L'italiano contemporaneo
Capitolo I - L'italiano oggi
L'Italia ha ricoperto, e ricopre tuttora, un ruolo di prestigio nella prospettiva globale, essendo una delle basi della cultura occidentale. Proprio per questa sua importanza e prestigio, che si esplicano in campi quali gastronomia, moda, cinema, molti termini sono ormai entrati in altre lingue, ed appartengono al lessico internazionale: è il caso di “sonetto”, “ciao”, oppure intere espressioni quali “la dolce vita”, resa celebre dal cinema felliniano.
L'italiano viene parlato prevalentemente nella penisola italiana e nelle isole a essa geograficamente e politicamente pertinenti, ma non mancano nuclei italofoni sparsi per il mondo o zone in cui l'italiano viene usato tra lavoratori di gruppi etnici diversi; viene inoltre parlato nel Canton Ticino, alcune zone della Svizzera, Corsica, Istria e Dalmazia. In Italia però la lingua convive con una serie di dialetti locali, nati dalla frammentazione romanza dopo l'unità linguistica latina, che non rappresentano dunque una deformazione della lingua nazionale, ma ne hanno anzi la stessa dignità.
Molti italiani alternano lingua e dialetto, in un rapporto definito di diglossia, ossia scelgono l'uno e l'altro codice a seconda della situazione: per gli usi più formali viene usato l'italiano, per quelli informali viene usato il dialetto. Non mancano casi di commistione tra i due sistemi. Sempre più frequente è la dilalìa, ossia una forma di bilinguismo affine alla diglossia, ma con una differenziazione meno netta degli ambiti d'uso. Nei confini nazionali vi sono anche comunità alloglotte, che parlano altre lingue, comunità comunque tutelate sul piano legislativo.
Dialetti italiani
Per quanto riguarda i dialetti italiani, possiamo fare una distinzione tra:
- Dialetti settentrionali, che hanno caratteristiche che li accomunano alle lingue romanze occidentali, distinti a loro volta in dialetti gallo-italici (Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia Romagna, e isole linguistiche in Basilicata e Sicilia), dialetti veneti (Veneto, Trentino e Venezia Giulia) e alcuni dialetti istriani. Sul piano fonetico hanno tratti quali assenza di consonanti doppie, oppure la tendenza alla caduta di vocali atone alla fine di una parola; dal punto di vista sintattico invece, ricordiamo l'obbligatorietà del pronome personale soggetto davanti al verbo.
- Dialetti centromeridionali, aventi caratteristiche in comune con il mondo romanzo orientale, distinti in dialetti corsi, dialetti toscani, dialetti mediani (Marche, Umbria, Abruzzo, caratterizzati sul piano fonetico dalla distinzione latina tra –o e –u finale, e sul piano sintattico dalla presenza del “neutro di materia”, distinto dal maschile tramite articoli e pronomi dimostrativi, e dall'oggetto preposizionale, ossia l'uso della preposizione –a prima di un complemento oggetto), dialetti (alto)meridionali (Marche, Abruzzo, Campania, Molise, Basilicata, Puglia, Calabria, caratterizzati dall'indebolimento delle vocali non accentate fino ad una vocale centrale detta schwa e, sul piano sintattico, il neutro di materia e l'oggetto preposizionale), dialetti meridionali estremi (Salento, Calabria, Sicilia, che in posizione finale ammettono solo a, i ed u).
Caratteristiche comuni ai dialetti centromeridionali sono la metafonesi (variazione nel timbro della vocale tonica dovuta alla presenza di o, u ed i finali) o la sonorizzazione delle consonanti sorde dopo r ed l. I dialetti toscani sono intermedi tra i due; hanno costituito la base dell'italiano, il quale ha tratto strutture quali il sistema vocalico costituito da sette vocali accentate; fenomeno che non è stato accolto è la cosiddetta gorgia, ossia la pronuncia aspirata di p, t e c.
Sistemi linguistici autonomi nel dominio italo-romanzo sono considerati il ladino dolomitico, il friulano e il sardo (insieme dei vari dialetti parlati in Sardegna). Altre lingue delle minoranze alloglotte parlate in Italia sono il franco provenzale, il provenzale, il tedesco, lo sloveno, il croato, l'albanese, il grico (dialetto neogreco), il catalano e le lingue parlate dai rom (romanes).
Caratteristiche peculiari dell'italiano
L'italiano presenta alcune caratteristiche peculiari, che la distinguono dalle altre: l'importanza delle vocali nella struttura sillabica (in particolare la terminazione delle parole in vocale, su cui è nato il mito dell'italiano come idioma musicale e dunque adatto al canto); la libertà di posizione dell'accento tonico, e la frequenza dell'accento sulla penultima sillaba; la modificazione di sostantivi tramite alterazioni (suffissi diminutivi, vezzeggiativi ecc); la formazione di parole tramite composizione; la non obbligatoria espressione del pronome personale che fa da soggetto al verbo (da ciò nasce la definizione dell'italiano come lingua PRO-DROP; il pronome interviene in genere quando si vuole dare alla frase un carattere enfatico); la preferenza per la sequenza determinato + determinante; la tendenza a concentrare l'informazione semantica nel sostantivo e non nel verbo (lingua esocentrica); la libertà dell'ordine delle parole nella frase.
Come sappiamo, l'italiano deriva dal latino volgare, ossia quello che si parlava nella Romania, zona sotto il controllo romano nella tarda età imperiale. Tra le varie lingue romanze, l'italiano è quello che presenta più somiglianze con il latino, sia volgare che classico (da cui ha ripreso latinismi come la formazione del superlativo aggiungendo –issimo alla base dell'aggettivo; quanto alle parole dotte contrapposte alle popolari, basti pensare al caso di floreale, tratto dal latino florealem, rispetto a fiore, derivante da flore, con l'esito tipicamente italiano della sostituzione di fl con fi).
Storia e diffusione dell'italiano
L'italiano, più propriamente, è nato dall'elaborazione del dialetto fiorentino del Trecento: la diffusione di tale dialetto non deriva però da un predominio politico, ma dall'elaborazione letteraria di Dante, Petrarca e Boccaccio, e poi i grammatici del Cinquecento, che lo posero come modello per l'uso scritto. Altri fattori che ne determinarono la diffusione furono la sua struttura molto vicina al latino, la posizione di medietà tra gli altri dialetti della penisola e il prestigio di Firenze in altri campi socioculturali.
Per molto tempo l'italiano venne definito toscana favella o lingua fiorentina, e l'uso di “italiano” è attestato solo nel 1700; era una lingua usata prevalentemente nello scritto, usata da un numero molto ristretto di persone in grado di servirsene (“capacità attiva”) visto che la stragrande maggioranza della popolazione parlava uno dei tanti dialetti presenti; più estesa era invece la capacità passiva, ossia di comprendere tale lingua. Il ridotto uso del parlato ne garantiva la stabilità, ma allo stesso tempo si mostrava inadatta a rispondere alle esigenze di nuove forme di scrittura; Graziadio Isaia Ascoli riconosce nella scarsa diffusione della cultura e nella eccessiva preoccupazione formale l'ostacolo all'unificazione linguistica.
In seguito all'Unità, e dunque in seguito all'alfabetizzazione, le migrazioni, il contatto dei cittadini con la burocrazia, i nuovi mezzi di comunicazione, ne hanno favorito la diffusione non solo nello scritto, ma anche nel parlato. Proprio tale diffusione nel parlato, ha portato anche a delle modificazioni nella struttura grammaticale dell'italiano scritto, rispondendo a delle esigenze di innovazione e talvolta di semplificazione. Con l'Unità, Firenze e la Toscana perdono il ruolo di preminenza linguistica, a favore di Roma capitale e dei centri industriali del nord.
L'italiano scritto era caratterizzato da un'abbondante polimorfia, in quanto si aveva una netta distinzione tra prosa e poesia, e dunque chi scriveva aveva un'ampia scelta tra forme tra loro sostanzialmente equivalenti: si avevano così diverse varianti fonetiche e morfologiche. Nel corso degli anni però, la lingua ha ridotto la polimorfia (precedente illustre è Manzoni, che tra l'edizione del 1827 a quella del 1840 del suo romanzo ha attuato la cosiddetta risciacquatura in Arno, adeguando la prosa alla lingua fiorentina), rinunciando spesso a degli arcaismi.
La polimorfia non è stata del tutto eliminata, in quanto si hanno ancora oggi delle forme sovrabbondanti (fra e tra ad esempio), oppure dei termini “allotropi”, ossia forme che si sono differenziate sul piano semantico (coltura e cultura). A tale processo ha corrisposto uno di normativizzazione, ossia sono state imposte delle regole (una tra tante, l'uso dell'accento sui monosillabi per non creare confusione tra due con stesso significante). Ciò ha portato ad un altro processo di standardizzazione della lingua, dopo quello dei grammatici cinquecenteschi. Si può dunque parlare di lingua standard, ossia quella che la comunità dei parlanti riconosce come corretta e che troviamo sulle grammatiche; l'etichetta di italiano letterario non è del tutto corretta in quanto questo presenta dei tratti in contrasto con lo standard tradizionale (uso di arcaismi oppure diversi gradi di parlato).
Modello standard del parlato sarebbe quello del fiorentino emendato, basato sulla pronuncia colta di Firenze, da cui vengono eliminati tratti locali: tale modello è insegnato in determinate scuole di dizione, ed è usato da attori o speaker, specialmente quando recitano un testo scritto. Nella maggioranza dei casi però, i parlanti lasciano trasparire pronunce distanti da tale modello.
L'italiano presenta una gamma di varietà, dovute a diversi fattori, detti assi di variazione, secondo i quali la nostra lingua cambia. La prima è la variabile diamesica, legata al mezzo attraverso il quale avviene la comunicazione, che distingue la lingua dei testi scritti (monologici e spesso rivolti a sconosciuti, destinati a durare nel tempo) e quelli parlati (dialogici e indirizzati a persone conosciute e presenti). A queste due si è aggiunto il trasmesso, che ha come mezzo strumenti quali telefono, televisione, radio, e in tempi più recenti posta elettronica, e messaggi).
La variabile diacronica è legata al tempo, che determina inevitabilmente dei cambiamenti, che risultano essere più veloci e più frequenti nel parlato. Un esempio si può notare già nella differenza tra la lingua dei giovani e quella degli anziani. Il mutamento può avvenire per l'abbandono di certe forme in favore di altre, per processi di grammaticalizzazione primaria e secondaria, in cui parole acquistano funzioni o ne sviluppano di nuove, e per processi di lessicalizzazione (elementi grammaticali danno origine a nuove parole, come “c'entra”, che ha un significato ben diverso da “entra”). Cambiamenti possono essere determinati anche dal contatto con altre lingue.
La variabile diatopica è legata allo spazio, in quanto la lingua assume caratteristiche diverse in base alle zone in cui è usata. In Italia è un fenomeno molto sviluppato, grazie all'abbondanza di dialetti (che determina la nascita di italiani regionali). La variabile diastratica è legata alla posizione sociale del parlante, e dipende da fattori come il genere, l'età, la classe sociale, condizioni economiche, grado di istruzione (la varietà linguistica dei semicolti è definita “italiano popolare”). La variabile diafasica è legata invece al contesto, alla situazione comunicativa, alla confidenza che si ha con l'interlocutore: da ciò deriva la scelta di un registro formale o informale. A tale asse appartengono anche i sottocodici, ossia i tratti tipici dei linguaggi specialistici (dell'architettura, della medicina ecc).
Col tempo si è riuscito ad identificare una nuova varietà di italiano, definito da Sabatini e Berruto rispettivamente “italiano dell'uso medio” e “neostandard”, che permette una più completa descrizione del repertorio linguistico del nostro paese. Tale italiano neostandard presenta caratteristiche morfosintattiche e lessicali che spesso già esistevano, ma che erano stati ignorati o censurati dalle grammatiche (tutt'al più appartenenti al livello substandard, considerato non corretto sebbene documentato nell'uso comune, specie nel parlato): tali fenomeni si sono poi diffusi sempre più, fino ad apparire del tutto normali oggi. Ciò permette infine di determinare le linee di tendenza del sistema linguistico italiano.
Capitolo II - Onomastica
L'onomastica è lo studio dei nomi propri italiani; questo è formato da l'antroponimia (nomi propri di persona e cognomi) e la toponomastica (ossia i nomi di luogo). Tale settore del lessico era alimentata, e si alimenta, con apporti dal latino, invasori germanici e arabi, greco, ebraico, inglese, francese ecc. I nomi propri derivano da nomi comuni, dunque “significano” qualcosa, anche se talvolta tale derivazione appare opaca. Vi sono dei casi in cui si passa dal nome proprio al nome comune, come accade per i nomi usati per antonomasia (cicerone, “guida turistica”, dallo scrittore latino famoso per le sue capacità oratorie); oppure per i nomi di luogo tramite un processo metonimico di ellissi (asti “spumante di Asti”). Alcuni cognomi diventano nomi di aziende (una Ferrari). “Margherita” ha avuto un processo da nome comune a nome proprio e poi di nuovo nome comune.
Toponomastica
Varie categorie, ossia poleonimi (nomi di città), coronimi (regioni), idronimi (fiumi e laghi), oronimi (monti), odonimi (strade), agiotoponimi (luoghi intitolati ad un santo), zootoponimi (da nomi di animali), fitotoponimi (da piante). Sono costituiti da un sostrato prelatino, componente latina e neolatina, elementi germanici, arabi, longobardi ecc, e è un settore molto stabile, anche se sono stati fatti dei mutamenti nel tempo, per ripristinare vecchi nomi latini, o evitare forme poco eleganti. I nomi dei centri sorti in età medievale e moderna presentano la sequenza determinato+determinante (il primo è un nome comune, poi una specificazione: “Civitavecchia”), ottenendo centri formati da civita, castel, borgo, colle ecc. stesso procedimento è stato seguito in epoca postunitaria per denominare centri omonimi, aggiungendo la determinazione geografica (Reggio di Calabria e Reggio nell'Emilia). Frequenti gli agiotoponimi, che prendono il nome da un santo. Vi sono poi suffissi latini o germanici, come –enza, -ano, -ate, e poi il suffisso –ia usato durante il Fascismo, per nomi di città derivanti da nomi propri. Molti toponimi stranieri vengono infine spesso italianizzati.
Nomi di persona
Categoria del lessico più esposta a contatti con altre lingue, convinzioni religiose, moda, fenomeni culturali, tradizioni (usare il nome del nonno o della nonna), influsso dei mass media (abbandono di nomi tradizionali a favore di nomi esotici); la storia dell'antroponimia è però ciclica, in quanto periodicamente dei nomi vengono abbandonati perché considerati inadatti a bambini, ed altri vengono ripresi. I nomi maschili terminano principalmente in –o, ma anche in –a, -i, -e; quelli femminili terminano in –a, pochi in –e e quasi assenti quelli in –i e in –o. Non si hanno nomi in –u, e rari sono i nomi con accento sull'ultima vocale e con finale consonantica. La mozione è quasi sempre possibile, soprattutto con l'aggiunta di suffissi (-ina, -etta) e sostituzione di vocale finale, ma molto rara è quella da femminile a maschile. Tra i nomi di persona, frequenti quelli di tradizione latina, nomi greci, storici e mitologici, a volte con adattamenti, nomi germanici o di origine francese, inglese, spagnola. Vi sono poi nomi derivati da nomi comuni e da aggettivi. Molti nomi stranieri poi, in passato, come per la toponomastica, venivano italianizzati, mentre oggi tale fenomeno è limitato a nomi di regnanti. Frequenti sono i nomi composti con altri nomi, spesso univerbati; con i maschili, l'univerbazione avviene soprattutto con Michele ed Angelo, mentre per il femminile avviene con Maria e Anna. Talvolta, determinati nomi italiani vengono alterati con suffissi vezzeggiativi, accrescitivi ecc, e a volte vengono istituzionalizzati.
Ipocoristici, soprannomi e pseudonimi
Gli ipocoristici sono vezzeggiativi usati da familiari e amici, alcuni dei quali sono diventati nomi a tutti gli effetti. Solitamente questi sono ottenuti facendo cadere le sillabe prima dell'accento, usando dunque la parte finale del nome o del suo alterato. Frequenti le variazioni della consonante iniziale, la ripresa della consonante iniziale del nome (Bice da Beatrice), o la replica della consonante interna (Peppe da Giuseppe). Vi sono anche ipocoristici la cui base non è individuabile (come Mimmo), e importante è la componente geografico-dialettale. Si assiste oggi a fenomeni di accorciamenti bisillabici, che accorciano la parte finale del nome, spesso con perdita della marca di genere (Simo, Ale, Fede), anche con influssi dall'inglese (Alex, Max); in espansione le terminazioni in –i e –y, spesso non trasparenti per quanto riguarda il genere.
In movimento il settore dei soprannomi, affibbiati spesso per distinguere persone con lo stesso nome; da molti soprannomi di famiglia sono derivati spesso molti cognomi. I soprannomi indicano in genere comportamenti, caratteristiche fisiche e particolarità di una persona, oppure ricordano eventi della sua vita, o si basano sulla sua somiglianza con personaggi famosi. Spesso fa riferimento a nomi comuni o aggettivi, o a nomi propri di città e persona, ed è aperto alla dialettalità. Talvolta il soprannome può diventare uno pseudonimo, ed essere usato come nome fittizio da personaggi famosi, scrittori, per presentarsi al pubblico, assumendo così un nome d'arte. Sono pseudonimi quelli di pittori rinascimentali, come Tintoretto, o di cantanti (Jovanotti, Massimo Ranieri); tra gli pseudonimi italiani si nota la tendenza all'esotismo.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Didattica della lingua italiana, prof. Fabrizio, libro consigliato L'italiano contemporaneo, D'Achi…
-
Riassunto esame Letteratura italiana, Prof. Felici Andrea, libro consigliato L'italiano contemporaneo, Paolo D'Achi…
-
Riassunto esame Linguistica italiana, prof. Coluccia, libro consigliato L'italiano contemporaneo, D'Achille
-
Riassunto esame Linguistica italiana, Prof. Aprile Marcello, libro consigliato L'italiano contemporaneo , Paolo d'A…