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RIASSUNTO “CRITICA DELLA PROPRIETÀ E DELLO STATO” DI PROUDHON

→ come si struttura la critica della proprietà in Proudhon?

CAPITOLO PRIMO: CRITICA DELLA PROPRIETÀ

Sfruttamento economico= appropriazione indebita della forza collettiva generata dagli sforzi

individuali uniti → surplus collettivo → differenza tra la produttività del lavoro collettivo e la

semplice somma delle forze individuali singole.

→ teoria del valore- lavoro

Proudhon denuncia il sistema capitalista

e critica ogni forma di proprietà → nessuna teoria riesce a giustificarla:

• teoria dell’occupazione (proprietà legittima su ciò di cui la collettività non ha ancora preso

possesso → non spiega, ma ricorre a una tautologia: la proprietà è il diritto di proprietà)

• teoria della proprietà fondata sul lavoro (non spiega perché il singolo abbia diritto di

appropriarsi della proprietà altrui e nemmeno perché chi produce rimane privo della

proprietà + il lavoro non ha potere di appropriazione sulle cose e se anche ce lo avesse allora

bisognerebbe affermare l’uguaglianza della proprietà).

Possesso= uso socialmente responsabile di un bene, al fine di trarne un frutto corrispondente al

lavoro individualmente fornito, uso che non implica il diritto assoluto di proprietà.

Proprietà= diritto di trarre frutto da un bene realizzato dal lavoro altrui, diritto di usare e di

abusare, diritto di detenere un bene senza farne uso.

Su questa divisione tra dominio e uso si fonda la separazione tra le classi sociali del proprietario e

del lavoratore.

L’universalizzazione della proprietà è la via più immediata e praticabile dell’emancipazione

popolare.

Occorre pensare a una proprietà che si ponga nel sistema sociale come:

• liberale

• decentratrice

• repubblicana

• egualitaria

• federativa

• progressista

• amante della giustizia

Nel secolo dominato dalla moralità borghese, il senso morale è indebolito: un uomo trova il modo

di far contribuire gli altri alla propria sistemazione; poi, una volta arricchito grazie allo sforzo

comune, rifiuta di procurare il benessere di coloro ai quali deve la sua fortuna.

Il capitalista, si dice, ha pagato le giornate degli operai; per l’esattezza, bisognerebbe dire che il

capitalista ha pagato tante volte una giornata quanti sono gli operai impiegati ogni giorno, il che non

è affatto la stessa cosa. Infatti, quella forza immensa che risulta dall’unione e dall’armonia dei

lavoratori, dalla convergenza e dalla simultaneità dei loro sforzi, egli non l’ha pagata. Il più piccolo

patrimonio, il più modesto stabilimento, l’attivazione della più mediocre industria, esige un

concorso di lavoro e di capacità tanto diverse che un uomo da solo non ci riuscirebbe mai.

Chiunque dia lavoro a un uomo, gli deve nutrimento e mantenimento, oppure un salario

equivalente. Bisogna che il lavoratore, oltre alla sua sussistenza attuale, trovi nella produzione una

garanzia della sua sussistenza futura, altrimenti vedrà inaridirsi la fonte del prodotto e annullarsi la

sua capacità produttiva: tale è la legge universale della riproduzione.

È così che il coltivatore proprietario trova:

1. nei suoi raccolti, i mezzi non solo per vivere, lui e la sua famiglia, ma anche per conservare e

accrescere il capitale, per allevare del bestiame, insomma per lavorare ancora e continuare a

produrre;

2. nella proprietà di uno strumento di produzione, la garanzia permanente di un capitale da sfruttare

e che rende possibile il lavoro.

Quale capitale può sfruttare colui che offre in cambio di una retribuzione i suoi servizi?

→ Il bisogno presunto che il proprietario ha di lui e la sua eventuale volontà di dargli lavoro.

È quello che si chiama possesso a titolo precario. Ma questa condizione precaria è un’ingiustizia

perché implica disuguaglianza nella transazione. Il salario del lavoratore non supera di molto il suo

consumo corrente e non gli assicura il salario dell’indomani, mentre il capitalista trova nello

strumento prodotto dal lavoratore una garanzia di indipendenza e di sicurezza per l’avvenire. È

soprattutto in questo che consiste quel che è stato così ben definito sfruttamento dell’uomo da

parte dell’uomo.

I casi sono tre:

• o il lavoratore parteciperà alla spartizione della cosa prodotta insieme all’imprenditore,

detratta la somma dei salari;

• o l’imprenditore renderà al lavoratore servizi produttivi equivalenti;

• oppure s’impegnerà a farlo lavorare sempre.

Spartizione del prodotto, reciprocità dei servizi, o garanzia di un lavoro perpetuo: il capitalista non

può sfuggire a questa scelta. Ma è evidente ch’egli non può soddisfare alla seconda e alla terza di

queste condizioni: non può né mettersi al servizio di quelle migliaia di operai che direttamente o

indirettamente gli hanno procurato la sua sistemazione, né occuparli tutti e per sempre.

Resta dunque la spartizione della proprietà.

Ma, se fosse attuata, tutte le condizioni risulterebbero uguali; non ci sarebbero più né grandi

capitalisti né grandi proprietari. Ciascuno di loro aggiunge un certo valore alla materia che gli passa

per le mani, e questo valore, prodotto dal suo lavoro, è di sua proprietà. Egli lo vende, man mano

che lo crea, al capitalista, che gliene paga il prezzo in alimenti e salari.

Separate i lavoratori gli uni dagli altri e può anche darsi che il salario corrisposto a ciascuno superi

il valore del prodotto individuale.

Quando voi avete pagato tutte le forze individuali, non avete pagato la forza collettiva; di

conseguenza resta sempre un diritto di proprietà collettiva che non avete acquistato e di cui godete

ingiustamente.

Il proprietario vive in sicurezza e non teme più che gli manchino né lavoro né pane, l’operaio può

sperare solo nella benevolenza di quello stesso proprietario al quale ha venduto e infeudato la

propria libertà. L’operaio avrà prodotto di tutto e non godrà di nulla.

Se il lavoratore è proprietario del valore da lui creato, ne consegue che:

l. il lavoratore acquista a spese del proprietario ozioso;

2. essendo ogni produzione necessariamente collettiva, l’operaio ha diritto, in proporzione al suo

lavoro, alla partecipazione ai prodotti e agli utili;

3. essendo ogni capitale accumulato una proprietà sociale, nessuno può averne la proprietà

esclusiva.

Che cosa è la proprietà? da dove viene la proprietà? che vuole la proprietà? Ecco il problema che

interessa al più alto grado la filosofia; il problema logico per eccellenza, il problema dalla cui

soluzione dipendono l’uomo, la società, il mondo. Il problema della proprietà è, sotto altra forma,

il problema della certezza; la proprietà è l’uomo; la proprietà è Dio; la proprietà è tutto.

Ora, a questa questione formidabile, i giuristi rispondono balbettando i loro a priori: la proprietà è il

diritto di usare e di abusare, diritto che risulta da un atto della volontà manifestata con

l’occupazione e l’appropriazione.

Essendo l’appropriazione necessaria a tutti gli uomini, la possessione deve essere uguale ma sempre

mutabile e mobile. Nel sistema dei giuristi, dei ragionanti a priori, la proprietà dovrebbe essere

come la libertà, reciproca e inalienabile.

Gli economisti vengono a dirci: l’origine della proprietà è il lavoro.

Come spiegare la proprietà presso colui che non lavora? come giustificare l’affitto? come dedurre

dalla formazione della proprietà mediante il lavoro il diritto di possedere senza lavoro? come

concepire che da un lavoro sostenuto durante trent’anni risulta una proprietà eterna? Se il lavoro è la

sorgente della proprietà, questo vuol dire che la proprietà è la ricompensa del lavoro; ora, qual è il

valore del lavoro?

Si dirà che la proprietà deve essere limitata alla durata della occupazione reale, alla durata del

lavoro. Allora la proprietà cessa di essere personale, inviolabile e trasmissibile.

Che dire poi delle divagazioni dei mistici, di quella gente a cui fa orrore la ragione e per cui il fatto

è sempre abbastanza spiegato, giustificato, in quanto esiste? La proprietà è una creazione della

spontaneità sociale, l’effetto di una legge della Provvidenza, davanti alla quale dobbiamo umiliarci

come davanti a tutto ciò che viene da Dio.

Così, la religione viene a sua volta a consacrare la proprietà; e da questo segno si può giudicare la

poca solidità di questo principio. Perché se il bene generale non esige assolutamente l’uguaglianza

delle proprietà, per lo meno implica una certa responsabilità da parte del proprietario; e quando il

povero domanda l’elemosina, è il sovrano che reclama il suo diritto. Donde viene dunque che il

proprietario è padrone di non rendere mai conto, di non mettere a parte?

La proprietà esiste di fatto ma la ragione la condanna.

Fintanto che la proprietà sarà difesa con così poveri mezzi, sarà in pericolo.

Infine, è arrivato un critico che, procedendo con l’aiuto di una argomentazione nuova, ha detto:

La proprietà, di fatto e di diritto, è essenzialmente contraddittoria ed è per questa stessa ragione

ch’essa è qualche cosa.

La proprietà è:

• il diritto di occupazione e il diritto di esclusione

• il premio del lavoro e la negazione del lavoro

• il prodotto spontaneo della società e la dissoluzione della società

• un’istituzione di giustizia e un furto.

Un giorno la proprietà trasformata sarà un’idea positiva, completa, sociale e vera; una proprietà che

abolirà l’antica proprietà e diventerà per tutti ugualmente effettiva e benefica.

La proprietà comincia, o per meglio dire si manifesta, con un’occupazione sovrana, effettiva, che

esclude ogni idea di partecipazione e di comunità; questa occupazione, nella sua forma legittima e

autentica, non è altro che il lavoro. Il lavoro conteneva in potenza la proprietà.

La proprietà era un principio di anticipazione e di usurpazione; essa aveva dunque bisogno di essere

riconosciuta e legittimata dalla società.

Per stabilire la proprietà è stato necessario il consenso sociale.

Parimenti, il riconoscimento sociale è stato necessario alla proprietà, e ogni proprietà ha implicato

una comunità primitiva. Senza questo riconoscimento, la proprietà resta semplice occupazione e

può essere contestata dal primo venuto.

Secondo Kant, il diritto di proprietà, cioè la legittimità della occupazione, procede dal consenso

dello Stato, il quale implica originariamente possesso comune.

Tutte le volte dunque che il proprietario osa opporre il suo diritto allo Stato, questi, riconducendo il

proprietario alla convenzione, può sempre terminare la lite con questo ultimatum: o riconoscete la

mia sovranità, e vi sottomettete a quello che l’interesse pubblico reclama, o io dichiaro che la vostra

proprietà ha cessato di essere collocata sotto la salvaguardia delle leggi e le tolgo la mia protezione.

Ogni uomo privo di proprietà può dunque e deve richiamarsi alla comunanza.

La rendita, o per meglio dire la proprietà, è dunque uno strumento di giustizia distributiva. La

rendita ha schiacciato l’egoismo agricolo e creato una solidarietà che nessuna potenza, nessuna

divisione della terra mai avrebbe fatto nascere. Con la proprietà, l’uguaglianza fra tutti gli uomini

diventa definitivamente possibile.

La proprietà è il monopolio elevato alla seconda potenza; è, come il monopolio, un fatto spontaneo,

necessario, universale. Ma la proprietà ha il favore dell’opinione pubblica, mentre il monopolio è

guardato con disprezzo.

Senza dubbio la ragione collettiva, obbedendo all’ordine del destino che gli prescriveva, con una

serie di istituzioni provvidenziali, di consolidare il monopolio, ha fatto il suo dovere: la sua

condotta è irreprensibile, e io non l’accuso. Ma questa proprietà, che la società, forzata e costretta,

se così posso dire, ha dato alla luce, chi ci garantisce che durerà?

Conferendola all’uomo, ha lasciato alla proprietà le sue qualità e i suoi errori. Come rimedierà, in

effetti, la società al vizio della proprietà, dato che la proprietà è figlia del destino?

Ecco dunque qual è la teoria proprietaria.

La proprietà è, di necessità, provvidenziale; la ragione collettiva l’ha ricevuta da Dio e l’ha data

all’uomo. E se oltretutto la proprietà è corruttibile per sua natura, o attaccabile da una forza

maggiore, la società è irresponsabile.

La proprietà è il diritto di usare e di abusare; in una parola, il dispotismo.

Il proprietario è sempre tenuto ad agire nel suo maggiore interesse. Sin là dunque il diritto di

proprietà è irreprensibile. Questo diritto non è stato concesso solo riguardo all’individuo; il

contratto è sinallagmatico (contratto a prestazioni corrispettive, ovvero che comporta l'adempimento

di una o più obbligazioni per entrambe le parti) fra la società e l’uomo.

Il dispotismo proprietario adempie al suo obbligo verso la società? Ed è per sua essenza giusto,

sociale, umano?

Se è indubitabile, dal punto di vista della libertà individuale, che la concessione della proprietà sia

necessaria, dal punto di vista giuridico la concessione della proprietà è radicalmente nulla, perché

implica dalla parte del concessionario certi obblighi che è in sua facoltà compiere o non compiere.

Tutti gli economisti segnalano gli inconvenienti che ha per la produzione agricola lo

sminuzzamento del territorio. D’accordo in questo con i socialisti, essi vedrebbero con gioia una

coltivazione in grande che, operando su larga scala, applicando i processi potenti dell’arte e facendo

importanti economie sul materiale, raddoppiasse, quadruplicasse forse il prodotto. Ma il proprietario

esclama: Veto, io non voglio. Il proprietario è, per carattere, invidioso del bene pubblico.

La proprietà è dunque un ostacolo al lavoro e alla ricchezza, un ostacolo all’economia sociale;

solo gli economisti e i giuristi si meravigliano di ciò.

E siccome per la concorrenza, il monopolio e il credito l’invasione si estende sempre più , i

lavoratori si trovano continuamente eliminati dal suolo: la proprietà è lo spopolamento della terra.

Il proprietario che abusa, colpevole davanti alla carità e alla morale, sta senza rimprovero davanti

alla legge, è inattaccabile in economia politica.

Così la proprietà separa l’uomo dall’uomo cento volte di più del monopolio.

E tutti questi abusi di autorità provengono non dall’abuso illegale, ma dall’uso legale, legalissimo,

della proprietà.

L’economia politica, dice il Rossi, è in sé buona e utile, ma non è la morale.

Sta a noi non abusare delle sue teorie, approfittare dei suoi insegnamenti, secondo le leggi superiori

della società.

Io sostengo non solo con gli economisti che la proprietà non è né la morale, né la società, ma anche

che essa è per suo principio direttamente contraria alla morale e alla società.

La proprietà è il diritto di usare e di abusare, cioè il dominio assoluto, irresponsabile, dell’uomo

sulla sua persona e sui suoi beni. La proprietà, per principio e per essenza, è dunque immorale.

La giurisprudenza, questa pretesa scienza del diritto, è immorale. E la giustizia, istituita per

proteggere il libero e pacifico abuso della proprietà, la giustizia è infame.

La sanzione penale è infame, la polizia è infame, il boia e il patibolo sono infami. E la proprietà che

abbraccia tutta questa serie, la proprietà da cui è uscita questa odiosa razza, la proprietà è infame.

La proprietà è di sua natura abusiva, cioè disordinata, antisociale.

CAPITOLO SECONDO: CRITICA DELLO STATO

La concezione proudhoniana del politico definisce lo Stato come forma dell’alienazione della

forza collettiva esplicitata a tutti i livelli, da quello sociale a quello economico, da quello culturale

a quello psicologico. Per mantenere la propria esistenza, che è fittizia, esso non può che perpetuare

l’espropriazione della società e quindi conservare la disuguaglianza: solo a condizione che la

società sia e rimanga gerarchica, l’organizzazione statale può sostituirsi a quella sociale, il politico

rispondere alle esigenze dell’economico e assolvere con autorità ciò che la società dovrebbe

svolgere con autonomia. Ciò si chiama metafisica governativa di una gerarchia eterna.

Ogni Stato tende per sua natura a fondare la propria legittimazione su di una dimensione mitica e

mistica. È proprio dunque della natura dello Stato, di ogni Stato, tendere a un proprio rafforzamento

attraverso un movimento di assorbimento delle forze collettive e delle forze sociali.

La società disegualitaria è dunque la condizione obiettiva dell’esistenza dello Stato, allo stesso

modo in cui l’esistenza di questo è la condizione del mantenimento della disuguaglianza social

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Scienze politiche e sociali SPS/02 Storia delle dottrine politiche

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