Le due edizioni del ritratto di Milano di Carlo Torre
Carlo Torre e la sua guida
Si tratta della prima guida ufficiale della città di Milano, che in complessità e informazioni mostra il retroterra ideologico del suo creatore, Carlo Torre, poligrafo erudito e canonico di San Nazzaro. Avendo una formazione filospagnola, presenta sempre grandi lodi alla casa di Spagna. Egli muore il 27 luglio 1679 e, secondo le indicazioni del medico che accerta la morte (segna l'età in base all'aspetto e dichiarazioni dei parenti), doveva avere 70 anni, quindi essere nato nel 1609, mentre altri sostengono che dovrebbe essere nel 1612, dato che fu bambino nella peste del 1630 e altri indizi da lui lasciati nella guida.
Egli porta il nome di Carlo Borromeo e del nonno Bartolomeo ed è nipote di Giovanni Battista e Francesco Lucca, insegnanti alle scuole di Dottrina Cristiana e fondatori di tal oratorio, ma anche committenti dell’affresco di Morazzone in Cordusio con la Madonna, Bambino, San Giuseppe e i due angeli, che avrebbero potuto dargli grandi appoggi. Sopravvissuto alla peste del 1630, grazie ad uno sfollamento a Caronno Pertusella, frequenta le scuole Cannobbiane in cui ha come maestro di morale Ludovico Settala, protofisico di Milano e padre di Manfredo (suo co-canonico in San Nazzaro). Poi cominciò a frequentare l’Ambrosiana, come mostrano le conversazioni con Antonio Olgiati. Dal 1627 intraprende la carriera ecclesiastica, secondo il Registro delle Ordinazioni dell’Archivio del Museo Diocesano di Milano, essendo canonico nel 1636 in Santa Fulcorina, conseguendo una laurea in Teologia e Giurisprudenza.
Il suo stipendio era tanto buono da consentirgli di essere scrittore: il suo primo componimento è la Canzone sulla Guerra dei Trent’anni, poi il Naviglio di Milano Inaridito dai Francesi nel 1636, poi romanzi (La Regina Sfortunata 1639), romanzi sacri (Il Gastigo Ingiusto 1657), poemi eroicomici (I Numi Guerrieri 1640 con eroi spagnoli accompagnati dalle dee), pastorali (Il Re Distaccato 1641), drammi morali (La Ricchezza Schernita 1658), agiografie (Specchio per le anime religiose 1652) e liriche (Sinfonie di Euterpe 1678).
I drammi teatrali dagli anni '40 sono messi in scena nel teatro ducale (in legno nel 1594, bruciato nel 1695 e 1713), mostrando il suo legame con Giovanni Battista Fiorillo. Poi si avvicina al melodramma e viene molto richiesto dalle monache per gli spettacoli messi in scena nelle scuole di Dottrina Cristiana o drammi morali edificanti, poiché, anticipando Maggi, caratterizza i personaggi con particolari e dà vita ad una comicità misurata. Il suo massimo momento di gloria è quando venne chiamato dalle monache di Santa Marta nel 166 per mettere in scena La Pellegrina Ingrandita, ovvero la Regina Esther, davanti a Maria Teresa, figlia di Filippo IV, che andava a sposare Leopoldo d’Asburgo.
Siamo certi che Torre andò a Roma per l’entusiasmo mostrato nelle Sinfonie di Euterpe, ma anche che sia stato a Bologna e Reggio Emilia, data la descrizione di Carcacena, Luis de Benavides Carillo (nella descrizione dei governatori di Milano) governatore di Milano dal 1648-56, che combatté contro Francesco I d’Este nei ducati di Modena-Ferrara, descrivendo la battaglia (invita a porsi le case sulle spalle) e la successiva sconfitta di Carcacena.
La sua prosa lo porta ad essere amico del Cardinale Monti e Principe Trivulzio, ma anche alla dedica insolita di due dipinti, detti del “pittore di Carlo Torre” o Pseudo Fardella, che sulla base del monogramma su tali dipinti viene riconosciuto come Angelo Maria Rossi (autore di nature morte della fine del '600). Altro contatto diretto del Torre è con il pittore Carlo Cane, 1615-79, che per l’Abecedario pittorico di Orlandia aveva studiato in casa di Gherardini e con Morazzone-Varallo aggiornandosi alla pittura del '600, e realizzò la Madonna con il Bambino e i santi in San Nazzaro e i due fatti della vita di S. Nicolò da Bari in Sant’Antonio.
Torre nelle Sinfonie di Euterpe del 1678 gli dedica un sonetto per il dipinto L’Ezzelino che si Umilia a Sant’Antonio da Padova nella chiesa di Sant’Antonio a Milano, per cui si pensa fosse un rapporto mediato da figure come Cesare Monti; in ogni caso Torre qui scrive che le sue opere potrebbero essere pagate con tutto l’oro del mondo e in molte valutazioni artistiche presenta giudizi più corretti di quelli di Latuada.
Il ritratto di Milano
Nel 1642 Torre diventa canonico in San Nazzaro e grazie alla tranquillità datagli da tal posizione comincia a scrivere il Ritratto di Milano, forse creato per un progetto a lungo coltivato o per commissione (forse il Cardinale Litta), ma in ogni caso l’impresa è stata programmata con cura dal punto di vista editoriale, realizzando un volume in 1/8 di 444 pagine con 9 tavole: nel frontespizio si dice un’opera “colorita da Carlo Torre” in cui vengono descritte le modernità e antichità visibili nella città di Milano, con narrazioni di principi-duchi-cittadini.
Segue la dedicatoria di Federico Agnelli 1626-1702, “scult&stamp”, editore dell’opera, prima specializzato nella realizzazione di vedute di paesaggi e nel 1668 nella corporazione cittadina di tipografi ed editori; Torre vi collabora solo questa volta, dato che maggiormente legato a Ghisolfi-Monza.
Dopo la lunga dedica di Agnelli al cardinale Litta si ha l’introduzione di Torre, in cui si rivolge al “lettore amico” e chiarisce il titolo dell’opera affermando che voglia peregrinare per la città mostrandone ogni abbellimento-invenzione di pittori, dato che ricca di fabbriche-pitture-statue moderne. Si scusa di rivolgersi solo agli stranieri per tracciare il ritratto di tal Seconda Roma.
A rendere nuova vita alla città sono i Borromeo, ricreando il topos letterario della Seconda Roma, presentando Milano con le stesse qualità della sede papale, dato che fu capitale imperiale dal 268-403 dell’Impero Romano d’Occidente sotto Massimiano, periodo in cui si inserisce l’episcopato di Sant’Ambrogio (347-97) portando alla creazione di grandi fabbriche come San Lorenzo.
Borsieri nel supplemento dà a Milano riconoscimento teorico e culturale, in particolare per architetti come Tibaldi, riprendendo la lode di “seconda Roma” o “altra Roma” dei Laudes Urbium Medievali. Poi, nello schema disordinato dell’opera, parla dei santi di cui Morigia non aveva parlato, del fervore dei cantieri ecclesiastici, e nel XVII degli artisti più apprezzati tra cui Cerano-Morazzone-Caccini-Crespi. Nel XVIII libro parla delle gallerie milanesi, costruite o in costruzione (cita il Quadro delle Tre Mani di Scipione Toso), soffermandosi sull’Ambrosiana, affermando che Federico Borromeo si sia impegnato a rendere grande la patria con opere artistiche.
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