La lingua italiana: storia, testi e strumenti
L'italiano e gli strumenti del linguista
Varietà dello spazio linguistico italiano
L'italiano appartiene alla famiglia linguistica indoeuropea, che comprende le lingue di alcune regioni dell'Asia meridionale e quasi tutte le lingue d'Europa. Le lingue europee si suddividono nei tre maggiori gruppi linguistici: germanico, slavo e romanzo. Le lingue romanze sono anche dette neolatine in quanto derivate dal latino. È proprio la somiglianza di gran parte del loro lessico a rivelare la loro origine comune.
L'importanza dell'italiano è legata alla ricchezza letteraria e artistica: infatti solo raramente è stata una lingua aggressiva sul piano politico-militare. Oggi è parlato:
- In tutto il territorio della Repubblica italiana, di cui è la "lingua ufficiale"
- Nello Stato del Vaticano
- Nella Repubblica di San Marino
- In alcuni Cantoni della Svizzera
- In piccole aree della Slovenia e della Croazia (questa antica presenza risale all'antico dominio veneziano in Istria e sulla costa Dalmata)
- Seppure sempre più raramente, nel Nizzardo e nel Principato di Monaco, nei territori delle ex colonie italiane e nell'ex protettorato di Rodi
- Nelle comunità di emigranti italiani ma quasi tutti parlavano un dialetto e solo in pochi conoscevano l'italiano
- È generalmente noto alle persone di ceto elevato a Malta, dove fu di casa per secoli prima di essere soppiantato dall'inglese
Il quadro linguistico di una nazione non va però tracciato solo guardando alla maggioranza dei parlanti: occorre prestare attenzione anche alle minoranze linguistiche. In Italia sono presenti gruppi alloglotti (dal greco allos "altro" e glotta "lingua") di origine romanza (Es. provenzale, romancio, sardo ecc.) e non romanza (principalmente gruppi tedeschi, greci, albanesi e slavi). Possiamo parlare di:
- "Penisole linguistiche" quando aree linguistiche più grandi, confinanti con il nostro territorio nazionale, si estendono in parte anche all'interno dei nostri confini. Es: tedescofoni in Alto Adige e francofoni in Valle d'Aosta.
- "Isole linguistiche" per indicare comunità di alloglotti molto piccole e isolate.
La presenza di alloglotti ha dato luogo a discussioni sull'opportunità di interventi di natura politica destinati a proteggere e rilanciare la specifica cultura di queste comunità: oggi è infatti presente una legge con lo specifico obiettivo di tutelare queste minoranze linguistiche. In generale, i nuovi gruppi etnolinguistici - di cui molti sono nati grazie all'immigrazione - stanno soppiantando per numero, peso sociale e importanza le vecchie minoranze storiche (costituiti ormai da oltre 4 milioni di persone). L'Italia è la nazione europea più ricca e differenziata per varietà linguistica.
L'italiano, soprattutto nelle sue forme adeguate alla norma grammaticale, è stato per secoli quasi esclusivamente idioma letterario, quando la lingua comunemente parlata nella vita quotidiana era il dialetto locale: ancora all'inizio del Novecento la maggioranza della popolazione era composta da parlanti dialettofoni.
- Lingua = dialetto che per cause storiche o abitudini culturali e sociali ha raggiunto uno status superiore nell'uso e nella coscienza degli utenti. Rispetto ai dialetti:
- Ha maggior diffusione
- Unifica un territorio più ampio
- È simbolo di un'identità nazionale
- Ha superiore dignità culturale
- È strumento della classe dominante e degli organi governativi e amministrativi
- È insegnata a scuola
- Ha precise norme grammaticali
In Italia si distinguono tre aree dialettali: la settentrionale, la centrale e la meridionale, convenzionalmente separate sulle cartine geolinguistiche da due grandi linee di confine (dette isoglosse):
- La linea La Spezia-Rimini: è una vera "frontiera" linguistica e le ragioni geografiche e storiche sembrano coincidere con quelle linguistiche. Infatti tale linea corre in corrispondenza dell'Appennino tosco-emiliano, una sorta di barriera geografica; inoltre in epoca preromana, fu la frontiera etnica tra i popoli gallici e l'elemento etrusco; in seguito, per molti secoli, separò l'arcidiocesi di Ravenna (bizantina) da quella di Roma.
- A nord di questa linea -> dialetti settentrionali, anche detti gallo-italici, caratterizzati dai seguenti fenomeni linguistici:
- Lo scempiamento delle vocali doppie
- La caduta delle vocali finali, eccetto la a
- La contrazione delle sillabe atone
- La presenza delle vocali turbate ü e ö alla francese
- La sonorizzazione delle consonanti -t-, -c- e -p- quando si trovano in posizione intervocalica: diventano rispettivamente -d-, -g- e -b- (oppure -v-)
- A sud di questa linea -> dialetti centrali, molti dei quali fenomeni linguistici sono passati all'italiano standard. Alcune caratteristiche proprie dell'area toscana sono:
- La sostituzione della prima persona plurale del verbo all'indicativo presente con il costrutto si + terza persona singolare del verbo (Es. noi si mangia) -> toscano
- La gorgia ovvero la spirantizzazione delle occlusive sorde intervocaliche -> toscano
- Assimilazione progressiva di nd > nn e mb > mm (Es. quando > quanno) -> romano
- I suffissi in -aro e le desinenze in -amo -emo -imo nella prima persona plurale dell'indicativo presente -> romano
- La linea Roma-Ancona:
- A sud di questa linea -> dialetti meridionali che si caratterizzano per:
- Il fenomeno della metafonesi
- La sonorizzazione delle consonanti sorde in posizione postnasale (Es. angora = ancora)
- L'uso di tenere per avere
- L'uso del possessivo in posizione enclitica
La letteratura dialettale fa parte a pieno titolo della letteratura nazionale italiana. Si distingue generalmente tra letteratura dialettale:
- Spontanea: l'autore sceglie il dialetto perché è la sua lingua naturale, senza alcun intento di contrapporsi alla lingua letteraria (massimo fino al '500)
- Riflessa: l'autore sceglie di utilizzare il dialetto per ragioni che possono essere espressive o ideologiche.
Spesso i dialetti furono splendidamente utilizzati a scopo letterario, non tanto per polemica antitoscana, quanto per svolgere funzioni differenti come, ad esempio, mettere in scena il popolo in maniera più credibile e realistica o per adempire a funzioni stilistiche comiche.
L'italiano non è parlato in modo uniforme nell'intero territorio nazionale: vi sono marcate differenze che interessano il livello fonetico (principalmente), lessicale, sintattico e, più raramente, morfologico -> risultato storico dell'incontro tra i dialetti e la lingua nazionale. Queste varietà sono dette "varietà diatopiche dell'italiano" o "italiani regionali" e le principali sono:
- La settentrionale
- La toscana
- La romana: poiché Roma è la capitale italiana, la sua varietà linguistica è risultata estremamente ricettiva, accogliendo molti termini estranei, dimostrando così una tendenza a smunicipalizzarsi ma nello stesso tempo ha influenzato a livello lessicale le altre varietà regionali
- La meridionale
- La sarda
La caratteristica più evidente e immediata dei vari italiani regionali si ha a livello di pronuncia e di prosodia (accento). L'italiano è una lingua che per tradizione è ricca di termini "ufficiali", elevati, letterari, ma quando si passa a un contesto familiare e domestico le differenze regionali si fanno marcate, e si possono avere divaricazioni persino all'interno di una varietà regionale, esattamente come accade anche nei dialetti (l'italiano regionale non deve infatti intendersi come varietà linguistica strettamente legata ai confini della regione amministrativa).
Si possono portare molti esempi di geosinonimi ossia parole che designano la stessa cosa con nomi diversi nelle diverse zone della Penisola. Questi però tendono ormai ad affiancarsi e sovrapporsi in maniera variegata e complessa, con scambi tra zone e regioni, e solo in situazioni particolari sono di reale impaccio nella comunicazione del parlante. In realtà ogni parlante ha ormai nel proprio repertorio più parole per designare lo stesso referente, o almeno, anche se non le usa, ne possiede una conoscenza passiva che lo aiuta in situazioni comunicative piene di varianti possibili. In generale i regionalismi più vistosi si riscontrano a livello lessicale e fonetico, più di rado a livello morfologico e sintattico, investendo qui in primo luogo i livelli bassi, talvolta popolari, di italiano regionale. L'italiano regionale, in conclusione, è quello che parliamo ogni giorno nella vita quotidiana, e che è tanto più "regionale" quanto più informale e meno sorvegliata è la conversazione.
Il linguaggio è patrimonio di tutta la comunità dei parlanti. La lingua non può dunque essere considerata proprietà esclusiva di singoli individui o delle classi più colte. L'interesse per il popolo inteso in maniera moderna, per le masse più umili e incolte di regioni i cui dialetti fossero diversi da quello toscano, è nato nell'Ottocento, con lo sviluppo delle scienze folcloriche e della dialettologia scientifica. Infatti i linguisti hanno riscoperto il popolo studiando l'italiano dei semicolti (ovvero delle persone solo parzialmente alfabetizzate). I linguisti osservarono che il popolo postunitario era arrivato a utilizzare una modesta lingua "italiana", piena di elementi dialettali e di "errori", influenzata da vari modelli "alti".
Antonio Gramsci già nel 1935 si era dedicato all'analisi dei fattori di livellamento nell'uso dell'italiano tra il popolo, individuando come poli di attrazione linguistica:
- La scuola
- I giornali
- Gli scrittori
- Il teatro e il cinema
- La radio
- Le riunioni pubbliche
- I rapporti di conversazione tra ceti più e meno colti
Affiorava dunque qui l'intuizione relativa alla nascita dell'italiano popolare, categoria fissatasi agli inizi degli anni Settanta per indicare "la parlata degli incolti di aspirazione sopradialettale e unitaria" o "il tipo di italiano imperfettamente acquisito da chi ha come madrelingua il dialetto". Nonostante le due definizioni facciano riferimento alla lingua parlata dal popolo, le ricerche degli anni Settanta e Ottanta hanno avuto per oggetto quasi esclusivamente testi scritti (Es. cartoline, lettere o diari). Questi documenti dimostrano che, contrariamente a come si pensasse, prima dell'Unità anche negli appartenenti ai ceti sociali più bassi la capacità di leggere e scrivere non fosse totalmente assente. Sempre più spesso escono dagli archivi testi risalenti al periodo tra il Cinquecento e il Settecento, redatti in quello che si è soliti definire italiano popolare: si tratta di scritture di semicolti, materiale prodotto da gente del popolo che, sebbene in maniera imperfetta, si dimostra in grado di usare la penna a fini strettamente pratici e utilitaristici, adoperando un italiano scorretto grammaticalmente e saturo di dialettismi ma comunque diverso dal mero dialetto.
Possiamo quindi dire che anche le masse popolari, benché estranee alle grandi scelte culturali decisive per la storia dell'italiano, hanno partecipato indirettamente all'evoluzione della lingua, se non altro subendo i grandi processi di trasformazione sociale. Testi antichi e moderni in italiano popolare:
- Il libro dei conti di Maddalena pizzicarola di Trastevere: si tratta di un codicetto di 144 carte in cui sono segnate le registrazioni di debiti e crediti relativi all'attività di una bottega di pizzicheria situata a Roma. Le registrazioni, che vanno dal 1523 al 1537, sono autografe degli interessati e rappresentano un raro e interessante esempio di scrittura popolare antica. Per conoscere la complessità, ricchezza e variabilità della comunicazione linguistica dobbiamo ricorrere a queste scritture umili, assolutamente lontane dall'uso letterario, legate alla quotidianità della vita e alle necessità pratiche (testimoni in cui regna il più assoluto spontaneismo).
- Lettera di un emigrato politico: molte testimonianze si ricavano da lettere familiari scritte da emigranti, da soldati lontani da casa o da loro parenti. Questi, oltre a sollecitare l'interesse linguistico, offrono anche una rappresentazione dei sentimenti e delle preoccupazioni del popolo. Grafie diverse dalla norma, eterogeneità, anomalie morfologiche, tracce del parlato, tratti dialettali: tutti questi elementi, riscontrabili nella lettera (p. 39) sono caratteristici dell'italiano popolare e non devono essere interpretati solo come errori ma piuttosto come documento dello sforzo di avvicinarsi alla lingua italiana da parte di un dialettofono a essa quasi estraneo, ed estraneo o quasi al mondo della parola scritta.
Toscano -> è la parlata regionale che più si avvicina alla lingua letteraria ma non si può considerare equivalente all'italiano.
L'italiano standard è una lingua che possiamo dire di tipo "neutro" (cioè non marcato, nel senso che respinge la variazione dialettale, regionale bassa ecc.), a cui viene attribuito prestigio da parte della comunità. Questo è diffuso a livello scritto mentre resta ancora oggi poco diffusa una pronuncia davvero standard diatopicamente e diastraticamente. Lo standard di fatto non garantisce l'assoluta omogeneità (rappresenta una lingua ufficiale e astratta) e, proprio per questo, è stata elaborata la categoria dell'italiano dell'uso medio sulla base di una serie di fenomeni grammaticali ricorrenti nell'italiano oggi comunemente parlato anche dalle persone colte nelle situazioni comunicative di media formalità. La differenza dall'italiano standard sta nel fatto che l'italiano dell'uso medio accoglierebbe alcuni fenomeni colloquiali generalmente tenuti a freno dalla norma grammaticale (es. uso di lui, lei, loro come soggetto).
Gli strumenti della disciplina
La Storia della lingua italiana è una disciplina accademica relativamente giovane, visto che non ha ancora compiuto un secolo. La prima Storia della lingua in forma di manuale complessivo, contenente una ricca e completa documentazione delle varie fasi storiche della nostra storia linguistica, dalle origini all'inizio del Novecento, fu pubblicata da Migliorini nel 1960, data scelta dall'autore per la suggestiva coincidenza con la celebrazione dei mille anni della lingua italiana (il primo documento che rappresenta l'"atto di nascita" dell'italiano è infatti il Placito Capuano del 960). Nel manuale grande attenzione è riservata al lessico, alle parole e alla loro origine. Agli scrittori è riconosciuta un'efficacia demiurgica, ma sono solo "uno dei tanti fattori che agisce sulla lingua" accanto a giuristi, scienziati, tecnici e alla gente più umile: tutta la società concorre infatti a plasmare la lingua. La storia linguistica va dunque calata nella storia politica e culturale e non può consistere in un'analisi stilistica di testi letterari.
Ci sono però molti altri strumenti utili allo studio di questa disciplina:
- Riviste scientifiche: numerose sono le riviste che accolgono contributi di Storia della lingua italiana assieme a temi di italianistica, di linguistica e di dialettologia, ma esistono anche alcune riviste specifiche della disciplina. Devoto e Migliorini sono stati i fondatori e direttori della prima rivista dedicata all'italiano, "Lingua Nostra" (prima pubblicazione 1939).
- Grammatiche storiche: la grammatica storica si occupa dello sviluppo diacronico della lingua, di cui descrive l'evoluzione fonetica, morfologica e sintattica, a partire dalla formazione dal latino: traccia dunque la "storia interna" della lingua, quella di suoni, forme e costrutti.
- Grammatiche descrittive e normative: la grammatica è uno strumento che descrive sistematicamente la lingua, ne illustra le regole, suggerisce (o impone) scelte di carattere normativo e di stile. Le grammatiche ci vengono dunque in aiuto nei casi in cui abbiamo un dubbio relativamente alla corretta applicazione della norma.
- Manuali di filologia, metrica e retorica: lo storico della lingua, lavorando su documenti scritti, riserva necessariamente particolare attenzione alla storia del testo, alla sua veste linguistica e alle varianti di redazione. Inevitabilmente, quindi, entra nel terreno della filologia, disciplina che si occupa della trasmissione e dell'edizione dei testi: senza edizioni critiche affidabili allestite dal filologo, ogni analisi linguistica sarebbe arbitraria. Sono comunque necessarie anche conoscenze di metrica e retorica per leggere, interpretare e commentare testi letterari.
- Atlanti linguistici: gli atlanti linguistici rappresentano in forma cartografica, su base grammaticale o lessicale, la variazione dialettale di una determinata area. Ogni cartina è dunque dedicata alla registrazione della stessa parola o frase in luoghi diversi, in corrispondenza dei punti in cui è stata svolta l'inchiesta. Si tratta dunque di uno strumento: non offre interpretazioni precostruite, ma mostra la varietà linguistica nello spazio geografico.
- Dizionari dell'uso: è lo strumento lessicografico più comune e documenta la lingua corrente. Ad esso ci si rivolge per risolvere problemi pratici, come dubbi sull'ortografia o la pronuncia, sulla suddivisione sillabica, sui possibili significati, sui sinonimi, sugli impieghi metaforici.
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