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Storia della politica estera italiana

Perché è utile studiare questa materia?

Si concentra l’attenzione nel ruolo internazionale dell’Italia, non solo da parte dei primi ministri, del ministro degli esteri o da parte delle ambasciate. È fondamentale capire la posizione dell’Italia in questo contesto internazionale. “In Italia si sono susseguite diverse fasi nella storia italiana di politica estera” Non sempre l’Italia ha saputo intraprendere una politica estera efficace, ed è utile soffermarci sulla immagine dell’Italia all’estero.

Sono fondamentali anche alcune accezioni storiografiche per quanto riguarda la politica estera italiana. La geografia ha da sempre permesso particolari relazioni, con una florida produzione storiografica durante il periodo liberale (fra le due guerre mondiali), una buona produzione nel periodo fascista, tuttavia quella più importante è sicuramente quella post Mussolini (età repubblicana). Gli anni successivi alla Seconda guerra mondiale sono stati indagati solo negli anni 70' grossomodo e per tale motivo saranno il fulcro delle lezioni.

Dopo gli anni 70 vi fu un cambiamento proveniente dagli USA, quale conseguenza dello scandalo Watergate dove si pretese più trasparenza nelle politiche interne governative (Freedom of Information Act); passò la regola che qualsiasi cittadino potesse appellarsi all'amministrazione per poter accedere al materiale pubblicistico (Leggi sulla trasparenza, regola dei 30 anni).

Per gli anni 70 implicò la possibilità per gli americani di accedere ai documenti confidenziali che spiegarono finalmente le origini della guerra fredda, questo fatto si estese anche a molti paesi occidentali, tra cui il nostro, anche se con una serie di problemi legati alla accessibilità materiale delle fonti. Queste serie di problematiche hanno portato a un macchinoso e lento processo di declassificazione dei documenti governativi.

In ogni caso, gli storici di quel periodo (anni 70, anni del forte Partito Comunista e di un forte dibattito pubblico) avevano la facoltà, almeno su carta, di effettuare studi approfonditi su quel periodo storico. Si scoprì che il Partito Comunista venne precluso dal partecipare alla vita politica italiana, non per fattori interni ma per fattori esterni... ricordiamo che l’Italia ha sempre fatto parte, nel periodo della guerra fredda, del blocco occidentale. Ci fu la volontà di scoprire le origini di questa ostentazione che si concretizzò poco dopo la Seconda guerra mondiale.

Si aprivano nuovi territori di studio e di indagine, mutando l’atteggiamento particolarmente conservatore degli storici precedenti. Fino agli anni 90 abbiamo seguito una serie di studi sull’Italia della guerra fredda e del processo di integrazione europea con la condizionalità di dover cercare le nostre fonti in archivi esteri (francesi, americani, inglesi) che resero disponibili documenti declassificati già dalla metà degli anni 50.

Con la fine della prima repubblica possiamo dire che ci fu un’ulteriore evoluzione nello studio della collocazione estera dell’Italia nel periodo repubblicano che verrà discusso nella prossima pagina.

La storia delle relazioni internazionali

La storia delle relazioni internazionali viene insegnata tradizionalmente nei corsi di laurea in scienze politiche, che sorsero agli inizi degli anni 20 come affiliazione di Giurisprudenza. Negli anni 20 e 30 si studiava solo storia dei trattati e diritto internazionale per questa materia.

I nostri aspiranti diplomatici del passato avevano una base prettamente giuridica e la storia dei trattati giocava una parte fondamentale del concorso diplomatico. Sia per tradizione che per studi si era molto attenti all’aspetto giuridico dei rapporti tra gli stati, trascurando altri aspetti che, successivamente, sarebbero risultati più significativi. Il passaggio dal periodo fascista al periodo repubblicano non ha modificato molto l’approccio.

Mario Toscano: Vince la cattedra di storia dei trattati alla fine degli anni 30 ed era coinvolto nel regime fascista. Nel 38, con le leggi razziali, venne espulso dall’università La Sapienza ma mantenne alcuni rapporti con alti storici e studiosi. Durante la Seconda guerra mondiale, fuggì in Svizzera e solo nel 1945 tornerà e riprenderà la carriera di professore ordinario presso La Sapienza. Diventerà rapidamente poi responsabile dell’ufficio storico di documentazione del Ministero degli Affari Esteri (diviene equiparato a un ambasciatore e viene consultato da tutti i plenipotenziari). Partecipò anche a missioni internazionali e la sua figura ebbe una influenza fondamentale in questo periodo dove l’università era ancora per le elite. Toscano morì nel 68 ma lasciò una forte impronta per lo studio della storia dei trattati.

A seguito del caso francese si svilupparono le relazioni internazionali con l’affermarsi di alcuni storici come Roselle etc. Sostenevano che le relazioni internazionali fossero un fenomeno molto complesso, e quindi non limitato strettamente alla sfera politica e diplomatica; in questo mondo coesistono forze come i caratteri economici, sociologici, bancari, le influenze politiche interne e la dimensione culturale.

Esistono molteplici attori, non solo statuali, che influenzarono le relazioni internazionali come la Commissione Europea e Parlamento Europeo (posseggono un carattere sovranazionale e non sono enti statuali) oppure i gruppi di interesse come le multinazionali. La dizione disciplinare della storia dei diritti internazionali venne abbandonata per abbracciare la storia delle relazioni internazionali.

Con la “scoperta dell’America” (post-Watergate) si assistette a una suddivisione nell’ambito delle relazioni internazionali:

  • Settore tradizionale: Legato a Mario Toscano e alla politica estera italiana, in particolare l’Italia liberale e del periodo fascista (Pietro Pastorelli Head Master);
  • Agno Dinolfo: Ordinario a Padova che negli anni 70 condusse la scoperta dell’America, quindi un’attenzione più forte nei dettagli e un sondaggio maggiore delle acque profonde delle relazioni internazionali (Ango Dinolfo ed Elena Garossi). Da questo punto di vista l’approccio si basava sulle fonti attivistiche, quindi rimaneva necessario lavorare negli archivi stranieri e sviluppare un discorso su multiple storiografie, concentrando la loro attenzione sulla storia della guerra fredda in poi.

Cambiamento di prospettiva sugli studi della posizione dell’Italia alla fine della prima repubblica (Anni 90)

Fino a quel momento gli storici delle relazioni internazionali non avevano molto spazio nella storia contemporanea. Negli anni 70 si diffuse infatti la teoria che questi esperti basassero i loro approcci su storie viste e riviste, molto legate alla tradizione. Gli storici contemporaneisti effettivamente si erano concentrati sull’attenzione sulla politica estera liberale e fascista, avevano dimostrato molto meno interesse per il periodo repubblicano.

Esistevano testi scolastici delle scuole medie con dei capitoli ben fatti sulla trasformazione dell’Italia repubblicana ma, per ciò che riguardava lo sviluppo economico e politico, i riferimenti alla nascita della Comunità europea e la firma del Trattato di Roma rimasero molto deludenti, senza questi dati infatti è impossibile comprendere appieno le origini del miracolo economico del periodo repubblicano. Negli anni 90/2000 vi furono una serie di importanti ricerche per comprendere i caratteri della prima repubblica a seguito di uno stimolo politico.

La disponibilità di differenti fonti archivistiche ha permesso questo cambiamento anche se non mancavano una serie di problemi di accesso a questi ultimi, con periodi di stati abbastanza dispendiosi. Grazie a queste fonti fu possibile ottenere l’accesso a diversi documenti che spaziavano dall’inizio del periodo repubblicano fino alla fine degli anni 60.

Archivi del Partito Comunista, Democrazia Cristiana e Partito Socialista comparvero insieme alle carte fondamentali di attori del periodo (carte De Gasperi, carte Fanfani, carte Moro, carte Berlinguer e Andreotti). Con questi documenti fu possibile ricostruire gli episodi della repubblica senza ottenere accesso diretto ai documenti ufficiali.

Abbiamo trovato molti studi sui singoli episodi, soprattutto tra i rapporti italo/americani, mancando tuttavia del collante che ci permette di intravvedere una immagine completa, ciò che questo corso mira a raggiungere. (Manca anche uno studio sulle fonti attivistiche e sul ruolo internazionale dell’Italia dopo la caduta della prima repubblica).

Obiettivo: Storia della politica estera italiana dal 1940 ad oggi. Ora non traiamo conclusioni, non esistono solo le fonti archivistiche, anzi... lo possono essere anche la stampa, gli atti dei congressi dei partiti politici, gli studi dell’ENI (Politica energetica italiana), soltanto gli storici e anche noi tendiamo a concentrare l’attenzione solo nelle fonti statali.

Obiettivo del capitolo:

  • Riassumere il ruolo dell’Italia nella politica estera del periodo liberale;
  • Accennare il ruolo della politica estera italiana nella Prima guerra mondiale;
  • Definire la posizione italiana nel periodo fascista;

Italia liberale

Il processo di unificazione dal periodo cavouriano (1850) fino all’unità ed oltre è stato caratterizzato da un processo di unificazione parallelo all’allora Prussia. Nel caso italiano l’indipendenza nazionale fu ottenuta grazie a giochi di carattere diplomatico come, ad esempio, durante la Seconda guerra di indipendenza (1849), una guerra franco-austriaca dove il piccolo Regno di Sardegna ottenne molti vantaggi. Cavour comprese che solo inserendo la questione italiana in un contesto internazionale più ampio avrebbe ottenuto i risultati previsti.

L’aspetto fondamentale di questo gioco diplomatico fu quello di imporre la questione italiana di fronte alle grandi potenze europee portando il Regno di Sardegna nel tavolo negoziale accanto a Francia e Inghilterra a seguito della Guerra di Crimea del 1855. Prima di tutto, il rapporto privilegiato con l’Impero britannico e la collaborazione con la Francia di Napoleone III si sarebbero sviluppati sensibilmente. Quest’ultimo teneva particolarmente alla questione concernente l’autodeterminazione dei popoli e, per questo motivo, si prese in causa la questione italiana. Nell’ambito della conferenza di Parigi, che condusse alla pace dopo la guerra di Crimea, l’obiettivo di Cavour di palesare la questione italiana venne accolta (Diciamo che questo processo indipendentista venne capeggiato soprattutto dai repubblicani).

Cavour tuttavia non ottenne molti risultati ma smosse gli animi di Napoleone III e dei francesi, soprattutto per la logorante presenza di una monarchia reazionaria nel Meridione (Regno delle Due Sicilie) e la presenza soffocante di un occupante straniero (Austro-Ungheria) del nord Italia, elementi ormai non più accettabili. Il capolavoro diplomatico di Cavour si può riassumere nella sua capacità di favorire la creazione di un’alleanza fra il Regno di Sardegna e la Francia di Napoleone III, prevedeva un intervento armato in caso di provocazione austriaca in territorio peninsulare.

Questo è ciò che accade nel 1859 e, dal punto di vista militare, fu una guerra prevalentemente combattuta dai francesi contro gli austriaci, lasciando un compito marginale alle truppe sabaude. Dal punto di vista di Napoleone III tuttavia era comprensibile volere un’Italia parzialmente unificata ma comunque dipendente dalla sfera d’influenza francese (Infatti i plebisciti che avvennero in Toscana non piacquero molto alla Francia).

Nel 1860, con la seconda fase del processo di unificazione e l’Impresa dei Mille di Garibaldi con lo sbarco in Sicilia, si sconfissero le truppe borboniche del Regno delle Due Sicilie e un ricongiungimento con le truppe sabaude, passando attraverso lo Stato Pontificio. Nel 1860 quindi si assistette all’incorporazione al Regno sabaudo delle Due Sicilie e alcune regioni dello Stato Pontificio, con la creazione di un’Italia unificata.

In questo ambito la sconfitta definitiva della monarchia reazionaria delle Due Sicilie piacque molto alla Gran Bretagna che già esercitava una grossa influenza nel Mediterraneo, da un lato infatti approvava il movimento di Garibaldi e il processo di unificazione, permettendo l’ipotesi di una nuova nazione che, seppur debole, avrebbe garantito maggiore stabilità nel Mediterraneo.

Se consideriamo infine il 1866 ci riferiamo alla guerra Austro-Prussiana, una lotta di influenza nell’area germanica dove nuovamente l’Italia giocò su queste rivalità, alleandosi con la Prussia contro l’Austria. La vittoria prussiana portò alla cessione del Veneto al nuovo stato italiano. Nel 1870 nuovamente l’Italia trasse vantaggio da una situazione di conflitto; già dagli anni 60 i rapporti franco-italiani si incrinarono a seguito di un disinteresse di Napoleone terzo e una sua voglia di mantenere lo status quo nei territori pontifici, portando al dislocamento di diverse truppe nel suo territorio a difesa.

Ci troviamo quindi nella situazione del 1870 dove, in concomitanza del conflitto franco-prussiano, la Francia venne sconfitta dalle forze avversarie a Sedan, causando il ritiro delle truppe stazionate nello Stato Pontificio. La situazione proficua permise al neonato stato italiano di marciare sullo Stato Pontificio e conquistarne i territori, espugnando il Vaticano con la breccia di Porta Pia.

Con il 1870 si concluse il processo di unificazione semi-completo, derivato da processi molto intricati di diplomazia fra il neo-stato e le potenze europee. Ma come ne uscì l’Italia da questo processo di unificazione?

Fase di transizione al periodo liberale

Ci troviamo di fronte a un’Italia guidata dalla destra storica, con la capitale che venne spostata più volte, da Torino, a Firenze e infine dopo la presa dello Stato Pontificio a Roma. Un’Italia poverissima ed agricola con la zona settentrionale che pian piano cresceva economicamente, trainando faticosamente il meridione dell’ex Regno delle Due Sicilie. Un paese che doveva costruire dalle fondamenta la macchina statale (esercito, burocrazia, collegamenti).

Inizialmente gli italiani, insoddisfatti del nuovo stato, videro questa nuova entità come un esattore di tasse che obbligava i figli a partecipare alla leva militare obbligatoria (prima non esisteva nel Regno delle Due Sicilie). Inizialmente numerose province dell’Italia meridionale vennero pacificate solo grazie alla legge marziale. Nel contesto internazionale l’Italia restò isolata a lungo, con freddi se non pessimi rapporti con le potenze europee come con l’Austro-Ungheria per la questione tirolese, con la Russia e soprattutto con la Francia, ancora ostile dopo la presa dello Stato Pontificio. L’unico relativamente amichevole fu l’Impero britannico anche se era più una questione di disinteressamento.

I limiti dello stato nazionale e il processo di unificazione

I limiti dello stato nazionale e il processo di unificazione erano evidenti, anche rispetto ad altri attori europei come la Germania di Bismarck. L’unità italiana fu molto più modesta rispetto alla Germania, anche sulla base di circostanze fortunate che la hanno favorita, con il desiderio delle classi dirigenti di rendere questo nuovo soggetto politico una grande potenza, al pari di quelle già affermate.

Se il processo di unificazione si fosse compiuto appieno, il nuovo attore sarebbe diventato una grande nazione in tutto e per tutto (L’Italia in questo frangente interpretava il passato proiettandosi al futuro, come il passato dell’Impero Romano che verrà osannato da Mussolini). La centralità del paese peninsulare venne rivendicata, sia come erede di un impero centenario, sia come fulcro del cattolicesimo (si auspicava quindi un recupero letterario ed artistico).

Questa reinterpretazione del passato poneva l’Italia come naturale erede della sua storia con la convinzione che l’unità si sarebbe espletata solo con l’annessione di Roma. Dopo il 1866 infatti la marcia sui territori pontifici divenne necessaria. Possiamo dire che i mazziniani (che diventeranno monarchici) furono ancora più influenzati dall’idea della grandezza del paese e della sua estensione. Dal periodo liberale fino alla Seconda guerra mondiale questa idea di una grande Italia permeò negli animi della comunità.

Questa ambizione si tradusse nella volontà di ottenere un riconoscimento formale e sostanziale da parte delle altre potenze per potere rivaleggiare nello scacchiere geopolitico europeo. Questo fu anche il periodo del nazionalismo e di una costruzione di una identità nazionale molto forte, fomentato nelle masse grazie al servizio scolastico e il servizio militare obbligatorio che instillarono il seme del patriottismo e dell’orgoglio (Due strumenti molto efficaci per costruire l’identità nazionale).

Questa identità mutò fino al 1914 quando divenne nazionalismo puro con lo scoppio della Prima guerra mondiale. La classe dirigente italiana si pose il problema primario di modificare l’opinione all’estero dell’Italia che ancora era spezzettata in aree molto depresse, fatta eccezione della zona centro settentrionale [Si spesero molti fondi pubblici per un esercito, marina e approvvigionamento effettivo].

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Scienze politiche e sociali SPS/02 Storia delle dottrine politiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher fanton.riccardo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della politica estera italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Varsori Antonio.
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