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Cornice: procedimenti esecutivi ed evoluzione

L'antichità

Alle origini della cornice, le forme erano geometriche semplici o strutture architettoniche dipinte, scolpite o incise. Vi era la necessità di delimitare un’immagine rispetto a ciò che la circonda, evidenziandola rispetto allo spazio circostante con una bordatura più o meno elaborata, come semplici linee incise o dipinte (es. Stele di Kivik). Incorniciature dipinte si trovano nella pittura egizia o cretese, utilizzate come suddivisione tra una scena e l’altra, tra scene e parti decorate, tra immagine e scrittura. Alle semplici composizioni di linee si affiancano incorniciature sul modello di strutture architettoniche, ad esempio la tipologia del tempio.

La cornice a otto punte

In Grecia, nel IV secolo a.C., si ha la prima attestazione di cornici autonome (staccate), utilizzate nell’impiego su grande formato per racchiudere insieme le varie assi congiunte e per legarle. La cornice a otto punte consisteva in quattro assi di legno con delle fessure per incastrarsi l’una all’altra nei quattro angoli. Veniva appesa alle pareti con un gancio che passava per le due estremità superiori. Spesso lateralmente aveva due ante di legno per coprire o scoprire il dipinto e ripararlo da urti, luce e polvere. Nelle forme più elaborate poteva avere anche una cornice interna (in legno) che ne ingrandiva lo spessore.

Accanto alla cornice a otto punte, se ne sviluppa un’altra dalla forma semplicemente rettangolare o quadrata, senza estremità sporgenti, con assi più larghe e maggiormente decorate (stucco, chiodini, borchie…).

Le cornici dei ritratti del Fayyum

In Egitto romano, tra il II e il III secolo d.C., vi era una produzione di dipinti su supporto legno a tempera o a encausto (a volte anche su tela) con funzione rituale e funeraria collegata alla mummificazione. Eseguiti in vita, questi dipinti venivano conservati e poi applicati dopo la morte sul viso del defunto. Le loro cornici erano rettangolari e smussate agli angoli, prive del quartolato inferiore, per infilarle sopra al collo del defunto e incastrarlo nella mummificazione con soluzione di continuità. Le cornici avevano una base lignea più decorazioni (geometriche o naturalistiche come tralci di vite) in bassorilievo in stucco; forse erano dorate (sono state ritrovate piccole tracce di oro sulla superficie) e venivano applicate sul dipinto o incastonate alla tavola.

La cornice rotonda

La cornice rotonda deriva dall’imago clipeata, ovvero l’immagine dello scudo. A Roma, vi era l’usanza di porre il ritratto di antenati o personaggi pubblici su uno scudo (vd. Plinio). Con il tempo, la parte del bordo esterno divenne quella maggiormente curata e decorata, mentre il centro tendeva a sparire, diventando una cornice rotonda decorata con elementi vegetali, ovuli, ecc. A causa della sua origine, essa assumeva un significato onorifico e la cornice tonda ne mantiene questo carattere anche nelle sue applicazioni nei secoli successivi.

Il Medioevo

Riquadrature e prime cornici medievali: le icone. La cornice antica sopravvive nel Medioevo con alcune variazioni. Un elemento di continuità lo si riscontra nei dittici consolari o di altro soggetto in avorio: tavolette doppie unite da cerniere che hanno una cornice con un bordo stretto e piatto. In alcuni casi, questo bordo-cornice è decorato con motivi classici o vegetali, altre volte da una struttura architettonica (arco) che inquadra un console o un imperatore.

La maggiore produzione di cornici è attestata in questi anni nell’ambiente dell’arte bizantina (IV e VII secolo d.C.) con la diffusione del culto dell’immagine sacra che porta a una vasta produzione di icone e di cornici a esse destinate. L’uso della cornice era necessario per delimitare il soggetto divino, nettamente distinto dall’ambiente circostante, fungendo da simbolica linea di confine. Le cornici erano costituite da quattro assi di legno scanalate all’interno, la tavola dipinta andava infilata nelle guide e fissata mediante incastro delle assi alla cornice anche attraverso chiodi in legno o metallo. Erano generalmente dipinte di rosso e quasi sempre una striscia dello stesso colore era riportata anche sulla tavola al margine del dipinto per rifinire e collegare dipinto e cornice.

Le icone erano destinate non solo alle chiese ma anche alle abitazioni private, alle celle dei conventi e alle botteghe. In questo periodo in Oriente inizia l’iconoclastia (inizio VIII secolo d.C.), assistiamo alla migrazione di molti artisti bizantini verso l’Italia e alla diffusione di nuove maniere che influenzano anche la forma e l’uso della cornice. A Roma, invece, papa Gregorio Magno riconosce l’importanza comunicativa e didattica dell’immagine e così, in Occidente, l’immagine sacra entra a far parte del patrimonio della Chiesa.

Tipologie di cornice

  • Con regoli scanalati: quattro angoli bisellati e tenuti insieme da chiodi.
  • Liste di legno incollate o inchiodate direttamente alla tavola, in genere in oro. In alcuni casi, i bordi molto larghi in ampiezza erano dipinti con figure di santi e episodi della vita del personaggio principale della tavola.

La grande venerazione per queste immagini e la volontà di conservarle il più a lungo possibile tende a esaltare l’aspetto protettivo delle loro cornici. Dal XI secolo d.C., si trovano cornici rivestite in metallo prezioso, come oro o argento. Un esempio è la Madonna di Nicopeia (XII sec.) la cui cornice in lamina d’oro presenta una serie di figure di santi in smalto e gemme incastonate.

La cornice dell’icona di S. Maria in Aracoeli (Roma, XII-XIII secolo – altare maggiore) rappresenta la Madonna Advocata con la sua cornice originale: tavola appoggiata in una sorta di scatola o cassetta di legno, con il bordo del contenitore che aderisce perfettamente ai margini della tavola, fungendo così da cornice. L’immagine è circondata da bordatura nera e rifinita con un listello a rilievo dorato, il bordo esterno della tavola è dorato. Lo scopo era proteggere il dipinto inserendolo rivolto verso l’interno, conservare l’immagine sacra o esporla come “scatola-cornice”.

La cornice rettangolare (XIII secolo)

Queste cornici erano ricavate dalle stesse tavole del dipinto che venivano piallate per lasciare un bordo in rilievo. Le cornici erano incollate o inchiodate sopra o sul fianco esterno della tavola, come nel Paliotto d’altare dove un bordo rettangolare è applicato sul margine esterno, fissato agli angoli con dei chiodi. La decorazione è a rilievo con motivi geometrici e piccole borchie.

Dalla metà del XIII secolo in poi, le cornici si arricchiscono di profili, diventando più articolate plasticamente, aumenta la varietà dei colori e degli elementi decorativi impiegati. Uno degli esempi più antichi è la Madonna in trono di Coppo di Marcovaldo (Orvieto): la cornice si dispone su tre fasce ognuna con una decorazione diversa. Esterna: piccoli rombi e puntini su sfondo dorato, Centrale: foglie e viticci blu e rossi con piccole borchie a piramide, Interna: piccoli rombi più scuri. Innovazione nel numero dei profili e decorazione che avrà largo seguito con combinazioni diverse da adattare a ogni tipo di profilo.

La cornice a cinque angoli (XIII secolo)

Segue la forma pentagonale della tavola che deve essere incorniciata. Un esempio è la tavola di S. Francesco di Bonaventura Berlinghieri: la cornice è dotata di un semplice bordo tagliato obliquamente verso il dipinto e applicato sulla tavola stessa.

Anche questo tipo di cornice, alla metà del XIII secolo, diventa più complessa e articolata, come la Madonna di Galli-Dunn, che ha una cornice con una fascia centrale più larga decorata con un motivo a treccia e rosette, e i margini interno ed esterno sono due sottili listelli lignei dorati. All’interno del dipinto c’è un arco trilobato che inquadra il capo della Vergine, un inserimento architettonico che diventa parte della cornice stessa. Trova ampia diffusione per tutto il XIII secolo e viene usata in pale d’altare da Cimabue, Duccio e Giotto. In questi esempi, la cornice ha raggiunto un alto livello di integrazione tra articolazione plastica dei profili e varietà decorativa e cromatica.

Anche queste cornici seguono la suddivisione a tre fasce: margine esterno con anche più profili e fascia centrale con decorazione. In questo tipo di cornice, trova largo uso il colore, anche se la doratura rimane la base su cui poi venivano dipinte le altre decorazioni. Le tavole venivano esposte nelle chiese mediante delle corde che, infilate in appositi anelli posti sul retro, servivano a appenderle su una parete.

La cornice architettonica

Elementi dell’architettura come timpano o arco entrano a far parte delle cornici delle tavole. Solo nel XIV secolo si afferma un tipo di cornice completamente strutturata sui modelli architettonici. Iniziano a diffondersi piccole tavole dipinte in cui un arco a tutto sesto o a ogiva costituisce la cornice del dipinto stesso (archetti, sostenuto da colonnine, poggiano su una base detta predella).

L’utilizzo maggiore della cornice architettonica si applica nelle pale d’altare (trittico o polittico) che sono composte da più pannelli e diventano sempre più composte e articolate. Un esempio è la Vergine con il Bambino di Duccio: la tavola centrale è ancora pentagonale ma è iscritta in un arco a tutto sesto, della stessa altezza dell’arco sono i due semi-archi che costituiscono i pannelli laterali e sono fissati alla tavola centrale con delle cerniere e si possono chiudere perfettamente su di essa. Le composizioni possono assumere forme più complesse, come avviene ad esempio nel polittico di Vigoroso da Siena, la Vergine, il Bambino e i Santi in cui la pala presenta un primo piano scandito da cinque archi a tutto sesto tutti sormontati da cuspidi triangolari e ha un’edicola posta al centro. La cornice ha un profilo molto semplice e liscio ma presenta un piccolo spiovente sulle cuspidi che sporge per riparare il dipinto.

Nota: in questo periodo, gli interventi più significativi sulle incorniciature si riscontrano nell’ambito della produzione senese (vd. Duccio e i suoi seguaci). Anche elementi dell’architettura gotica, come cuspidi da fogliame accartocciato, pinnacoli, archi a ogiva, iniziano a essere utilizzati nelle cornici di area senese e fiorentina. Il polittico di tipo gotico si diffonde moltissimo con le opere di artisti come Lorenzetti e Simone Martini (Siena), Taddeo Gaddi e Giovanni del Biondo (Firenze); anche a Venezia ne troviamo alcuni esempi.

Il polittico gotico diviene sempre più complesso: aumenta il numero dei pannelli e dei piani della pala, si introduce l’uso costante della predella, di elementi architettonici e decorativi (fogliame, cuspidi, pinnacoli, colonnine, archetti, trafori...) che crescono fino a quasi prevalere sulla parte dipinta. Ognuno degli elementi era intagliato nel legno e veniva applicato sopra la tavola: supporto più resistente e protetto da fratture e incurvature. In questo modo era possibile l’accostamento di sempre più pannelli e ciò aumentò le dimensioni delle tavole. L’impiego di elementi architettonici intagliati conferiva notevole plasticità alla cornice che solitamente veniva dorata e a volte rifinita con lievi pitture.

Queste cornici sono imitazioni dell’architettura gotica nelle loro forme e nella struttura che rispecchia l’impalcatura di un vero e proprio edificio. Si presentano come la sezione trasversale di una chiesa gotica: pannello centrale = navata centrale, pannelli laterali = navate laterali, stesse proporzionalità, pilastri in legno che separano i pannelli = pilastri portanti della chiesa. La forma architettonica della cornice instaura un rapporto diretto tra lo spazio pittorico e quello architettonico. Nella “cornice-chiesa” si trova in via simbolica lo spazio sacro ideale. Una stretta correlazione tra pala = edificio contenuto e chiesa = edificio contenente si trova, ad esempio, a Orvieto tra la facciata del duomo e del reliquario in esso conservato.

La cornice architettonica gotica si affermò in Italia in misura diversa a seconda della regione: nell’area toscana si conserva un certo equilibrio tra superficie dipinta e incorniciatura, a Venezia e Bologna il modello europeo influì maggiormente e il lavoro di intaglio predomina nettamente sulle parti dipinte creando delle piccole architetture scolpite a tutto tondo.

La cornice nel Libro dell'Arte di Cennino Cennini

Preparazione

La cornice nel libro non occupa una trattazione specifica, ma le notizie si possono ricavare dai capitoli in cui si parla della pittura su tavola. La cornice poteva essere ricavata dalla stessa tavola del dipinto o essere applicata a questa prima di eseguire la pittura. Tavola e cornice avevano la stessa imprimitura contemporaneamente, è probabile che il pittore intervenisse sia sul dipinto che sulla cornice.

Ricetta di preparazione della tavola

  1. Connessione delle assi con colla di formaggio e calce.
  2. Stesura di una prima mano di colla e asciugatura.
  3. Incollaggio sulle linee di sutura del legno di sottili strisce di tela.
  4. Stesura di una prima mano di gesso e colla che dopo qualche giorno veniva lisciata.
  5. Stesura con pennello di setola o con palmo mano per lisciare di otto o più strati di gesso e colla.
  6. Seccaggio della tavola all’aria e all’ombra.
  7. Passaggio finale con il raschiatoio piano fino a che la superficie non raggiunge la levigatezza dell’avorio.

È nella fase della stesura dell’impasto di gesso e colla che l’artista deve fare particolare attenzione alle cornici per evitare che esso copra il fogliame e gli altri motivi decorativi, ma allo stesso tempo l’ingessatura può servire a riparare qualche lacuna che si può presentare nel lavoro di intaglio del legno della cornice. Sulle cornici non è necessario passare il gesso otto volte come nel caso del piano della tavola. Una volta completati gli strati di gesso, la tavola e la cornice venivano ripassate con diversi strumenti: il raschietto e la mella che servivano a togliere eventuali parti in eccesso. Alcune volte, se non vi era tempo per tutte queste operazioni di lisciaggio, la cornice veniva pulita sfregandola semplicemente con un panno di lino umido.

Doratura

Il procedimento di preparazione della tavola e della cornice era anche necessario per predisporre le superfici ad accogliere la doratura. La doratura di una superficie in legno, liscia o intagliata, avveniva mediante oro in foglie sottili preparate dai battilori e applicate alla base mediante bolo o mordente.

Bolo

Il “bolo armeno” è un silicato di alluminio colloide e terroso; il suo colore varia dal giallo, al rosso al nero. Il rosso è il più pregiato. Le diverse colorazioni del bolo sono importanti perché determinano le varie trasparenze dell’oro una volta applicato.

Mordente

Miscela oleo-resinosa avente la proprietà di mantenersi adesiva per un certo tempo. Cennini ne fornisce due diverse ricette: 1. Olio cotto + biacca + verderame + vernice. 2. Aglio + biacca + bolo + urina.

Doratura a guazzo

Il bolo veniva macinato molto sottile e stemperato in chiara d’uovo battuta a neve con l’aggiunta di poca acqua. Esso veniva steso nelle zone da dorare in almeno quattro mani sempre più denso. Una volta eliminate le asperità, veniva bagnato con un po’ d’acqua e una piccola percentuale di chiara d’uovo per predisporlo al trattamento della foglia d’oro. Questa veniva appoggiata con delle pinzette su un foglio di carta che veniva rovesciato contro la parte inumidita, tolta la carta con un batuffolo di bambagia si premeva l’oro curando di farlo aderire a ogni parte del bolo. Le piccole foglie d’oro venivano applicate le une accanto alle altre con una sovrapposizione dei bordi fino alla completa copertura di tutta la superficie da dorare. A seconda della parte da dorare poteva variare lo spessore della foglia: per le cornici si poteva usare uno spessore più sottile rispetto ai fondi. Una volta applicata la foglia d’oro, il lavoro veniva perfezionato attraverso l’operazione della brunitura che serviva a levigare, lucidare e scurire il metallo; per questa operazione veniva usato uno strumento apposito, il “brunitoio”, fatto con una pietra d’agata o da un dente di lupo o di cane.

Doratura a missione

Si ottiene impiegando il mordente. La sostanza adesiva viene stesa con un pennello sulle parti da dorare e, quando diventava appiccicosa, si stendeva la foglia d’oro. Alla doratura si univano a volte anche particolari tecniche di decorazione come il graffito. Questo consisteva nel dare una coloritura a tempera o a olio sulla foglia metallica già applicata; il colore poi veniva graffiato via mediante un’asticciola di legno appuntita lungo il disegno determinato e nei punti in cui il colore veniva portato via riemergeva la doratura sottostante. L’incrostazione tra oro e colore prevedeva che la parte venisse coperta completamente di colore e su di essa venisse riportato con lo spolvero una traccia del motivo decorativo da realizzare in oro. Il disegno veniva ripassato con il mordente che si predisponeva a accogliere solo in quei punti l’oro. La lavorazione con il punzone permetteva di ottenere decorazioni di piccolo rilievo e di grandissima varietà sul fondo dorato.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/02 Storia dell'arte moderna

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher clizia02 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle tecniche artistiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Laskaris Caterina Zaira.
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