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Introduzione

Definire il liberalismo

Che cos'è il liberalismo? L'aggettivo liberale entra nel linguaggio politico solo con le Cortes di Cadice del 1812, per connotare il partito liberal, che difendeva le libertà pubbliche, contro il partito servil, e, nella letteratura, esso appare per la prima volta con Madame de Stael; alcuni di quelli che noi consideriamo i maggiori pensatori liberali (Locke, Montesquieu) non hanno mai conosciuto il sostantivo "liberismo".

Sarebbe assurdo pensare che il pensiero liberale, che si è sviluppato dal Seicento ad oggi, sia rimasto sempre identico a se stesso. Per questo, alcuni studiosi hanno negato la legittimità stessa del concetto di liberalismo e hanno preferito parlare di molti e diversi liberalismi. Nel linguaggio politico corrente si dice che noi europei occidentali viviamo in società liberal-democratiche, dove l'aggettivo liberale include rispetto dei diritti e libertà di esprimere le proprie opinioni, escludendo ad esempio le democrazie plebiscitarie.

Tuttavia, in quanto il liberalismo non è stato un unico soggetto storico, esso è in larga misura una astrazione, ovvero una ricostruzione formalizzata dei vari pensatori, dei vari istituti e dei vari movimenti liberali. Detto ciò, come può essere definito il liberalismo? Alcuni studiosi ne hanno sottolineato fortemente la dimensione politico-giuridica, e quindi hanno definito il liberalismo come una dottrina che afferma la limitazione dei poteri dello Stato in nome dei diritti naturali individuali, inerenti a ogni uomo in quanto tale (i diritti innati). In questa definizione, liberalismo e giusnaturalismo sono indissolubilmente connessi.

La dottrina liberale, ha scritto Norberto Bobbio, è l'espressione, in sede politica, del più maturo giusnaturalismo: essa, infatti, si appoggia sull'affermazione che esiste una legge naturale precedente e superiore allo Stato e che questa legge attribuisce diritti soggettivi, inalienabili e imprescrittibili, agli individui singoli prima del sorgere di ogni società, e quindi anche dello Stato. Di conseguenza, lo Stato, che sorge per volontà degli stessi individui, non può violare questi diritti fondamentali (altrimenti diventa dispotico), e in ciò trova i suoi limiti; anzi, deve garantirne la libera esplicazione, e in ciò trova la sua funzione.

Bobbio ha aggiunto che, per quanto riguarda i principi filosofici, il liberalismo è espressione della filosofia illuministica, per il quale l'uomo in quanto essere razionale è persona, ed ha un valore assoluto, prima e indipendentemente dai rapporti coi suoi simili. I diritti fondamentali, che lo Stato deve garantire, si possono raggruppare in due grandi categorie:

  • Diritti che riguardano la libertà dallo Stato nella sfera spirituale (libertà di pensiero, di religione).
  • Diritti relativi alla libertà dallo Stato nella sfera economica (diritto di proprietà, libertà di intrapresa economica).

Questa definizione di Bobbio riconduce il liberalismo alle sue origini, che sono giusnaturalistiche e contrattualistiche (la prima grande concezione liberale è di Locke), e ne sottolinea sia gli aspetti filosofici sia gli aspetti politici: la persona come valore, antecedente al costituirsi della società; il sorgere della società da un accordo fra gli individui; la società come somma delle sfere di autonomia e di libertà dei singoli che devono essere garantite dallo Stato; una concezione negativa del ruolo dello Stato (libertà dallo Stato), che deve limitarsi ad assicurare l'applicazione delle regole, ma non può imporre loro alcunché sul piano morale-intellettuale né sul piano economico.

Altri studiosi hanno sottolineato più fortemente i presupposti filosofico-spirituali del liberalismo, rispetto ai problemi di tecnica e di organizzazione politico-giuridica. In queste definizioni, la dimensione etica viene enfatizzata. Così Burdeau ha scritto che, al pari del socialismo, il liberalismo è a un tempo una teoria/dottrina, ma è anche una predisposizione dello spirito a considerare in una certa prospettiva i problemi posti all'uomo della vita in società. E ciò perché il liberalismo parte dal postulato che la libertà è insita nell'uomo alla sua natura.

Naturalmente, dice Burdeau, il liberalismo si afferma pienamente soltanto in questo principio di ordinamento e di regolazione dei rapporti sociali, ovvero si esprime concretamente in tutti gli ambiti in cui l'individuo è in relazione con i suoi simili (politica, religione). Le due definizioni che abbiamo citato non sono in contrasto tra loro. Si potrebbe dire che mentre la definizione di Bobbio è più attenta e più aderente alla prima fase del liberalismo (600-700), in cui il giusnaturalismo è l'ideologia portante, la definizione di Burdeau sembra invece più sensibile ai motivi ispiratori del liberalismo dell'800-900, quando il giusnaturalismo ha esaurito la sua funzione.

Con ciò si ripropone una considerazione che abbiamo già fatto all'inizio: e cioè che il liberalismo non può essere considerato come qualcosa di statico, bensì deve essere studiato nei suoi sviluppi e nelle sue trasformazioni. Se questo è vero, il modo migliore per intendere il pensiero liberale è quello di sforzarsi di individuarne alcuni dei temi centrali, nei diversi autori e quindi nelle diverse epoche.

Le garanzie del cittadino contro gli abusi del potere

È questo un tema cruciale, un'esigenza fondamentale che attraversa tutto il pensiero liberale. La teoria politica di Locke sorge e si sviluppa sul fatto che i diritti dei cittadini non possono essere mai violati dal potere politico, il quale ha deve essere quindi un potere limitato. Locke respinge e demolisce sia la concezione paternalistica del potere sovrano sia quella dispotica.

Nel primo caso, egli obietta che il potere del monarca non può essere considerato una forma del potere paterno, né i re possono essere considerati i padri dei loro popoli (in virtù di una pretesa trasmissione del potere sovrano, fatta da Adamo ai suoi discendenti), per il semplice fatto che il potere paterno è un potere duale di entrambi i genitori sui figli. Inoltre, esso è un potere temporaneo (viene esercitato, cioè, solo durante la minore età); infine, è un potere limitato, poiché non può violare la vita e i possessi dei figli. Locke combatte poi la concezione dispotica del potere sovrano (concezione in Hobbes), attraverso la sua particolare caratterizzazione dello stato naturale e del passaggio da tale stato alla società civile.

Secondo Locke, nello stato naturale gli individui vivono, almeno in un primo tempo, in una condizione pacifica, godendo dei diritti inerenti ad ogni uomo sin dalla nascita (il diritto alla vita, alla libertà, alla proprietà). Lo stato naturale, lungi dall'essere asociale (come per Hobbes), costituisce per Locke una società notevolmente sviluppata, in cui sono presenti diversi istituti (la famiglia) e rapporti economico-sociali molto articolati. L'abbandono dello stato naturale e il passaggio alla società civile diventano necessari perché a un certo punto lo stato naturale degenera in stato di guerra.

Senonché, a differenza di quanto avviene in Hobbes, il patto stipulato fra gli individui per dar vita alla società civile o politica non costituisce per Locke una completa alienazione di tutti i diritti individuali a un sovrano che ne è un mero beneficiario; al contrario, secondo Locke, attraverso il patto gli individui entrano in società conservando tutti i loro diritti naturali, tranne uno: il diritto di farsi giustizia da soli. Ne segue che il potere sovrano non è un potere illimitato, non può violare i diritti individuali, non può imporre alcunché ai cittadini. Il potere politico è, insomma, un potere fiduciario. Ma proprio perché è tale, esso trova la sua concretizzazione più importante nel potere legislativo.

Il potere legislativo è quindi il potere supremo, rispetto al quale il potere esecutivo è senz'altro subordinato. Legislativo ed esecutivo sono poteri nettamente separati, in quanto esercitano funzioni nettamente distinte. E come il potere esecutivo non può limitare in alcun modo il potere legislativo, così quest'ultimo non può venir meno alla fiducia che il popolo ha riposto in esso. Il popolo ha il pieno diritto di deporre l'esecutivo che ostacola il legislativo, o di rovesciare il legislativo venuto meno alla sua fiducia, e di eleggere un nuovo legislativo: un diritto che il popolo può esercitare anche con la forza (Locke riconosce dunque al popolo il diritto di resistenza).

È interessante notare che la concezione politica liberale lockiana, il cui impianto è di tipo giusnaturalistico-contrattualistico, presenta una significativa inversione rispetto al corso storico. Storicamente, infatti, lo Stato liberale nasce da una continua e progressiva erosione del potere assoluto del re; razionalmente, invece, lo Stato liberale viene giustificato dai teorici giusnaturalisti come il risultato di un accordo fra individui inizialmente liberi (nello stato di natura), i quali decidono di entrare in una società politica per tutelare meglio la loro libertà.

In sostanza, la dottrina, nella specie la dottrina dei diritti naturali, inverte l'andamento del corso storico, ponendo all'inizio come fondamento e quindi quello che storicamente è il risultato. Come è ben noto, questa inversione è stata aspramente criticata dalla cultura storicistica. Giusnaturalismo e contrattualismo sono connessi, ed entrambi presuppongono una concezione del primato dell'individuo singolo. La società è la somma dei singoli individui, che nascono liberi, ed essa sorge sulla base del loro consenso (contratto), per tutelare pienamente i diritti naturali e quindi presociali degli individui medesimi. È questa una concezione rigorosamente individualistica. Ma senza individualismo non c'è liberalismo. Senza questa prospettiva, in base alla quale il problema dello Stato è stato visto non più dalla parte del potere sovrano ma da quella dei sudditi, non sarebbe stata possibile la dottrina dello Stato liberale.

Un'espressione fondamentale di questa rivoluzione si trova nello Spirito delle Leggi di Montesquieu. Nella sua opera, Montesquieu presenta tanto la monarchia francese quanto la monarchia inglese (la monarchia costituisce per l'autore la forma di governo più adatta per uno Stato di medie dimensioni), e naturalmente le considerazioni che egli svolge in riferimento all'una e all'altra sono diverse. E tuttavia si tratta di considerazioni che muovono da un'unica preoccupazione: è assolutamente necessario limitare il potere politico, dividerlo e frazionarlo il più possibile; solo così si potrà porre un freno a quella che è la tendenza insita nel potere medesimo di abusare delle proprie prerogative, di prevaricare sulla società civile e di limitare gravemente o addirittura distruggere le libertà dei sudditi.

Nel caso della monarchia francese, in cui uno solo governa (il re) nel quadro di leggi fondamentali o costituzionali (senza le quali non ci sarebbe la monarchia, ma dispotismo), hanno un ruolo di grandissima importanza i poteri o corpi intermedi (nobiltà, città, clero). D'altro canto, senza i corpi intermedi resterebbe soltanto la volontà del monarca (Stato dispotico). Inoltre, accanto ai poteri o corpi intermedi sono necessari, nello Stato monarchico, i Parlamenti, il cui compito essenziale è nel rendere note le leggi, poiché, dice Montesquieu, senza un deposito delle leggi, e senza adeguati strumenti (i Parlamenti) che le custodiscano e le facciano valere, la monarchia degenera inevitabilmente in dispotismo. Come si vede, il grande avversario di Montesquieu, in tutte le sue riflessioni politiche, è sempre lo Stato dispotico.

Del resto, quale sia l'ideale politico di Montesquieu emerge nettamente dalla bipartizione che egli traccia tra governi moderati e governi immoderati. Governo moderato è quello fondato su un opportuno bilanciamento o equilibrio dei vari poteri e dei vari corpi che lo compongono, nel senso che l'uno limita l'altro senza prevaricare su di esso. Se questo delicato meccanismo può essere osservato in un determinato stadio della monarchia francese, basato su un equilibrio fra potere regio, corpi intermedi e parlamenti, esso può essere osservato soprattutto nella monarchia inglese, di tanto più evoluta. Qui vige un sistema di distinzione e al tempo stesso di bilanciamento dei poteri. Distinzione, perché, tutto sarebbe perduto se la stessa persona, o lo stesso corpo esercitasse questi tre poteri: quello di fare le leggi, quello di eseguire le pubbliche risoluzioni, e quello di giudicare i delitti o le liti dei privati.

Legislativo, esecutivo e giudiziario devono essere dunque poteri distinti, altrimenti verrebbe meno quel reciproco controllo fra le singole parti, che è la condizione per evitare il dispotismo. Separazione, ma al tempo stesso bilanciamento dei poteri. Infatti, lo stesso corpo legislativo è diviso in due parti (camera alta e camera bassa), che si tengono a freno fra loro grazie alla reciproca facoltà di impedirsi. Le leggi, d'altro canto, non entrano in vigore se non vengono approvate dal re. Il che significa che l'intero sistema politico non può funzionare senza il concorso dei vari elementi che lo compongono (monarca, Camera alta, camera bassa). Ma proprio qui è la garanzia di un governo moderato, nessuno è in grado di imporre la propria volontà contro quella degli altri. Il governo fondato sulla distinzione e sul bilanciamento dei poteri è dunque il governo moderato per eccellenza. L'alternativa ad esso è il governo immoderato o dispotico, in cui il principe riunisce nella propria persona tutte le magistrature. Ma questo governo, che annulla tutti i diritti dei sudditi, ha come principio la paura. In esso i sudditi devono al despota un'obbedienza incondizionata, quale che sia la sua volontà. E se si volesse sostenere che il fine del governo dispotico è la tranquillità, bisognerebbe aggiungere che non si tratta però della pace, ma, dice Montesquieu, del silenzio di quelle città che il nemico è sul punto di occupare.

L'istanza antipaternalistica (Locke) e quella antidispotica (Montesquieu) costituiscono anche il contrassegno essenziale della concezione politica di Kant. Per il filosofo, uno dei principi a priori sui quali deve essere fondato lo Stato civile in quanto Stato giuridico è la libertà. Tale principio significa, dice Kant, che ognuno può ricercare la sua felicità per la via che a lui sembra buona, purché non rechi pregiudizio alla libertà degli altri di tendere allo stesso scopo. Si tratta di un principio schiettamente liberale, che mira a salvaguardare una larga sfera d'azione dell'individuo nella sua vita privata e sociale, al riparo dalle pretese e dalle intrusioni del principe. Senza tale sfera d'azione, l'individuo non solo non è libero, ma è completamente asservito. E infatti Kant aggiunge che un governo paternalistico, in cui i sudditi sono costretti a comportarsi solo passivamente, ad aspettare che il Capo dello Stato giudichi in qual modo essi devono essere felici, è il peggior dispotismo che si possa immaginare.

Il problema di una forma di governo che sia fondata sul consenso dei cittadini e che rispetti i loro diritti costituisce quindi la preoccupazione fondamentale di Kant. Per lui, la costituzione dello Stato deve essere repubblicana; essa si oppone radicalmente a quella dispotica. Il regime repubblicano si fonda essenzialmente sul principio politico della separazione dei poteri: tali poteri sono coordinati, e al tempo stesso distinti. Il dispotismo, invece, è caratterizzato dall'esecuzione arbitraria delle leggi dello Stato. Nel regime repubblicano, al contrario, il vero potere sovrano è il legislativo (eletto dai cittadini) al quale l'esecutivo è sottomesso. Perciò il legislativo può anche riformare il suo potere. Infine, nel regime repubblicano né il sovrano o legislativo, né l'esecutivo possono giudicare. Il popolo giudica da sé per mezzo dei suoi rappresentanti. Con ciò, Kant ha tracciato il disegno del suo Stato ideale in quanto Stato di diritto e liberale. E per Kant ogni forma di governo che non sia rappresentativa è propriamente informe, poiché in essa il legislatore può essere in una sola persona anche esecutore del proprio volere.

Questa preoccupazione liberale di tutelare i diritti e le libertà dell'individuo contro gli abusi e le prevaricazioni del potere politico trova probabilmente la sua espressione più efficace nella dottrina di Benjamin Constant (1767-1830), maturata nell'esperienza della dittatura giacobina e del dispotismo napoleonico. Constant è un convinto difensore della sovranità popolare, la quale non può non significare supremazia della volontà generale su ogni volontà particolare. Ma sarebbe un errore imperdonabile, egli dice, scambiare tale supremazia per una sovranità illimitata. Il potere sovrano deve sempre avere due limiti invalicabili: il rigoroso rispetto dei diritti delle minoranze e la non intromissione nella vita privata dei singoli, qualora questi non violino le leggi.

In questo quadro, di rigorosa ispirazione giusnaturalistico-individualistica, Constant vibra un attacco formidabile alla concezione di Rousseau, tanto spesso invocata a favore della libertà ma divenuta il più terribile sussidio di ogni specie di dispotismo. Rousseau, dice Constant, definisce il contratto tra la società e i suoi membri come la completa alienazione di ogni individuo con tutti i suoi...

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Scienze politiche e sociali SPS/02 Storia delle dottrine politiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lorenzoloru42 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle dottrine politiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Giannetti Roberto.
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