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La ricchezza tematica e letteraria della Commedia favorì inoltre la promozione del volgare,

dimostrando nei fatti, al di là di ogni discorso teorico, che la nuova lingua aveva potenzialità

illimitate. Ecco perché il successo del poema di Dante e il successo della lingua italiana (toscana)

già nel Trecento andarono di pari passo.

Si aggiunga che, mentre lo stilnovismo è fenomeno legato all'esperienza di Dante nella sua patria,

la Commedia è opera terminata in esilio, che si collega linguisticamente, sì, alla Toscana e a

Firenze, ma coinvolge l'Italia settentrionale, che ospitò il poeta durante la maggior parte del

lavoro. Si profila dunque un connubio tra Nord e Centro, basilare per la crescita rapida della

fortuna accordata ai modelli letterari del volgare.

Il successo della Commedia fu determinante per il successo del toscano, che iniziò così

un'espansione destinata a completarsi nel giro di alcuni secoli. Il processo fu reso irreversibile

anche dal fatto che, nello stesso secolo, altri due autori produssero opere scritte in fiorentino:

 Il Canzoniere di Petrarca

 Il Decameron di Boccaccio

Questi formarono con la Commedia una triade giustamente celebrata, tanto che i tre autori sono

stati uniti nella designazione di "Tre Corone": senza di loro probabilmente la storia della

linguistica italiana sarebbe stata diversa.

Si può certamente ammettere che il fiorentino fosse una lingua dotata di particolari potenzialità

per ragioni intrinseche, oltre che per motivi di natura economico-sociale:

 La società di Firenze era vivacissima e opulenta e intrecciava rapporti mercantili con il

resto d'Italia

 Il fiorentino occupava una posizione mediana tra le parlate italiane, ciò la rendeva adatta

a penetrare sia al Nord che al Sud

 Era abbastanza simile al latino

Tuttavia questo successo non sarebbe stato altrettanto veloce e determinante senza la letteratura.

Varietà linguistica della Commedia

Bruno Migliorini ha definito Dante il "padre" del nostro idioma nazionale: questo giudizio è

riferito soprattutto al Dante della Commedia in quanto una lingua capace di produrre un simile

poema universale è di per sé matura, e dimostra la sua perfezione e duttilità.

Dante incrementò il patrimonio linguistico dell'italiano, restituendo ai suoi lettori la sensazione

di una lingua matura e completa, ricca di forme almeno quanto il latino innanzitutto grazie alla

lingua dei classici, per la grande presenza di latinismi di provenienza diversa (letteratura classica,

Sacre Scritture, filosofia tomistica, scienza medievale ecc..).

Una delle categorie utilizzate per definire la sua lingua poetica è plurilinguismo: la Commedia si

caratterizza infatti per la disponibilità ad accogliere elementi di provenienza disparata (non solo

latinismi ma anche termini forestieri e plebei).

Tale libertà nelle scelte lessicali deriva da una varietà di tono, in quanto le situazioni della

Commedia vanno dal profondo dell'inferno a Dio e dunque da un livello basso (con un linguaggio

violentemente realistico) ad un livello più alto (con un linguaggio sublime teologico).

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Benché nell'opera siano presenti latinismi e provenzalismi nel suo complesso si presenta come

fiorentina. Questa sostanziale fiorentinità non significa però appiattimento in una selezione

rigida di forme locali e provinciali: Dante infatti si sente libero di evitare i tratti morfologici del

fiorentino del suo tempo, quando ragioni di gusto personale lo richiedono.

Altra caratteristica della lingua di Dante nella Commedia è la polimorfia e, in particolare:

 l'alternanza di forme dittongate e non

 la presenza di i o e o a in protonia

 le forme dei verbi

Questo polimorfismo non rimase senza conseguenze, ma produsse a sua volta una tendenza al

polimorfismo nella lingua italiana.

Non si deve tuttavia dimenticare che è a volte problematico essere certi delle scelte di Dante, del

quale non ci resta nemmeno uno scritto autografo: la vera patina linguistica della Commedia non

si può dunque ricostruire se non per ipotesi.

Il linguaggio lirico di Petrarca

La caratteristica dominante del linguaggio poetico di Petrarca è la sua selettività, che esclude

molte parole usate da Dante nella Commedia, inadatte al genere lirico.

Sarà anche bene precisare subito che la parte dell'opera petrarchesca scritta in volgare è

estremamente ridotta rispetto a quella latina, e che il Canzoniere stesso rappresentava una sorta

di elegante divertimento dello scrittore, a cui dedicò senza dubbio molte cure, ma a cui non

avrebbe mai pensato di affidare quasi per intero la propria immortalità letteraria. Il titolo stesso

di questa raccolta è in latino (Rerum volgarium fragmenta) e in latino sono anche le postille

apposte dallo stesso Petrarca: ciò significa che il volgare non è qui la lingua "naturale", ma la

lingua di un raffinato gioco poetico; la sua lingua naturale è proprio il latino.

Sul piano della sintassi Petrarca fa largo uso di una dispositio che muta l'ordine regolare delle

parole (alla latina), sottraendo così la loro collocazione alla banalità del quotidiano. Inoltre

ricorrono chiasmi, antitesi, enjambements, anafore, allitterazioni e binomi di aggettivi.

Il codice Vaticano latino 3196 raccoglie e tramanda minute delle liriche di Petrarca; possediamo

anche la redazione definitiva del Canzoniere petrarchesco. Siamo dunque nelle condizioni di

verificare i problemi grafici e le soluzioni adottate dallo scrittore.

La prosa di Boccaccio

A differenza della poesia, la prosa trecentesca non era ancora stabilizzata in una tradizione salda;

il salto di qualità si ebbe con il Decameron di Boccaccio.

Nelle novelle di Boccaccio ricorrono varie situazioni narrative in contesti sociali, quadri geografici

e ambienti molto differenti: lo scrittore, nella sua ricerca di realismo non ha rinunciato a una

caratterizzazione anche linguistica che sapesse cogliere queste differenze.

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Il suo stile è principalmente caratterizzato da una complessa ipotassi, come si trova soprattutto

nella cornice delle novelle, e specialmente nelle parti più "nobili" ed elevate. Si tratta di uno stile

magniloquente, in cui le subordinate si accumulano in gran numero e la cui struttura è resa più

complessa dalle inversioni di sapore latineggiante e dalle posposizioni dei verbi in clausola.

Parte del suo fascino è inoltre affidata all'uso di elementi ritmici, dal cursus agli artifici ritmico-

musicali più ricercati.

Benché in essa entrino elementi vari, attinti anche dalle parlate di Toscana e non di Toscana,

magari al latino e al francese, sta di fatto che la prosa di Boccaccio, nelle sue forme normali, non

mimetiche, è fiorentina di livello medio-alto.

Nel caso di Boccaccio, come nel caso di Petrarca, possiamo verificare la grafia dell'autore,

avvalendoci di un prezioso autografo, il codice Hamilton 90 conservato a Berlino, interamente di

mano dello scrittore.

Boccaccio è anche autore di uno dei più antichi testi in volgare napoletano, uno dei primi esempi

di "letteratura dialettale riflessa". Si tratta di uno scritto in tono scherzoso, in cui l'autore si è

dedicato a una sorta di divertimento occasionale, rivolgendosi a un amico fiorentino. È noto che

il soggiorno napoletano fu molto importante per la formazione di Boccaccio e per la sua

conoscenza dell'ambiente mercantile: l'Epistola nasce proprio in questo ambiente e si presenta

in una lingua napoletana marcata in senso comico, ricostruita così come poteva farla un non

napoletano che volesse imitare a orecchio il parlato vivo del tempo.

A fianco dei grandi del Trecento furono in seguito collocati autori minori di un secolo considerato

"aureo", perché si riteneva che in esso si fosse realizzato un miracoloso connubio tra scrittori e

popolo. Si arrivò a volte ad attribuire un valore spropositato ad autori trecenteschi minori di cui

veniva esaltata la freschezza, limpidezza e semplicità di linguaggio.

Volgarizzamenti e scritture pratiche

Volgarizzamenti -> questo tipo di libera traduzione continuò anche nel Trecento, in forme che si

avvicinano in certi casi a veri e propri rifacimenti del testo originale. Es:

 è un volgarizzamento da una precedente redazione dello stesso autore la bella Cronica

attribuita per lungo tempo all'Anonimo romano, contenente la Vita di Cola di Rienzo

(1360 circa), un testo che per la sua forza narrativa può essere collocato tra i capolavori

del secolo. La lingua in questo caso non è il toscano ma l'antico romanesco, che si

presentava in forme meridionali prima della toscanizzazione cinquecentesca della parlata

di Roma. La redazione romanesca nasce da un intento divulgativo.

La prosa, molto più della poesia, manteneva in certi casi l'impronta della zona geografica,

resistendo all'omologazione toscana. Nel corso del secolo, tuttavia, si andava compiendo un

complesso passaggio verso la lingua.

Nel Trecento, nella prosa non letteraria questo avvicinamento è appena percettibile, e spesso

predomina il carattere ancora locale, in misura maggiore nelle aree periferiche.

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LE TRE CORONE FONDAMENTO DELLA "LINEA

TOSCANA"

L'edizione critica e il problema dell'edizione della Commedia di Dante

Le "Tre corone" furono determinanti per il successo della lingua toscana in Italia.

Primo cronologicamente è Dante. A noi però non è mai giunto il manoscritto originale della

Commedia, e nemmeno un suo autografo. Anche per questo le diverse edizioni dell'opera

presentano vistose diversità nella forma linguistica.

Ad oggi l'edizione più utilizzata è quella di Petrocchi (1994): non si tratta di un'edizione critica in

quanto non risponde al metodo Lachman.

Infatti, della Commedia di Dante, a noi sono arrivati più di 600 manoscritti: a parte i casi di vero

e proprio errore dovuto a fraintendimento e a parte gli errori dovuti a distrazione, ogni copista

tende a scrivere il testo secondo le proprie abitudini linguistiche. Proprio a causa dell'elevato

numero di testimoni un'edizione critica è risultata fino ad ora infattibile e, per questo motivo,

Petrocchi, ha condotto la propria edizione selezionando i codici più antichi, quelli che

trasmettevano il testo secondo "l'antica vulgata" (stemma dei codici a cui è giunto a pagina 151).

Petrocchi ha inoltre puntato sul ramo toscano dello stemma. Nonostante ciò prendendo in

considerazione la sua edizione (esempio a pagina 153) possiamo osservare forme che non sono

sicuramente toscane, ma si palesano come settentrionalismi presenti in alcuni dei codici. Es:

 V. 1: variante meggio al posto di mezzo -> forma usata solo da autori settentrionali

 V. 7: variante poucho al posto di poco -> forma settentrionale (dittongo improprio

introdotto per ipercorrettismo)

Non si dimentichi che la Commedia si è diffusa a partire dall'Italia settentrionale, dove l'autore

era in esilio: proprio per questo molti lettori antichi hanno letto, conosciuto e studiato la

Commedia in veste leggermente settentrionalizzata (nonostante queste forme non possano certo

essere attribuite a Dante, il quale scriveva in toscano).

Il Canzoniere di Petrarca e la filologia d'autore

Con il Canzoniere di Petrarca trova stabile codificazione la forma poetica che sarà per secoli tipica

della lirica italiana.

Nella linea maestra della poesia italiana Petrarca rappresenta un momento fondamentale: sua è

la conquista di una raffinata eleganza e di un'eccezionale musicalità. Al modello di Petrarca

guarderanno per secoli tutti i poeti italiani.

A differenza della Commedia, nel caso di Petrarca abbiamo non solo la "bella copia" che esprime

la volontà finale del poeta, ma anche i manoscritti degli abbozzi, attraverso i quali, esaminando

le correzioni di pugno dello scrittore, possiamo almeno in parte ricostruire il processo creativo

che ha portato alla realizzazione dell'opera: possiamo quindi fare esercizio di quella che si chiama

filologia d'autore, possibile solo in presenza dei manoscritti autografi.

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Consideriamo il sonetto 30 del codice Vaticano latino 3196, il cosiddetto "codice degli abbozzi",

di pugno di Petrarca. Il componimento entrò, in forma definitiva, come n. 146 del Canzoniere e

dunque, il testo che leggiamo (pagina 156 - trascrizione di Pacca e Paolino) è corredato di

apparato di varianti che dà conto anche delle postille marginali apposte da Petrarca. Quest'ultime

sono tutte in latino il che significa che questa era ancora la più comoda lingua di servizio, mentre

il volgare viene adoperato solo per i versi.

Come sempre nella poesia di Petrarca, l'eleganza dello stile si accompagna a una sapiente

strutturazione retorica e a una perfetta musicalità.

Il Decameron di Boccaccio

Il Decameron è ricco di una grande varietà di registri: contiene dialoghi, battute tipiche del

parlato, conversazioni quotidiane, accanto a momenti in cui lo stile è elevato e nobile, sia esso

simulazione di discorsi, o adoperato a scopo descrittivo, come nella cornice. Le pagine

boccacciane di registro alto furono considerate per secoli il modello per eccellenza della prosa

italiana.

Nel brevissimo passo dall'Introduzione alla Giornata I riportato a pagina 159 (edizione Branca)

troviamo appunto i caratteri di una lingua elevata, la quale Brembo propose come modello di

scrittura standard alla cultura volgare del Rinascimento. Il passo contiene anche un esempio di

discorso diretto in cui ricorrono evidenti toscanismi.

Osservazioni sulle caratteristiche della lingua di Boccaccio, così come si presenta in questo brano:

 Rigo 1 In tralle "tra le" c'è univerbazione e raddoppiamento fonosintattico

- E ecco con cui nel primo periodo viene introdotta una nuova frase, dopo la

- temporale di apertura

 Rigo 17

Dichi è una forma Toscana popolare per "dica"

-

 Rigo 23

Meniamo è toscano per "condurre"

-

 La sintassi è tipica di Boccaccio, caratterizzata da lo giro ampio del periodo, con

subordinate gerundi, avversative e con il verbo posposto alla maniera latina

Il De vulgari eloquentia di Dante: un esempio di latino del Medioevo

Il De vulgari eloquentia è un vero monumento della cultura linguistica di Dante e della sua

genialità di saggista.

L'opera è in latino: al tempo di Dante assolveva ancora pienamente la funzione di lingua egemone

della cultura e del sapere, mentre il volgare era decisamente inferiore per peso e per funzioni.

Durante il Medioevo, il latino scritto aveva subito modificazioni, molte delle quali si ritrovano

anche in Dante:

 Al livello grafico, ad esempio, il dittongo ae era reso con e

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 Il lessico del trattato ha diversi termini di aspetto latino, in realtà volgarismi tradizionali,

come Tuscani invece del classico Tusci

 Ricorre il cursus, elemento ritmico tipico della prosa medievale

 Si nota anche l'inserimento di citazioni in volgare e, in particolare dai poeti siciliani, che

Dante ammira

entrambe le citazioni che qui leggiamo dai poeti siciliani rimandano a celebri

- componimenti di Guido delle Colonne e rappresentano il modello linguistico che

Dante riteneva migliore. Lo scrittore ignorava però che la forma di quei versi era

frutto della toscanizzazione operata dai copisti

La Cronica dell'Anonimo romano: un capolavoro non toscano

Lo storico della lingua non deve concentrare la propria attenzione esclusivamente sul volgare

della Toscana, che nel Trecento getta le basi per diventare la lingua letteraria d'Italia. Il toscano

acquistò un ruolo egemone nel XIV secolo, ma non sempre gli esperimenti fatti altrove, con

idiomi diversi, furono insignificanti o qualitativamente modesti.

La Cronica in antico romanesco può essere collocata tra le più interessanti riscoperte

extratoscane compiute dalla filologia e dalla critica.

Un tempo la si riteneva di un autore anonimo ma il filologo Billanovich ha cercato di dimostrare

che ne fu autore il nobile laziale Bartolomeo di Iacovo da Valmontone. Questa Cronica

documenta splendidamente il volgare di Roma nel Medioevo, nella fase anteriore alla sua

toscanizzazione, avvenuta nel Cinquecento.

La cronaca non è solo un documento: ha infatti un alto valore letterario, risulta vero capolavoro

artistica di imprevedibile forza espressiva, raggiunta da una lingua quasi vergine se confrontata

con gli esiti acclamati della letteratura nella tradizionale linea dominante toscana.

Qui possiamo quindi ascoltare un volgare non troppo distante dal parlato, con alle spalle ben

poca tradizione letteraria.

La Cronica (1357-1358 circa) racconta avvenimenti recenti, avvenuti tra il 1325 e il 1357. Il

passo riportato a pagina 165 presenta il personaggio di Cola di Rienzo del quale l'opera narra la

vita e la morte.

Alcune caratteristiche linguistiche osservabili che aiutano a individuare i caratteri meridionali di

questo antico volgare sono:

 Rienzi è forma caratterizzata dal dittongamento metafonetico dei dialetti del Sud

 il possessivo soa (sua) non ha la chiusura in iato propria del toscano

 i casi di sonorizzazione di consonante sono più rari rispetto al toscano: si ha infatti patre

e matre

 forme in -aro come tavernaro sono tipiche extratoscane, mentre in Toscana prevalgono

le forme in -aio

 assimilazioni nd>nn

 palatizzazione di L preconsonantica (es. aitri per altri)

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IL QUATTROCENTO

L'umanesimo latino

Petrarca, iniziatore dell'Umanesimo, nello scrivere latino si ispirava a Cicerone, Livio, Seneca,

Virgilio, Orazio, misurando consapevolmente la differenza tra quei modelli e il latino medievale

corrente ai suoi tempi. Egli avviò dunque un processo che fu determinante per gli sviluppi della

lingua: il confronto con il latino degli autori "canonici", infatti, orientò verso l'imitazione dei

grandi modelli letterari. In seguito quest'idea fu trasferita dal terreno degli studi classici a quello

dell'italiano.

Di fatto, però, la svolta umanistica che incominciò con Petrarca ebbe come conseguenza una crisi

del volgare, la quale non arrestò certo l'uso del volgare stesso, là dove era divenuto comune, ma

semplicemente lo screditò agi occhi della maggior parte dei dotti, mentre nell'uso pratico esso

continuava a farsi strada.

Ci volle tempo perché si affermasse il principio della parità potenziale delle lingue antiche e di

quelle moderne. Tale disponibilità si manifestò solo nella seconda metà del secolo, e in particolare

a Firenze, nell'ambiente della corte di Lorenzo.

Nonostante ciò, ancora nella metà del XV secolo, il latino era preferito in quanto lingua più nobile,

l'unica capace di garantire l'immortalità letteraria. L'uso del volgare, secondo l'opinione della

maggior parte dei dotti, risultava accettabile solo nelle scritture pratiche e d'affari, mai nella

scrittura d'arte.

Le discussioni degli umanisti sulla nascita del volgare

Gli umanisti della prima metà del Quattrocento, appassionati dalle vicende del mondo classico,

si interrogarono sulle cause che avevano portato al crollo di una civiltà così splendida quale quella

degli antichi romani. In particolare, mostrarono interesse per la situazione linguistica al tempo

di Roma antica: tali ricerche toccarono inevitabilmente anche il problema dell'origine

dell'italiano.

Due erano le ipotesi:

1. Secondo Biondo Flavio, al tempo di Roma si parlava solo il latino e questa lingua si era

corrotta a causa della venuta dei popoli barbari: da questa corruzione era nato l'italiano,

che dunque era frutto di una mistura tra latinità e barbarie.

2. Secondo Leonardo Bruni, invece, al tempo di Roma antica si parlava un latino omogeneo,

ma con due diversi livelli di lingua:

uno "alto", letterario

- uno "basso", popolare -> da questo si sarebbe poi sviluppato l'italiano

-

La tesi più accreditata nel Rinascimento fu quella di Biondo che fu ripresa da molti e, in

particolare, da uno studioso autorevole come Pietro Bembo.

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Una nova fiducia nel volgare: Leon Battista Alberti e la prima

grammatica

Lo sviluppo del volgare quale lingua di cultura fu in qualche modo rallentato dalla preferenza, in

genere esclusiva, accordata dagli umanisti alla lingua dei classici. Un cambiamento di rotta si

ebbe quando Leon Battista Alberti, manifestò piena fiducia nell'italiano, ritenuto ormai lingua

matura per affrontare argomenti seri e importanti, per essere quindi usato non solo in poesia,

ma anche nella prosa scientifica e nei trattati.

L'Alberti elaborò un vero programma di promozione della nuova lingua, iniziando il movimento

dell'Umanesimo volgare. Era convinto che bisognasse imitare i latini prima di tutto nel fatto che

avevano scritto in una lingua universalmente compresa, di uso generale.

Come il latino classico, anche il volgare aveva il merito di essere lingua di tutti, ma occorreva

mirare a una sua promozione verso l'alto, da affidare ai "dotti".

Sempre a lui è da attribuire la realizzazione della prima grammatica della lingua italiana, che è la

prima grammatica di una lingua volgare moderna, scritta intorno al 1440.

Una breve premessa anteposta al testo chiarisce il collegamento con le dispute umanistiche:

l'autore vuole dimostrare che anche il volgare ha una sua struttura grammaticale ordinata, come

ce l'ha il latino.

La caratteristica principale della grammatica di Alberti è l'attenzione prestata all'uso toscano del

suo tempo: la norma della Grammatichetta sta dunque nell'"uso", non negli autori antichi.

I suoi sforzi per la promozione del volgare culminarono con l'organizzazione del Certame

coronario, una gara poetica in cui i concorrenti dovevano presentare componimenti poetici in

lingua volgare, sul tema dell'amicizia. La giuria, composta da umanisti, non assegnò nessun

premio, dimostrando la sua chiusura nei confronti della lingua italiana.

L'umanesimo volgare

Nella Firenze di Lorenzo il Magnifico si ebbe una forte promozione della lingua toscana,

anticipata da Leon Battista Alberti e sostenuta anche dalla politica della corte dei Medici.

Protagonisti di questa svolta in favore del toscano furono:

 lo stesso Lorenzo de' Medici

nel 1477 inviò a Federico (figlio del re di Pisa) una raccolta di poesie, nota

- comunemente come Silloge o Raccolta aragonese che conteneva la tradizione

volgare dai predanteschi e dallo Stilnovo fino alla poesia contemporanea

fiorentina. L'antologia di versi era accompagnata da un'epistola contenente l'elogio

della lingua e della letteratura toscana, in primo luogo di Dante e Petrarca.

 l'umanista Cristoforo Landino (maestro di Lorenzo): negò la naturale inferiorità del

volgare rispetto al latino e invitò i concittadini di Firenze a darsi da fare perché la città

ottenesse il "principato" della lingua. Tra le sue iniziative:

il suo commento a Dante

- 28

la traduzione in volgare della Naturalis historia di Plinio (1476), un testo

- particolarmente difficile per la gran quantità di tecnicismi legati al contenuto

scientifico-enciclopedico dell'opera. Con il volgarizzamento di questo testo

scientifico dimostrava che la lingua toscana era ormai matura per trattare ogni

argomento, per far circolare il sapere dentro e fuori dalla Toscana

 il segretario privato di Lorenzo, Angelo Poliziano

Lo sviluppo della lingua si legava dunque a una concezione patriottica, intendendo la lingua

toscana come patrimonio e potenzialità dello Stato mediceo, collocato alla pari delle molte risorse

di arte e cultura di questa regione.

Con Lorenzo il Magnifico e con la sua esaltazione del fiorentino, che egli stesso e Landino

riconoscevano "comune" a tutta Italia, per la prima volta la promozione del volgare e la

rivendicazione delle sue possibilità si collegavano a un preciso intervento culturale e letterario,

non disgiunto da un disegno politico in senso lato, visto che erano proprio i toscani a rivendicare

il valore della loro tradizione e della loro lingua.

Realizzazioni poetiche di Lorenzo e del suo entourage:

Il volgare viene assunto in questo caso a soggetto di un esercizio letterario colto, in un ambiente

d'élite, da parte di autori che sono in grado di gustare appieno le bellezze della letteratura classica,

ma che tuttavia mostrano una speciale disponibilità per l'adozione di modi e forme della lingua

popolare.

L'attenzione per la prosa scientifica, per la trattatistica, per il linguaggio della lirica "seria", non ci

deve far dimenticare lo spazio occupato dallo stile comico.

Nell'ambiente mediceo assistiamo poi alla prima trasposizione su di un piano colto di un genere

popolare: il cantare cavalleresco, una forma poetica in ottave che veniva portata sulle piazze da

cantastorie professionisti, per l'intrattenimento di un pubblico medio-basso. C'è quindi una

tendenza generale al recupero colto di forme popolari.

La lingua di coinè e le cancellerie

Nel Quattrocento le scriptae , nei secoli precedenti molto differenziati nei diversi spazi sociali e

1

geografici, tendono al "conguaglio", cioè all'eliminazione dei tratti più vistosamente locali, tanto

che non è sempre facile circoscriverle geograficamente in un territorio preciso, dialettale, ma si

ascrivono più facilmente in maniera generica a un'area più vasta. Le scriptae evolvono così verso

forme di coinè, termine tecnico con cui si indica una lingua comune superdialettale.

La coinè quattrocentesca consiste appunto in una lingua scritta che mira all'eliminazione dei

tratti locali, accogliendo largamente latinismi e appoggiandosi, per quanto possibile, al toscano.

L'insieme delle peculiarità grafiche della lingua scritta prima dell'affermarsi di una rigida

1

codificazione, spesso lontana dalla lingua parlata e diversa nei vari luoghi di produzione, luoghi

che del resto hanno specifiche caratteristiche linguistiche legate alla diatopia.

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La diffusione di una tale lingua non si può spiegare a prescindere dall'azione esercitata dalle corti

signorili. Nella cultura e negli uffici amministrativi della corte, cioè nelle cancellerie, aumentano

le manifestazioni scritte del volgare, per diverse situazioni d'uso: ciò diede luogo a fenomeni

complessi di coesistenza delle due lingue, italiano e latino.

L'uso delle cancellerie, per forza di cose, era influenzato dai gusti linguistici e letterari della corte

signorile, di cui cancellieri e segretari erano parte. I cortigiani, inoltre, non erano necessariamente

legati in maniera definitiva a un medesimo luogo, ma spesso di muovevano al servizio di questo

o quel principe. Questa mobilità favoriva l'incontro e lo scambio con interlocutori di altre regioni,

promuovendo il livellamento della lingua di coinè, che abbandonava sempre più i tratti

municipali.

L'azione dei modelli toscani si esercitò dunque anche al di là dell'ambito della vera e propria

scrittura d'arte: infatti molti scriventi che utilizzavano le coinè erano lettori attenti degli autori

toscani, e potevano quindi più o meno consciamente trasportare nelle scritture di uso pratico

forme incontrate nei testi di letteratura. Lo scarto tra scrittura pratica e scrittura letteraria

rimaneva tuttavia ben marcato.

In questi anni il latinismo risulta dunque una soluzione linguistica assolutamente naturale, senza

nullo di artificioso o esibito: non segna una marcatura stilistica ma piuttosto riempie una lacuna

lessicale lasciata dall'artificiale conoscenza toscana dello scrivente, che d'altra parte non vuole

colmare ricorrendo al dialettalismo.

L'influenza della scrittura religiosa

La letteratura religiosa contribuì alla circolazione di modelli linguistici toscani o centrali tra il

popolo anche in regioni diverse dalla Toscana e lontane dall'Italia mediana.

 Nel Quattrocento troviamo raccolte di laude in uso presso molte comunità dell'Italia

settentrionale

 Le sacre rappresentazioni erano messe in scena per un pubblico popolare, e quindi erano

un'altra occasione in cui gli incolti dialettofoni potevano incontrare una lingua più "nobile"

e toscanizzata

 Anche la predicazione si rivolgeva al popolo, e quindi aveva bisogno del volgare: il fatto

stesso che i predicatori si muovessero dà luogo a luogo e facessero esperienza di un

pubblico sempre diverso, li spingeva a raggiungere il possesso di un volgare che fosse in

grado di comunicare al di là dei confini di una singola regione

La rivoluzione della stampa

È noto che l'invenzione della stampa a caratteri mobili fu una vera rivoluzione, tale da incidere

profondamente sulla cultura europea. La circolazione dei testi scritti comporta conseguenze

anche sul piano linguistico: l'innovazione della stampa influenzò dunque direttamente

l'evoluzione della lingua in quanto questa produsse una regolarizzazione sempre maggiore della

scrittura anche perché l'editoria del Rinascimento italiano favorì nel Cinquecento la diffusione

della norma bembiana, e allo stesso tempo se ne avvantaggiò, realizzando una maggiore

omogeneità linguistica dei testi, sottraendoli alle oscillazioni tipiche della coinè quattrocentesca.

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La stampa è invenzione di Gutemberg: la Bibbia (il primo libro composto a caratteri mobili) uscì

in Germania prima del 1456.

In breve tempo la tipografia si diffuse anche in altre nazioni, e con ottimi risultati in Italia, dove

molte testimonianze di intellettuali del Quattrocento dimostrarono che il ceto colto ebbe piena

coscienza dell'importanza della nuova tecnica. I primi tipografi attivi in Italia furono tedeschi ma

l'arte tipografica fu appresa anche da artigiani italiani e si concentrò particolarmente a Venezia

dove furono prodotti oltre metà degli incunaboli italiani.

2

Si noti però che questi primi libri a stampa del XV secolo non hanno nulla di primitivo o di rozzo,

e anzi si presentano in genere stampati con una eccezionale qualità: si può quindi dire che la

tipografia nacque matura, prendendo a modello il libro manoscritto e imitandolo nella forma. In

seguito la tipografia si distaccò dal modello del manoscritto e introdusse elementi che prima non

esistevano (Es: il frontespizio, contenente il titolo, il nome dell'autore, la marca tipografica

dell'editore, l'indicazione della città e l'anno della stampa).

Nel primo secolo della stampa il latino ebbe di gran lunga il primo posto; i libri in volgare furono

invece una minoranza per tutto il Quattrocento.

Il primo libro volgare in italiano oggi conosciuto non è un grande classico ma, ma un testo

popolare devoto che sembrerebbe risalire al 1462. La data è però incerta e discussa: se fosse

sicura, questo libretto non sarebbe solo la prima opera in stampa in un italiano con vistosi

dialettsimi settentrionali, ma anche, in assoluto, il primo libro stampato in Italia.

Tra il 1470 e il 1472 uscirono comunque le prime edizioni a stampa degli autori massimi della

letteratura volgare: il Canzoniere di Petrarca, il Decameron di Boccaccio e la Commedia di Dante.

La prima edizione a stampa di un testo viene chiamata principes (edizione principe)

- Macaronico e polifilesco: miscele a base di latino

La cultura umanistica produsse alcuni tipi di scrittura letteraria in cui latino e volgare entrarono

in simbiosi, a volte a scopo comico, più raramente con intento serio.

In questi esperimenti letterari, però, la contaminazione è volontaria e studiata, non casuale: non

nasce da ignoranza del volgare o dalla difficoltà di trovare espressioni o parole toscane; è anzi

controllata in maniera sapiente da autori che certo saprebbero e potrebbero scrivere

diversamente.

Le principali forme di contaminazione colta tra volgare e latino sono due; tuttavia la loro

esistenza tocca solo in maniera marginale lo sviluppo della lingua italiana, in quanto si tratta più

che altro di esperimenti propri al periodo umanistico.

 Con il termine macaronico si designa un linguaggio comico nato come divertimento

nell'ambiente universitario padovano, alla fine del Quattrocento. Tale linguaggio è

caratterizzato dalla latinizzazione parodica di parole del volgare, oppure della

libro quattrocentesco appartenente all'arte tipografica appena nata

2 31

deformazione dialettale di parole latine, con forte tensione espressionistica tra le due

componenti poste a coesistere:

quella dialettale, bassa e plebea, usata soprattutto per il materiale lessicale

- quella latina, aulica, fornisce soprattutto la struttura grammaticale e metrica

-

 Il Plifilesco non ha invece alcun intento comico. Uno dei testi che più rappresentano

questa sperimentazione è il Hypnerotomachia Poliphili (Guerra d'amore in sogno

dell'amatore di Polia), romanzo anonimo pubblicato nel 1449: si tratta di un'opera scritta

in un volgare che sopporta l'estrema dose di latinizzazione possibile, al limite dello

snaturamento. Il volgare che viene combinato con il latino non è il dialetto locale, ma il

toscano letterario, boccaccesco, con patina settentrionale illustre: si parte dunque da un

volgare già nobile e si cerca di avvicinarlo il più possibile al latino.

Fortuna del toscano letterario

Il volgare toscano acquistò di fatto un prestigio crescente fin dalla seconda metà del Trecento, a

partire dalla diffusione fuori di Toscana dei capolavori di Dante, Petrarca e Boccaccio.

 Italia settentrionale:

A parte una regione eccentrica e francesizzata come il Piemonte, gli inventari

- quattrocenteschi delle biblioteche di famiglie signorili della Pianura padana

mostrano una buona penetrazione delle Tre Corone.

A Milano l'apertura verso la letteratura toscana era stata sensibile, legata a una

- precisa scelta. Filippo Maria Visconti era grande lettore e cultore della letteratura

e lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio. Nella seconda metà del secolo, anche nella

cerchia di Ludovico il Moro era vivo il culto per gli antichi scrittori toscani, presi a

modello dai rimatori di corte.

La letteratura e la lingua volgare trovavano spazio anche nelle corti minori

- dell'Italia padana. A Ferrara, ad esempio, presso gli Estensi, operava Matteo Maria

Boiardo che scelse l'imitazione petrarchesca negli Amorum libri, dove la

toscanizzazione è più forte rispetto all'"emiliano illustre" dell'Orlando innamorato

 Italia meridionale:

Durante il periodo in cui si instaurò a Napoli la corte della dinastia aragonese

- (1442-1502), fiorì una poesia cortigiana che, prendendo a modello Petrarca, iniziò

gradualmente ad avvicinarsi alla lingua letteraria toscana.

In generale, la generazione di poeti meridionali della seconda metà del

- Quattrocento, che ha come rappresentanti Cariteo e Sannazaro, si distacca

maggiormente dai tratti linguistici locali.

32

DOCUMENTI DI CULTURA UMANISTICA

Grammatica, scrittura di corte, miscele tra volgare e latino

La Grammatichetta vaticana di Leon Battista Alberti

La Grammatichetta vaticana è la prima grammatica della lingua italiana, composta tra il 1434 e

il 1438, trasmessaci anonima da un codice conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana di

Roma. Il nome con cui è nota è dovuto alle piccole dimensioni dell'opera ("grammatichetta"),

sedici carte in tutto, e al luogo di conservazione dell'unica copia superstite, la Biblioteca Vaticana,

appunto. Quando il testo, nell'Ottocento, attirò l'attenzione degli studiosi, si discusse molto della

sua paternità ma oggi l'autore è riconosciuto in Leon Battista Alberti.

Prendendo spunto dalle dispute umanistiche sulla nascita e sulla dignità del volgare, l'Alberti

voleva dimostrare che anche la lingua italiana, come quella latina, era governata da regole.

Il volgare descritto è il fiorentino dell'uso vivo: questa scelta differenzia la Grammatichetta dalle

prime grammatiche italiane a stampa (pubblicate all'inizio del Cinquecento), fondate invece sul

linguaggio letterario, in particolare sul fiorentino trecentesco delle Tre Corone.

Leggendo il testo a pagina 184 possiamo notare che:

 numerose sono le grafie latineggianti:

nessi -ct-, -pt-, -ti-

- h etimologiche (es. hoggi)

- conservazione di u in parole come populi o masculino

-

 l'influenza del latino è anche evidente nell'omissione dell'articolo nei complementi

preposizionali (es. in quale, in lingua toscana ecc.) e, talvolta, anche davanti al soggetto

 sono presenti tratti propri del fiorentino del Quattrocento:

gli articoli prescritti dalla grammatica sono el / e o lo / gli per il maschile singolare

- / plurale, la / le per il femminile; si noti che el / e sono propri del fiorentino quattro-

cinquecentesco

la desinenza -orno del passato remoto

- la forma suo per "loro"

- la desinenza in -o per la prima persona singolare dell'imperfetto

- la forma habbi per la seconda persona del congiuntivo

-

La grammatica italiana, di cui abbiamo nella Grammatichetta vaticana la prima testimonianza,

è nata dal confronto con la tradizione latina.

Una lettera di Fernando d'Aragona, re di Napoli, al figlio

Documento della lingua epistolare di tipo cortigiano e cancelleresco è la lettera del 1463 in cui

Ferdinando d'Aragona re di Napoli raccomanda a uno dei suoi figli di proseguire gli studi e di far

avere al più presto al celebre letterato Antonio da Bologna detto il Panormita il compenso per il

suo lavoro di precettore. La lettera è scritta durante un momento difficile del Regno, ma tuttavia

33

il re trova il tempo di occuparsi della formazione culturale del figlio: ciò dà un'idea della cultura

in una corte del Quattrocento sensibile ai fermenti dell'Umanesimo.

Il latino influenza le scritture pubbliche e private, non solo per l'uso di latinismi, ma per veri e

propri inserimenti della lingua antica nel testo volgare; nella lettera (vedi pagina 187) infatti:

 in latino sono apertura e chiusura

 l'influsso del latino è visibile anche a livello grafico, dove si rileva la conservazione delle h

etimologiche, dei nessi e della consonante x

I tratti linguistici propriamente meridionali sono invece pochissimi, in una lettera che, stante il

livello sociale alto del mittente e del destinatario, adotta piuttosto forme latine e curialesche non

assenti anche nell'uso di altre corti italiane.

Miscela letteraria di volgare e latino: un esempio di polifilesco

Il polifilesco è un esperimento erudito di lingua artificiale creata a scopo artistico sovrapponendo

e fondendo volgare letterario e latino, miscela con cui si cercava di ottenere uno stile elevato, una

lingua nobile e preziosa, quasi una lingua dell'iniziazione, visto il contenuto allegorico del testo

dell'Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna (vedi pagina 189).

Nella prosa polifilesca il latinismo lessicale ricorre in maniera vistosa. Fittissimi sono anche i

latinismi grafici, che del resto sappiamo essere comuni ai testi volgari dello stesso secolo e alla

prosa cancelleresca.

Si osservi però che il latineggiare di Colonna riguarda essenzialmente il lessico; la sintassi non

segue l'ipotassi ciceroniana e non si trovano inversioni complesse tipiche del periodare latino

classico. L'Arcadia di Sannazaro

L'Arcadia è un romanzo pastorale misto di prose e versi. Dopo una prima stesura dell'opera,

risalente agli anni 1484-86, Sannazaro sottopose il suo testo a un processo di revisione

linguistica, adottando il modello toscano-petrarchesco per la poesia e toscano-boccacciano per

la prosa, e finalmente lo stampò nel 1504. Importa rilevare che l'autore, intellettuale napoletano

della corte aragonese, prese come modello la lingua di Petrarca e di Boccaccio, prima che Bembo

teorizzasse la necessità di adottare il fiorentino delle Tre Corone. La correzione in vista della

stampa costituisce dunque un processo esemplare di riduzione delle componenti linguistiche

eccentriche da parte di un autore periferico.

Dalla lettura dei suoi versi (pagina 191) si osserva come il tema dell'amore sia ispirato a modelli

antichi e a forme petrarchesche: il pastore Galicio sta celebrando con il canto il giorno in cui

nacque l'amata Amaranta. In generale, i versi dell'Arcadia contengono una fitta rete di richiami

ai classici. 34

IL CINQUECENTO

Una gara tra latino e italiano

Nel Cinquecento il volgare raggiunse piena maturità, ottenendo nel contempo il riconoscimento

pressoché unanime dei dotti, che gli era mancato durante l'Umanesimo. In questo secolo

assistiamo dunque a un vero e proprio trionfo della letteratura in volgare, con il fiorire di autori

tra i massimi della nostra tradizione, come Ariosto, Tasso, Aretino, Machiavelli, Guicciardini. Il

volgare scritto raggiunse anche un pubblico più ampio di lettori, conquistando nuovi spazi in

tutti i settori del sapere, iniziando così un'irreversibile processo di erosione del monopolio latino.

Comunque, nel Rinascimento, nonostante i progressi del volgare, il latino non risultava affatto

in una posizione marginale e resisteva saldamente al livello più alto della cultura; si avvertiva

però un clima nuovo. La crisi umanistica del volgare era ormai superata e gli intellettuali avevano

in genere una fiducia crescente nella nuova lingua, che era accresciuta grazie al processo di

regolamentazione grammaticale avvenuta in questo secolo grazie alla stampa delle prime

grammatiche dell'italiano e dei primi lessici (antenati del moderno vocabolario).

Questi ebbero molto successo: la maggior parte dei lettori, infatti, più che essere interessata alle

discussioni teoriche, cercava soprattutto la risoluzione a problemi pratici, al fine di scrivere il più

correttamente possibile. Come conseguenza, verso la metà del secolo, si assiste al definitivo

tramonto della scrittura di coinè, caratterizzata da vistose contaminazioni fra parlata locale,

latino e toscano. Questa lingua rozza fu spazzata via soprattutto grazie alla diffusione di una

norma largamente accettata, quella sostenuta da Pietro Bembo.

Attraverso questa regolamentazione normativa, che produsse una normalizzazione

grammaticale, l'italiano raggiunse lo status di lingua di cultura di altissima dignità.

Il latino mantenne comunque una posizione rilevante, in molti settori ancora egemonica, ad

esempio nel caso della pubblica amministrazione e della giustizia.

Nella pratica di tutti i giorni, nelle verbalizzazioni delle inchieste, nei processi, il volgare poco a

poco trova però spazio, più o meno ufficialmente. In certi casi, infatti, i documenti ci mostrano la

mescolanza dei due codici, quello latino e quello italiano.

Per avere un'idea del rapporto tra italiano e latino è utile anche considerare il reciproco peso nella

produzione di libri. Quasi esclusivamente in latino si presentavano la filosofia, la medicina e la

matematica. Il volgare veniva utilizzato nella scienza quando si trattava di stampare opere di

divulgazione, tanto che aveva uno spazio rilevante nei testi di "arti applicate". Quanto al settore

umanistico-letterario vero e proprio, il volgare trionfava nella letteratura e si affermava

vistosamente nella storiografia, grazie a Machiavelli e Guicciardini, i quali inaugurarono una

solida tradizione. Pietro Bembo e la "questione della lingua"

Forse in nessun altro secolo il dibattito teorico sulla lingua ebbe tanta importanza come nel

Cinquecento, anche perché l'esito di queste discussioni fu la stabilizzazione normativa e

grammaticale dell'italiano. 35

La questione sulla lingua non va intesa come un'oziosa diatriba di letterati, ma come la fase in

cui le diatribe estetico-letterarie si collegarono a un progetto concreto di sviluppo delle lettere e

della sua esecuzione da parte dell'industria editoriale.

Al centro di questo dibattito possiamo collocare le Prose della volgar lingua (1525); queste sono

divise in tre libri, il terzo dei quali contiene una vera e propria grammatica dell'italiano. Non si

tratta di una grammatica schematica e metodica, ma una serie di norme e regole esposte nella

finzione del dialogo, dalle quali tuttavia emerge il chiaro profilo dell'italiano teorizzato da Bembo

sulla base dell'uso degli scrittori che egli ammirava.

Il dialogo che costituisce le Prose è idealmente collocato nel 1502; vi prendono parte quattro

personaggi, ognuno dei quali è portavoce di una tesi diversa:

1. Giuliano de' Medici (terzo figlio di Lorenzo il Magnifico) rappresenta la continuità con il

pensiero dell'umanesimo volgare

2. Federico Fregoso espone molte delle tesi storiche presenti nella trattazione

3. Ercole Strozzi (umanista e poeta in latino) espone le tesi degli avversari del volgare

4. Carlo Bembo, fratello dell'autore, è portavoce delle idee di Pietro

Nelle Prose viene svolta prima di tutto un'ampia analisi storico-linguistica secondo la quale il

volgare sarebbe nato dalla contaminazione del latino ad opera degli invasori barbari e il riscatto

del volgare, contaminato per le sue barbare origini, sarebbe stato possibile solo grazie agli

scrittori e alla letteratura. Quando Bembo parla di volgare, intende senz'altro il toscano, ma non

il toscano vivente, bensì il toscano letterario trecentesco dei grandi autori, di Petrarca, di

Boccaccio, in parte di quello di Dante.

Il punto di vista delle Prose è umanistico, fondato sul primato della letteratura, tanto è vero che

il vantaggio dei toscani nella conversazione è visto addirittura come un elemento di rischio:

proprio la comunanza del fiorentino moderno con la lingua letteraria del Trecento risulta

dannosa, in quanto i letterati fiorentini rischiano di essere disponibili più di altri ad accogliere

parole popolari capaci di macchiare la dignità della scrittura. La lingua non si acquisisce dunque

dal popolo, secondo Bembo, ma dalla frequentazione di modelli scritti, i grandi trecentisti,

appunto.

Requisito necessario per la nobilitazione del volgare era quindi un totale rifiuto della popolarità.

Ecco perché Bembo non accettava integralmente il modello della Commedia di Dante, di cui non

apprezzava le discese verso lo stile basso e realistico. Da questo punto di vista il modello del

Canzoniere di Petrarca non presentava difetti, per la sua forte selezione linguistico-lessicale.

Qualche problema, invece, poteva sorgere per quelle parti del Decameron in cui emergeva più

vivace il parlato. Bembo si preoccupava infatti di precisare che il modello linguistico a cui si

doveva far riferimento non stava nei dialoghi delle novelle, ma nello stile vero e proprio dello

scrittore.

La soluzione di Bembo fu quella vincente, perché formalizzava in maniera rigorosa e

teoricamente fondata quanto era davvero avvenuto nella prassi: il volgare si era diffuso in tutta

Italia come lingua della letteratura attraverso una più o meno cosciente imitazione dei grandi

trecentisti. Ora la riflessione grammaticale permetteva di portare a compimento quel processo

spontaneo, depurando il volgare stesso dagli elementi eterogenei della coinè

primocinquecentasca. 36

Nel clima del classicismo, inoltre, la teoria bembiana aveva le carte in regola per essere gradita a

una classe colta abituata al culto del passato.

Altre teorie: "cortigiani" e "italiani"

Un curioso destino ha voluto che le fonti più ricche sulla teoria cortigiana fossero proprio gli

scritti degli avversari: è lo stesso Bembo a parlarne e, in maniera ancora più precisa Ludovico

Castelvetro. Dalle testimonianze di quest'ultimo risulterebbe che Camaleta, massimo esponente

di questa teoria, faceva riferimento a una sostanziale fiorentinità della lingua, la quale si doveva

apprendere sui testi di Dante e Petrarca e doveva poi essere affinata attraverso l'uso della corte

di Roma dove, la circolazione di genti diverse, favoriva il diffondersi di una lingua di

conversazione superregionale di qualità alta, di base toscana, ma disponibile ad apporti diversi.

La differenza tra questo ideale linguistico e quello di Bembo sta nel fatto che i fautori della lingua

cortigiana non volevano restringersi all'imitazione del toscano arcaico, ma preferivano far

riferimento all'uso vivo di un ambiente sociale determinato, quale era la corte.

Bembo obiettava ai sostenitori della lingua comune che la lingua cortigiana era una realtà difficile

da definire in maniera precisa, non riconducibile all'omogeneità. In effetti proprio questo difetto

fece sì che la teoria cortigiana non uscisse vincente dal dibattito cinquecentesco.

La teoria del letterato vicentino Trissino, strettamente legata alla riscoperta del De vulgari

eloquentia di Dante, presenta analogie con quella cortigiana, da cui tuttavia va tenuta distinta.

Trissino nel 1529 pubblicò il Castellano, un dialogo in cui sosteneva che la lingua poetica di

Petrarca era composta da vocaboli provenienti da ogni parte d'Italia, e non era quindi definibile

come fiorentina, bensì italiana.

La sua tesi negava dunque la fiorentinità della lingua letteraria e faceva appello alle pagine di

Dante in cui aveva condannato la lingua fiorentina, contestandone ogni pretesa di primato

letterario. La cultura toscana di fronte a Trissino e a Bembo

Alla cultura toscana non piacque la riproposta del De vulgari eloquentia messo in circolazione

da Trissino, anche se Trissino esercitò una certa influenza su di un gruppo di giovani intellettuali

si Firenze.

La più interessante tra le reazioni fiorentine di fronte alle idee di Trissino è il Discorso o dialogo

intorno alla nostra lingua attribuito a Niccolò Machiavelli. In questo testo Dante dialoga con

l'autore, facendo ammenda degli errori nel De vulgari eloquentia. Machiavelli non attesta

l'autenticità del trattato dantesco, ma semplicemente presenta un Dante condotto a correggere i

propri errori, facendogli ammettere di aver scritto in fiorentino, non in lingua curiale.

Ben presto, inoltre si sviluppò una polemica sull'autenticità del De vulgari eloquentia, favorita

dal fatto che Trissino non rese mai pubblico il testo originale latino dell'opera: molti letterati

fiorentini de Cinquecento fecero circolare l'idea che il trattato, in cui si individuavano fra l'altro

contraddizioni rispetto alle idee espresse da Dante nel Convivio e nella Commedia, fosse falso.

37

Viceversa il trattato divenne comodo riferimento per gli avversari delle teorie linguistiche

fiorentiniste.

Nella prima metà del XVI secolo la cultura fiorentina, pur respingendo la posizione bembiana,

non trovò il modo di contrapporsi ad essa in maniera convincente.

La situazione mutò solo nella seconda metà del secolo, quando uscì l'Hercolano di Benedetto

Varchi (1570). Il fiorentino aveva maturato un'esperienza culturale al di fuori della sua città,

essendo stato esule a causa di trascorsi politici antimedicei ma, una volta rientrato a Firenze ebbe

il merito di introdurre il bembismo nella città toscana, a Bembo sostanzialmente e istintivamente

avversa. La rilettura di Bembo condotta da Varchi non fu però affatto fedele, anzi risultò un

completo tradimento delle premesse del classicismo volgare, in quanto si trattò di una vera e

propria riscoperta e rivalutazione del parlato: niente era più distante all'aristocratica teoria delle

Prose ma ciò servì a rimettere in gioco il fiorentino parlato, dandogli un ruolo e una dignità. In

sostanza, pur molto concedendo all'ideale della lingua scritta teorizzato da Bembo, Varchi

affiancava a questo modello la lingua parlata di Firenze. Molte pagine dell'Hercolano contengono

liste di espressioni proverbiali fiorentine allo scopo di esemplificare la ricchezza e varietà di

questa lingua parlata.

La revisione del bembismo operata da Varchi vanificava l'austero rigore delle Prose,

caratterizzate dalla loro attenzione per il ruolo dei grandi scrittori. L'Hercolano sanciva invece il

principio secondo il quale esisteva un'autorità popolare da affiancare a quella dei grandi scrittori.

Questi principi permisero a Firenze di esercitare di nuovo un controllo sulla lingua.

La stabilizzazione della norma linguistica

Le teorizzazioni elaborate nell'ambito delle dispute sulla questione della lingua non avrebbero

certo potuto incidere sull'effettiva prassi scrittoria e sulle abitudini degli utenti senza un

corrispettivo sviluppo degli strumenti normativi. Nel Cinquecento si ebbero dunque le prime

grammatiche e i primi vocabolari, nei quali si riflettono le proposte teoriche, in particolare quella

di Bembo.

La grammatica contenuta nel III libro delle Prose della volgar lingua non fu la prima ad essere

stata stampata: Bembo fu preceduto da Giovan Francesco Fortunio che, nel 1516 ad Ancona,

pubblicò le Regole grammaticali della volgar lingua la quale ebbe una buona accoglienza e fu

effettivamente usata dagli utenti, almeno fino a quando non furono disponibili grammatiche

capaci di diffondere le teorie bembiane.

Attorno alla metà del Cinquecento furono disponibili diverse altre grammatiche che illustravano

con chiarezza la lingua illustrata da Bembo. Esse non si proponevano ambiziosi obiettivi teorici,

ma avevano uno scopo eminentemente pratico. Es:

 Nel 1550 Ludovico Dolce pubblicò Osservazioni nella volgar lingua, un libretto di piccole

dimensioni, facile da consultare

 Nel 1562 l'editore Sansovino pubblicò le Osservazioni della lingua volgare de diversi

uomini illustri, che riproponevano riunite in un solo volume ben cinque opere

grammaticali della prima metà del secolo.

38

Nel fiorire delle grammatiche, risultato soprattutto della vivace editoria veneta, si segnala

l'assenza di opere prodotte dall'editoria di Firenze. Il malumore toscano per l'ingerenza di

grammatici e teorici forestieri in quella che veniva pur sempre reputata una lingua prima di tutto

patrimonio locale, e non proprietà comune, non seppe però tradursi in un'adeguata risposta sul

piano normativo.

Fin dalla prima metà del Cinquecento, si diffusero e furono assai bene accolti i primi lessici,

antenati dei vocabolari. Essi contenevano un numero relativamente limitato di parole, ricavate

da spogli condotti sugli scrittori, Dante, Petrarca e Boccaccio in primo luogo.

 Il più noto vocabolario della prima metà del Cinquecento, strutturato in forma di

dizionario metodico è La fabrica del mondo (1548) di Francesco Alunno

 Il primo vocabolario italiano potrebbe invece essere indicato in Le tre fontane del

Liburnio, raccolta lessicale strutturata secondo le categorie grammaticali, quindi quasi un

ibrido tra grammatica e vocabolario

Il ruolo delle accademie

Le accademie, come quella degli Infiammati (Padova), svolsero nel Cinquecento una funzione di

primo piano, in quanto in esse si organizzarono gli intellettuali e vennero dibattuti i principali

problemi culturali del momento. L'accademia fu quindi il luogo dove vennero affrontate molte

questioni linguistiche di attualità.

La più famosa accademia italiana che si occupò di lingua fu quella della Crusca, fondata nel 1582.

Nel 1583, con l'ingresso di Lionardo Salviati, cominciarono ad affermarsi seri interessi filologici.

 La Crusca, nella prima fase della sua esistenza, si fece conoscere per la polemica, condotta

soprattutto da Salviati, contro la Gerusalemme Liberata di Tasso, a sostegno del primato

dell'Ariosto

 Lo stesso Salviati raggiungeva nel frattempo solida fama come autore degli Avvertimenti

della lingua sopra 'l Decameron, libro filologico e grammaticale, che venne dopo un

intervento compiuto sul testo di Boccaccio, per espurgarlo dalle parti ritenute moralmente

censurabili. Il Decameron era considerato un capolavoro e, proprio per questo, per

salvarlo e tramandarne lo stile, giudicato ammirevole, si accettava di intervenire,

mutilando il testo.

 Nel 1590 l'Accademia deliberò di rivedere e correggere il testo della Commedia di Dante.

Nel 1595 uscì quindi a Firenze La Divina Commedia di Dante Alighieri ridotta a migliore

lezione dall'Accademia della Crusca.

L'accademico Bastiano de' Rossi, nella prefazione, indicava ai lettori il poema di

- Dante come "la migliore parte della nostra favella", prendendo visibilmente le

distanze da quello che era stato il giudizio espresso da Bembo, il quale aveva

guardato la lingua di Dante con sospetto per il suo eccesso di realismo.

39

La varietà della prosa

La diffusione ormai molto ampia della lingua italiana nei libri del Cinquecento rende necessario

un esame differenziato dei vari generi e delle varie discipline.

 L'architettura fu uno dei settori in cui l'italiano si impose decisamente. Ciò avvenne non

solo nelle opere nuove, ma anche traducendo ciò che si si presentava in latino: queste

traduzioni furono determinanti per la stabilizzazione del lessico tecnico. La trattatistica

architettonica raggiunse nella seconda metà del Cinquecento una maturità assoluta, e

quindi una perfezione terminologica notevole, tanto che molte parole italiane, relative

all'architettura civile e militare, entrarono nelle altre lingue europee (es. facciata, balcone).

 La trattatistica d'arte, nel settore della pittura e della scultura, può offrire molto materiale

allo storico della lingua.

 Le traduzioni dei classici costituiscono un capitolo fondamentale per la storia dell'italiano,

per i suoi progressi nei vari ambiti disciplinari e per il suo arricchimento lessicale. Proprio

nel confronto con il latino (come era già avvenuto nel caso dei volgarizzamenti medievali)

la lingua italiana affinò le proprie capacità e sperimentò le proprie potenzialità.

L'abbondanza di traduzioni rispondeva a un desiderio di divulgazione e veniva incontro

a un pubblico che non sempre era in grado di comprendere il latino. La traduzione fu il

settore che meglio funzionò come banco di prova delle capacità dell'italiano.

 Il volgare prevaleva nel campo della scienza applicata o diretta a fini pratici, non nella

ricerca di tipo accademico, non tra gli scienziati di alto livello, salvo poche eccezioni. La

scelta del volgare acquista tuttavia un rilievo particolare nel caso di Galileo la cui voce

giunge da un settore refrattario al volgare, quello della scienza universitaria. Le sue

speculazioni avevano un contenuto teorico che andava al di là di semplici indicazioni

teorico-pratiche. Rinunciando al latino, però, Galileo finiva per pagare un prezzo: il

volgare, infatti, aveva lo svantaggio di limitare la circolazione internazionale.

 I libri geografici: l'interesse linguistico della letteratura di viaggio consiste prima di tutto

nella possibilità di reperire in essa neologismi e forestierismi, legati alla descrizione di

nazioni e luoghi esotici. In secondo luogo questa letteratura può esprimere interessi

linguistici specifici, quando accade che lo scrittore si occupi degli idiomi parlati o scritti

con cui è venuto a contatto.

Quindi, al di fuori della letteratura, nei settori pratici, nel Cinquecento si assiste a una crescita

sostanziale dell'impiego della lingua italiana.

Il mistilinguismo della commedia

Fin dalla prima metà del Cinquecento la commedia si rivelò come il genere ideale per la

realizzazione di un vivace mistilinguismo o per la ricerca di particolari effetti del parlato. Tuttavia

la caratteristica più evidente della commedia è data dalla compresenza di diversi codici per i

diversi personaggi.

Alcuni autori introducono anche personaggi che sanno utilizzare diverse parlate ->

plurilinguismo 40

Per quanto riguarda il linguaggio della commedia bisogna tener conto che il testo orale delle

rappresentazioni improvvise dei comici dal Cinquecento al Settecento è perduto, anche se alcuni

elementi possono essere recuperati dai repertori per maschere.

Il linguaggio poetico

Il petrarchismo, caratteristico del linguaggio poetico cinquecentesco, significa in primo luogo la

scelta di un vocabolario lirico selezionato e di un repertorio di topoi; ma la sostanziale omogeneità

dei materiali linguistici non impedisce una certa varietà di esiti stilistici.

Quanto ai grandi autori di poemi, mentre ad Ariosto fu riconosciuto il diritto di essere collocato

tra i modelli linguistici, i rapporti tra Tasso e la Crusca costituiscono un capitolo celebre e

doloroso nelle discussioni linguistico-letterarie della fine del Cinquecento. Tasso non aveva preso

le distanze dalla lingua toscana, né aveva teorizzato un'aperta ribellione ai modelli letterari

affermatasi nella prima metà del secolo. In realtà egli non mise mai in discussione la sostanziale

toscanità del fiorentino ma non riconobbe il primato fiorentino.

La polemica con la Crusca toccò principalmente la sua produzione di poemi. Al Tasso epico

furono rivolte accuse che ebbero per oggetto:

 questioni di linguaggio

era visto come una mistura di voci latine, pedantesche, straniere, lombarde, nuove,

- composte, improprie

soprattutto sul lessico i puristi trovarono da ridire, in quando Tasso avrebbe usato

- un numero eccessivo di latinismi e alcune parole "lombarde". I primi soprattutto

erano motivo di preoccupazione, nell'ottica toscanista: potevano costituire un

legame ideale con la tradizione della lingua cortigiana, che aveva sempre

considerato il latinismo come una riserva a cui ricorrere con la sicurezza di essere

intesi da un pubblico largo di persone colte, senza essere costretti a optare per la

forma fiorentina, meno conosciuta.

 questioni di stile

era giudicato oscuro, distorto, sforzato, aspro

-

 i suoi versi erano giudicati "aspri"

 in generale fu accusato di essere sforzato e innaturale

i cruscanti giudicavano che Tasso non fosse facile da intendere, specialmente

- quando le sue ottave venivano ascoltate durante la lettura ad alta voce

La violenza con cui Salviati attaccò Tasso era soprattutto guidato dal fastidio nei confronti di

quella stella di prima grandezza nel mondo della letteratura volgare, la quale, ancora una volta,

brillava lontano da Firenze, e sembrava non riconoscerne il primato.

In particolare questa disputa mostra il profilarsi di un divorzio: mentre l'Accademia stava per

coronare il suo progetto istituzionale, inteso a regolare in maniera decisiva la lingua italiana, la

repubblica delle lettere prendeva autonomamente un'altra strada, in opposizione e in conflitto a

quell'autorità normativa. Tale divorzio sarebbe continuato nel Seicento.

Da Firenze venne il miglior vocabolario, non certamente la miglior letteratura.

41

La Chiesa e il volgare

La Chiesa fu tra i protagonisti della storia linguistica nel periodo dal Concilio di Trento alla fine

del Seicento e gli studiosi concordano ormai sulla necessità di tenerne conto in maniera debita.

La lingua ufficiale della Chiesa rimase il latino, ma il problema del volgare emerse nella catechesi

e nella predicazione: questi sono i settori in cui effettivamente l'azione del clero per la diffusione

dell'italiano si fece sentire.

Il rapporto tra la Chiesa e la lingua volgare fu affrontato anche nel dibattito che si svolse al

Concilio di Trento:

 Si discusse sulla legittimità delle traduzioni della Bibbia. I padri del Concilio non

arrivarono a una decisione radicale e specifica su questo punto, in pratica affidando la

scelta ai papi. I pontefici intervennero successivamente con le liste dell'Indice dei libri

proibiti. La questione in gioco, dietro il problema della traduzione, era quella della libera

interpretazione della Scrittura. La diffusione del solo testo latino, al contrario, avrebbe

reso il libro sacro più distante dagli interpreti meno colti, garantendo la funzione di

controllo della gerarchia ecclesiastica: la Bibbia in mano di tutti era quindi vista come una

rischiosa fonte di errori ed eresie.

 La discussione sul tema della Messa ricalca in qualche modo quanto si è detto a proposito

della traduzione della Bibbia. In particolare veniva sottolineata la funzione di lingua sacra

propria del latino al quale, inoltre, era riconosciuto il carattere di lingua universale: esso

garantiva un'omogeneità internazionale nel messaggio della Chiesa, che le lingue

nazionali, per contro, avrebbero incrinato o reso più difficile da controllare. Il volgare però

confermava il suo ruolo decisivo nel settore che risentiva direttamente del confronto con

i fedeli: il momento della predica. Anzi, il Concilio di Trento, nei suoi decreti, insisteva

proprio sul fatto che la predicazione in lingua volgare era proprio uno dei compiti a cui i

parroci non dovevano assolutamente sottrarsi, e che questa predicazione doveva svolgersi

proprio durante la Messa, cioè entro il rito pronunciato in latino. In ogni modo la Chiesa

dovette affrontare una vera e propria "questione sulla lingua", non limitata solo al

confronto tra latino e italiano: bisognava infatti stabilire che forma e che qualità il volgare

utilizzato dovesse avere. Il primo elemento di cui si deve prendere atto è la forte influenza

del bembismo anche nel campo della predicazione: questo infatti rispondeva a un

tentativo di sottrarla all'approssimazione stilistica e di porre rimedio alla mancanza di

eleganza letteraria.

La predicazione si presentava come un settore in qualche modo ancora vergine,

- ricollegabile, evidentemente, alle regole dell'oratoria antica, ma sostanzialmente

nuovo, in cui il confronto con il passato è immediato, quasi in forma di

competizione tra antichi e moderni. Per la cultura toscana si tratta di fare i conti

con la cultura retorica e impadronirsene, mettendo quel patrimonio di conoscenze

al servizio della verità religiosa. Questo fu l'intento di un libro come Il Predicatore

del francescano Panigarola: si tratta del primo caso in cui un esponente della

gerarchia cattolica, nell'esercizio del suo ministero, interviene nella disputa

normativa sull'italiano. Nel testo trova posto una sezione specifica relativa alla

"lingua che ha da adoperare il predicator italiano". Vi si trova non solo l'adesione

ai principi fiorentinisti di Bembo, ma, in più, il riconoscimento del primato della

42

lingua fiorentina parlata, giudicata come la più adatta al pulpito, se depurata dai

localismi troppo evidenti.

FIORENTINO DI BEMBO E FIORENTINO DI

MACHIAVELLI

Le Prose della volgar lingua di Pietro Bembo

Le Prose della volgar lingua sono articolate in tre libri; solo l'ultimo è una vera trattazione

grammaticale, seppur organizzata in forma dialogica (non in forma manualistica). I primi due

libri sono invece un'esauriente disamina di tutti i temi allora dibattuti pertinenti la storia

linguistica, alla formazione del linguaggio letterario, alla teoria della letteratura, alla teoria

estetica e alla teoria retorica.

 Nel passo tratto dal I libro (pagina 216) è espresso in maniera assolutamente compiuta e

definitiva l'ideale classicistico della "impopolarità" della lingua letteraria. Solo

mantenendosi lontana dall'uso popolare la lingua può assurgere ai migliori risultati

qualitativi, che si conseguono quando l'autore non si rivolge ai contemporanei soltanto,

ma ai posteri, i destinatari più degni. Il classicismo integrale bembiano getta dunque un

ponte tra passato e futuro in nome della perfezione della forma e del primato dei più dotti

sul restante del popolo.

 Nel passo tratto dal II libro (pagina 218) è espresso il giudizio sulla lingua e sullo stile di

Dante. Bembo ammirava l'autore della Commedia ma, in base ai principi di raffinata

selezione stilistica nei quali credeva profondamente, non ne accoglieva in toto la lingua, a

volte realistica e plebea. Il brano di critica a Dante si apre con l'osservazione che a volte si

è costretti a usare parole non "nobili" ma "vili", "dure", "dispettose", con allusione al suono,

caratterizzato dalla presenza di consonanti. Alcuni esempi ne sono i termini stregghia

"striglia" o signoroso "il suo signore". Bembo pensa che parole di questo tipo siano da

evitare, per il loro livello stilistico basso e per il suono sgradevole, così come sono da

evitare contesti e argomenti che inducano a usare questo lessico. È evidente che, secondo

il suo giudizio, la maggior forza stilistica di questi termini non ha alcun peso, e anzi la

qualità letteraria gli sembra accresciuta quando questa forza stilistica (realistica e plebea)

venga diminuita o annullata.

Il Dante e il Petrarca aladini

Pietro Bembo fu il grande regolarizzatore della lingua italiana. La sua riflessione sulla norma

linguistica, però, era iniziata molto tempo prima: il punto di partenza fu l'approfondita

conoscenza dei grandi autori del Trecento. Nel 1501 e 1502, infatti, Bembo aveva dato alle

stampe rispettivamente il Canzoniere di Petrarca e la Commedia di Dante, curandone

personalmente il testo: l'attività di filologo fu dunque preliminare a quella di grammatico e di

teorico.

Per verificare quanto fossero vive nei primi anni del XVI secolo le discussioni linguistiche, basta

leggere la prefazione posta dallo stampatore Aldo Manuzio al Petrarca aladino del 1501, al quale

43

era stato apposto il titolo di Le cose volgari, che distingueva tale produzione in italiano da quella

latina. Lo stampatore esordisce spiegando che l'edizione è correttissima, più di tutte le precedenti,

essendo stata realizzata da Bembo sulla base di un manoscritto dello stesso Petrarca; tuttavia,

osserva Manuzio, c'è chi è pronto a polemizzare contro il titolo, perché preferirebbe Cose vulgari

con u alla latina. Il latinismo era però la forma comune nella lingua cortigiana e, non a caso,

Bembo se ne distacca.

Le dispute attorno a particolarità linguistiche nell'uso dell'italiano cominciavano a farsi vivaci. I

tempi erano maturi per una regolarizzazione delle norme, ancora troppo incerte, anche perché le

forme oscillanti e i latinismi disturbavano la regolarità della produzione tipografica.

Per verificare la distanza che separa il Petrarca aladino di Bembo dai precedenti, procederemo a

un confronto con la principes del Canzoniere (1470).

1470 1501

presenza della x latineggiante per la Bembo scrive invece "sasso"

consonante doppia: saxo per "sasso"

usa grafie come chel, chavra profonda innovazione con l'introduzione

dell'apostrofo: che'l, ch'avra

scritta in carattere corsivo (aladino) che avrà

grande fortuna nel Cinquecento

non c'è distinzione tra u e v non c'è distinzione tra u e v

Anche un passo così breve del Petrarca (vedi pagina 221) ci conferma che la poesia di Petrarca

sta alla base del linguaggio poetico italiano, come repertorio di forme che sono durate secoli e

secoli. Es:

 le forme suppletive di futuro fia e fiano attraverseranno tutto l'Ottocento poetico

 il termine velo per "corpo" lo si ritrova in Boccaccio, nei petrarchisti, in Bembo, in

Trissino, in Tasso, in Marino e, ancora nell'Ottocento, nel Leopardi minore.

Proponiamo ora un raffronto tra la principes della Commedia di Dante (1472) e la stampa

aladina del 1502 curata da Bembo alla quale appose il titolo di Terze rime, titolo metrico, che

alludeva alla terzina incatenata con cui sono legati gli endecasillabi del poema.

1472 1502

questa edizione porta abbreviazioni che tutti queste forme sono assenti nell'edizione

erano in uso nella scrittura manoscritta, di Bembo

grafie latineggianti, scempiamenti, forme non

toscane

Articolo el Articolo il

Nessun segno di punteggiatura Presenza di virgola, punto e virgola, punto

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Il fiorentino vivo: Machiavelli commediografo

Nelle dispute cinquecentesche sul volgare Machiavelli si era espresso a favore del fiorentino vivo.

I testi delle sue commedie realizzano pienamente questa scelta linguistica, facendo ricorso, tra

l'altro, a modi gergali usati dal popolo.

Le battute della Mandragola, ad esempio, si susseguono in una prosa vivace, ricca di colore locale

e di elementi del volgare. Il passo riportato a pagina 224 Nicia, stolto marito di Lucrezia, si reca

da Callimaco, finto medico, per chiedergli consiglio su come ingravidare la moglie.

 Elementi tipici del fiorentino cinquecentesco:

l'articolo maschile el per il

- la forma è suto per è stato

- il condizionale e il futuro con dileguo di v

- il congiuntivo imperfetto 3ps in -i anziché -e

-

 Riportano all'ambiente toscano:

la forma maravigliare

- il dimostrativo cotesto

-

 All'uso popolare appartengono:

i participi accorciati (o senza suffisso), come concio per conciato

- i pronomi egli / e' in frasi impersonali

-

 Il manoscritto presenta molte grafie latine (es. h etimologiche)

 I personaggi sono caratterizzati linguisticamente:

Callimaco si esprime in un registro più alto rispetto a quello degli altri personaggi

- Nicia indulge al motto fiorentinista, ai proverbi, alle espressioni gergali e ai doppi

- sensi Il toscano cancelleresco di Machiavelli

Il Principe, il celebre trattato di Machiavelli sulla scienza politica, fu pubblicato solo molti anni

dopo che era stato composto: la prima stampa risale al 1532. In seguito il libro finì all'Indice con

condanna grave e le ristampe divennero rare. Oggi disponiamo però dell'edizione critica del

trattato, dalla quale, a pagina 228, ricaviamo un breve passo.

 NB: le varianti poste in apparato sono quelle respinte. Dipendono da interventi correttori

o sbagli di chi ricopiò l'opera, della quale non possediamo il manoscritto originale. Alcune

di queste varianti sono interessanti anche per lo storico della lingua: si consideri ad

esempio possino corretto in possono. La prima è la forma tipica del fiorentino

quattrocentesco; la seconda è la forma grammaticale adoperata da Bembo. Questa

correzione, dunque, cancella la patina fiorentina del testo di Machiavelli.

Nella scrittura di Machiavelli troviamo elementi latini (come, ad esempio, il titolo) ed evidenti

latinismi (sia grafici che lessicali) accanto a tratti del fiorentino del suo tempo. La commistione è

tipica della lingua di tipo cancelleresco, quella stessa lingua che egli aveva usato come segretario

della Repubblica, è che aveva corso nell'uso burocratico e amministrativo del tempo.

Il primo testo a stampa mostra diverse abbreviature, ma non ha molti dei latinismi grafici che

invece sono propri dei manoscritti. Nella stampa è già usato l'apostrofo: è quindi evidente

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l'orientamento bembiano. Questo è anche evidente dalla scelta dell'articolo il piuttosto che el,

tipico del fiorentino argenteo.

Le tre edizioni del poema di Ariosto

Tre furono le stampe dell'Orlando furioso, la prima nel 1516, la seconda nel 1521, la terza nel

1532. Tra la seconda e la terza si colloca la pubblicazione delle Prose della volgar lingua di

Bembo, di cui Ariosto riconobbe l'autorità. Il lavoro correttorio sulle diverse stampe del poema

mostra la progressiva eliminazione di quei tratti che ancora avevano sapore locale e portavano il

segno della lingua padana illustre.

Prendiamo in considerazione l'ottava 78 del canto I (pagina 229), in cui vengono descritte le

fontane dell'amore e del disamore, le quali determinano il comportamento di Rinaldo è Angelica.

Il metro è l'ottava di endecasillabi, tipica forma della poesia cavalleresca.

L'apparato ci avverte che nella stampa del 1521, al posto di ghiaccio c'era giaccio, che è una tipica

forma settentrionale; nell'edizione del 1516, invece, la metafora del "ghiaccio", che richiama il

modello petrarchesco, era del tutto assente

Ariosto si rifaceva spesso al modello di Petrarca, che del resto era stato canonizzato dalla

- teoria linguistica e dalla grammatica di Bembo.

Il testo definitivo elimina dunque il dialettismo padano che si era insinuato nella prima edizione.

IL SEICENTO

Il vocabolario degli accademici della Crusca

L'Accademia della Crusca ebbe un'importanza eccezionale, perché realizzò quello che è a tutti gli

effetti il primo grande vocabolario in italiano, e al tempo stesso il primo grande dizionario

monolingue europeo.

L'influenza della Crusca può apparire addirittura sorprendente, se si pensa al contesto in cui tale

organismo si ritrovò ad operare, come un'associazione privata, senza sostegno pubblico, in

un'Italia divisa in Stati diversi, ciascuno con la propria fisionomia e la propria tradizione;

un'Italia, quindi, poco adatta ad assoggettarsi a un'unica autorità normativa, tanto è vero che le

polemiche suscitate dall'Accademia furono innumerevoli e roventi. Eppure la Crusca portò a

termine il disegno di restituire a Firenze il magistero della lingua e costrinse tutti gli italiani colti

a fare i conti, d'allora in poi, con il primato della città toscana. L'attività della Crusca non fu certo

esente da critiche. Per secoli fu un'istituzione avversata, ma nessuno, comunque, poté

permettersi di ignorarla. La sua presenza fu sempre viva, talora ossessiva, ingombrante e

fastidiosa.

Non c'è dubbio che il contributo più rilevante della Crusca si ebbe quando questa accademia di

indirizzò alla lessicografia, ciò avvenne a partire dal 1591.

Lo stesso Salviati aveva accennato tempo prima all'idea di un vocabolario della lingua toscana.

La prova della fedeltà dell'Accademia alle teorie del maestro sta soprattutto nel canone degli

autori spogliati per il Vocabolario, il cui elenco corrisponde a quello di Salviati. Da lui, soprattutto,

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veniva agli accademici la caratteristica impostazione (di fatto profondamente antibembiana)

secondo la quale gli autori minori e minimi del Trecento fiorentino erano giudicati degni, per

meriti di lingua, di stare fianco fianco ai grandi della letteratura: secondo loro, infatti, i meriti

linguistici potevano accoppiarsi a una grande modestia della sostanza.

Al momento della realizzazione del Vocabolario, Salviati era già morto ma, dopo di lui,

nell'Accademia non era presente una figura di spicco che potesse raccoglierne l'eredità. Questo

sostanziale dilettantismo del gruppo non deve però essere messo in evidenza come negativo, e

anzi accresce il loro merito, soprattutto alla luce del risultato raggiunto. Per criticabile che fosse

sul piano dei principi ispiratori, infatti, il lavoro fu svolto con una coerenza metodologica e un

rigore che andavano al di là di tutti i precedenti.

Il Vocabolario degli Accademici della Crusca uscì nel 1612 a Venezia. L'impostazione fu

essenzialmente legata all'insegnamento di Salviati: il Vocabolario non fu affatto ispirato a

ortodossi criteri bembiani, che sarebbero stati più selettivi. Gli accademici, in sostanza, fornirono

il tesoro della lingua del Trecento, esteso al di là dei confini segnati dall'opera delle Tre Corone

(che pure ne erano la base), arrivando a integrare con l'uso moderno. Ma il problema che si

poneva non era tanto o soltanto quello dell'uso moderno, quanto quello della selezione delle

auctoritates. Infatti gli schedatori, più che esibire l'apporto della lingua viva, avevano evidenziato

la continuità tra la lingua toscana contemporanea e l'antica, trecentesca. Le parole fiorentine

erano documentate di preferenza attraverso gli autori antichi: ecco perché il massimo sforzo era

stato compiuto per scovare lessico in quegli autori del passato, anche a costo di ricorrere a fonti

manoscritte, semiprivate, non verificabili da parte dei lettori.

Il Vocabolario largheggiava nel presentare termini e forme dialettali fiorentine e toscane

- I lemmi identici si moltiplicavano per la presenza di varianti proprie della lingua antica

- non ancora normalizzata

Per quanto riguarda la scelta della grafia, invece, il Vocabolario si collocò sulla linea

- dell'innovazione, distaccandosi in buona parte dalle convenzioni ispirate dal latino (le h

etimologiche e i nessi del tipo ct)

Nonostante il dissenso che si manifestò immediatamente, il Vocabolario assunse senz'altro un

prestigio sovraregionale e internazionale.

L'opposizione alla Crusca

L'opposizione al Vocabolario della Crusca e ai criteri che lo avevano ispirato si manifestò sin da

subito:

 Pietro Beni fu il primo avversario dell'Accademia di Firenze, autore di un'Anticrusca

(1612) nella quale venivano contrapposti ai canoni di Salviati gli scrittori del Cinquecento,

e in particolare il Tasso, il grande escluso dagli spogli del Vocabolario. Beni partiva dal

presupposto che la lingua italiana esistesse come patrimonio comune, secondo i dettami

della vecchia teoria cortigiana. Fondava quindi le sue argomentazioni su un giudizio

complessivamente negativo sulla prosa del Trecento, pur lodando il Petrarca, e

apprezzava invece i moderni, in modo speciale il Tasso, ma anche altri prosatori minori,

che tutti anteponeva a quello che giudicava l'improponibile e odiato Boccaccio (di cui

criticava l'irregolarità e gli elementi plebei).

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 Altro critico nei confronti della Crusca fu Alessandro Tassoni, che approntò un elenco di

osservazioni, inviate direttamente a Firenze agli accademici, e da costoro molto

probabilmente utilizzate per l'edizione del 1623 del Vocabolario; Tassoni aveva appostato

molte postille direttamente sulle pagine del Vocabolario della Crusca. Più distesa è invece

l'argomentazione anticruscante nei Pensieri diversi, che parlano di svariati argomenti, ma

in cui è comunque espressa la critica contro la lingua antica di Boccaccio e dei minori

trecenteschi, e contro la dittatura fiorentina sulla lingua. L'autore proponeva di adottare

nel Vocabolario espedienti grafici per contrassegnare con evidenza le voci antiche e le

parole da evitare, perché a suo giudizio la confusione, provocata dalla Crusca, tra voci

arcaiche e voci legittimamente in uso risultava dannosa. Temi fondamentali della

riflessione di Tassoni sono dunque l'improponibilità dell'arcaismo linguistico e il pregio

della modernità.

 Infine, tra gli oppositori della Crusca, spicca Daniello Bartoli, autore di una celebre opera

grammaticale, Il torto e il diritto del Non si può. Il suo modo di procedere nei confronti

dell'Accademia è molto sottile: egli, riesaminando i testi del Trecento sui quali si fonda il

canone di Salviati, dimostra che proprio lì si trovano oscillazioni tali da far dubitare della

perfetta coerenza di quel canone grammaticale. Bartoli usa non di rado una pungente

ironia nei confronti di ogni forma di rigorismo grammaticale; il titolo stesso vuole mettere

a fuoco la questione centrale: il grammatico deve usare con cautela il duo diritto di

condanna e di veto.

In sostanza, nei Seicento erano ormai disponibili tutti gli strumenti normativi: la grammatica era

ben solida e codificata; il vocabolario, grazie alla Crusca, era ormai costruito come un volume

ampio, in forma grafica moderna, chiaramente articolato nei lemmi posti in ordine alfabetico,

facilmente consultabile, con spogli ampi di scrittori che costituivano il "canone". L'industria

tipografica aveva stabilizzato l'impiego della lingua; la grafia si era assestata in forme moderne;

ci si avvaleva ormai di una punteggiatura simile a quella che adoperiamo oggi.

Il linguaggio della scienza

La prosa del Seicento deve molto allo sviluppo del linguaggio scientifico, prima di tutto per merito

di Galileo.

Galileo aveva scritto in italiano fin quando aveva 22 anni. La scelta tra le due lingue, italiano o

latino, non era né facile né scontata, perché il latino funzionava benissimo come strumento di

comunicazione internazionale. Scegliere l'italiano, però, voleva dire dar fiducia a priori al volgare,

e anche staccarsi polemicamente dalla casta dottorale, che non abbandonava mai il latino. C'era

poi un altro elemento, cioè la ricerca di un pubblico nuovo, come in un'operazione promozionale

del sapere. A Galileo non mancò mai la fierezza della propria lingua toscana, in quanto figlio di

quella regione, legatissimo alla propria patria. Infatti, anche se all'inizio aveva adoperato il latino,

alla fine la scelta del volgare risultò irreversibile, e il latino assunse anzi la funzione di termine di

confronto negativo.

Una volta compiuta la scelta del volgare, Galileo dovette far sì che la lingua italiana si adattasse

perfettamente ai compiti nuovi che le venivano assegnati. In questo si rivelò estremamente abile:

pur abbandonando il latino, non si collocò mai al livello basso o popolare ma seppe piuttosto

raggiungere un tono elegante e "medio", perfettamente accoppiato alla chiarezza terminologica e

48

sintattica. Non rinunciò peraltro a mostrare in alcuni suoi scritti alcune macchie di lingua toscana

viva e parlata, così come non rinunciò al riso caricaturale, e anche (all'occorrenza) alle frasi

idiomatiche e al paradosso. La sua scrittura, infatti, è spesso polemica nei confronti degli

avversari, a cui non risparmia allusioni sarcastiche. Questo parlato vivace e brioso, sempre

elegante, ottenuto mediante l'uso di termini colloquiali calati in un impasto sostanzialmente

dotto, va in parte ascritto alla patria toscana e al gusto rinascimentale.

Galileo quando nomina e definisce un concetto o una cosa nuova, preferisce attenersi ai

precedenti comuni ed avita sempre di introdurre terminologia inusitata o troppo colta. Migliorini

ha osservato come lo scienziato, più che alla coniazione di vocaboli nuovi, si affidasse alla

tecnificazione di termini già in uso, ed evitasse di utilizzare il greco o il latino, preferendo invece

parole semplici e italiane. Infatti, quando troviamo un'invenzione galileiana designata con un

nome dotto, possiamo asserire con quasi assoluta certezza che il nome fu foggiato da altri. Le

denominazioni dotte ebbero grande fortuna nel linguaggio della scienza: i grecismi si

affermarono fin dal XVII secolo, e ancora oggi costituiscono un patrimonio ingente.

Es: telescopio, parola di origine greca, prese il posto di "cannone" o "occhiale", come

- Galileo lo definì originariamente

Il gusto di Galileo, dunque, fu in certo modo contrario a quella che sarebbe stata poi la tendenza

del linguaggio scientifico moderno, largamente disposta al grecismo e al cultismo.

La scelta di assoluta semplicità di Galileo è ben documentata dall'adozione di un'espressione

come macchie solari, nome rimasto ancora oggi nella terminologia scientifica (nonostante non

sempre ebbe il sopravvento nel linguaggio scientifico, il suo lessico ebbe qualche influenza).

Galileo mostra inoltre di avere notevoli doti letterarie: possedeva un'eccezionale capacità

descrittiva, che gli permetteva di passare disinvoltamente dalle minuzie del mondo degli insetti

alle regole generali della fisica e dell'astronomia.

Il melodramma

Vi sono buoni motivi per accordare al melodramma uno spazio speciale tra le altre forme di teatro

e di poesia, prima di tutto per la novità di questo genere, nato a cavallo tra il Cinquecento e il

Seicento e destinato a un grande successo nel corso di questo secolo. L'Italia assunse per lungo

tempo una posizione egemonica nella produzione di opere liriche, e ancora oggi questo è un

settore di grande promozione per la lingua italiana all'estero.

Il melodramma, inoltre, permette di affrontare la questione del rapporto tra parola e musica. Il

melodramma del primo Seicento, infatti, fu un tentativo di ricreare la tragedia antica, che si

immaginava fosse stata eseguita dai greci con l'accompagnamento del canto; nacque inoltre dalla

volontà di non sacrificare il testo del libretto alle esigenze della melodia.

Il rapporto tra poesia e musica non era certo una novità cinquecentesca, trattandosi di un

fenomeno documentato fin dal Medioevo. Tuttavia una semplice utilizzazione della poesia da

parte dei musicisti ci permetterebbe solamente di affermare che il canto fu un ulteriore canale di

diffusione dei modelli letterari. Nell'ambito della riflessione della fiorentina Camerata dei Bardi

(dalla quale il melodramma ebbe origine), il rapporto tra parola e melodia fu affrontato in

maniera più profonda e sistematica. 49

La proposta di dare alla musica spessore e profondità, rispettando l'intonazione realistica propria

della parola nelle diverse situazioni comunicative, si legava alla riflessione allora in corso

sull'esecuzione della tragedia presso gli antichi greci. Nell'ambiente della camerata del conte

Bardi prevaleva la convinzione che l'antica tragedia fosse stata originariamente interamente

cantata.

Un ampliamento dello spazio riservato al canto e alla musica doveva però misurarsi con la

capacità narrativa de testo. Il problema fu risolto da Peri e dal Caccini nella partitura dell'Euridice.

Le testimonianze del tempo riconoscono questa svolta impressa al canto, un canto che

permetteva di comprendere e intendere il testo senza deformarlo. Proprio la rappresentazione di

quest'opera, avvenuta nel 1600 in occasione delle nozze di Maria de' Medici, segna la nascita del

melodramma. La collocazione nell'ambito delle feste di corte non va trascurata: il melodramma

di caratterizza come un tipo di spettacolo d'élite, in quanto forma di divertimento che richiede

scenografie e allestimenti complessi e dispendiosi. Questo ci aiuta a delimitare la sua influenza

linguistica nella giusta dimensione, quella di corte.

Il linguaggio poetico del melodramma si inserisce nella linea della lirica petrarchesca, rivisitata

attraverso la memoria di Tasso. Si possono riconoscere citazioni e riprese, nell'ambito di una

tradizione rigidamente codificata, alla quale il librettista del melodramma non ha alcuna

intenzione di sfuggire, semplicemente preoccupandosi di variare le forme metriche impiegate, ad

esempio caratterizzando il Coro con strofe di versi più brevi e cantabili.

Il linguaggio poetico

Se è vero, come ha scritto Luigi Russo, che "il molto malfamato Seicento è un secolo malfamato",

ciò si può verificare nell'evoluzione del linguaggio poetico. Con Marino e il marinismo, a partire

dall'inizio del Seicento, le innovazioni si fanno ancora più accentuate che nel Tasso.

 Il catalogo degli oggetti poetici si allarga notevolmente rispetto alla tradizione, anche se

gli autori si muovono nel solco di convenzioni in parte rispettate: ad esempio gli schemi

metrici e le cadenze ritmiche sono ancora quelle petrarchesche

 Nel settore del lessico agiscono spinte innovative che allargano notevolmente le

possibilità di scelta. La poesia barocca estende il repertorio dei temi e delle situazioni che

possono essere assunte come oggetto di poesia, e il rinnovamento tematico comporta un

rinnovamento lessicale, presente tuttavia anche là dove il contenuto resta maggiormente

legato alla tradizione. Es:

Riferimenti botanici: Marino pone, accanto alla rosa una serie di piante diverse

- molte delle quali non erano ignote alla tradizione poetica precedente ma che ora

vengono citate in forma ben più esibita

La poesia barocca utilizza un'ampia gamma di animali, canonici e non. Si

- manifesta inoltre un'estensione verso il regno degli insetti, tanto più significativa

se si pensa che nello stesso secolo la prosa scientifica si dedicava alla descrizione

del regno animale, nelle sue forma più minute

Quanto detto sul rapporto tra poesia barocca e linguaggio scientifico vale anche per un

caposcuola come Marino. Nell'Adone viene introdotto il lessico dell'anatomia, ricavato dai trattati

anatomici del tempo, per celebrare i "sensi" e la "macchina" umana. Altre ottave della stessa opera

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utilizzano la descrizione della Luna fatta da Galileo, a ribadire la disponibilità della letteratura

verso le scoperte della scienza, almeno nel loro aspetto meraviglioso e stupefacente.

Un consistente filone della poesia barocca che fa capo a Marino utilizza dunque il lessico

scientifico, assieme alla tematica e agli oggetti emblematici della scienza. Questo lessico, nuovo

nella poesia, viene però utilizzato nel contesto tradizionale del linguaggio poetico "nobile",

sperimentato per secoli. Si crea insomma quella miscela tra vecchio e nuovo che sarà

caratteristica della poesia didascalica del Settecento.

Le polemiche contro l'italiano

A partire dalla fine del Seicento si sviluppò e prese piede il giudizio sul "cattivo gusto" del Barocco.

La reazione antibarocca di ebbe in primo luogo in Francia, dove maturò una posizione che non

solo condannava la letteratura italiana, ma anche quella spagnola; soprattutto va osservato che

la polemica letteraria francese contro il Barocco finì per coinvolgere il parere stesso espresso sulla

nostra lingua.

A capo di questa reazione ci fu Dominique Bonhours, gesuita francese che godeva nel suo paese

di una grande autorità come grammatico. Egli svolse la tesi secondo la quale solo i francesi tra i

popoli d'Europa poteva essere riconosciuta l'effettiva capacità di "parlare"; di contro gli spagnoli

"declamavano" e gli italiani "sospiravano".

Questo giudizio, che ribaltava in negativo un'opinione diffusa sulla "poeticità" dell'italiano, voleva

smascherare i difetti connaturati delle due lingue, la spagnola e l'italiana, delle quali l'una era

accusata di magniloquenza retorica, e l'altra di eccessiva sdolcinatezza poetica. A vantaggio del

francese, nell'ottica di Bonhours, giocava la vicinanza della prosa e della poesia, indice di

razionalità; Bonhours voleva promuovere il francese a lingua universale, lingua di tutto il mondo,

nuovo latino. La lingua italiana, invece, veniva bollata come incapace di esprimere in modo

ordinato il pensiero umano e veniva quindi confinata nel suo orticello poetico, come strumento

della lirica amorosa e del melodramma. La condanna pronunciata dal grammatico francese

coinvolgeva dunque l'evoluzione letteraria italiana.

La risposta italiana a tali accuse tardò a venire: solo nei primi anni del secolo successivo, infatti,

diversi intellettuali si preoccuparono di difendere la lingua italiana da tali accuse.

La letteratura dialettale e la toscanità rustica e popolare

Nei secoli XVI-XVII possiamo fissare la nascita di una letteratura dialettale cosciente di essere

tale, volontariamente contrapposta alla letteratura in toscano (letteratura dialettale "riflessa"). La

letteratura italiana, infatti, è caratterizzata dalla grande vitalità della letteratura in dialetto.

Può essere considerata analoga a una forma di dialettalità anche una manifestazione marcata del

gusto per la lingua toscana viva e popolare, che ebbe interessanti manifestazioni nel corso del

Seicento. Es:

 In Michelangelo Buonarroti il Giovane il gusto della popolarità si trasforma in esasperata

ricerca del ribobolo. Famose sono due sue opere teatrali in versi:

51

La Tancia (1611): farsa rusticale in ottave, che si inserisce nel genere della poesia

o contadinesca rusticana

La Fiera (1619): ricostruisce la vita dei vari ceti sociali, dall'alta borghesia al

o popolo minuto, in una serie di scene che hanno luogo in una città ideale, Pandora,

che ricorda Firenze.

Mai come in questi due casi il gusto del lessicografo si accompagna e sovrappone al gusto

letterario; le due opere, quindi, sono di particolare interesse per il linguista che ricerchi termini

toscani popolari e rari. CRUSCA E ANTICRUSCA

Dalla dedicatoria ai lettori del vocabolario degli accademici della Crusca

Il Vocabolario del 1612 presenta una dedica non firmata dall'intero corpo accademico, ma dal

solo Bastiano de' Rossi, il segretario che aveva avuto l'incarico di sovrintendere a Venezia alle

operazioni di stampa. Tale dedica è rivolta a Concino Concini, uomo che allora aveva un'enorme

potere alla corte di Francia di Maria de' Medici.

La voce degli Accademici, quanto ai contenuti e alle scelte tecniche del lavoro lessicografico,

tuttavia, più che nella dedica al Concini, si fa sentire nella dedicatoria A' Lettori. Nel brano a

pagina 245 sono illustrate alcune fondamentali linee di intervento seguite per realizzare l'opera.

Gli Accademici dichiarano di seguire tre grandi precedenti:

 Bembo

 I Deputati (coloro a cui era stata affidata la "rassettatura" del testo del Decameron)

 Salviati che aveva davvero fissato il canone a cui gli Accademici si attennero:

Le fonti degli spogli sono stati gli scrittori del Trecento di nascita fiorentina o

- comunque convertiti al fiorentino. Gli Accademici dicono di averne cercati il più

possibile nel "buon secolo" e di averli scovati anche tra coloro con poco merito

d'arte. Tra questi autori antichi, molti erano semplici volgarizzatori, traduttori di

opere latine o francesi. Gli Accademici propongono dunque una distinzione tra gli

autori di "prima classe", cioè Dante, Petrarca, Boccaccio e Giovanni Villani (il

cronachista del tempo di Dante), e i minori, da cui le parole sono state prese

quando mancavano negli autori maggiori. In certi casi è stata posta l'indicazione

"voce antica", per segnalare la presenza di arcaismi, ma non sempre: infatti viene

ribadito che molte voci antiche possono servire non solo a scopo documentario,

ma anche meritano di entrare nell'uso per la loro bellezza e nobiltà.

Qualche voce della Crusca

La struttura delle voci della crusca (ne sono riportate alcune a pagina 148) mostra una notevole

modernità, prima di tutto grafica. Inoltre, la chiara impostazione tipografica, si avvale anche di

utili espedienti grafici: ad esempio, sopra ogni colonna è posta l'indicazione delle prime due

lettere delle parole sottoposte. Segue la definizione, che può comprendere anche sinonimi e c'è

l'indicazione di una parola latina come aiuto alla definizione. Seguono poi gli esempi, introdotti

52

da una citazione in chiave; alcuni di questi, però, sono ricavati da fonti manoscritte. In questo

caso può essere sollevato un problema di incontrollabilità delle fonti: si trattava di manoscritti

privati e nessuno avrebbe mai potuto verificare l'esistenza dell'originale o la correttezza del suo

impiego.

L'uso di ogni parola posta a lemma è dunque documentato attraverso diversi esempi letterari,

attinti dagli autori antichi. Vi è però una sezione della voce in cui molte espressioni sono proposte

senza le relative auctoritates: è quella dei proverbi e dei modi di dire, di cui la Crusca è molto

ricca. Qui la documentazione delle fonti non viene fornita, e i lessicografi sembrano muoversi con

una certa libertà, sulla base della conoscenza personale della lingua.

Si noterà infine che il Vocabolario della Crusca non porta le indicazioni grammaticali ("marche

grammaticali"). Tassoni avversario della Crusca

Tassoni è un fautore della modernità, dunque la sua risposta è contraria a ogni forma si

conservatorismo. Tra le sue opere minori restano anche le postille al Vocabolario, ottimo esempio

di critica concretamente applicata, non affidata ad affermazioni di principio.

Le postille di Tassoni alla prima edizione del Vocabolario della Crusca sono poco più di mille,

brevi e spesso mordaci. Commentando le scelte degli accademici, rilevano le omissioni,

intervengono sui criteri.

Tassoni nelle postille (alcune delle quali sono riportate a pagina 251/252) si indigna di fronte

alle varianti lessicali inusitate, rare, obsolete, tuttavia messe a lemma. Possiamo poi documentare

la sua preferenza per la lingua moderna quando segnala parole mancanti nel Vocabolario. Es:

regalare: compare in italiano solo a partire dal XVI secolo

- scena: la Crusca aveva accolto l'aggettivo scenico, ma non nel senso teatrale moderno.

- Tassoni invece si riferisce proprio all'uso moderno nel teatro: si tratta, in questo senso, di

un neologismo cinquecentesco

stradiotti: erano soldati, introdotti in Italia dall'esercito veneziano, che se ne serviva. Il

- termine designava la cavalleria leggera albanese o greca. Tassoni ha ragione nel dire che

la parola è necessaria per intendere le storie moderne dei Toscani, perché il termine

ricorre in Machiavelli e in Guicciardini; naturalmente la Crusca si guardava bene dal

registrare una parola del genere, non antica, di origine settentrionale (veneta) e di impiego

rigorosamente tecnico.

1. Nella postilla alla voce Bandiera la sua attenzione si concentra sui modi di dire privi di

autorità degli scrittori. Le scelte della Crusca vengono criticamente discusse in base alla

competenza linguistica dell'autore; le proposte alternative sono caratterizzate da un

maggior realismo linguistico.

2. Nel caso di disperagione, viene contestata la voce trecentesca inserita sulla base di una

auctoritas giudicata priva di valore dal Tassoni. L'auctoritas è il volgarizzamento di

Petrarca latino utilizzato dagli Accademici. Tassoni ritiene inutile introdurre disperagione

a fianco di una parola corrente e accettata quale disperazione.

53

3. Analogamente rifiuta la seconda registrazione di oppio nel senso di albero di pioppo.

Anche in questo caso, infatti, si tratta di un arcaismo trecentesco ripescato dagli

Accademici in un volgarizzamento.

4. La voce Maiale è un gioco concettuale piuttosto offensivo che sembra alludere a una

"castrazione" metaforica degli Accademici, per le scelte sbagliate e autolimitative

introdotte nel dizionario.

Queste annotazioni possono configurare un'interessante proposta di revisione dei principi

lessicografici, all'insegna della modernità, ben diversa dalla scelta che l'Accademia aveva

compiuto. IL SETTECENTO

L'italiano e il francese nel quadro europeo

All'inizio del Settecento, le lingue di cultura che detenevano un solido prestigio internazionale

erano poche, e in testa a tutte stava ormai il francese.

Il francese, infatti, era la lingua di comunicazione elegante da usare con i viaggiatori stranieri nei

territori di lingua straniera e, in particolare, di lingua tedesca (il cui status culturale era

considerato insufficiente); ma anche l'italiano aveva una posizione di prestigio, soprattutto a

Vienna, dove la nostra era la lingua di corte.

Anche a Parigi l'italiano era abbastanza conosciuto, come lingua da salotto per le dame, corredo

della buona educazione delle fanciulle aristocratiche; ma certo qui non siamo nella situazione dei

paesi di lingua tedesca, e chi si trasferisce a Parigi necessariamente perfeziona il proprio francese.

 NB: si dice perfeziona in quanto la conoscenza del francese è assolutamente necessaria

anche per chi resta tutta la vita in Italia. Un italiano colto del Settecento che non volesse

sfigurare nel bel mondo doveva parlare un po' di francese.

Era insomma pacifico che il francese dopo l'età di re Sole, e poi con l'illuminismo e con la

rivoluzione del 1789, aveva assunto una posizione che lo rendeva in qualche modo erede

dell'antico universalismo latino. Scrivere in francese non significava solo essere alla moda, ma

anche essere intesi dappertutto senza bisogno di traduzione. In certi casi, inoltre, il francese

veniva usato da scrittori dell’Italia settentrionale per appunti privati, per annotazioni diaristiche,

per abbozzi e anche per lettere ad amici, parenti, conoscenti: non si trattava di una necessità ma

di una libera scelta di gusto e di costume.

La penetrazione del francese avveniva attraverso un'infinità di canali, non solo attraverso l'alta

cultura: investiva aspetti del costume e della vita comune, e inevitabilmente la diffusione della

lingua, della moda e della cultura di Francia aveva conseguenze vistose. Nel corso del Settecento

le pretese di attribuire all'idioma d'oltralpe una posizione di assoluto primato, così come aveva

tentato il padre Bonhours, si rinnovarono in forme più marcate:

 Nel 1784 l'Accademia di Berlino premiò un saggio di Rivarol intitolato De l'universalité

de la langue francaise. L'autore pretendeva di attribuire il successo internazionale del

francese non solo a cause storiche contingenti, ma a una ragione più assoluta e profonda,

cioè a una presunta virtù strutturale connaturata a questa lingua, la quale avrebbe avuto

54

come connotati la chiarezza, la logica, la capacità della comunicazione razionale, in

contrapposizione, ad esempio, all'italiano, lingua caratterizzata dalle inversioni sintattiche

illogiche.

Un luogo comune assai fortunato voleva insomma che il francese fosse la lingua della chiarezza,

l'italiano la lingua della passione emotiva, della poesia e della musicalità. Tale luogo comune

poteva essere utilizzato in chiave negativa, per screditare la nostra lingua. Siamo di fronte a uno

dei temi più dibattuti nel Settecento, anche in relazione al cosiddetto ordine naturale della frase

il quale veniva identificato nella sequenza soggetto-verbo-complemento, tipica appunto del

francese. L'italiano invece era ed è caratterizzato da una grande libertà nella posizione degli

elementi del periodo, tendenza causata da mode letterarie che avevano favorito la conservazione

del gusto arcaicizzante. Filosofia del linguaggio

Dopo la pubblicazione della quarta edizione del Vocabolario della Crusca, corretta e ampliata, ma

pur sempre incentrata sul canone selettivo toscano, si manifestarono reazioni decisamente

polemiche, di stampo illuministico, nei confronti dell'autoritarismo arcaicizzante radicato nella

tradizione letteraria italiana.

 È celebre la Rinunzia avanti notaio al Vocabolario della Crusca scritta da Alessandro

Verri a nome dei redattori della rivista milanese "Il Caffè". Questo intervento mostra una

grande insofferenza nei confronti dell'autoritarismo fiorentino; esso, tuttavia, non può

essere considerato un vero manifesto teorico: si tratta piuttosto di un efficace pamphlet,

caratterizzato dal tono sarcastico, in cui si denuncia lo spazio eccessivo che le questioni

retoriche e formali hanno avuto nella cultura italiana, a danno del concreto progresso.

 La posizione che meglio esprime gli ideali dell'Età dei Lumi nei confronti di una tradizione

conservatrice, avvertita ormai come peso insopportabile, è tuttavia quella espressa alla

fine del secolo da Melchiorre Cesarotti nel Saggio sulla filosofia delle lingue:

1. Il saggio si apre con una serie di enunciazioni teoriche, così sintetizzabili:

tutte le lingue nascono e derivano; all'inizio della loro storia sono "barbare",

- ma il concetto di "barbarie" non ha senso se lo si vuole utilizzare nel

raffronto tra le lingue, perché tutte servono ugualmente bene all'uso della

nazione che parla

nessuna lingua è pura: tutte nascono dalla composizione di elementi vari

- tutte le lingue nascono da una combinazione casuale, non da un progetto

- razionale

nessuna lingua nasce da un ordine prestabilito o dal progetto di un'autorità

- nessuna lingua è perfetta, ma tutte possono migliorare

- nessuna lingua è tanto ricca da non aver bisogno di nuove ricchezze

- nessuna lingua è inalterabile

- nessuna lingua è parlata in maniera uniforme nella nazione

-

2. Stabiliti tali principi Cesarotti si concentra sulla distinzione tra lingua orale e

lingua scritta; quest'ultima, in particolare:

ha una superiore dignità, in quanto momento di riflessione, e in quanto

- strumento con il quale comunicano i dotti

55

essa non dipende dal popolo, ma nemmeno dipende "ciecamente" dagli

- scrittori approvati

non può essere fissata nei modelli di un certo secolo

- non dipende dal "tribunal dei grammatici"

-

3. La terza parte del saggio, la più vitale, è una polemica antipuristica e si orienta

verso obbiettivi pratici. Cesarotti infatti indica la via per una normativa illuminata,

da contrapporre a quella troppo rigida della Crusca: secondo lui chi scrive non deve

"rimescolare gli archivi delle parole", guardando a un passato morto e sepolto. Gli

scrittori, al contrario, devono essere liberi di introdurre termini nuovi o di ampliare

il senso dei vecchi. I termini nuovi possono essere introdotti per analogia con i

termini già esistenti, per derivazione o per composizione. Altre possibili fonti sono

i dialetti italiani e le parole straniere. Il genio della lingua, inteso come carattere

originario tipico di un idioma e di un popolo, era utilizzato dagli avversari dei

forestierismi per dimostrare l'estraneità e l'improbabilità del termine esotico, il

quale, proprio perché straniero, doveva ripugnare al genio nazionale, cioè alla

spontanea natura della lingua di una nazione. Cesarotti, per distinguere ciò che

deve essere difeso come immutabile da ciò che invece può liberamente mutare in

relazione dei tempi e del progresso, propone un duplice concetto di genio:

genio grammaticale = struttura grammaticale delle lingue: non deve essere

- alterato (Es: le differenze grammaticali tra italiano e latino mostrano come

il genio grammaticale segni la separazione tra due lingue storicamente

distinte)

genio retorico = il lessico: tutto è alterabile in quanto riguarda l'espressività

-

4. La conclusione del trattato è dedicata ad esaminare la situazione italiana e a

proporre soluzioni positive alle polemiche della questione della lingua. In queste

pagine si affronta anche il tema del rinnovamento della lessicografia: è qui che il

trattato trova accenni che lo legano all'attualità della politica, perché il concetto di

libertà dalle pastoie della retorica assume un carattere di dignità civile che lo

avvicina allo spirito di riforma proprio del secolo dei Lumi. Poiché "la lingua è della

nazione", egli proponeva di istituire un "Consiglio nazionale della lingua" il quale

si sarebbe occupato di studi etimologici e filologico-linguistici, ma soprattutto

avrebbe rinnovato i criteri lessicografici, dedicando attenzione alla terminologia

tecnica delle arti, dei mestieri, delle scienze. Il riscontro del lessico mancante nel

vocabolario sarebbe stato fatto non solo per via libresca, ma mediante il ricorso a

chi esercitava professioni specifiche, in Toscana e anche nelle varie zone d'Italia.

Una schedatura del genere superava ogni criterio di selettività letteraria e

permetteva di accogliere alcune parole di uso extratoscano e forse anche regionale;

a questo punto si sarebbe proceduto a una scelta, e questa era compito del

Consiglio. Suo compito supremo e finale era la compilazione di un vocabolario, che

avrebbe dovuto essere realizzato in due forme, una ampia e una ridotta,

quest'ultima di uso comune, divulgativa e pratica. Il Consiglio, inoltre, avrebbe

dovuto avviare una serie di traduzioni di autori stranieri: anche in questa fase

proposta si può riconoscere un'anticipazione rispetto al dibattito che avrebbero

sviluppato i romantici da lì a poco, attribuendo importanza determinante alle

traduzioni per sprovincializzare la cultura italiana.

56

Riforme scolastiche e divulgazione

Vi è un nesso tra gli ideali di divulgazione culturale, di svecchiamento e di rinnovamento del

pensiero, e il diffondersi nel Settecento di un'attenzione prima impensabile per le condizioni del

popolo, tema a cui gli illuministi si accostarono via via con maggior interesse, convinti che questa

fosse la strada del progresso. Si incominciò a pensare che anche la conoscenza della lingua

italiana dovesse entrare nel bagaglio di cui ogni uomo doveva essere provvisto per assumere un

ruolo nella società produttiva.

È questo il secolo in cui l'italiano entra per davvero nella scuola, in forma ufficiale, in alcuni Stati

italiani, seppure ancora in modo timido e in posizione marginale: per la prima volta, infatti, sono

le organizzazioni statali a darsi da fare, sotto lo stimolo di intellettuale particolarmente sensibili

e intelligenti, per far sì che l'insegnamento superiore non sia svolto solo in funzione della lingua

latina. Una simile svolta è determinata da una sensibilità nuova per i temi della divulgazione e

della diffusione della cultura nei ceti medi, se non proprio tra il popolo. In prima fila non erano

solo i letterati, ma un'ampia categoria di intellettuali in senso lato ma, nonostante ciò, la

situazione italiana rimase difficile, per la mancanza di uno Stato unitario nazionale che potesse

mettere in atto un disegno di riforma omogeneo per un territorio geograficamente ampio. La

situazione delle riforme scolastiche italiane è dunque in realtà disuguale, diversa da Stato a Stato.

Varie voci, nel Settecento, continuavano però a insistere sul fatto che ai giovani delle classi medie

e popolari serviva una cultura maggiormente legata alle esigenze dei commerci e delle attività

pratiche. Si sviluppò quindi una polemica contro il latino, accusato di essere il freno del

progresso.

Alla fine del XVIII secolo furono avviate riforme nella scuola del Lombardo-Veneto grazie

- alla politica scolastica di Maria Teresa d'Austria.

Giunse in Italia un nuovo metodo didattico, ideato a Berlino, detto "normale", in cui per

- la prima volta prendeva forma l'unità della classe, concepita in maniera moderna, come

un gruppo a cui venivano impartiti insegnamenti in vista di obiettivi didattici unitari.

Alla fine del Settecento il padre Soave, un somasco nato a Lugano, pubblicò una serie di

- manuali per insegnare l'italiano che ebbero grande fortuna

Dalla riforma austriaca nacque l'idea di una scuola comunale, con il compito di insegnare

- a leggere e a scrivere: questa scuola fu istituita a partire dall'Ottocento negli stati dell'Italia

settentrionale La lingua della conversazione

L'interesse manifestato dai riformatori del Settecento per l'insegnamento scolastico dell'italiano

non produsse risultati immediati che coinvolgessero il ceto sociale più basso. L'uso della lingua

continuò a essere un fatto d'élite: il toscano era sempre riservato alle situazioni ufficiali, ai libri,

ma restava estraneo alle situazioni familiari, alla conversazione, ai rapporti confidenziali. Lo

spazio della comunicazione familiare era occupato dal dialetto. La lingua italiana si prestava poco

alla conversazione, perché era scritta ma poco parlata, e comunque parlata come un qualcosa di

artificiale di estraneo alla vivace comunicazione quotidiana spontanea e familiare.

57

Solo i toscani si trovavano in posizione di vantaggio, perché nella loro regione lingua scritta e

lingua parlata coincidevano quasi perfettamente. Nelle città e nelle compagne del Mezzogiorno e

del Settentrione si parlava di solito in dialetto, e ciò valeva non soltanto per i popolani, ma anche

per i borghesi e per i nobili. Questa situazione era tale da far nascere il vero e proprio topos

secondo la quale la lingua italiana non poteva essere classificata appieno tra le lingue vie o

addirittura era da classificare tra le lingue morte. Ma, in senso tecnico, l'italiano non era una

lingua morta anche se, il suo status di strumento ipercolto lo manteneva ancorato al passato e in

qualche modo al riparo da travolgenti innovazioni.

Il linguaggio teatrale e il melodramma

Il successo dell'opera italiana nel Settecento fu molto grande, anche all'estero, e questo successo

contribuì a fissare lo stereotipo dell'italiano come lingua della dolcezza, del canto, della poesia,

dell'istinto, della piacevolezza (anche lingua delle maschere e dei buffoni, stante il successo della

commedia dell'arte), in contrapposizione al francese, lingua della razionalità e della chiarezza.

Benché si trovino nell'opera di Goldoni alcuni accenni al problema della lingua, non si può certo

dire che egli ne fosse assillato. Eppure la rappresentazione scenica richiedeva, nella situazione

italiana, uno sforzo notevole di approssimazione. Non esistendo in Italia una lingua comune di

conversazione, un autore teatrale che volesse simulare il parlato senza imparare il toscano vivo

era costretto a ricorrere al dialetto, oppure a impiegare una lingua mista, in cui entravano

elementi diversi, dialettismi, francesismi, modi colloquiali di vario tipo.

Goldoni optò via via per l'una o l'altra soluzione: scrisse opere in dialetto veneziano, in italiano, e

infine scrisse anche in francese, essendosi trasferito a Parigi. Egli non ambì mai a essere un

teorico dei problemi linguistici del teatro. Anzi, dedicò semmai a questo tema meno spazio di

quanto sarebbe legittimo aspettarsi.

L'uso del dialetto, che in scena non costituisce un problema, richiede qualche temperamento in

occasione della trasposizione a stampa delle commedie. Es:

sparisce il tradizionale bolognese; il dialetto veneziano resta ma corredato di chiose per

- far intendere anche ai non veneti certe particolarità che altrimenti andrebbero perdute;

gli elementi dell'italiano settentrionale vengono spiegati in nota; vengono commentati

brevemente tutti i tratti idiomatici, i proverbi e le parole del dialetto che l'autore giudica

meno trasparenti.

A parte l'uso del puro dialetto, che Goldoni, ovviamente, padroneggiava alla perfezione, e con il

quale era perfettamente in grado di rendere qualunque ambiente sociale, da quello popolare a

quello borghese, stabiliamo qui alcune caratteristiche dell'italiano di Goldoni. Mancando un vero

italiano della conversazione, quello perseguito da Goldoni finisce per essere una sorta di

"fantasma scenico" che ha spesso la vivacità del parlato, ma si alimenta grazie all'uso scritto non

letterario, accogliendo in copia larghissima venetismi, regionalismi lombardi e francesismi.

Dialetto e lingua, comunque, non vanno visti necessariamente in opposizione. In certi casi si

alternano e si confondono in una stessa battuta. Questo è in fondo un tipico procedimento del

parlato, che oscilla tra dialetto e lingua, con commistione di codici, e l'impressione non può essere

che di naturalezza e di realismo. 58


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