Storia della bellezza
Il celebre Umberto Eco, attraverso un excursus ampio e corposo, costruisce un percorso affascinante, in un saggio che fa riferimento all’arte senza essere un libro di storia dell’arte. Esso, invece, rappresenta un’analisi comparata tra ideali di bellezza espressi nel corso della storia dell’arte, nella letteratura e nella filosofia nei vari periodi storici e nei differenti ambiti culturali.
Introduzione
Parliamo di bellezza quando godiamo di qualcosa per quello che è, indipendente dal fatto che lo possediamo o meno. È bello qualcosa che, se fosse nostro, ci renderebbe felici, ma che rimane tale anche se appartiene a qualcun altro. Il libro però si propone di passare in rassegna la concezione che si ha avuto della bellezza nel tempo, senza partire da un'idea preconcetta.
L'ideale della bellezza nella Grecia antica
Potremmo dire che ai greci, almeno fino all’età di Pericle, mancassero una vera e propria estetica e una teoria della bellezza. La stessa parola “Kalón”, che solo impropriamente può essere tradotta col termine “bello”, è tutto ciò che piace, che suscita ammirazione, che attrae lo sguardo. L’oggetto bello è un oggetto che in virtù della sua forma appaga i sensi, e tra questi in particolare l’occhio e l’orecchio. Ma non sono solo gli aspetti percepibili con i sensi a esprimere la bellezza dell’oggetto: nel caso del corpo umano assumono un ruolo rilevante anche le qualità dell’anima e del carattere, che vengono percepite con l’occhio della mente piuttosto che con quello del corpo. Secondo Platone, infatti, la bellezza non corrisponde a ciò che ci è dato vedere. Poiché il corpo, secondo il filosofo, è una caverna buia che imprigiona l'anima, la visione sensibile deve essere superata da quella intellettuale, che richiede l’apprendimento della filosofia. Non a tutti, dunque, è dato cogliere il vero senso della bellezza.
La bellezza come proporzione e armonia
Con Pitagora nasce una visione estetico-matematica dell’universo: tutte le cose esistono perché sono ordinate e sono ordinate perché in esse si realizzano leggi matematiche, che sono insieme condizione di esistenza e di bellezza. Nella fase più matura del pensiero medievale, Tommaso d’Aquino dirà che, perché ci sia bellezza, occorre che ci sia integrità, chiarezza, proporzione o consonanza. Per Tommaso la proporzione è valore etico, nel senso che l’azione virtuosa attua una giusta proporzione di parole e atti secondo una legge razionale, e perciò si deve parlare anche di bellezza morale. In tutti i secoli si è parlato della bellezza della proporzione, ma a seconda delle epoche, il senso di questa proporzione sia cambiato. Al tramonto della civiltà rinascimentale, si fa strada l’idea che la bellezza, anziché equilibrata proporzione, nasca da una sorta di torsione, di tensione inquieta verso qualcosa che sta al di là delle regole matematiche che governano il mondo fisico.
Apollineo e dionisiaco
Secondo la mitologia, Zeus avrebbe assegnato un giusto limite ad ogni essere: il senso comune greco della bellezza si fonda dunque sulla mancanza di eccessi. È una visione posta sotto la protezione di Apollo, raffigurato sul frontone occidentale del tempio di Delfi, ma, sulla parte orientale, è rappresentato Dioniso, dio del caos e della sfrenata infrazione di ogni regola. La compresenza delle due divinità antitetiche non è affatto casuale, anzi, vuole simboleggiare la costante possibilità che il caos irrompa e disturbi la bella armonia.
- Bellezza vs percezione visibile: secondo Eraclito la bellezza del mondo si manifesta come casuale disordine;
- Suono vs visione: seppure riconosciamo alla musica il privilegio di dare voce all'anima, è solo attraverso le forme visibili che si può esprimere la definizione di bello.
La bellezza dei mostri
Varie teorie estetiche vedono il brutto come un'antitesi del bello, come una disarmonia che viola le regole della proporzione o una mancanza che sottrae ad un essere ciò che per natura dovrebbe avere. Seppure esistano esseri e cose brutte, l'arte ha il potere di renderle belle e la bellezza di questa imitazione rende il brutto accettabile. Tuttavia, il pensiero teologico dell’epoca deve giustificare la presenza nel creato di questi mostri, e sceglie due strade: da un lato si pensa che ogni essere mondano abbia un significato morale e allegorico, e cioè attraverso la sua forma o i suoi comportamenti simboleggia realtà soprannaturali, dall’altro che i mostri sono inseriti nel disegno provvidenziale di Dio per cui, ogni creatura di questo mondo, ci appare come specchio della vita e della morte, del nostro stato attuale e del nostro destino futuro. Ma nel passaggio tra Medioevo ed età moderna muta l’atteggiamento nei confronti del mostro. Esso perde la sua carica simbolica e viene visto come curiosità naturale. Il problema non sta più nel ritenere qualcosa bella o brutta, ma di studiarlo nella sua forma, talora nella sua anatomia.
La luce e il colore nel Medioevo
Siamo abituati a ritenere il Medioevo un’epoca oscura, anche dal punto di vista coloristico. L’uomo medievale si vede invece in un ambiente luminosissimo, le miniature appartenenti a questo periodo sono, infatti, piene di luce, generata dall’accostamento di colori puri come il rosso, l’azzurro, l’oro etc. Secondo Tommaso d’Aquino per la bellezza sono necessarie tre cose: la proporzione, l’integrità e la claritas, ovvero la chiarezza e la luminosità. Una delle origini dell’estetica della claritas deriva sicuramente dal fatto che in molte civiltà Dio veniva identificato con la luce. Noi giudichiamo belli i colori e la luce del sole, lo splendore degli astri notturni, che sono semplici e non traggono la loro bellezza dalla simmetria delle parti. La bellezza di un colore è dunque data da una forma che domina l’oscurità della materia, della presenza di una luce incorporea che non è altro se non ragione e idea. Di qui la bellezza inconfutabile del fuoco, che brilla simile ad un’idea. Isidoro, invece, pone la distinzione tra utile e bello: il corpo umano, ad esempio, appare bello a causa di ornamenti che possono essere naturali.
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