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Riassunto esame Storia della lingua, prof. Bianchi, libro consigliato L'italiano contemporaneo, D'Achille

Riassunto per l'esame di storia della lingua, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Patricia Bianchi: "L'italiano contemporaneo", Paolo D'Achille. Gli argomenti trattati sono i seguenti: onomastica, lessico, morfologia, sintassi

Esame di Storia della lingua italiana docente Prof. P. Bianchi

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Il cognome può anche essere formato da un articolo determinativo, saldato o meno al sostantivo, o

preposizioni articolate. Notevole la presenza di nomi latineggianti, oppure cognomi che rivelano l’origine

straniera della famiglia, anche in rapporto a passate dominazioni straniere su territorio italiano (Lopez,

Martinez). Nei cognomi sono evidenti le tracce dialettali, in quanto molti di questi si spiegano solo in

rapporto al lessico dialettale (Caruso, deriva dal termine dialettale siciliano “caruso”, “ragazzo”); evidente

poi l’origine dialettale di alcuni cognomi in base alla fonetica, oppure alle terminazioni (quelle

consonantiche sono tipiche del Veneto o del Friuli, quelle in –u tipiche del sardo) e alla grafia (la lettera x

compare in cognomi liguri e siciliani).

Marchionimi e nomi di esercizi

Rientrano nell’onomastica anche altre categorie di nomi propri, come teonimi (nomi di divinità), cinonimi e

aliuronimi (nomi di cani e gatti), prosoponimi (nomi di personaggi), crematonimi (nomi di cose, come

cronomini, per nomi di epoche storiche, o teatronimi, per nomi di teatri e cinema). Abbiamo poi i

marchionimi, per nomi di prodotti commerciali, ed ergonimi, nomi di aziende, scuole, esercizi pubblici. In

caso di marchionimi, frequente il passaggio da nome proprio a nome comune, come aspirina, borotalco, che

in realtà sono nomi commerciali, ma non percepiti tali dai parlanti, che li adoperano come nomi comuni.

Diffusi sono i nomi di marca d’uso internazionale, spesso adattati foneticamente o no; vi sono nomi ibridi

(Nutella, da nut “noce” e il suffisso –ella); evidente la preferenza per elementi esotici, come le finali

consonantiche nel caso di medicinali (che presentano talvolta anche riferimenti a nomi comuni). In caso di

automobili, si rileva la presenza di nomi personali femminili, o di numerali, nomi comuni e aggettivi. Per i

nomi di esercizi, si ricorre a nomi comuni o propri, oppure vengono usate citazioni di titoli di film e canzoni,

o si ricorre al dialetto, a parole straniere (come segno di modernità); frequente il ricorso a sigle.

Deonomastica

Recentemente ha avuto notevole sviluppo il campo della deonomastica, ossia lo studio delle parole e delle

espressioni ricavate da nomi propri, anche con meccanismi derivativi. Molti antroponimi e toponimi si

ritrovano in espressioni idiomatiche, sintagmi, modi di dire, di cui spesso si è persa l’origine (fuoco di

sant’Antonio, pan di Spagna ecc). Si ha gran varietà di suffissi per formare gli etnici, di cui i più produttivi

sono –ano (romano), -ese (milanese), -ino (triestino), -ate, -asco, -itano; frequente anche il suffisso zero

(Campania, campano). Per molti centri inoltre esiste un derivato tratto da un nome latino (per Chieti,

abbiamo sia chietino che teatino); tali etnici sono spesso usati per riferirsi a squadre di calcio. Per i derivati

degli antroponimi, i suffissi aggettivali più frequenti sono –iano, -ino. –esco, -ista, quest’ultimo usato

specialmente per indicare imitatori, seguaci del fondatore di un movimento (movimento indicato con

l’aggiunta di –ismo al nome proprio, come Petrarca, petrarchismo e petrarchista). I suffissi –izzare e –eggiare

formano invece verbi che significano rispettivamente “rendere simile a” e comportarsi come”.

Capitolo III-Lessico

Il lessico è il complesso della parole di una lingua, la cui unità fondamentale è il lessema, inteso come unità

concettuale astratta e che è al tempo stesso più ristretto e più ampio della parola (la quale si definisce come

un’unità linguistica a cui è associata una funzione grammaticale e un significato. È separata dalle altre da

spazi, e d è dotata di coesione interna, per cui non si possono introdurre altri elementi al suo interno, né si

può mutare l’ordine degli elementi che la costituiscono). Più ristretto in quanto molte parole costituiscono un

unico lessema talvolta (forme paradigmatiche di un verbo), più ampio in quanto un lessema può essere

formato da più parole tra loro combinate (parole polirematiche, frasi idiomatiche). Tecnicamente, il lessema

è la parola che troviamo a sinistra in un vocabolario, e vien messo a lemma quando viene seguito da una

definizione. si può fare una differenza tra lessicologia e lessicografia: la prima è lo studio del lessico,

analizzando le caratteristiche delle parole e il modo in cui queste entrano in rapporto tra di loro; la

lessicografia è la classificazione del lessico. La linguistica ha elaborato il concetto di arbitrarietà del segno,

secondo il quale il rapporto tra parola e l’oggetto che indicano (referente) varia da lingua a lingua: ad

un’unica parola di una lingua che indica più referenti, in un’altra lingua possono corrispondere più parole.

Tra i vari lessemi si possono individuare vari rapporti, sul piano sintagmatico, ossia il legame tra un lessema

e gli altri dello stesso enunciato, e sul piano paradigmatico, ossia il rapporto tra un lessema ed un altro che

potrebbe comparire al suo posto nello stesso enunciato. Occorre qui fare una distinzione tra lessico e

vocabolario, costituito da termini, che è una parte limitata del lessico, usata in una scienza, in un linguaggio

settoriale, o da un gruppo sociale: in questi inoltre i termini hanno una funzione denotativa, atta a definire in

modo oggettivo, mentre nell’uso comune hanno una funzione connotativa, esprimendo anche funzioni

soggettive. Tra i lessemi possiamo distinguere le classi aperte, che possono essere arricchite di nuovi termini

(nomi, aggettivi, verbi, alcuni avverbi; ossia le parole semanticamente piene) e le classi chiuse (articoli,

pronomi, preposizioni, congiunzioni, molti avverbi; ossia le parole grammaticali o funzionali).

In ogni lingua possiamo parlare di diversi fenomeni: tra questi ricordiamo la polisemia, che si verifica

quando un lessema ha due, tre o più significati, i quali hanno in comune sempre qualcosa (“volare” può

significare “correre veloce”, “viaggiare in aereo”, ma tutte queste accezioni presentano l’idea di movimento);

può nascere quando, in base a processi di metafora, metonimia, ad un termine viene aggiunto un significato.

Talvolta i significati secondari possono distaccarsi però da quello originario. Abbiamo poi l’omonimia, ossia

termini coincidenti (sul paino grafico, su quello fonetico o su entrambi) in significante, ma diversi in

significato, ed ancora i sinonimi, termini diversi nel significante, ma sostanzialmente uguali nel significato.

Frequenti sono i sinonimi parziali, oppure sinonimi che possono essere utilizzati solo in vari ambiti d’uso.

Caratteristica dell’italiano poi è la presenza di geosinonimi, ossia parole di uso regionale che nelle varie parti

d’Italia designano uno stesso oggetto; recentemente è stata elaborata la nozione di geoomonimi, ossia parole

identiche formalmente, che in luoghi diversi sono associate a concetti diversi. Lessemi che hanno significato

opposto sono detti antonimi, divisi in antonimi bipolari (maschio/femmina) e i graduabili, che permettono

gradazioni intermedie (caldo/freddo); abbiamo poi gli antonimi lessicali, che non rivelano formalmente la

contrapposizione (bello/brutto) e quelli grammaticali, più chiari (felice/infelice), preferiti nella neologia.

Abbiamo infine gli iperonimi, che hanno un significato generale che comprende altri lessemi, detti a loro

volta iponimi: gli iponimi possono anche diventare iperonimi di altri iponimi, di significato ancora più

ristretto.

Il lessico italiano è molto ampio ma , naturalmente nessun italiano conosce o usa l’intero lessico; gli stessi

dizionari ne raccolgono solo una parte. Il dizionario dell’italiano contemporaneo più ampio è il Grande

dizionario italiano dell’uso, detto anche GRADIT, diretto da Tullio De Mauro nel 1999, che comprende

250000 lemmi (voci letterarie, termini specialistici, varianti formali, regionalismi, parole straniere, voci

gergali, latinismi, sigle, abbreviazioni ecc), ma neanche questo può dirsi completo, considerando le nuove

parole diffusesi in Italia dopo il 1999 e le diverse accezioni che i termini hanno assunto. Lo stesso De Mauro

ha individuato nel lessico un vocabolario di base (7000 lessemi), diviso in lessico fondamentale (2000

lessemi noti a tutti coloro che parlano italiano, lessico di alto uso (2500-3000 lessemi), noti a chi ha un

livello di istruzione medio , e lessico di alta disponibilità (2300 lessemi), che comprende termini noti al

parlante ma che non vengono usati quotidianamente, e che è più legato alle trasformazioni sociali e alla

moda. Altri 45000 lessemi appartengono al vocabolario comune, comprensibili da chi ha un livello medio-

alto di istruzione; il vocabolario comune e quello di base formano il vocabolario corrente, al di fuori del

quale vi sono i lessemi dei linguaggi settoriali (che assumono dal vocabolario comune lessemi a cui

assegnano valori specifici, e viceversa) e della lingua letteraria. Altri settori del lessico da ricordare sono le

voci gergali, parole usate da gruppi ben definiti per non farsi comprendere da estranei o per riconoscersi

come appartenenti allo stesso gruppo, e che solitamente sono voci della lingua comune o di base dialettale

modificate nel significato o nel significante, e poi i regionalismi. Questi ultimi sono estesi nella varietà di

italiano parlata in alcune regioni e subregioni: si tratta di solito di voci del dialetto locale (italianizzate ),

oppure di parole esistenti in italiano ma che in singole regioni assumono particolari significati; molto

marcata è la fraseologia. Alcune voci regionali possono entrare nell’italiano comune, passando da

regionalismi a dialettalismi.

Nel lessico italiano possiamo avere tre diverse componenti: le parole di origine latina, i prestiti o

forestierismi e le neoformazioni. A queste possiamo aggiungere i deonomastici (nomi propri divenuti nomi

comuni); interiezioni e ideofoni, le voci inventate dal nulla. Non sempre è facile la distinzione tra i tre

gruppi, in quanto spesso parole derivanti dal latino sono entrate in italiano tramite un’altra lingua, oppure

degli ibridi, o ancora composti neoclassici, ossia parole costituite da elementi latini e greci che designano

discipline o nozioni denominate all’estero (antropologia); a volte poi si ha l’ingresso di un nuovo significato

assunto da una parola già esistente nella nostra lingua.

 Per quanto riguarda la componente latina, dobbiamo fare una distinzione tra le parole popolari, che

dal latino sono passate nella nostra lingua, e che spesso erano parole formatesi nel latino volgare

oppure che in questo avevano assunto un nuovo significato, e i latinismi, parole dotte recuperate nel

lessico italiano in momenti diversi. Spesso da una base latina sono derivate due parole italiane, una

popolare (riconoscibile per la maggiore lontananza dalla base) ed una dotta (più simile alla base sia

formalmente che sul piano del significato): tali parole vengono dette allotropi (ricordiamo il latino

“machina”, che ha dato vita alle italiane “macina” e “macchina”). Molte parole però di origine

popolare sono legati aggettivi di coniazione dotta: talvolta la matrice comune è evidente, come in

“fiore” e “floreale”, mentre in altri no, come “orecchio” e “auricolare”; vi sono però anche casi in cui

voci popolari si legano semanticamente con parole dotte di altra matrice, latina o greca (bocca/orale,

cavallo/equino/ippico ecc). i latinismi che sono entrati nella nostra lingua sono stati spesso

modificati, ma ciò non si è verificato nei latinismi d’uso colto e specialistico e per quelli entrati

tramite lingua straniera (par condicio, album, referendum, e altre che hanno subito un cambio di

categoria rispetto la base latina, come lavabo e placebo, sostantivi maschili tratti dal futuro di lavo e

placeo). Forte è però anche la componente greca. I grecismi sono stati introdotti principalmente in

epoca moderna per via dotta, e sono tipici del linguaggio scientifico tradizionale; tra i più diffusi

ricordiamo agonia, catastrofe, strategia, esodo. Sia il latino che il greco hanno fornito all’italiano

elementi per formare nuove parole, quali prefissi (super, extra, iper, mega), suffissi (ista, essa) e

confissi (auto, filo, voro, logia).

 Vi sono poi anche i forestierismi, o prestiti, parole tratte da altre lingue: tale fenomeno può essere

dovuto alla contiguità territoriale, movimenti demografici, al prestigio di un determinato popolo. I

prestiti possono essere di necessità (dovuti all’esigenza di denominare oggetti di origine straniera in

precedenza sconosciuti) e di lusso (che sostituiscono termini già esistenti nella lingua che li importa).

La tradizione puristica italiana definisce i forestierismi anche barbarismi, esotismi, per voci tratte da

lingue esotiche, e xenismi. Talvolta dei prestiti tornano alla lingua originaria, seppur con delle

modifiche (“maschera” è entrata nell’inglese con la variante “màscara”, per ritornare come

“mascàra”), ma nella maggior parte dei casi vengono integrate nel sistema italiano, dopo delle

modifiche (bleau adattato come “blu”). Il prestito viene definito prestito semantico se consiste

nell’aggiunta di un nuovo significato ad una voce già esistente (tale prestito si distingue in

omonimico quando si basa sulla somiglianza del significante, come in “assumere”, con significato di

“supporre”, e in sinonimico, se la somiglianza si basa sul significato). Altro procedimento è quello

del calco, una sorta di traduzione (anche qui abbiamo quelli omonimici, come “processor” e

“processore” e quelli sinonimici, come “fuorilegge” e “outlaw”). Frequenti sono i mutamenti di

categoria, l’acquisizione di un significato diverso dall’originario e il mantenimento di un solo

significato di parole polisemiche in altre lingue. Da segnalare poi le parole apparentemente straniere,

ma che sono invenzioni italiane. Passando in rassegna i vari tipi di forestierismi, abbiamo i

germanismi (tratte dalle popolazioni germaniche che invasero l’Italia dopo il crollo dell’Impero

romano), per quanto riguarda soprattutto parti del corpo, oggetti domestici, concetti generali o

astratti, aggettivi relativi ai colori, verbi come “scherzare” e “guardare”, suffissi come “-ingo” e “-

ardo”. Abbiamo poi gli arabismi, soprattutto per voci riguardanti il commercio o prodotti importati

dall’Oriente, termini dell’ambito scientifico (matematica e astronomia); forte l’influsso del turco

(divano, caffè) e numerosi gli ebraismi, soprattutto termini liturgici (osanna, amen) e poche altre

(fasullo). Grazie al prestigio delle letterature d’oc e d’oil, importanti sono diventati i gallicismi,

diffusisi in Italia per lungo tempo: appartengono al francese infatti voci come “mangiare” e

“viaggio”; nel corso del Novecento si sono diffusi altri termini, come menu, peluche, garage,

fuseaux, salopette, gaffe ecc; neologismi semantici e calchi come burocrazia, riciclaggio e impegno:

molti francesismi sono stati poi sostituiti da anglicismi (maquillage da make up, coiffeur da hair

style). Forti gli ispanismi come quintale, flotta, regalo, e voci esotiche (amaca, cacao) entrate

tramite lo spagnolo; a questa si ricollegano le parole di origine ispanoamericana,

legate alla politica, allo sport, musica e costume. Frequenti i tedeschismi (kitsch, blitz, kaputt) e i

nipponismi (sudoku, karate, judo, karaoke). Posto essenziale è riservato agli anglicismi, sviluppatisi

largamente nel secondo dopoguerra. La loro importanza si spiega con l’individuazione dell’inglese

come lingua della comunicazione internazionale, l’importanza della civiltà angloamericana in ambito

culturale e politico-economico, la relativa facilità delle strutture della lingua. Molti anglicismi sono

entrati nella politica, nei diversi linguaggi settoriali, come l’informatica (mouse, browser),

l’economia e la finanza, medicina, ma anche nello sport, ne4lla musica (rock, pop), moda, costume

ed altri ancora. Gli anglicismi sono frequenti anche nella lingua comune, dove entrano anche voci

specialistiche e derivati italiani (bypassare); frequenti le sigle inglesi.

 Il lessico italiano presenta anche dialett(al)ismi, ossia dei prestiti interni dai vari dialetti parlati nella

nostra penisola. Questi termini passano alla lingua tramite la mediazione delle varietà regionali, che

tendono ad adattarli al sistema dell’italiano, tanto che talvolta non sono facilmente riconoscibili

(tranne in casi particolari come ‘ndrangheta, calabrese). I dialettismi riguardano campi come cucina

(tiramisù, cassata, fusilli), rapporti sociali (fuitina), paesaggio, ma talvolta perdono il riferimento alla

realtà specifica a cui fanno riferimento: è questo il caso di mafia, passato a designare qualunque

associazione a delinquere. Origine dialettale hanno poi molte espressioni fraseologiche, come “finire

a tarallucci e vino”.

 Abbiamo infine i neologismi, termini entrati da poco nel lessico e che indicano nuovi concetti, che

comprendono prestiti di recente acquisizione e parole ricavate da parole già esistenti. Possiamo avere

i neologismi combinatori, mettendo insieme elementi già esistenti nella lingua, e i neologismi

semantici, quando nuovi significati si aggiungono a voci già esistenti (sfruttando la polisemia e la

conseguente economia di lessemi). Nel complesso vanno poi distinti gli occasionalismi, dalla vita

effimera, e i veri e propri neologismi: la distinzione non è però affatto facile, visto che non appena

un neologismo entra a far parte del lessico, smette di essere tale, ed inoltre non è sempre facile

prevederne il successo. Infine, molti neologismi nascono nei linguaggi settoriali, per passare poi alla

lingua comune. Capitolo IV-Fonetica e fonologia

Il linguaggio si basa sulla produzione e sulla ricezione di suoni articolati (prodotti dall’apparato fonatorio),

che chiamiamo foni. I foni sono analizzati e studiati dalla fonetica: ciascuna lingua seleziona un numero di

foni nella gamma dei suoni possibili, li combina tra loro creando un numero elevato di parole e dunque

significati. Foni diversi possono essere creati in base agli ostacoli che l’aria incontra durante l’espirazione,

momento in cui avviene la produzione di suoni; tali ostacoli possono essere i diversi movimenti della laringe

e degli altri organi, oppure l’apertura della cavità orale. Se le corde vocali vibrano durante l’espirazione,

abbiamo foni sonori, se restano inerti abbiamo invece i foni sordi. I foni possono essere anche nasali, quando

l’aria fuoriesce anche dal naso, oppure orali, se solo dalla bocca; in questi ultimi abbiamo la distinzione tra

consonanti e vocali. Le vocali (gli unici foni su cui può cadere l’accento) sono foni che si producono quando

le corde vocali vibrano regolarmente e l’aria non incontra ostacoli, ma solo piccoli restringimenti; le

consonanti si hanno quando l’aria incontra resistenze dovute alla chiusura del canale o un suo notevole

restringimento. Abbiamo poi foni intermedi tra i due tipi, ossia semiconsonanti o semivocali. Occorre ora

fare una distinzione tra foni, ossia suoni articolati di una lingua, e quelli che vengono chiamati fonemi. Un

fonema è un insieme di suoni che, anche se realizzati in modo diverso, vengono interpretati nello stesso

modo dal parlanti: è la più piccola unità distintiva di una lingua, e del suo studio se ne occupa la fonologia,

che si configura come lo studio dei suoni nelle astrazioni e nelle loro combinazioni. Per capire la differenza

tra fono e fonema si può fare un semplice esempio: considerando la realizzazione della “r” moscia, notiamo

che è ben diversa dalla “r” normale, ma non esiste nessuna differenza di significato tra la parola pronunciata

con la r normale e quella pronunciata con la r moscia. Si tratta quindi di due foni distinti, ma di un unico

fonema; i due tipi di r sono dunque allofoni, ossia diverse realizzazioni concrete di uno stesso fonema,

soggette a variazioni individuali, regionali o sociali. I fonemi di una lingua sono individuabili tramite la

prova di commutazione in parole o forme che differiscono per un solo fono, dette coppie minime; quando ad

una variazione di un fono corrisponde una variazione di significato, si hanno due fonemi diversi.

I foni hanno un corrispettivo grafico nei grafemi. Lo studio dei grafemi e delle altre notazioni (segni

paragrafematici, ossia apostrofo, accento, segni di punteggiatura ecc) è affidato alla grafematica. Non c’è

però un rapporto biunivoco tra grafemi e fonemi: ci sono lettere che non hanno valore fonetico, oppure la

distinzione di timbro tra alcune vocali non è resa graficamente, come anche la differenza tra una consonante

sonora e la sorda corrispondente. Per garantire una certa univocità tra suono e grafia è stato elaborato un

sistema grafico artificiale, l’IPA, al momento il sistema prevalente di trascrizione fonetica. In Italia è stato

introdotto nel 1970 dal vocabolario Zingarelli, ed è presente nel GRADIT di De Mauro. Esistono due livelli

di trascrizione fonetica: “stretta” molto più precisa, e “larga”, semplificata, e che fornisce solo

l’informazione essenziale della pronuncia tipica di una comunità. Graziadio Isaia Ascoli, insieme al

dialettologo Merlo, ha elaborato un diverso sistema di trascrizione fonetica, impiegato in molte grammatiche

storiche degli anni Novanta.

I fonemi italiani sono 30:

 7 vocali toniche: “i”, “e” aperta e chiusa, “a”, “o” aperta e chiusa e “u”; ɲ ʃ

 5 consonanti che in posizione intervocalica ammettono solo il grado intenso: / /, /λ/, / /, /ts/ e /dz/;

 La consonante sempre breve (o tenue) /z/, ossia la s sonora;

 15 consonanti che possono essere tenui o intense (o lunghe) in posizione intervocalica: /p/, /b/, /m/,

ʧ ʤ

/t/, /d/, /n/, /c/, /g/, /f/, /v/, /s/, /r/, /l/, / /, / / ( la loro lunghezza determina una differenza di

significato; la lunghezza consonantica è un tratto caratteristico dell’italiano e la durata dei foni è

intermedia tra grado tenue e grado forte);

 Le semiconsonanti “i” e “u”.

In realtà l’inventario dei fonemi oscilla tra 30 e 45, considerando anche la durata consonantica.

Le vocali, come già detto, sono 7, e si dispongono secondo il triangolo vocalico, in cui le singole unità sono

disposte secondo la posizione della lingua in fase articolatoria. In tale triangolo abbiamo la /a/, con apertura

ɛ

massima della cavità orale e lingua abbassata; la “e” aperta e chiusa (rispettivamente / / e /e/) e la /i/,

ɔ

palatali; infine la “o” aperta e chiusa (rispettivamente / / e /o/) e la /u/, velari, dette anche procheile

posteriori o labiali, perché richiedono anche una protrusione delle labbra. In base all’altezza della lingua, le

vocali si dividono in alte (“i” e “u”), medio-alte (“e” e “o” chiusa), medio-basse (“e” e “o” aperte), bassa

(“a”); graficamente, la differenza tra vocali aperte e chiuse è resa tramite l’accento grafico, acuto per le

chiuse (é, ó) e grave per le aperte (è, ò). Per quanto riguarda le linee di tendenza, possiamo dire che

l’opposizione tra vocale aperta e chiusa è vitale soprattutto in Toscana e altre zone dell’area

centromeridionale, mentre in altre pronunce regionali tale opposizione si è quasi del tutto annullata,

rendendo le medio-alte e medio-basse degli allofoni.

In posizione atona le vocali si riducono a 5, annullando l’opposizione tra medio-alte e medio-basse. Le

vocali non hanno tutte la stessa distribuzione, in quanto in finale di parola non abbiamo mai la “u” atona, ma

solo tonica; la e chiusa si ha solo nei composti di che e in alcune forme di 3 persona del passato remoto,

altrimenti si ha la e aperta, e lo stesso vale per la o, solitamente chiusa. Due vocali vicine in sillabe diverse

formano uno iato, per evitare il quale si verifica l’elisione del finale di una parola davanti una parola

iniziante in vocale. Facendo riferimento alle tendenze generali, vi sono variazioni sul piano delle pronunce

regionali, e da segnalare è la quasi totale evanescenza nel parlato delle vocali finali, e non solo nelle zone del

Centro-Sud (i cui dialetti presentano la vocale centrale schwa).

L’italiano ha poi due semiconsonanti, o semivocali, in dipendenza dal fatto se si trovino rispettivamente

prima di un’altra vocale della stessa sillaba, o dopo (formando dunque un dittongo rispettivamente

ascendente e discendente). Queste sono la /j/ e la /w/, il cui suono è assimilabile alla “i” e alla “u”, ma hanno

durata più breve e non possono essere accentate; queste sono anche chiamate approssimanti. Non tutte le

sequenze semiconsonante + vocale o vocale + semivocale sono possibili: con /j/ sono escluse le

ɔ

combinazioni con /i/, per /w/ quelle con /u/, /i/, /o/ e / ); i dittonghi discendenti con /w/ non compaiono mai

in fine di parola, tranne in cognomi sardi e qualche voce onomatopeica. Oltre ai dittonghi, in italiano sono

possibili anche i trittonghi, formati da due semiconsonanti e una vocale, oppure semiconsonante, vocale e

semivocale. In italiano inoltre si può verificare il fenomeno del dittongo mobile: i dittonghi “ie” e “uo” si

conservano quando si trovano in una sillaba accentata che termina in vocale, e si riducono rispettivamente

alle vocali “e” e “o” quando si trovano in una sillaba non accentata (tu vieni voi venite).

Le consonanti sono 21, e si possono disporre secondo questo schema:

Bilabiali Labiodentali Alveolari Prepalatali Palatali Velari

Sord Sono Sord Sono Sord Sono Sord Sono Sord Sono Sord Sono

a ra a ra a ra a ra a ra a ra

Occlusive p b t d k g

ʥ ʧ

Affricate ʦ ʤ

ʃ

Fricative f v s z

ɱ ɲ

Nasali m [ ] n [ŋ]

Vibranti r

Laterali l λ

Approssiman j w

ti Le consonanti si classificano in base al modo di articolazione (in base al tipo di ostacolo che l’aria incontra

uscendo dalla cavità orale), il luogo di articolazione (settore della cavità orale dove si localizza l’ostacolo), la

caratteristica del fono di essere sorso o sonoro, orale o nasale. Possiamo avere le occlusive (chiusura

completa del canale), fricative (restringimento del canale e una frizione), vibranti (restringimento del canale

con vibrazione della lingua), laterali (restringimento del canale e fuoriuscita dell’aria dai lati del palato),

affricate (consonanti prodotte prima con un’occlusione e poi con un restringimento), approssimanti (prodotte

dall’avvicinamento ma non dal contatto degli organi in gioco) e nasali (quando l’aria fuoriesce anche dalle

narici). In base al luogo di articolazione, abbiamo le bilabiali, labiodentali, alveolari, prepalatali, palatali e

velari. La tabella presenta la descrizione, trascrizione, corrispondenza con uno o più grafemi delle

consonanti. ɱ

La nasale labiodentale si pronuncia come “n”, posta davanti a [f] e [v]. la velare nasale ŋ è allofono di “n”

quando posta davanti a [k] e [g].

In ‹gli› e ‹sci›, come in ‹ci› e ‹gi›, la “i” ha valore diacritico, come in forme dotte come “scienza, dove

a

ɲ

dovrebbe corrispondere al fono [j], o dopo / / nel caso di forse di persona plurale del presente

1

indicativo e congiuntivo. Da rilevare che in parole dotte di origine greca il gruppo ‹gli› corrisponde a [gli],

ɲ ʃ

come anche a volte a ‹gn› corrisponde [gn]. Le consonanti / /, / / e /λ/ sono sempre lunghe, anche se sono

spesso scempie nella varietà settentrionale, e la /λ/ si pronuncia [jj] al Centro-Sud. Oltre alle ventuno lettere

dell’alfabeto, l’italiano utilizza anche cinque grafemi stranieri. La “j” in passato veniva usata al posto delle

due i in particolari plurali, o per rappresentare la semiconsonante /j/; il suo uso persiste in nomi come Jacopo,

o in Jonio, oppure in prestiti non adattati come anglicismi, francesismi e tedeschismi; spesso rende le

ʤ ʒ

consonanti / / e / /. La “k” ha lo stesso valore della /k/, e la troviamo in prestiti non adattati, oppure in

sostituzione della “c” e di “ch” in scritture giovanili o linguaggio pubblicitario. La “w” compare con il valore

di /y/ in tedeschismi come wurstel, semiconsonante /w/ in anglicismi come week-end, [v] in anglicismi più

antichi, come wafer, o sigle come www e wwf. La “x” equivale al gruppo [ks] e compare in latinismi, voci di

origine greca o straniera, abbreviazioni di origine straniera, e anche cognomi italiani. La “y” ha valore di /j/

semiconsonante o semivocale, oppure /i/ quando si trova in fine di parola (hobby); può comparire anche in

alcuni cognomi. In linea generale, possiamo affermare che la grafia italiana non rende la differenza tra /s/ e

/z/, al cui opposizione fonologica è viva solo in Toscana; la “s” è pronunciata come /s/ al Centro-Sud (dove

sono però frequenti delle sonorizzazioni) e come /z/ al Nord. Nel caso della /s/ prima di /t/, frequente è

l’assorbimento della dentale; altra tendenza è la pronuncia ‹z› sonora ad inizio parola, tenue e sonora in

posizione intervocalica la “z” scempia, intensa e sorda la “z” doppia, e “z” scempia prima di /i/ o /j/.

Da considerare il raddoppiamento fonosintattico: in sequenze di due parole appartenenti alla stessa catena

fonica, vi è un rafforzamento della consonante iniziale della seconda parola, quando questa è di grado tenue

(dunque non seguita da altra consonante o intensa per natura) e quando tra le due parole non si frappone una

pausa. Tale raddoppiamento è reso graficamente solo quando le due parole si sono univerbate (affresco,

soprattutto ecc). Le parole che provocano il raddoppiamento sono tutti i monosillabi forti, come avverbi (qui,

giù, più), pronomi (me, tu), verbi (ho, è, può), nomi, il numerale “tre”, l’aggettivo “blu” e le forme

olofrastiche “sì” e “no”; alcuni monosillabi deboli, non accentati, come alcune preposizioni, i pronomi “che”,

“chi”, e alcune congiunzioni; alcune parole bisillabe (qualche, come, dove); tutte le parole ossitone. Tale

fenomeno è spiegato dal punto di vista storico come derivante dal latino: molte parole latine terminavano in

consonante, la quale si è assimilata alla consonante della parola seguente, che si è allungata.

Tendenzialmente, al Nord si tende a pronunciare come brevi tutte le consonanti intense, mentre al Sud

presenta particolarità, come l’assenza del raddoppiamento dopo “da” e “dove”; in generale, tale fenomeno è

sensibilmente diminuito, come dimostrato da grafie quali “sopratassa”, “ciononostante”.

La sillaba è l’unita più piccola di cui si compone la parola. L’elemento fondamentale della sillaba è il nucleo,

che può essere preceduto e seguito rispettivamente da un attacco e una coda; nucleo e coda formano la rima.

Se la sillaba è priva di cosa, ossia se termina in vocale, si dice aperta, altrimenti chiusa. In italiano, il nucleo

può essere costituito solo da una vocale, eccezion fatta per gli ideofoni (pss, brr). L’attacco è formato

normalmente da una consonante, o una semiconsonante (è possibile però un attacco ramificato, ossia tre

consonanti, oppure due consonanti e una semiconsonante, oppure una consonante e due semiconsonanti). Dal

punto di vista fonologico, la sillaba è una porzione compresa tra un minimo di sonorità e il minimo

successivo, dunque dovrebbe iniziare e terminare con una consonante. La coda è costituita generalmente da

una sola consonante, o una semivocale (oppure semivocale e consonante); le consonanti che ammettono

questa posizione sono l,r,m,n, s, quelle che in posizione intervocalica sono lunghe e le naturalmente lunghe;

è esclusa la /z/, sempre breve. Nei gruppi consonantici formati dalle altre consonanti, la prima chiuse la

sillaba, l’altra apre la seguente. Nell’italiano tradizionale è sempre aperta la sillaba finale di parola: finiscono

in vocale quasi tutte le parole, e finisce in vocale la parola che si trova alla fine della frase, prima della pausa.

Ciò non si verifica negli articoli “un” e “il”, nella negazione “non”, diverse preposizioni, nella d eufonica di

“ad”, “ed” e “od”, ma queste parole non si trovano mai in fine di frase. In seguito all’apocope (caduta della

vocale o sillaba finale) possiamo avere parole che terminano in consonante, specie nel linguaggio poetico:

tale apocope è soggetta a restrizione, quale il divieto di troncamento davanti a vocale “a”, né prima di vocale

con particolare funzione morfologica. L’introduzione di forestierismi ha determinato però una crescita delle

parole con finale consonantica, come anche l’aumento delle code ramificate (sigle, acronimi, ad esempio);

ciò è stato favorito anche dall’introduzione nel lessico di voci di origine latina e greca, che ha portato anche

all’introduzione di queste sequenze ad inizio parola (come in psicologo). Tutto ciò, ha portato anche

all’abbandono, nello scritto, della i prostetica.

L’accento è un tratto soprasegmentale, ossia al di sopra della sequenza di suoni e consiste nel far emergere

una sillaba per durata, intensità e altezza melodica. In italiano abbiamo un accento mobile, la cui posizione

può variare, e ha un carattere distintivo, permettendoci di distinguere parole altrimenti identiche. L’accento

italiano può cadere sull’ultima sillaba, dove è sempre segnato graficamente, e parliamo di parole ossitone o

tronche; se cade sulla penultima abbiamo le parossitone o piane, se cade sulla terzultima abbiamo le

proparossitone o sdrucciole. Le parole formate da più di tre sillabe spesso hanno un accento secondario sulla

prima o seconda sillaba. Vi sono parole prive di accento, ossia i monosillabi deboli, che sono preposizioni,

congiunzioni, articoli, e forme pronominali dette clitici, le quali possono precedere un verbo (proclisi)

oppure seguirlo, spesso saldandosi ad esso (enclisi). Quando abbiamo due o più pronomi enclitici uniti al

verbo, troviamo l’accento sulla quartultima (in genere anche nelle forme di terza persona plurale del presente

indicativo e congiuntivo) o quintultima sillaba. In linea di massima, si ha la tendenza, in parole trisillabe, a

ritrarre l’accento sulla terzultima, forse per una questione di ipercorrettismo: tale fenomeno si riscontra in

nomi propri (Frìuli invece di Friùli), voci latine (lìbertas invece di libèrtas), tedeschismi, anglicismi. Si

riscontra anche in parole ossitone straniere terminanti in consonante (Pàkistan invece di Pakistàn), o cognomi

ʒ

di8 matrice dialettale veneta come Benettòn. A proposito dei prestiti, va segnalata la presenza della / / nella

pronuncia di francesismi come garage, gigolot ecc. La diffusione dei prestiti sembra intaccare solo la

corrispondenza tra grafia e pronuncia tipica dell’italiano, soprattutto perché possono sorgere dei problemi di

pronuncia nei derivati italiani, come per chattare, sbudgettare, o jeanseria.

Altro elemento da considerare è il ritmo, ossia ricorrenza nella lingua parlata di segmenti forti e deboli.

L’italiano ha la possibilità di formare sequenze con tutte le unità prosodiche, che vengono denominate piedi:

abbiamo dunque il trocheo (sillaba lunga e una breve, la maggioranza delle parole italiane), il dattilo (una

lunga e due brevi), il giambo (una breve e una lunga), l’anapesto (due brevi e una lunga). Va detto che sono

brevi tutte le vocali atone, mentre delle vocali accentate all’interno di parola sono lunghe quelle in sillaba

aperta, e brevi quelle in sillaba chiusa. Le vocali accentate finali di parola sono brevi. Da considerare il

fenomeno dell’isocronia sillabica: la sillaba tonica ha una durata leggermente maggiore della sillaba atona,

ma a meno che non vogliamo sottolineare dove cade l’accento, la lunghezza di pronuncia delle due sillabe

sostanzialmente si equivale. Per quanto riguarda l’intonazione, possiamo dire che si tratta di un tratto

soprasegmentale che riguarda la frase ed è importante anche dal punto di vista sintattico: svolge infatti un

ruolo essenziale nella distinzione tra frase affermativa e interrogativa, la cui intonazione ascendente non

richiede lo spostamento di costituenti richiesta invece in altre lingue. Per studiare l’intonazione si usa uno

spettrometro, non ha una norma specifica, ma si basa sulle scelte dei parlanti, ed è per questo facile da

riconoscere. Capitolo V-Morfologia flessiva

La morfologia studia come si realizzano nel concreto nei nomi, aggettivi, articoli, i concetti di genere e

numero; nei pronomi quelli di persona e caso; nei verbi quelli di modo, tempo, aspetto e diatesi; lo studio

delle forme individuate, dette forme flesse, costituisce la morfologia flessiva. Più propriamente, possiamo

dire che la morfologia studia la struttura della parola, che viene analizzata come sequenza di più morfemi. I

morfemi sono sequenze di uno o più fonemi, che costituiscono la più piccola unità linguistica dotata di

significato; un morfo è il significante di un morfema.

Sempre allacciandosi al concetto di morfema, si può fare una distinzione tra lingue analitiche, o isolanti, in

cui ogni significato è rappresentato da un elemento unico, che costituisce una parola autonoma che non

cambia forma e non può essere legato ad un altro elemento (morfema libero) e lingue sintetiche, che

uniscono in una parola più morfemi legati tra loro (morfema legato). A queste ultime appartengono le lingue

flessive, in cui un elemento, chiamato desinenza, porta indicazioni di carattere morfologico, e che segnala

anche i rapporti tra le parole all’interno della frase. Il latino è la lingua flessiva per eccellenza, con il suo

sistema dei casi e delle coniugazioni.

Si può a questo punto fare una distinzione tra morfema lessicale e grammaticale: il morfema lessicale da

significato alla parola, mentre quello grammaticale ne esprimono la funzione grammaticale. I morfemi

lessicali possono riferirsi ad oggetti, concetti, o eventi molto specifici, mentre i morfemi grammaticali hanno

significati più astratti e generici, che tipicamente si riferiscono a proprietà molto generali (genere, tempo,

numero, ruolo nella frase, appartenenza ad una certa classe grammaticale); i morfemi lessicali inoltre sono

una classe aperta, a cui si possono aggiungere elementi, mentre quelli grammaticali sono classi chiuse.

I morfemi grammaticali si dividono in morfemi derivazionali e flessivi: i morfemi derivazionali sono usati

per formare parole complesse nuove, per esempio cambiando la categoria della base da cui derivano e/o

aggiungendo un significato nuovo alla parola (futurismo da futuro); i morfemi flessivi non modificano la

categoria grammaticale della base a cui vengono aggiunti, e non ne cambiano il significato in maniera

radicale, ma si limitano ad aggiungere un’informazione di carattere molto generale, o a marcare il ruolo che

la parola ha nella frase (creano dunque forme diverse della stessa entità lessicale). I morfemi derivazionali

inoltre hanno maggiori restrizioni, riguardo le basi su cui si possono combinare (posso dire aut+ista, ma non

aut+aio); mentre quelli flessivi tendono ad organizzarsi in paradigmi in cui ciascun morfema si può

combinare con tutte le basi della classe rilevante; inoltre, i derivazionali hanno una tendenza a fondersi con

la base e trasformare il significato radicalmente (panciotto non è una piccola pancia), e tendono anche ad

essere più vicini alla radice lessicale, cioè il morfema che marca il numero deve seguire quella derivazionale

(“gattino” e non “gattoin”). Infine, i morfemi flessivi sono dipendenti dalle caratteristiche sintattiche della

frase.

Fenomeno molto diffuso in italiano è l’allomorfia. Dei morfemi sono allomorfi quando si presentano come

realizzazioni fonetiche differenti dello stesso morfema, ossia della stessa realtà astratta. Per fare un esempio,

il morfema “negazione” è normalmente rappresentato dal morfo /in/, ma può presentarsi in diversi allomorfi,

come /im/, /ir/, /il/.

Classi di parole

Le parole possono essere definite come sequenza di suoni e unità portatrici di significato, separate

graficamente dalle altre da spazi, e dotate di coesione interna. La parola, per essere tale, deve possedere un

significato associato ad una funzione grammaticale, cioè una forma espressiva stabile costituita da una

sequenza di suoni e di grafemi compatta, al cui interno non si possono inserire altri elementi né mutarli

nell’ordine di sequenza. La parola deve possedere anche una sua autonomia, cioè una mobilità di posizione

all’interno della frase. La grammatica tradizionale classifica le parole in un certo numero di classi, dette parti

del discorso, che sono nove: nomi, verbi, aggettivi, avverbi (classi aperte, ossia che ammettono un numero

illimitato di parole, implementate da neologismi e nuove formazioni), preposizioni, articoli, pronomi,

congiunzioni (classi chiuse, ossia costituito da un numero definito di parole). Le interiezioni possono essere

considerate appartenenti alla classe aperta. Tali parti del discorso sono stabilite sulla base di criteri formali

(caratteristiche flessive e sintattiche) e criteri sintattici (significato delle parole); tali criteri generano però

spesso definizioni insufficienti o incoerenti, dunque si tende ad analizzare le parole in base ai rapporti

sintattici con cui si legano l’un l’altra.

I nomi

In italiano, il nome è una categoria morfologicamente autonoma, e ben riconoscibile dal parlante. Nella

nostra lingua inoltre, qualunque parola può assumere una funzione nominale, o uso sostantivato (il dormire, i

miei). I nomi comuni si riferiscono a classi di individui (bambino), e anche ad una classe composta da un

individuo unico (papa), ad oggetti (tavolo), a concetti (pace). I nomi propri identificano un individuo, un

oggetto, un luogo, un avvenimento (Pietro, Excalibur, Roma, la Liberazione). Un nome ha dunque in genere

una funzione referenziale, cioè designa un elemento, un’entità e può anche avere una funzione attributiva o

predicativa, cioè simile a quella di un aggettivo. I nomi comuni hanno una flessione per numero (singolare,

plurale), per genere (maschile e femminile). I nomi sono spesso accompagnati da uno specificatore, cioè un

articolo o u aggettivo. Tutti i nomi che designano entità computabili con numeri interi sono chiamati nomi

numerabili; quelli che designano entità non numerabili e separabili sono chiamati nomi di massa o non

numerabili, e non hanno la flessione nel numero. I nomi propri inoltre, possono essere usati al plurale per

indicare tutti gli individui che hanno lo stesso nome.

La terminazione fornisce il contrassegno morfologico del genere e del numero, ed è portatrice di una doppia

informazione morfologica, secondo quattro combinazioni: maschile+ singolare, maschile+ plurale,

femminile+ singolare, femminile+ plurale. La concordanza in italiano prevede l’accordo morfologico per

numero e genere, ad esempio tra articolo, nome e aggettivo.

Il genere maschile e femminile sono spesso legati ad una convenzione grammaticale, ed è collegato alla

parola e alla sua storia linguistica. Sono maschili ad esempio i nomi dei metalli e egli elementi chimici, i

nomi di alberi, i mesi, i monti, i fiumi, laghi, mari. Sono prevalentemente femminili i nomi dei frutti, città,

regioni, stati, continenti, mansioni militari ecc.

Sono frequenti coppie morfologicamente irrelate di nomi indipendenti, ad esempio che indicano i gradi di

parentela, o che indicano anche specie animali (toro/mucca). Per queste coppie non è possibile dedurre per

analogia singolare/plurale e maschile/femminile.

Il maschile è il genere non marcato, in cui si inseriscono anche le parole nuove che entrano nel lessico

italiano. I nomi che al maschile terminano in –o e in –e formano in gran parte il femminile con la desinenza

in –a. Alcuni nomi di persona e di animale usano il suffisso diminutivo per formare il femminile

(gallo/gallina) oppure l’accrescitivo per formare il maschile (strega/stregone). Alcuni nomi maschili in –o, in

–a e in –e formano il femminile aggiungendo il suffisso –essa; i nomi che al maschile terminano in –ore,

formano in genere il femminile in –trice. In italiano vi sono nomi con una sola forma nel maschile e nel

femminile, e si indicano come nomi di genere comune: il genere è specificato all’interno della frase

dall’articolo o dall’aggettivo che li accompagna (cantante, consorte).

Vi sono poi alcuni nomi che formano il femminile in modo non prevedibile; tra quelli di uso più frequenti

ricordiamo dio/dea, cane/cagna, abate/badessa. In molte parole poi, l’alternanza di genere corrisponde ad

un’alternanza di significato, cioè alcune parole hanno significati diversi e indipendenti secondo la distinzione

di genere (arco/arca, foglio/foglia, pianto/pianta).

Negli esseri animati, di solito, si ha una corrispondenza tra genere grammaticale e sesso, anche se con delle

eccezioni (come la sentinella, la guardia, mansioni tipicamente maschili). In molti casi, la mozioni, ossia il

mutamento di genere grammaticale in rapporto al sesso, risulta difficoltoso: mentre per passare dal

femminile al maschile, partendo da nomi in –a, si sostituisce questa con -o, per l’inverso la questione risulta

di difficile soluzione, a meno che non si parli di un participio presente (il genere è dato dall’articolo), o nomi

in –ista (che assumono al femminile plurale la desinenza-e). Oltre all’assunzione della –a al posto della

desinenza maschile, o di –trice al posto di –tore, viene usato spesso-essa, che è stato definito politicamente

scorretto, perché a volte è usato spregiativamente o scherzosamente, senza contare che spesso tali formazioni

indicavano in passato la moglie di chi svolgeva una determinata mansione (generalessa era la moglie del

generale). La tendenza oggi prevalente è quella di mantenere il nome del genere maschile, mentre il

femminile viene recuperato per le concordanze (per il participio ad esempio). Negli animali sono usati spesso

le parole “maschio” e “femmina” in aggiunta al nome dell’animale; tale tecnica è usata spesso anche per gli

esseri umani, soprattutto per le donne (usando anche espressioni come “al femminile”, “in rosa” e “in

gonnella”).

Per quanto riguarda la flessione del numero, in italiano questa si realizza con la sostituzione della desinenza

del singolare con un’altra. Sulla base dunque della terminazione del singolare e del plurale possiamo

individuare sei classi di nomi:

Classe Forma Esempio Genere Eccezioni

-o/ -i Campo/campi Mano/mani f

1 m

-a/-e Casa/case f

2 -e/-i Fiore/fiori; m/f Carcere m/carceri

3 cantante/cantanti f

-a/-i Papa/papi m Arma/armi f

4 Dito/dita sing. m; pl.f.

5 -o/-a

varie/invariabile m/f

6 Re, città, puma,

film, autobus

Attualmente, la 5 classe non è più produttiva; la 3 è tenuta invita dalle parole nuove terminanti in –tore, -trice

e –zione, e dai participi presenti sostantivati; la 4 sopravvive grazie alle nuove parole maschili uscenti in

–ista e ai grecismi in –ma; la 1 è produttiva, in cui vengono inseriti i nomi maschili uscenti in –o, come la 2 e

la 6. Quest’ultima comprendeva monosillabi o nomi ossitoni divenuti tali per apocope, ma si è accresciuta

grazie allo sviluppo del suffisso –ità, e con l’inserimento di prestiti ossitoni o uscenti in consonate, di nomi

uscenti in –e o in –i, di maschili in –a e femminili in –o, di accorciamenti. Nei nomi invariabili, la categoria

del genere e del numero è affidata agli altri elementi legati al nome (articoli, aggettivi, pronomi). I prestiti

non adattati mantengono la terminazione plurale della lingua d’origine; tale fenomeno però non intacca il

sistema linguistico italiano, anzi sottolinea l’invariabilità della nostra lingua. Ciò si rileva anche in parole

composte da nome + nome, dove al plurale resta invariato il secondo elemento, ma anche nei plurali maschili

in –o e nei femminili in –a. ciò spiega anche il perché dell’invariabilità di “euro”.

L’aggettivo

Gli aggettivi sono flessi secondo le categorie del genere e del numero (unico morfema vocalico per quelli

della prima classe, singolare e plurale per la seconda classe). La classe degli aggettivi invariabili si è

arricchita con aggettivi indicanti colori o derivati da sostantivi stranieri, o sigle in funzione aggettivale. Gli

aggettivi si marca anche il grado: comparativo (più + aggettivo), superlativo assoluto (aggiunta di avverbi

come tanto, molto, assai, oppure suffissi come –issimo, aggiunto spesso anche a sostantivi, e prefissi come

ultra. Ecc). Anche forme superlative sono migliore, minore, inferiore ecc. caratteristica degli aggettivi è

l’alterazione, con l’aggiunta di vari suffissi diminutivi, vezzeggiativi, accrescitivi e peggiorativi (uccio, otto,

accio), che spesso generano un mutamento di genere del nome, se affissi a quest’ultimo.

L’articolo

Gli articoli individuano i nomi che precedono come determinati o come indeterminati (noti o non noti).

L’articolo ha spesso funzione anaforica di ripresa o cataforica di anticipazione. Svolgono anche la funzione

di determinare genere e numero del nome che precedono. L’articolo indeterminativo ha solo singolare,

mentre al plurale possiamo avere alcuni, certi, degli ecc. l’italiano presenta poi dei problemi per quanto

riguarda l’articolo da usare davanti a parole inizianti per semiconsonante /w/ o grafemi estranei all’italiano.

I pronomi

 Personali. L’italiano è una lingua pro-drop, ossia favorevole alla caduta del pronome soggetto prima

del verbo (che fornisce quasi sempre l’indicazione della persona), usato principalmente per mettere

in rilievo la persona o l’opposizione con un’altra. In italiano, al singolare, si hanno forme diverse per

i pronomi soggetto e quelli oggetto (e la forma preceduta da preposizione per gli altri complementi),

mentre per il plurale l’opposizione è neutralizzata alle prime due persone, mentre alla terza persona:

essi/esse (poco usati, come ella al singolare) sono soggetti e complementi preceduti da preposizioni,

mentre “loro” può essere oggetto diretto e complemento. Il riflessivo è “si” nei due numeri. Lui, lei e

loro sono usati spesso anche per animali, oppure “quello”. In funzione di complemento di termine o

oggetto abbiamo i pronomi atoni: mi, ti, ci (per il locativo, o complemento indiretto riferito a cose, o

a persone con determinati verbi), vi (per locativo), lo, la, gli, le, li, loro, il riflessivo atono “si”, “ne”

per argomento, partitivo, moto da luogo ecc. i clitici si usano prima dei verbi, tranne che

nell’imperativo e modi non finiti, mentre la loro posizione è libera nell’imperativo negativo;

possibili le combinazioni tra due clitici. Da sottolineare gli allocutivi, ossia pronomi personali atoni e

tonici usati per rivolgersi ad un destinatario: in rapporti confidenziali, si usano “tu” al singolare e

“voi” al plurale; “lei”, “voi” al singolare e “loro” al plurale in rapporti con persone con cui non si è

in confidenza.

 Numerali e altri pronomi; tendenza ad usare maggiormente i cardinali al posto degli ordinali, con

perdita di accordo di genere e numero; nei dimostrativi, questo, codesto e quello si riduce spesso a

“questo” e “quello”; spesso assolvono la funzione si articoli. Sono spesso accompagnati da “lì” “là”,

“qui” “qua” che indicano “vicino o lontano da chi ascolta”. I pronomi relativi presentano “che” per

soggetto e complemento oggetto, “cui” preceduto da preposizioni per altri complementi; entrambi

possono essere sostituiti da “il quale” ecc.

Il sistema verbale

Il verbo fornisce indicazioni dal punto di vista morfologico, ossia persona, numero, tempo, modo, diatesi;

nella forma attiva le indicazioni sono date da suffissi legati al tema verbale, nella forma passiva dai verbi

ausiliari premessi al participio passato. Le desinenze si aggiungono a volte alla radice, altre volte al tema

(radice+ vocale tematica, che varia a seconda della coniugazione). La prima coniugazione è la più produttiva,

e a questa vanno aggiunti verbi formati da nomi e aggettivi con suffissi –izzare e simili, anche a parole

straniere; la seconda non è più produttiva, comprende vebi di derivazione latina con paradigmi perlopiù

irregolari; la terza presenta verbi formati da aggettivi o nomi con l’aggiunta di –ire e un prefisso.

Quando il tempo fa riferimento al momento dell’enunciazione, esprimendo anteriorità, posteriorità o

contemporaneità rispetto a questa, individuando i cosiddetti tempi deittici, ossia presente, passato e futuro. Il

presente indica che l’evento è contemporaneo al momento dell’enunciazione, e può riferirsi ad azione

abituale o azione atemporale; può essere usato nel passato come presente storico; l’azione progressiva si può

esprimere anche con stare + gerundio; il presente indicativo può comparire al posto del futuro se

accompagnato da elemento temporale (“torno subito”). Nel passato distinguiamo l’imperfetto, per indicare

eventi passati durativi o abituali; tende spesso a sostituire congiuntivo e condizionale nel periodo ipotetico

dell’irrealtà del passato, o nell’imperfetto di cortesia, o nel discorso indiretto con valore di citazione. Il

passato remoto indica un evento trascorso definitivamente concluso, il passato prossimo invece guarda al

risultato dell’azione, che può avere ancora effetti sul presente: tale tempo verbale è preferito al passato

remoto, per la sua facilità e per influsso del sostrato dialettale.

I tempi anaforici esprimono anteriorità o posteriorità rispetto ad un altro tempo espresso nel testo, non

rispetto al momento dell’enunciazione. Il modo indica certezza o incertezza sulla realizzazione di un evento;

l’indicativo è il modo della realtà e delle frasi principali; il congiuntivo esprime dubbio o incertezza ed è

tipico delle completive, interrogative indirette, relative ecc; per la sua “debolezza”, cede spesso il campo

all’indicativo. Il condizionale indica un evento o situazione che ha luogo solo se è soddisfatta una

determinata condizione, come nel periodo ipotetico dell’irrealtà, o può avere valore attenuativo di cortesia,

oppure può esprimere un dubbio. Il condizionale passato può anche avere valore di futuro nel passato.

L’imperativo esprime ordini, esortazioni, preghiere, e il suo valore iussivo è spesso espresso dal presente

indicativo. L’infinito e gerundio, che non presentano marche di numero e persona, si trovano nelle dipendenti

implicite o perifrasi verbali; l’infinito può anche essere usato in interrogative o esclamative, o avere valore

nominale, o ancora può essere un imperativo generico (in avvisi e precauzioni); il gerundio si usa spesso con

un verbo finito per indicarne la contemporaneità. Il participio presente ha valore aggettivale o nominale,


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Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher geppygrasso1999 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della lingua italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli Federico II - Unina o del prof Bianchi Patricia.

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