Il ritratto di Milano
Introduzione e contesto storico
Il "Ritratto di Milano" è un'opera divisa in tre libri e colorita da Carlo Torre, canonico dell'insigne basilica degli Apostoli e collegiata di San Nazzaro. Torre afferma che vi siano descritte tutte le antichità e le modernità della città di Milano, incluse suntuose fabbriche, pittura e scultura, e varie narrazioni di principi, duchi e cittadini. Dopo la chiusura del frontespizio con "Federico Agnelli scult. & stamp.", si trovano in calce gli avvertimenti e la dedica dello stampatore all'eminentissimo e reverendissimo Alfonso Litta, del titolo di S. Croce a Gerusalemme della Santa Romana Chiesa, prete e cardinale, arcivescovo di Milano.
Il testo inizia con il paragone di Cesare che vide la statua di Aiace di Timomarco Bizantino e spera che l'eminentissimo principe dia un’occhiata al suo Ritratto di Milano, come Apelle fece andando a Rodi per vedere i ritratti di Protogene. Torre prega che lo splendore di tale figura raggiunga la sua opera, dato che al centro ha Milano, come Alcmena di Agrigento per Zeusi, compendiando in essa le sue bellezze come in Giunone Lancina.
Si tratta della Milano detta da Claudio Marcello Romano "seconda Roma" e "fenicie delle fabbriche" per essersi rinnovata sotto sua eminenza nelle chiese, seminari e Collegio Elvetico. Infine, Torre supplica di gradire la sua opera che presenta il ritratto della metropoli dell’Insubria che baciò umilmente la porpora (24/07/1674).
Divisione in zone e contesto storico
Carlo Torre nasce a Milano tra il 1612/3 e vi muore nel 1679: divide il Ritratto di Milano in sei zone con il nome delle sei porte nella cinta muraria milanese, parlando per prima di Porta Romana, rivolgendosi a un viaggiatore immaginario cui vuole mostrare l'illustro passato e presente della città. In quel periodo l’Europa era solcata dalla Guerra dei Trent’anni (1618-48) ed epidemie di peste come quella descritta da Manzoni negli anni '30 del 1600. Torre ci dà una visione completa della dominazione spagnola della città, non vedendola come Manzoni solo negativa, ma anche fruttuosa, andando oltre la visione romantica del passato glorioso di Milano da parte della classe colta milanese, partendo dall’epoca romana fino a Sforza e Visconti.
Nel 1535, alla morte dell’ultimo duca Sforza, il ducato passa a Carlo V, poi alla sua morte con l’Italia Meridionale, Paesi Bassi, Domini Americani sotto l'egida di Filippo II, mentre stati come Inghilterra, Francia, Savoia, e repubbliche di Genova e Venezia, Granducato di Toscana mantengono l’autonomia. Dopodiché l’estinzione degli Este porta la Spagna ad annettere anche i domini ferraresi; la situazione rimane stabile per tutto il 1600, con Filippo III e IV che controllano le ricchissime Milano e Napoli grazie alle strette relazioni del governo centrale con i domini per i governatori, di cui quello milanese nel Palazzo Ducale (sotto Palazzo Reale: 700 con gli austriaci), il cui governo era limitato da istituzioni cittadine con cui doveva interloquire per funzioni come il prelievo fiscale. Nel Ritratto di Milano si ha la descrizione di arcivescovi importanti come Carlo Borromeo, ma la lettura storica non è completamente veritiera.
Avvertimenti
Torre comincia con "lettore amico", affermando che nel Ritratto darà notizie della città nelle sue fattezze smarrite e sembianze sorgenti dalle origini ai tempi moderni, mostrando come possa essere a ben ragione detta "Seconda Roma". Vorrebbe "dipingere" ogni sito della città poiché in pittura aveva sempre avuto come centro il vero (per Gelio invece il vero è solo quello visto, ma anche per Strabone e Polibio). Mostra poi come non tutti gli scrittori abbiano la fortuna di essere presenti agli eventi come Ditti di Cesare (cronista greco) e Darete Frigio (storico imperiale) che videro la distruzione di Troia; per questo Torre va oltre i rapporti di approvati scrittori.
Afferma che gli vengano offerte spine al posto di rose (nate dal sangue di Venere feritasi mentre seguiva Adone) e quindi chiede al lettore di non accrescergli il dolore con aristatiche (Aristarco di Samotracia: difetti ovunque), affermando che ai pittori, secondo Orazio, vadano lasciate libertà. Non presenterà l’opera dal vero, non tentando di far diventare un Alessi (giovane ben vestito delle Bucoliche) un figlio di Tersite (brutto eroe dell’Iliade) aggiungendo al Ritratto un colore di spirito, per cui potrebbe dirsi Ritratto dal Vero, dato che segue i precetti di Simone (Cimone) e Cladeo.
In conclusione all’invito afferma di sapere come nel Ritratto vi siano errori, tanto che per la vergogna non voleva porre il suo nome ma usare pseudonimi come Celato Ro o Marco Ettore Rorobella, ma poi apponendolo scelse di farlo in lettere nere e non d’oro come le cornici di Zeusi. Chiede che se non dovesse piacere vuole che si faccia come Broteo, figlio di Minerva e Vulcano, che si lancia nelle fiamme poiché troppo brutto, ma ricorda infine di considerare l’opera per mezzo di sentimenti cattolici. Alla fine degli avvertimenti afferma di non aver potuto presentare tutte le bellezze di Milano, ma le maggiori, come a pagina 15 il Naviglio della Martesana di Galeazzo Visconti, figlio di Matteo Magno, dicendo a pagina 258 che prese l’acqua dell’Adda da Trezzo Castello e la portò a Porta Nuova, Francesco Sforza la dispose attorno a Milano e Leonardo, sotto Ludovico il Moro, creò gli argini detti “conche” milanesi.
Crea a pagina 22 l’albero genealogico di Visconti e Sforza per mostrare come Francesco II sia figlio di Ludovico il Moro e non Galeazzo Sforza, evitando l’errore di Donato Bossi che non diede a Ludovico il Moro una discendenza e aggiunge un Ermete a figlio di Gio. Galeazzo. Corregge la tavola di San Giovanni in Era affermando come vi sia la storia di San Giovanni Battista e non la presentazione di Gesù a Simone. Poi a pag. 67 mostra come gli angeli della facciata della chiesa di San Paolo delle Monache non siano fatti tutti da Lasagna, ma uno da lui e l’altro da Buono e Prevosti (in mezzo alla facciata) e gli altri 3 sono di Buono con disegno di Cerano modellati da Andrea Biffi. Infine, la statua della Vergine Assunta, detta di Lasagna, è di Prevosti con angeli di Fontana in San Celso.
Importanza delle tavole e stile di Torre
Presenta tavole di rame, in particolare quella dell’Ospedale Maggiore, realizzate da Andrea Biffi, figlio di Carlo e nipote di Andrea, il cui padre fu principe dell’Accademia dei Pittori di Milano e lavorò nel Duomo. Filippo Biffi, fratello mantovano di Andrea, realizza il castello in Porta Giovia, mentre Giuseppe Garavaglia il disegno di Porta Romana e Tempio della Vergine davanti a San Celso. Per scarsezza di tempo, poi Torre smette di descrivere i disegni. Dall’introduzione del Ritratto si comprende come il linguaggio di Torre sia ampolloso e caratterizzato da una sintassi complessa, volendo mettere in mostra la sua erudizione con gli artifici tipici della letteratura barocca del XVII sec e citazioni colte della letteratura e cultura classica latina-greca e al contempo abbellire l’opera. L’edizione è confusionaria, da cui viene espunta l’errata corrige con l’invito di Torre alla correzione di errori: con l’opera di Bianconi il genere cambia in neoclassico essendo depurato dalle erudite divulgazioni-storia ecclesiastica, con edizioni dal 1787.
Contributo di Torre alla storia e architettura milanese
Dal 1706 Milano è sotto gli austriaci e Manzoni usa Torre per la descrizione del Lazzaretto e della Colonna Infame, grazie alle sue indicazioni topografiche, architettoniche e di costume. Nella Storia della Colonna Infame, prima un capitolo dei Promessi Sposi e poi un vero testo dal 1827, si ha in conclusione un brano contro Torre, eliminato dall’edizione del pamphlet e posto in calce alla Quarantana. Manzoni lo descrive con ironia caustica dato che si compiace della vicenda di Gian Giacomo Mora e Guglielmo Piazza, mostrandone il pensiero barocco e semplicistico.
Nel diario del viaggiatore inglese John Evelyn (1620-1706) si hanno i racconti del viaggio del 1644-6 pubblicati nel 1818, in cui si ha una descrizione di Milano come tra le maggiori città d’Europa, con 10 miglia di mura al centro di una campagna percorsa da latte-miele, con bastioni e suntuosi palazzi. Morigia nelle sue opere riprende spunti medievali come nel Santuario del 1603, di cui riprende il De Magnalibus Urbis Mediolani di Bovesin della Ripa del 1288, in cui Milano era detta una città felice per la limpidezza, felicità di aria, sanità delle acque, ricchezza di cibo, abbondanza delle reliquie, e eserciti, mostrando come si sia sempre ricostruita anche se distrutta 22 volte.
Libro Primo: Porta Romana
Torre comincia scusandosi con il milanese, dato che non descriverà la città per lui citando poche bellezze, ma per i viaggiatori, usando quindi il "pennello" della tavola storica all’uso di Parrasio (gesta di Achille e Ulisse), mostrando come il suo testo non vada letto sentendo un peso, ma posto nei gabinetti e da portare sul palmo con gioia, dato che rende familiari gli stupori della città tutti racchiusi in tal Ritratto come Zeusi con le bellezze in Giunone Lancina. Il Ritratto è quindi una guida per i visitatori colti che vanno a Roma per l’Anno Giubilare, per questo Torre parte da Porta Romana e afferma che tra quella medievale e quella moderna vi siano ancora molti spazi lasciati ad orti.
Tratta subito delle origini del nome di Milano, facendo un paragone con Roma (Enea la fonda dove vide una scrofa bianca su predizione di Eleno) con una similitudine non priva di significati ideologici. Infatti, venne fondata nel VI sec quando il guerriero Belloveso vide una scrofa semilanuta (pelosa-glabra) che definirà con il nome Mediolanum (Medhe-Lan "terra di mezzo") con effige in Piazza dei Mercanti. Adduce poi testimonianze della "belva lanosa" da molte fonti, raduna le ipotesi sul nome della città e ricorda la distruzione del Barbarossa nel 1162.
Descrizione della città e delle sue mura
Descrive la riedificazione delle mura con sette porte (sei vere e postierle), ognuna sotto la protezione di un pianeta: Marte per Porta Romana, Giove per la Giovia, la Luna per la Comasina, Saturno alla Nuova, Sole all’Orientale, Venere alla Vercellina (verso Vercelli, Cella di Venere) e vicino ad esse si hanno simulacri, che se non vengono onorati si viene incarcerati o uccisi, dato che ogni porta ha vicino un carcere-pretorio (tribunale).
Dopo il racconto "dei migliori storici", accortosi di aver trattenuto troppo i visitatori passa alla lode delle mura della città, lunghe nove miglia con vasti terrapieni: afferma che vi fosse a descrizione delle forme piatte e coro di selci dure agli ingressi nella cartina di un suo amico, ovvero la commissione di Agnelli dà origine ad una delle più belle vedute cittadine, facendo dire la città Monachessa, ma non si è certi fosse presente nel Ritratto.
Personalità storiche e architettura della città
Antonio Leva, uno degli Alcidi di Carlo V, dimorando vicino a Porta Romana, comincia a far innalzare le mura poi terminate da Ferdinando Gonzaga, governatore di Milano dal 1546-54. Porta Romana è realizzata con disegno dorico-decorazioni classiciste in marmi bianchi dall’architetto Martino Basso, mostrando nella sua sodezza la fede dei cittadini nel re spagnolo. Infatti, da essa passa Margherita d’Austria nel 1598 per andare a sposare Filippo III.
Torre crea poi un elenco delle grandi personalità che hanno risieduto in città, come Cesare, Massimiano, Teodosio e passata la porta mostra i quartieri creati dopo il 1667 nella ricostruzione dopo Barbarossa e per dare un’idea della vastità della città indica un arco lontano, ma anche la differenza tra la porta più recente e quella medievale.
Origini familiari e contributo all'arte e architettura
Racconta poi di essere nato da Francesco Bernardino Torre, orefice e argentiere nato a Milano nel 1570, avviato alla carriera dal padre Borromeo: nei documenti viene infatti detto Priore/Abate della confraternita di sant’Eligio, corporazione degli orefici e che comprò per sé ed il fratello una cappella in Santa Maria del Giardino nel 1628. Torre ricorda i suoi quattro busti in argento nelle Sacrestie di San Fedele o il Tabernacolo (santuario) delle Monache domenicane della Vettabbia, la statua di san Carlo nel Duomo e un calice nella sagrestia parrocchiale di Esino Lario: il tabernacolo delle Vettabbie è di cinque braccia di argento con una parte in scultura ed una in rilievo, mentre la statua di Carlo Borromeo fu realizzata nel 1610 per la canonizzazione e donata dalla Compagnia degli Orefici (fissazione dell’agiografia e iconografia come nei Quadroni di Cerano che mostrano il gusto-mentalità dei milanesi del 1600). La statua di Torre è su disegno di Biffi e firma Francesco Vertova sul basamento.
Influenza culturale e cerimonie
Nel cammeo sul padre afferma che fu tanto valoroso nel ballo che si esibì davanti a Margherita d’Austria: la vita di Milano era infatti segnata dal succedersi dei governatori spagnoli, che portavano quindi a molte cerimonie per i sovrani spagnoli assenti o loro visite, in cui si avevano allestimenti effimeri e profani con grandi apparati decorativi con elementi vegetali, drappi, arazzi, iscrizioni di celebrazione o pannelli in chiaroscuro come bassorilievi (come gli antichi). Esempio è l’arrivo di Carlo V nel 1541 per cui si chiama Giulio Romano per gli archi trionfali, o quello di Margherita d’Austria che venne appunto fatta entrare dall’Arco di Porta Romana in piazza Medaglie d’Oro, come presenta l’incisione Giuseppe Garavaglia incisa da Agnelli. L’arco venne creato per lei in muratura con stile manieristico e bugnato magniloquente e iscrizioni di celebrazione su modello antico, ma vengono anche allestiti spettacoli teatrali, che vengono ridotti per la morte di Filippo II e successivi riti funebri; non venne cancellata la parte con le danze del coreografo Cesare Negri, che l’08/12/98 mette in scena 8 ballerini tra cui Francesco Turro (padre di Torre) nel teatro provvisorio di Palazzo Ducale, come racconta in Grazia d’Amore del 1602; Torre mostra quindi l’interesse per gli allestimenti effimeri del tempo e gli interessi artistici-entourage filospagnolo della sua famiglia.
San Rocco
Vicino al Dazio Torre descrive la chiesa, demolita, di San Rocco, invitando i visitatori ad entrare nel portico con travi di ferro che pare contenere un tesoro. È una parrocchia del 1616 soppressa nel 1786, il cui campanile compare in tutte le vedute di Porta Romana, essendo di origine medievale e restaurato nel 1400. Partendo dalla dedica della chiesa, Torre ne descrive la struttura architettonica e poi si trattiene sul santo protettore degli appestati, San Rocco, creando un excursus sulle pestilenze di Milano.
Nel 1254 la città rimase quasi senza abitanti, nel 1316 si ha una pestilenza di otto mesi con successiva nel 1364 e una nel 1373 che decimò la popolazione. Nel 1402 una nuova pestilenza uccise anche Gian Galeazzo Visconti, quella del 1405 60 mila cittadini, dal 1466 si hanno quattro anni di strage, mentre nel 1525 anche il cibo marciva per l’infezione dell’aria e nel 1576 la pestilenza fu tale che San Carlo si recò in ogni parrocchia. Infine, presenta quella del 1630, descritta da Manzoni nei Promessi Sposi e che lui visse in prima persona. Maggiori fonti iconografiche sulla peste sono le opere di Nebbia nel Collegio Borromeo di Pavia, quelle del Cerano nel ciclo dei quadroni del 1602 per la beatificazione e poi quelli del 1610 per la canonizzazione (più piccoli: i miracoli) nel Duomo o quelle di Scaramuccia del 1670. Le serie sono manifesto programmatico e iconografico che prospetta ai fedeli un racconto agiografico tradotto in immagini accelerando lo sviluppo della pittura del 1600 ed essendo fonte di ispirazione per Cerano (San Carlo e gli Appestati del 1602), Duchino, Procaccini.
Descrizione della chiesa e opere d'arte
Torre continua con la descrizione della chiesa ai fianchi dell’ingresso, mostrando le raffigurazioni di San Rocco e San Sebastiano più grandi del vero e ad affresco, affermando che siano state prodotte dopo il mutamento dell’arte dato da Bramante, ma non ricordando il nome dell’allievo che le realizzò, affermando che il tempo cancella. Mostrandosi quindi più informato sui pittori moderni che passati e il suo poco interesse per il medioevo artistico. Infatti, all’interno Torre quasi si scusa per il fatto che non sia stata riammodernata e presenti l’aspetto medievale senza proporzioni tra altezza-lunghezza, paragonandolo alla Grotta della Sibilla nell’Eneide.
Fa però una grande lode della pala d’Altare, il Polittico di San Rocco del 1623 di Cesare da Sesto, apprezzato anche da Lomazzo e Vasari, paragonandolo a Dedalo che dipinse nell’antro di Cuma affascinando i troiani: la commissione del 28/01 viene descritta da Beltrami e l’opera venne spostata prima alla Pinacoteca del Castello Sforzesco e alla soppressione del convento Giacomo Melzi la porta a Brera. Torre ne apprezza la perfezione e delicatezza della Madonna con il Bambino, mettendola a confronto con le opere di Raffaello e poi, topos della letteratura artistica, sottolinea come molti cercarono di acquistarlo, dato che "Cesare con il suo pennello rende ogni occhio stupito", ma non vi riescono.
Gli scomparti hanno L’annunciazione e SS Pietro e Paolo, essendo nella parte esterna della bottega di Cesare e passano alla soppressione ai Gallarati Scotti, ma Josephine Barbò Melzi d’Eril porta le sei tavole alla Pinacoteca Civica. Torre inizia quindi un excursus sulla pittura lombarda, indicando la sua gloria con i nomi di Gaudenzio Ferrari, Luini, Lomazzo, Giovanni Battista della Cerva, Pellegrini, anche se le sue fonti si fermano a Borsieri nel 1619 le usa per accreditare il discorso, dato che è attuato con orgoglio campanilistico in risposta all’affermazione di T.
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