Per cominciare il viaggio: leggende metropolitane da sfatare e strumenti utili
Una domanda difficile: quando nasce l’italiano?
Stabilire la data di nascita dell’italiano (e di tutte le altre lingue) è una questione assai complicata, dato che bisogna demolire il preconcetto che la lingua sia monolitica, unidimensionale. Qualunque parlante può rendersi conto che la lingua ha molte facce e dimensioni, tuttavia si tende a pensare che le competenze necessarie per usare bene la propria lingua si riducano alla faccia appresa a scuola, quella esclusivamente letteraria.
La deriva letterario-centrica ha caratterizzato la nostra lingua per molti secoli e continua a farsi strada anche ai giorni nostri (nei concorsi del 2016 per le materie letterarie sono state verificate solo le capacità storico-letterarie, non quelle linguistiche). La lingua ha varie date di nascita: il X secolo, col Placito capuano, segna il distacco definitivo dal latino; il 1612 per una varietà nazionale condivisa; gli anni Settanta per l’effettiva unità linguistica nazionale.
Uno spazio a cinque dimensioni
La varietà intrinseca di una lingua può essere schematizzata attraverso il concetto di “spazio linguistico”. Uno spazio che ha cinque dimensioni: diacronia (tempo), diatopia (spazio), diastratia (classe sociale), diamesia (mezzo di comunicazione), diafasia (contesto).
- Diacronia: una lingua subisce cambiamenti strutturali, grammaticali e lessicali nel corso tempo, essendo un organismo vivente che si adatta ai cambiamenti sociali, economici e culturali (la lingua indoeuropea non avrebbe potuto rappresentare efficacemente il mondo romano e così il latino non potrebbe servire la società contemporanea). Il movimento di una lingua è solitamente lento, quasi impercettibile (non solo per chi la vive ma anche per gli storici). A volte però subisce brusche accelerazioni, in corrispondenza a qualche evento della Storia che si fa catalizzatore.
- Diatopia: la lingua è influenzata dal luogo di provenienza del parlante, prima di tutto nella pronuncia. La pronuncia standard dell’italiano è totalmente astratta, decisa a tavolino. Per secoli la lingua italiana è stata una lingua seconda per la maggioranza degli italiani, imparata a scuola. Recentemente si è parlato di scomparsa dei dialetti. Ebbene, ancora in molte aree d’Italia i bambini entrano a scuola con competenze linguistiche quasi esclusivamente dialettali. Nel caso ideale invece, il parlante trae ricchezza dalla varietà diatopica, muovendosi a piacimento tra il dialetto, il dialetto italianizzato, l’italiano regionale e la lingua standard.
- Diastratia: la classe sociale di appartenenza condiziona le caratteristiche della lingua e circoscrive le competenze, essendo legata direttamente al grado di istruzione. Il lessico e la grammatica diventano dei marcatori sociali e anche la competenza passiva viene minata.
- Diamesia: la lingua scritta è diversa da quella parlata. Quando si parla ci si affida anche all’intonazione, alla mimica facciale, alla postura del corpo, si fanno riferimenti usando i deittici “qui”, “là”, “questo”…; si calibra il registro sulla base dell’interlocutore. Il patto implicito nello scritto invece presuppone che egli abbia il tempo di rileggere e interpretare correttamente strutture sintattiche più complesse e anche di consultare un dizionario nel caso non capisse qualche parola. Tra scritto e parlato ci sono alcune varietà intermedie: il trasmesso orale (cinema, radio, televisione), ovvero una lingua parlata che presuppone un testo scritto per essere ascoltato, e il trasmesso scritto (SMS, chat…), ovvero un parlato “congelato” nella scrittura, che conserva la semplicità dell’oralità, la sua frammentarietà e a volte la sua mimica (emoticon ed emoji).
- Diafasia: la lingua si adatta al contesto, in funzione dell’interlocutore (registro formale, informale, formalizzato), ma anche dell’argomento (lingue settoriali, specialistiche e gerghi). Ogni fatto linguistico, del passato o del presente, è riconducibile a queste cinque coordinate (es. la lingua individuata dal Vocabolario del 1612).
I volgari e i dialetti
Il “volgare” è una varietà linguistica diversa dal latino usata in Italia nel Medioevo e nel primo Rinascimento, prima dell’imporsi del fiorentino come modello linguistico. Dal punto di vista linguistico, i volgari sono la stessa cosa dei dialetti. La differenza è politico-sociale: i volgari diventano dialetti nel momento in cui si riconosce una lingua nazionale (dal 1612).
I volgari medievali sono municipali. Nel corso del Quattrocento si avviano processi di formazione di volgari regionali, ma conoscono una battuta d’arresto con l’individuazione del modello nazionale. La “lingua tetto” è teoricamente una lingua standard insegnata a scuola ai parlanti delle diverse varietà dialettali: per questo l’italiano non ebbe appieno questa funzione fino ad anni recenti. Dal 1612 fu comunque il modello di riferimento per gli scrittori e i volgari/dialetti continuarono ad essere usati nell’ambiente colto solo all’interno della letteratura dialettale. Da una repubblica si passa a una gerarchia.
Nel contesto orale il volgare diventato dialetto continuerà ad essere usato da tutti fino a pochi decenni fa. Prima in modo esclusivo, poi venendo affiancato dalla lingua nazionale.
La lingua del “popolo”
Un altro preconcetto diffuso è quello per il quale la questione della lingua sia stata dibattuta per il popolo, come questione sociale. Niente di più errato: fu prerogativa solo di una ristrettissima élite, quella degli scrittori. La lingua che ricercavano non era propria nemmeno delle classi alte. Solo dopo il 1861 la questione della lingua diventa una questione sociale. La prima soluzione fu però ideata da Manzoni, in base a uno studio letterario. Solo negli anni Settanta dell’Ottocento, con Graziadio Isaia Ascoli, si ebbe una soluzione proposta da un linguista.
La linea del tempo
Il movimento della lingua, come si è detto, ha subito brusche accelerazioni. In questi punti possiamo collocare delle tappe intermedie per scandire una periodizzazione dell’italiano (ovviamente rozza e schematica, in quanto taglia di netto zone dai confini sfumati).
- 476-960 (dalla caduta dell’Impero d’Occidente al Placito Capuano): un periodo scarsamente documentato e spesso inafferrabile, caratterizzato da un “guazzabuglio” linguistico che oscilla tra latino e volgare.
- 960-1612 (dal Placito al Vocabolario degli Accademici della Crusca): la fase più “democratica”, dato che i volgari della nostra penisola convivevano con uno status paritario, anche se il fiorentino acquisì nel Trecento una supremazia letteraria.
- 1612-1861 (dal Vocabolario all’Unità d’Italia): la “questione della lingua” cinquecentesca si era risolta con la soluzione del fiorentino trecentesco (non solo quello delle Tre Corone). Codificata nel Vocabolario, questa lingua riuscirà a dominare.
- 1861-1980 (dall’Unità alla fine del boom economico): la lingua acquista una dimensione politica e sociale, anche se il neonato Stato italiano ottiene pochi risultati nel diffonderla. Attecchì globalmente solo quando l’oralità di radio e televisione entrò capillarmente in tutte le case.
- 1980-2017 (i primi quarant’anni dell’italiano “globale”): finalmente l’italiano è una lingua per tutti.
Dal mondo antico al “guazzabuglio” altomedievale
Dal latino parlato ai molti volgari
Se per la penisola iberica bisogna considerare il catalano oltre alla lingua nazionale, e per la Francia il provenzale, per l’Italia la questione è ben più complessa: non solo il sardo e il ladino, ma tutti i suoi dialetti sono evoluzioni dirette del latino, e non modificazioni diatopiche a partire da una lingua nazionale.
Le ragioni di questa frantumazione sono profonde e si estendono per gran parte della storia della nostra penisola: le popolazioni dell’Italia prelatina, le province imperiali, la dominazione longobarda/bizantina, gli Stati regionali…
La zona etrusca corrisponde alla Toscana linguistica attuale; la linea La Spezia-Rimini ripercorre il confine dell’Italia dominata dai Celti; i confini dei domini longobardi ribadiscono la separazione tra Nord e Centro-Sud; e ci sono molte altre similitudini riscontrabili dalle carte geografiche.
Alcuni tratti dei volgari/dialetti sono eredità delle lingue preromane, che hanno influenzato il modo di parlare latino e che sono riemerse al momento della disgregazione del potere politico di Roma. È il fenomeno definito come sostrato. Le invasioni barbariche portarono invece il fenomeno di superstrato: la loro lingua era di minor prestigio, dunque non sostituì il latino, ma vi depositò alcuni tratti.
I volgari italiani e le lingue romanze non derivano dal latino classico, ma dal latino parlato nel periodo imperiale, con forti marcature diatopiche e diastratiche. A questa varietà fu dato nell’Ottocento il nome di “latino volgare”. Per la scrittura si continuava a usare il latino classico, anche se nella forma “argentea”.
Per trovare informazioni su una lingua parlata occorre rivolgersi a quei testi che abbiano caratteristiche dell’oralità, dunque che appartengano a registri meno formali o che siano stati scritti da autori di ceto non elevato. Testimonianze del genere difficilmente si sono conservate, per la deperibilità dei supporti e per lo scarso valore attribuitogli dai copisti medievali.
Una fonte essenziale sono i graffiti di Pompei, tracciati sui muri da persone di ceto medio-basso e “congelatisi” (in nessun’altra città sono sopravvissuti) nel 79 d.C.
Altri documenti ci provengono dai legionari romani sparsi nell’impero: individui semicolti che scrivevano ai loro cari o che redigevano documenti di servizio (inventari, rapporti…) in un latino approssimativo e fortemente influenzato dal parlato. Quelli pervenutici (una minima parte) provengono dall’Egitto (papiri di Karanìs, II secolo d.C.) e dalla Britannia (tavolette lignee di Vindolandia, I-II sec. d.C.). Entrambi supporti altamente deperibili, si sono conservati grazie a particolari microclimi.
Alcune tracce di parlato si possono ritrovare in opere letterarie che vogliano riprodurre in qualche frangente i tratti dell’oralità. Questo avviene ad esempio nella cena dei liberti a casa di Trimalcione, nel Satyricon di Petronio, oppure in alcuni trattati tecnici e pratici.
La fonte più famosa per il latino volgare viene dall’ambiente scolastico: sono le annotazioni scritte da un maestro in appendice a un manoscritto della grammatica di Probo (Appendix Probi, a cavallo tra III e IV secolo). Egli riportava una serie di parole errate, restituendone la correzione (“masculum non masclus. Uetulus non ueclus. Pauper mulier non paupera mulier…”). Per il maestro si tratta di una lista di errori, per noi una testimonianza essenziale sulle prime trasformazioni dal latino all’italiano.
A queste fonti dirette se ne aggiungono altre indirette, ad esempio il confronto tra gli esiti delle varie lingue romanze per ricostruire una comune base del latino volgare non attestata (es. faina/faine/fouine/faina/fuinha<*fagina).
Il latino volgare ha risentito dei grandi cambiamenti che hanno investito la società romana medio e tardo imperiale, in particolare la diffusione del cristianesimo (e la sua spinta verso i ceti sociali bassi) e la ruralizzazione. La lingua si è spinta verso forme più espressive e un registro più basso (vedi cavallo, casa, bocca…).
Latino che sembra volgare, volgare che sembra latino
Quand’è che dal latino si passò ufficialmente a un altro codice linguistico? Anche dopo il 476 il latino continuò a essere utilizzato in forma unitaria, persino nelle scritture più umili. Una frattura più decisiva si ebbe in Italia con la discesa dei Longobardi nel 568, che divise la penisola tra i nuovi conquistatori e i bizantini.
Tra il VI e il VII secolo il processo di disgregazione si intensifica: alla lingua colta e ufficiale, scritta, si affiancano le varianti geografiche del parlato, in una situazione di bilinguismo con diglossia (diglossia: interessa una comunità nella sua interezza: tutti i parlanti usano nei contesti quotidiani una lingua d’uso, mentre riservano agli usi “alti” una lingua di cultura).
L’atto di nascita “ufficiale” delle lingue romanze è nel XVII canone del Concilio di Tours, promosso da Carlo Magno nell’813): si invitano i vescovi a tradurre le prediche in “rustica romana lingua” o nella tedesca (“thiotisca”), affinché tutti possano comprenderle. Risulta evidente che i due codici linguistici fossero ormai percepiti come tali (si deve “tradurre” in una lingua che è assimilata al germanico).
Nei Giuramenti di Strasburgo dell’842 si sancisce la nascita della lingua francese: Ludovico il Germanico e Carlo il Calvo siglarono un’alleanza contro il fratello Lotario, giurando di fronte agli eserciti, ognuno nella lingua dell’altro (“theotisca lingua e romana lingua”). Lo racconta Nitardo.
Nel VII-VIII secolo anche il latino scritto era ormai molto cambiato, inserendo nella grafia i tratti tipici del parlato e i loro mutamenti fonetici. Si parla di “latino tendenziale” o “rustico”: le “scorrettezze” non erano sempre dovute a ignoranza, ma erano funzionali alla comprensione.
Negli atti notarili troviamo un doppio registro: il latino classico nella parte formulare e invece la scrittura rustica nella parte variabile (dispositivo), perché fosse più trasparente.
Con la riforma di Carlo Magno si recuperarono la corretta grafia e una più stretta osservanza delle regole fonetiche e grammaticali. Distinto ormai dai volgari, nasce il “latino medievale” (modelli classici ma anche cristiani), quello degli autori che vanno da Isidoro di Siviglia a Dante.
I primi vagiti del volgare
Per quanto riguarda l’italiano, il primo documento che attesti la netta distinzione tra latino e volgare è il Placito Capuano del 960. I documenti del periodo precedente (dal 476) non sono mai attribuibili con certezza a uno dei due codici: latino scorretto o volgare molto latineggiante?
L’indovinello veronese (fine VIII-inizio IX secolo)
L’Indovinello veronese è la prima di una coppia di prove di penna poste sul margine superiore di un codice liturgico scritto in Spagna e giunto poco dopo a Verona (dove è tuttora conservato). Le notazioni sono di mani diverse, ma entrambe scritte in Italia.
+ se pareba boves alba pratalia araba & albo versorio teneba & negro semen seminaba + gratias tibi agimus omnip(oten)s sempiterne d(eu)s (edizione di Arrigo Castellani).
La seconda è indubbiamente latina. Se fossero della stessa mano, si potrebbe pensare che nella prima sia stato usato volutamente un codice diverso. Trattandosi di mani diverse però, rimaniamo nell’incertezza.
Se (non sibi), pareba (non paraba), negro (non nigro) e l’assenza della -t nei verbi sono elementi volgari; se pareba (no Tobler-Mussafia), pratalia (non pradalia), semen sono latini. “Se pareba” è stato spiegato come “spingeva innanzi” (in Veneto si usa ancora “parare” per i buoi), ma anche come “appariva” o come “appaiava”. Il significato generale dell’indovinello è comunque chiaro: si riferisce all’azione della scrittura.
Al di là delle incertezze, tutti sono concordi che si tratti di un testo latino medievale, seppure con la presenza di volgarismi, che vengono spiegati da Arrigo Castellani come uno scimmiottamento della lingua rustica, dato che lo scrittore viene accostato al contadino.
Il graffito della catacomba di Commodilla (IX secolo)
In questo caso gli studiosi propendono decisamente per l’ipotesi del volgare. Nel 1903 fu segnalato alla comunità scientifica che nella cappella sotterranea della catacomba di Commodilla, a Roma, era conservato un graffito inciso sulla cornice di un affresco. L’iscrizione è databile fra il VI-VII secolo (l’affresco) e la metà del IX (quando la cappella fu abbandonata).
È un testo curioso: una sorta di post-it ante litteram scritto da un religioso per ricordare ad altri o a se stesso che alcune parti della messa (secreta) non devono essere recitate a voce alta.
Non dicere ille secrita a bboce
Il tratto “a bboce” rappresenta fedelmente la pronuncia con betacismo tipica dei volgari centromeridionali (u- > b-). Tra l’altro, la seconda b è stata aggiunta dopo: evidentemente il testo non rendeva al meglio la pronuncia orale. Anche i tratti latini sono in realtà contestabili: “dicere” è rimasto nel volgare romano per tutto il Medioevo; “ille” ha pienamente valore di articolo e non di dimostrativo; la forma “secrita” è normale nel romanesco antico (e la i è un fatto grafico, rappresenta una e).
Se questo documento è davvero scritto in volgare, rappresenterebbe una prima testimonianza di italiano (seppur fortemente connotato geograficamente) coeva, se non precedente, ai Giuramenti di Strasburgo.
I placiti campani
Il Placito Capuano, del 960, è un verbale notarile di una causa discussa davanti al giudice Arechisi, riguardo a un contenzioso tra il monastero di Montecassino e Rodelgrimo di Aquino, per delle terre. L’abate ne ottenne il possesso per usucapione, dopo che tre testimoni ebbero giurato che il monastero a
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