Storia contemporanea vol. I: L'ottocento
La rivoluzione industriale
Secondo una definizione di Davis S. Landes (1969), la rivoluzione industriale in Inghilterra fu “un complesso di progressi tecnologici: la sostituzione delle macchine all’abilità e alla forza dell’uomo; lo sviluppo di fonti di energia inanimata; l’invenzione, produzione e uso di nuovi materiali; l’introduzione e la diffusione di un nuovo modo di produzione, noto ai contemporanei come sistema di fabbrica.”
Estendendosi dall’Inghilterra agli altri paesi, la rivoluzione industriale segnò un momento di forte cesura nella storia dell’umanità. Per comprendere appieno questo evento, bisogna studiarne lo sviluppo.
Tra il 1760 ed il 1780 furono inventate in Inghilterra alcune macchine per la filatura del cotone:
- La spinning jenny che permetteva ad un operaio di lavorare contemporaneamente ad otto fusi anziché ad uno solo;
- Il water frame che utilizzava l’energia idraulica e poteva centuplicare la quantità di prodotto;
- La mule che era la sintesi dei due, migliorata.
Con l’invenzione di queste macchine la tessitura non riuscì più a stare dietro ai ritmi della filatura finché, nel 1785, non venne inventato il telaio meccanico. A moltiplicare la potenza di questi macchinari fu l’invenzione della macchina a vapore (1712, perfezionata da James Watt nel 1782), applicata prima all’attività estrattiva, poi alla nascente industria chimica, poi a quella meccanica e siderurgica. Questi settori furono i motori di una prodigiosa trasformazione dell’economia, imperniata sull’energia del vapore.
La crescita della produttività ha portato con sé un allargamento dei mercati e quindi una vera rivoluzione dei trasporti. L’energia a vapore venne così applicata ai battelli e, soprattutto, alla ferrovia. Fu così che nel 1770 il contributo all’economia del paese diminuì, mentre quello del commercio e del trasporti aumentò. Si passò quindi da un’economia a base “organica” ad un’economia “a base inorganica”.
Nei secoli precedenti la manifattura inglese si era decentrata dalle città alle campagne, facendo aumentare il lavoro a domicilio. Con la rivoluzione industriale i grandi macchinari vennero concentrati in appositi opifici. In tal modo si passò dal domestic system (basato sul lavoro a domicilio) al factory system (basato sulla fabbrica). Come disse Karl Marx, “nella manifattura e nell’artigianato l’operaio si serve del suo strumento, nella fabbrica è l’operaio che serve la macchina”. I lavoratori furono soggiogati dai ritmi dei macchinari, favorendo una rigida disciplina. Divennero così manodopera, che andava a costituire una nuova classe sociale, quella del proletariato industriale.
Cambiò anche la figura dell’imprenditore, diventando colui che doveva impegnare somme ingenti di denaro, ovvero capitali, nella produzione.
Un ruolo importante lo giocò l’agricoltura, che in questi anni venne rinnovata a partire dalle enclosures, cioè dall’introduzione sempre più ferma della proprietà privata. Un altro fattore determinante fu l’utilizzo di un vasto impianto di irrigazione e l’introduzione della rotazione a quattro cicli o di Norfolk: alternando la coltivazione di frumento, rape, orzo e trifoglio si riusciva a non lasciare mai una parte del terreno a riposo e a mantenere costante lo sviluppo dell’allevamento.
L’introduzione della proprietà privata non portò alla creazione del proletariato industriale, come sostenne Marx. Da un’attenta analisi, si è potuto notare come la manodopera per le fabbriche crebbe grazie all’aumento della popolazione ed alla consistente migrazione. Le enclosures portarono invece la fine dell’autoconsumo e l’avvio di un’economia di mercato, cioè un sistema in cui il soddisfacimento dei bisogni avviene mediante l’acquisto di merci.
Verso la metà del Settecento la popolazione mondiale iniziò a crescere per poi rallentare. Il tasso di mortalità e natalità diminuì: questa transizione si chiama “transizione demografica”. Il calo di mortalità fu dovuto alla scomparsa della peste ed altre malattie epidemiche unite ad una riduzione della frequenza delle carestie, mentre il calo della natalità è stato attribuito a mutamenti economico-sociali.
Thomas Malthus, nel 1798, osservò come la popolazione cresceva a ritmo costante finché l’agricoltura riusciva a sopperire al fabbisogno di tutti. Quando si arrivava al limite si scatenavano crisi di mortalità legate a carestie, epidemie o guerre, e la popolazione diminuiva. Dopo di che il ciclo ricominciava. Alla fine del XVIII secolo, però, quel sistema si stava spezzando, in parte perché la popolazione frenava la fecondità con dei metodi contraccettivi, ma in larga misura perché la crescita demografica e quella economica non furono più antagoniste, ma si sostennero. Questo durò fino al XIX secolo, quando la produzione aumentò più della popolazione, sfociando in una crisi continua di sovrapproduzione.
Il commercio estero fu uno dei fattori decisivi dell’industrializzazione: la Gran Bretagna aveva un impero coloniale ed era padrona dei mari. Londra divenne presto il centro mercantile e finanziario del mondo. La distribuzione disomogenea dei capitali creò un sistema di scambi ineguali fra paesi sviluppati e altri. L’allargamento dei mercati, però, portò ad un abbassamento del costo dei prodotti, permettendo sempre a più ceti sociali di accedervi. Fu un vero fenomeno globale, che però il cambiamento radicale dello stile di vita di gran parte della popolazione e l’ascesa di una media borghesia.
Per quanto riguarda le condizioni di vita degli operai in questi anni è difficile ottenere dei dati certi, perché ricchi di troppe variabili. Sicuramente bisogna tener conto dell’altissimo numero di disoccupati e delle durissime condizioni di vita. Sul lungo periodo il fatto di percepire un salario diede alle donne maggiore autonomia, anche se sul medio notiamo una riconferma delle gerarchie patriarcali. Il crescente benessere del paese venne pagato a caro prezzo dalle classi operaie, anche quelle delle colonie. Lo confermano le rivolte che scossero l’Inghilterra nella prima metà dell’Ottocento, che portarono alla creazione dei primi sindacati moderni.
Rivoluzione americana
Premesse
La rivoluzione americana aprì la strada alle grandi rivoluzioni ottocentesche, trasformando la politica da essere sfera d’azione di pochi ad essere sfera di interesse di tutti. Nello scenario di questi anni dobbiamo tener conto di tre popoli che combatterono sul suolo americano:
- Gli indiani;
- I coloni bianchi;
- Gli schiavi neri deportati dall’Africa.
Eventi
La scintilla iniziale fu la guerra dei Sette anni, che venne combattuta anche sul suolo americano e che portò una grave crisi economica, siccome la madrepatria fece gravare alle colonie le spese di guerra. Qui le truppe inglesi non riuscirono a difendere le colonie ed iniziò ad incrinarsi l’idea dell’infallibilità della madrepatria. Benjamin Franklin tentò di unire i vari governi ma senza esito.
Il malessere crebbe con l’introduzione di nuove tasse:
- Revenue Act (1764) che abbassò le tariffe doganali ma rese i controlli anti contrabbando ben più stringenti;
- Stamp Act (1765), che introdusse tasse di bollo per ogni documento di valore pubblico, compresi i giornali.
I coloni reagirono duramente: la loro vita economica non poteva essere decisa da un Parlamento lontano e senza neanche una loro rappresentanza al suo interno. Nel 1765 il primo congresso delle colonie britanniche del Nordamerica proclamò l’incostituzionalità di quelle misure e legittimò le sole assemblee provinciali ad imporre nuove tasse. Il governo inglese ritirò lo Stamp Act ma, nel 1767, alzò i dazi provocando il boicottaggio delle merci. Un esempio fu nel 1773 fu il Boston Tea Party, in cui un gruppo di coloni travestiti da indiani gettò in mare un carico di tè.
Nel 1775 scoppiò allora la guerra. Venne istituito un esercito guidato da George Washington. Il 4 luglio del 1776 il congresso continentale approvò la Dichiarazione d’indipendenza, espressione di un’ideologia repubblicana legata alla libertà e all’indipendenza (idee di Thomas Jefferson).
Ovviamente ci fu chi restò fedele alla corona, chiamato lealista. Anche fra gli indiani ci fu chi le restò fedele. Fra il 1776-77 un massiccio esercito mercenario tedesco portò gli inglesi a rioccupare New York e Filadelfia, ma vennero sconfitti nel 1777 a Saratoga, anche se solo nel 1781 le sorti del conflitto volsero decisamente a favore dei coloni. Di fronte alla prospettiva di una guerra sanguinolenta il governo inglese avviò le trattative di pace. Il trattato venne firmato a Parigi nel 1783 riconosceva gli Stati Uniti d’America e restituiva la Florida alla Spagna.
Raggiunta l’indipendenza era necessario dare un nuovo governo al paese: nel 1787 venne indetto un nuovo congresso con il compito di trovare un equilibrio condiviso fra gli Stati. Venne approvata una nuova costituzione che istituiva un Congresso che esercitava il potere legislativo, diviso in Camera dei rappresentanti (eletta ogni due anni) e Senato (composto da due rappresentati per ogni stato). Era l’unica autorità in materia di fisco e dogane, difesa e forze armate, posta e moneta. Tutto il resto spettava ai singoli stati. Il potere esecutivo era assegnato ad un presidente, mentre quello giudiziario ad una Corte suprema di nomina presidenziale.
Fin da subito le idee politiche presero due andamenti diversi: uno federalista ed uno repubblicano.
- Hamilton: un federalista che sosteneva la creazione di una Banca nazionale ed un debito pubblico per riordinare i conti dello stato, ma anche di avviare un programma di industrializzazione.
- Jefferson: repubblicano, che si oppone alla creazione di una banca centrale, le cui idee vennero nutrite dalla rivoluzione francese.
Dalla discussione di questi due schieramenti nacque il Bill of rights (1791), cioè dieci emendamenti alla Costituzione.
Le elezioni del 1796 videro la vittoria dei federalisti, che approvarono gli Alien and Sedition Acts, una serie di leggi che complicavano il processo di naturalizzazione degli immigrati e punivano i reati sediziosi nei confronti del governo federale. La Virginia ed il Kentucky rifiutarono, accendendo un conflitto appianato solo nel 1800 con l’elezione di Jefferson. Gli Alien and Sedition Acts vennero aboliti, insieme a molte imposte federali. Nel 1803 venne acquistata la Louisiana.
Scoppiò un nuovo conflitto con la Gran Bretagna, originato da un perdurante stillicidio e sequestro di equipaggi americani ad opera di Londra. Nel 1814 si giunse al trattato di Ghent, riportando la situazione a prima del conflitto.
Intanto, per i nativi indiani, la situazione non volgeva al meglio. Inizialmente gli vennero lasciati degli ampi territori ad ovest, che però vennero lentamente corrosi degli squatter (persone che compravano delle terre a poco in quelle zone). La situazione finì nel 1851 con l’Indian Appropriations Act che confinò alcune tribù in delle piccole riserve delimitate.
Nel 1823 il presidente Monroe fece un discorso in cui affermava che l’America doveva essere degli americani, avviando l’isolazionismo che la caratterizzerà fino alle due guerre mondiali. Con queste parole si sancì il diritto egemonico su tutto il continente, quindi anche l’America latina.
Nonostante le crisi del settore borsistico e finanziario, gli Stati Uniti vissero dei periodi di intensa crescita economica, soprattutto basata sulla schiavitù della popolazione nera. A lungo i partiti evitarono l’argomento, che poneva in disaccordo gli stati del nord (contro) con quelli del sud (a favore). Nel 1819 l’annessione del Missouri, favorevole alla schiavitù, mise in crisi questo equilibrio. Venne però risolta con un compromesso che proibiva la schiavitù nelle sole altre terre da conquistare.
Rivoluzione francese
Premesse
Fu la rivoluzione stessa a coniare il termine ancien régime (antico regime) per definire la società che si era instaurata in Francia fino a quel momento e caratterizzata da tre fattori:
- La quasi feudalità;
- La suddivisione tripartita della società in ordini (nobili, clero, terzo stato);
- L’assolutismo del re, ancora ritenuto una figura sacra.
Nonostante fosse un sistema ricco di contraddizioni e lacune, la rapidità con cui crollò fu sorprendente. La domanda allora è: perché questo sistema è crollato così rapidamente?
- Sicuramente la situazione economica influì negativamente. Uscita da una profonda crisi in seguito alla guerra dei Sette anni, la Francia non riuscì ad attuare delle vere riforme fiscali. I vari tentativi misero in luce due correnti:
- Quello di Turgot, che puntava a sviluppare il mercato e ad attuare un sistema fiscale equo, che però avrebbe accentuato ulteriormente la centralità del dispotismo regio;
- Quello di Necker, che voleva ridurre la spesa pubblica e valorizzato le autonomie locali, che venne contrastato da illuministi e terzo stato.
- Il punto 1 portò ad una conclusione: era una spesa eccessiva il mantenimento dell’impero coloniale.
- Il propagarsi delle idee illuministiche.
Eventi
Il 5 maggio 1789 vennero convocati gli Stati Generali (l’ultima volta che vennero convocati fu nel 1614). Il terzo stato chiese allora che si votasse per testa, non per ordine. L’aristocrazia, il clero e il re si opposero e venne chiusa l’aula delle sedute. I delegati del terzo stato si riunirono allora in una sala destinata alla pallacorda e giurarono di non separarsi “fino a che non venisse istituita una Costituzione”.
Il 9 luglio si proclamarono Assemblea nazionale costituente. L’esito però era ancora incerto: in quegli stessi giorni il re fece circondare Parigi e si creò una situazione di stallo. Venne poi rotta il 14 luglio con la presa della Bastiglia da parte del popolo in cerca di armi. Alla rivoluzione istituzionale si sommò quella cittadina.
I disordini si moltiplicarono e il comitato elettorale di Parigi si era costituito in una commune sotto la guida di Bailly, creando una Guardia Nazionale. Dopo la presa della Bastiglia il re fu costretto a ritirare le truppe e ad accettare la municipalità di Parigi. Intanto una terza rivoluzione prese largo: “la grande paura” che portò ad un’imponente insurrezione di massa anti-nobiliare. Per evitare la sua espansione il 4 agosto 1789 l’Assemblea nazionale votò una legge che aboliva gli oneri e i privilegi feudali. L’ancien régime venne così distrutto.
Si trattava ora di ricostruire. Il 26 agosto venne approvata la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, basata su principi di uguaglianza sociale e libertà, frutti dell’Illuminismo.
Ad ottobre il re, che rifiutata di firmare i decreti, venne costretto a farlo da una folla in armi, che lo obbligò a risiedere a Parigi e non più a Versailles. Nell’Assemblea si formarono dei raggruppamenti politici che, in base al posto occupato in aula, presero il nome di destra per i conservatori e di sinistra per i democratici. Per risolvere la crisi finanziaria venne deciso di espropriare i beni del clero e che questi venissero retribuiti come funzionari statali, dopo aver giurato fedeltà allo Stato.
Da qui il clero si spaccò:
- I giurati che giurarono fedeltà allo Stato;
- I refrattari, che rimasero fedeli a Roma.
I beni requisiti andarono a formare il patrimonio da cui vennero poi venduti degli assegnati, cioè dei titoli al 5%. Dovevano alleviare il disavanzo pubblico, ma alla fine vennero usati come della carta moneta, provocando una grave spirale inflazionistica.
Nel 1791 entrò in vigore una nuova costituzione in cui si affermava che:
- La Francia era una monarchia nazionale;
- Il potere legislativo era affidato alla Camera;
- Il re aveva il potere di veto sulle decisioni della Camera e aveva buona parte del potere esecutivo;
- A seconda del censo i cittadini vennero divisi in “attivi” (con diritto di voto) e “passivi” (senza diritto di voto). Gli attivi avevano il compito di eleggere un’Assemblea legislativa;
- Il governo fu riorganizzato dividendo il territorio in 83 dipartimenti;
- Si sostituirono imposte indirette con quelle dirette su base patrimoniale;
- Fu concessa la cittadinanza ai protestanti ed agli ebrei;
- In campo economico venne promossa la libertà di commercio e vennero abolite le corporazioni.
L’Assemblea costituente venne così sciolta e venne creata quella legislativa. Nel 1794 venne abolita la schiavitù e si diffusero in larga scala giornali e club.
Nel giugno 1791 Luigi XVI lasciò furtivamente Parigi con l’intento di espatriare e chiedere appoggio a Leopoldo III. All’Assemblea si pose così il problema di cosa fare del re.
All’estero intanto erano espatriati numerosi nobili e parte del clero refrattario, che promossero alcuni interventi insurrezionali. Mentre si diffondeva la paura di un complotto aristocratico, la crisi economica alimentò una forte ripresa delle rivolte contadine. A sbloccare una situazione sempre più tesa fu la guerra: nel 1792 la Francia dichiarò guerra all’Austria, al cui fianco si schierarono Prussia e Piemonte. Le iniziali sconfitte generarono un nuovo stallo, che venne rotto dai sanculotti (cittadini passivi che auspicavano una democrazia assembleare e diretta, difendendo il diritto della proprietà privata ma chiedendo un’economia controllata).
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