L'impatto dell'11 settembre nel cinema
Per poter cogliere gli effetti dell'11 Settembre nell'immaginario cinematografico è necessario ricorrere al concetto di “mito a bassa intensità”, concetto che apre all’immaginazione futuribile. Il film, il testo, l’opera d’arte, rispecchiano la cultura del periodo storico in cui nascono. Il senso di un film non nasce dal singolo atto inventivo di chi produce il soggetto, ma è il frutto di un processo che non finisce mai, fino a quando il film non ha finito di avere spettatori. Ciò accade per tutte le galassie mitologiche, che vanno dal cinema, alla televisione, all’universo dei videogame, fino a Youtube. In questi ultimi due casi, inoltre, lo spettatore diventa un co-produttore. Si passa dal “questo è bello” a “questo è mio”.
La terza fase del cinema americano
Con l'11 Settembre, si apre una terza fase: la pace fredda lascia posto a un’insicurezza pressante. Il cinema americano ama raffigurare catastrofi. L’elicottero che esplode in aria, l’automobile in corsa avvolta dalle fiamme... è un continuo gioco d’artificio, colorato e fragoroso, che coinvolge gli spettatori. Essi vanno sulle montagne russe, senza capire, senza pensare né analizzare, godendo soltanto di questo spettacolo della distruzione. Fino a quando non avviene davvero. Fino a quando un aereo di linea si schianta nel grattacielo di una metropoli americana. Il grattacielo è la Torre Nord del World Trade Center, l’aereo è la linea 11 dell’American Airlines e la metropoli è New York City. Tutto sembra lentissimo. Una camera fissa su un grattacielo in fiamme, avvolto dal fumo e dalle grida di terrore e di dolore. Un corpo cade giù dalle finestre, come un pupazzo di pezza, un manichino. Zoom avanti della camera. Qualcuno interverrà. I vigili del fuoco, sicuramente. Ma non succede niente. Camera fissa. L’incendio procede inesorabile. Non c’è soluzione, né salvezza, né aiuto. È il più grande spettacolo catastrofico di tutti i tempi. Un aereo che penetra in volo dentro un grattacielo ed esplode. Fuoco, fiamme, lamiere e vetri infranti.
Il cinema dopo l'11 settembre
Perché raccontare la scena dell’11 settembre come fosse la scena di un film? Perché essa è stata l’immagine della catastrofe. Uno spettacolo terrifico che ha provocato la morte di 3000 persone. Dopo l’11 Settembre, il cinema deve fare i conti con la realtà, con il fuoco vero, il sangue vero e la vera polvere. Un’immagine indelebile, che lascia tutti senza difese. Il cinema non sarà più lo stesso dopo l’11 Settembre. La particolarità del cinema statunitense è quella che tenta di spiegare l’idea dell’Occidente attraverso il suo stesso cinema, nel suo stesso mercato. Noi inscriviamo la catastrofe naturale all’interno dello schema provvidenziale poiché abbiamo difficoltà a percepire la catastrofe al di fuori di questo schema. Il mondo occidentale vive la catastrofe di facciata come momento eccezionale che lo spinge all’azione, alla reazione militare, per ripristinare l’ordine, lo stato naturale di agio e di ricchezza. Altre popolazioni invece vivono la catastrofe come la normalità quotidiana, pensiamo ad esempio alla Palestina e all’Afghanistan, dove gruppi di ragazzi hanno esultato per il crollo delle torri. Ci sono mondi-altri, che il cinema e le televisioni occidentali tengono fuori-campo.
Analisi dei film di grande distribuzione
Analizziamo i film di grande distribuzione commerciale, i blockbuster del mercato occidentale. I luoghi di produzione sono prevalentemente anglofoni, ossia USA, Regno Unito, Australia. Possiamo individuare 7 blocchi:
- Film catastrofisti = Minacciano lo spettatore di una tragedia immane e incombente (The Day After, The Day After Tomorrow, 2012)
- Film sull'11 settembre = Correlati alla tragedia delle Twin Towers, alle cause e alle conseguenze (United 93, Fahrenheit 9/11)
- Film legati ai sensi di colpa generati dalle guerre in Iraq e Afghanistan (The Road to Guantanamo, Redacted)
- Film che rappresentano distopie, spesso ambientati in un contesto post-atomico (Mad Max, Children of Men)
- Film che descrivono il nemico come un essere non-umano, vampiro, zombie (28 days/weeks Later, I am Legend)
- Film legati alla teoria della cospirazione (L'invasione degli Ultracorpi, Ghost of Wars)
- Mockumentary, cioè falsi documentari con riprese in soggettiva (The Blair Witch Project, Rec, Cloverfield)
Riflessioni sul cinema
La prima domanda da porsi è perché si decide di girare un film su una determinata storia? Intanto bisogna guardare all’aspetto economico. La storia deve, cioè, assecondare le richieste del mercato. Inoltre, se un determinato film è piaciuto al pubblico, un altro film sullo stesso argomento e con un’atmosfera analoga probabilmente sarà premiato allo stesso modo. Come dice Chiarini “il film è un’arte, il cinema è un’industria, e come ogni industria che si rispetti, esso produce prodotti che devono essere distribuiti e venduti”. Come gli altri mezzi di comunicazione di massa, si ha un’omologazione dei linguaggi, un appiattimento sui luoghi comuni, un adeguamento alle idee politiche e sociali del tempo.
Temi principali da considerare
Possiamo indicare 3 temi principali su cui riflettere:
- Il rapporto tra cinema e realtà
- Il ruolo del pubblico nella fruizione del film
- Lo spazio della critica cinematografica
Il ruolo del regista è quello di fissare il punto macchina, indicando la propria scelta di lettura del dato reale di ciò che è di fronte alla macchina da presa. Non basta avere le registrazioni di singoli momenti di realtà, il racconto deve essere strutturato con un montaggio che riesca a veicolare informazioni non frammentarie e di senso compiuto. In questo modo, la narrazione cinematografica comunica con il proprio pubblico attraverso lo schema film (messaggio), autore (mittente), pubblico (ricevente). Gli spettatori fanno la loro parte acquisendo un codice di apprendimento, scambio, arricchimento, che diventa strumento utilissimo per conoscere gli schemi della società. Inoltre i significati che il cinema assume stanno nella capacità dello spettatore di coglierlo e interpretarlo. Il critico possiede competenze tecniche, ma deve subire l’effetto cinema per apprezzare un film appieno. Casetti propone le metafore di specchio, scrigno e moneta. Nel primo caso, il cinema deve rispecchiare le contraddizioni e i problemi della società; nel secondo caso si ha il rischio di ridurre il cinema ad essere un guscio inerte, da saccheggiare. La terza ipotesi è la migliore perché apre alla circolazione dei discorsi, fa entrare in gioco il ruolo del critico e lo spettatore, li interpella e li costringe ad attivare processi sociali di comunicazione.
Il cinema della catastrofe
Il primo immaginario cinematografico è quello della catastrofe. L’archetipo del genere si ha con la serie realizzata dalla BBC “Survivors”, fatta tra il 1975 e il 1977 di 38 episodi. Sono gruppi umani sopravvissuti all’epidemia mortale, che ha sterminato la popolazione mondiale. La serie è composta da macrosequenze di durata variabile dai 3 ai 15 minuti che rappresentano unità spazio-temporali definite e generano un’immedesimazione degli spettatori nelle vicende terrificanti. Non appena si raggiunge il culmine emotivo di una scena, il racconto si interrompe e lo spettatore viene frustrato nelle sue aspettative. Dallo sceneggiato classico ai telefilm di ultima produzione (ER, Lost) il gioco degli sceneggiatori si basa proprio su questo. L’epidemia è il movente primario di Survivors: la storia dei singoli personaggi diventa medium per rappresentare le vicende di interi gruppi sociali. Il virus rappresenta il cambiamento dello stato sociale. La morte di un numero elevatissimo di persone mette in crisi tutto il sistema dei servizi essenziali (cibo, acqua, elettricità) e la società non è in grado di prendersi cura dei più deboli. Dopo l’11 Settembre, si genera una famiglia di produzioni simili (28 weeks later, I am Legend, Rec). Gli immaginari sono gli stessi, il terrore analogo, la credibilità delle azioni dei personaggi è strettamente correlata con la capacità dell’opera di generare immedesimazione del fruitore. Il linguaggio e la struttura narrativa devono adeguarsi. Mentre il critico riconosce l’intentio operis, il fruitore la subisce passivamente. Un altro modello di riferimento di questo genere è il film di Meyer “The day after”. Il giorno dopo rivela tutta la stupidità e la follia della guerra termonucleare globale, senza scampo né prospettive ideali o morali. Il protagonista, coperto di cenere radioattiva, ha una somiglianza inquietante con l’impiegato coperto di cenere e polvere dopo il crollo delle Twin Towers. Le immagini sono le stesse, anche se nel primo caso si tratta di rappresentazione mentre nel secondo della realtà. Il conflitto ideologico e religioso assume priorità rispetto al sacrificio di vite umane. Nel 1998 esce un action-movie intitolato “The Siege”.
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