora arretrano la loro

coscienza sociale alla mera sopravvivenza, attraverso una continua sfida di abilità motoristica e

piratesca, basata sulla sopraffazione o sull'astuzia. Non esistono più posizioni etiche e solidarietà.

Anche in “1997 Escape from New York” di John Carpenter si assiste a ciò: l'isola di Manhattan è

diventata come un enorme prigione, mentre l'aereo del presidente viene dirottato e finisce proprio su

quell'isola. Viene inviato a recuperarlo un professionista della guerriglia, il cinico Snake Plissken. Le

strade nel frattempo sono infestate da bande, i sotterranei sono infestati da una tribù di cannibali. Un

mondo assurdo. Basta un unico colpo di bastone chiodato ben assestato da Snake dietro la nuca del

capo dei mostri, a renderlo un eroe, il Golia di turno privo di parola e di pensiero. In “Children of Men”

di Alfonso Cuaron si cambia prospettiva: in un futuro prossimo l'umanità cesserà di essere fertile a

causa dell'inquinamento mentre l'ultimo nato al mondo viene ucciso da una rissa. La società implode

su se stessa, fino a quando non giunge la salvezza da una quindicenne nera che aspetta un

bambino. Intorno a questa ragazza si concentrano così le attenzioni morbose di tutti, dalle sette

segrete ai governi e agli eserciti. Figura divina ma fragile, non ancora cosciente di essere donna e

madre. Sarà salvata nascosta in un ghetto al centro della democratica Europa, generatrice di una

nuova primavera. In “Blindness” di Meirelles la cecità colpisce in maniera indifferenziata i cittadini di

un quartiere, poi il contagio si estende in tutto il pianeta. I primi pazienti vengono isolati in un

ospedale militare, portatori di un male oscuro e portatori di terrore. Il governo interviene per


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Ahmed89

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Ahmed89 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia e critica del cinema e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof De Filippo Alessandro.

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