Estratto del documento

Storia del pensiero liberale di Bedeschi

Introduzione: definire il liberalismo

Premessa: Il liberalismo non è stato un unico soggetto ideologico compatto, deriva piuttosto da una ricostruzione delle caratteristiche proprie dei vari pensatori/movimenti liberali. È la dottrina che sostiene la limitazione dei poteri dello Stato in virtù dell'esistenza di una legge naturale precedente allo Stato stesso, la quale attribuisce agli uomini diritti naturali, inalienabili e imprescrittibili di cui lo Stato deve garantire il rispetto e la tutela. La definizione di liberalismo si lega dunque alla concezione giusnaturalista.

Esattamente come il suo nemico, il socialismo, il liberalismo non è solo una teoria o un programma politico, ma anche una predisposizione, un atteggiamento, una prospettiva attraverso cui osservare la vita sociale, che parte dal postulato fondamentale secondo cui la libertà è intimamente connessa alla natura umana, fa parte di essa. Il liberalismo giunge ad affermare che "tutti i cittadini posseggono diritti individuali indipendenti da ogni autorità sociale e politica, e ogni autorità che violi tali diritti diviene automaticamente illegittima. I diritti in questione sono la libertà individuale, la libertà di pensiero, di religione, e la proprietà".

Un tema cruciale che attraversa tutto il pensiero liberale è la necessità di proteggere i cittadini da eventuali abusi di potere da parte dello stato. Questo è possibile attraverso la frammentazione del potere politico (Montesquieu), poiché il suo frazionamento consente ai vari corpi distinti, titolari delle diverse prerogative, di limitarsi e controllarsi l'un l'altro evitando degenerazioni dispotiche.

Locke smentisce la concezione del potere sovrano di tipo paternalistico per due ragioni: 1. il potere paterno è sempre duale (si abbina a quello materno) 2. ha un esercizio limitato alla sola età minorile della prole (è temporaneo)

Il liberalismo ritrova i suoi fondamenti filosofici nel giusnaturalismo (Locke, Montesquieu, Kant, Costant ecc) ma non tutti i pensatori liberali vi si sono ispirati: Jeremy Bentham, opponendosi all'astrattezza e all'apriorismo dei principi giusnaturalistici, afferma che la politica debba fondarsi su un principio reale ed empirico che è l'utilità. Compito del buon legislatore è fare leggi che garantiscano la felicità al maggior numero dei cittadini.

Una delle critiche più ricorrenti mosse verso il liberalismo è quella di rappresentare degli interessi di parte di una classe sociale specifica (borghesia) innalzando la proprietà privata alla posizione del diritto per eccellenza. Il liberalismo afferma di voler creare le condizioni di libertà di tutti, quando lo fa invece solo per una ristretta minoranza, crede di costituire istituzioni e regole universali quando invece crea solo istituzioni e regole che soddisfano interessi particolari (queste ultime accuse gli furono lanciate soprattutto dai sostenitori del pensiero marxista).

Locke ha una concezione della proprietà che va ben oltre il solo aspetto dei beni materiali: vi include anche l'integrità fisica, la sicurezza, la libertà. Per Kant (che presenta sul tema un'opinione alquanto classista) la proprietà definisce il cittadino: per essere cittadini in senso pieno occorre essere padroni di sé, cioè possedere una proprietà che procuri mezzi di sussistenza. Chi è privo di proprietà (operai) non è cittadino, ma semplice consociato sotto tutela dello Stato.

Un'opinione affine è quella presentata dal giusnaturalista Benjamin Constant, secondo cui né la nascita su suolo nazionale né il raggiungimento di una certa età costituiscono di per sé criteri sufficienti al conferimento di diritti politici: occorrono una cultura e una maturità di giudizio adeguati, che solo la proprietà può permettere di far acquisire. Constant inoltre avversa il "grande errore" commesso da chi fino ad allora aveva interpretato la proprietà privata come un qualcosa di naturale e presociale: essa non è che una convenzione sociale che non può esistere al di fuori dello Stato, poiché in tal caso si tratterebbe di un mero diritto di forza del primo occupante.

In realtà Labourlaye, primo curatore degli scritti di Constant, ravvisò un errore in questa interpretazione della proprietà: a suo giudizio è vero che la proprietà al di fuori della società è priva di difesa, tuttavia essa sussiste, non è dunque una creazione sociale. Robinson Crusoe è proprietario del campo che ha seminato sulla sua isola, anche se non garantito contro chi lo attacca.

Il pensatore che rielabora più profondamente il legame tra liberalismo e proprietà privata è J.S. Mill. Egli ritiene (e l'esperienza storica conferma la sua idea) che un regime comunista produrrebbe una nociva uniformità di pensieri e azioni, lasciando poco spazio all'autonomia individuale. Piuttosto che sopprimere la proprietà privata dunque, bisognerebbe concentrarsi su un nuovo meccanismo di distribuzione della ricchezza.

Quali sono le aspettative future di Mill? Egli ritiene che la classe lavoratrice diventerà sempre più matura per mezzo di istruzione e attività sindacale, al punto da non accontentarsi passivamente della propria condizione. Si passerà così a un sistema cooperativista, in cui il vecchio sistema padrone-operaio sarà sostituito dalle associazioni di lavoratori che possiederanno collettivamente il capitale e lavoreranno secondo le direttive di persone da loro elette e retribuite. In tal modo la nuova società riuscirà a conciliare libertà e indipendenza individuale. Questa idea nella pratica si rivela utopistica: dal punto di vista dell'efficienza produttiva i sistemi di cooperative non si sono mai dimostrati superiori al sistema capitalistico.

Il pensiero liberale è sempre stato denotato dalla convinzione profonda della positività di una società pluralistica piuttosto che omogenea, una società piena di antagonismi tra individui e classi è ben più dinamica e produttiva rispetto a una priva di antagonismi. Sono proprio questi ultimi ad incentivare il progresso piuttosto che la stagnazione.

Kant affermava che un contributo decisivo a tutto ciò venisse offerto dalla duplice natura umana: da un lato l'uomo è spinto ad associarsi agli altri perché sa di poter meglio esprimere le proprie inclinazioni/talenti in società, dall'altro tende a dissociarsi perché mosso dalla volontà di far prevalere l'interesse personale su quelli degli altri. Questa "contesa" spinge l'uomo a vincere la sua tendenza alla pigrizia e sfruttare le sue energie.

Secondo Humboldt, il progresso della società può avvenire solo tramite il libero dispiegarsi degli individui, che richiede come condizione fondamentale la piena libertà in campo sociale e politico. Ecco perché egli si dimostra diffidente verso il maggior intervento statale nella vita civile, consapevole che ciò comporterebbe una maggiore regolamentazione della società dall'alto a svantaggio dell'iniziativa privata. Si dimostra scettico anche nei confronti delle associazioni e delle grandi organizzazioni: esse non stimolano l'originalità individuale, al contrario favoriscono il conformismo del singolo come membro (strumento) dell'organizzazione stessa.

Humboldt è il primo e più tenace difensore dello Stato minimo, cioè lo Stato teorizzato dai liberali le cui funzioni siano ridotte al minimo indispensabile. Da cosa nasce questa predilezione per lo Stato minimo? Dall'insieme di tutti quegli elementi che il liberalismo difende, sintetizziamoli di seguito:

  • Antagonismo, pluralismo, dissenso e varietà
  • Fede che l'individuo viene prima del tutto
  • Concorrenza
  • Qualità individuali a confronto

Da cui deriva dunque una forte diffidenza verso lo Stato. Lo Stato è coercizione. La società civile è il regno della libertà dei cittadini che la compongono. Dunque una maggiore libertà individuale, correlata a una restrizione della sfera d'intervento statale, assicura un più ampio progresso della società. Lo Stato resta comunque un "male necessario", poiché senza di esso le libertà individuali entrerebbero in collisione, al punto da rendere impossibile la reciproca convivenza.

Nel passaggio dal liberalismo alla democrazia sorgono nuovi, inattesi problemi. Toqueville ne riconosce essenzialmente due:

  1. La tirannia della maggioranza, che sviluppa il conformismo di massa e spinge i cittadini ad essere sempre meno autonomi e originali e farsi guidare sempre più dall'opinione comune piuttosto che dalla propria.

Rimedi proposti: maggiore spazio all'associazionismo e alla libertà.

Anteprima
Vedrai una selezione di 4 pagine su 14
Riassunto esame storia delle dottrine politiche, prof. Giannetti, libro consigliato Storia del pensiero liberale, Bedeschi Pag. 1 Riassunto esame storia delle dottrine politiche, prof. Giannetti, libro consigliato Storia del pensiero liberale, Bedeschi Pag. 2
Anteprima di 4 pagg. su 14.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame storia delle dottrine politiche, prof. Giannetti, libro consigliato Storia del pensiero liberale, Bedeschi Pag. 6
Anteprima di 4 pagg. su 14.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame storia delle dottrine politiche, prof. Giannetti, libro consigliato Storia del pensiero liberale, Bedeschi Pag. 11
1 su 14
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze politiche e sociali SPS/02 Storia delle dottrine politiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Lawliet202 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle dottrine poltiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Giannetti Roberto.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community