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VALORI DELLA FOTOGRAFIA:

FORMALI—> si riferiscono complessivamente alla “forma”: inquadratura, illuminazione,

composizione…

CONCETTUALI—> memoria

—> sostituzione della realtà

—> prova, testimonianza, certificazione

LOGICA PITTORICA VS LOGICA EXTRA PITTORICA

Rosalind Krauss: “Da una stanza chiusa e senza finestre si può dipingere un albero, ma

non lo si può fotografare”.

—> La caratteristica unica della fotografia è che rappresenta necessariamente qualcosa di

realmente esistito o realmente avvenuto.

RIVOLUZIONE DELL’ARTE CONTEMPORANEA

1912-13: COLLAGE: realtà vera + procedura a portata di tutti—> problema autorialità

1917: ASSEMBLAGE: realtà vera + procedura a portata di tutti—> problema autorialità

1913: READY MADE: prendere un oggetto della quotidianità e farne un’opera d’arte

RIVOLUZIONE TOTALE DEL CONCETTO DI ARTE

Arte < ars< tekne = tecnica

La parola arte rimanda al concetto di tecnica, cioè di un fare con abilità, con buona tecnica

Artista è colui che realizza qualcosa con buona tecnica, con abilità

La rivoluzione dell’arte contemporanea sembra aver annullato il principio della tecnica e

dell’abilità esecutiva, favorendo l’affermazione di valori prevalentemente concettuali.

La fotografia ha fatto fatica a entrare nell’arte contemporanea perché già prima del

1912-13 aveva posto questioni spiazzanti—> problema dell’autorialità e prelievo di realtà

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L’INVENZIONE DEL FOTOGRAFICO

La camera oscura

Il fenomeno alla base del funzionamento di una camera oscura si verifica producendo un

foro sulla parete di una stanza resa completamente buia, in modo che sulla parete

opposta al foro si rifletta un’immagine ribaltata (alto-basso e dx-sx) della porzione di

realtà illuminata che è al di fuori della stanza stessa.

Questo fenomeno è conosciuto fin dall’antichità. Nel IV sec a. C. Aristotele osserva i

fenomeni delle eclissi grazie a una camera oscura. Il primato della visualizzazione di una

camera oscura si ha in un disegno del matematico e fisico olandese Rainer Gemma

Frisius, riferito all’eclissi del 1544. Leonardo ne parla nel Codice Atlantico.

Nasce come strumento del desiderio dell’uomo di conoscere e capire il mondo e le sue

manifestazioni visibili, perciò ottiene innanzitutto applicazioni in campo scientifico, ma

nel corso del tempo si diffonde anche in campo artistico.

Nel corso del 1600 la camera oscura viene impiegata molto dai vedutisti, come Canaletto,

Vermeer…viene impiegata dai pittori per studiare il sistema prospettico in quanto le

immagini proiettate sulla camera oscura seguono questo tipo di prospettiva.

Nel corso del tempo vengono apportati una serie di miglioramenti alla camera oscura.

Il foro viene sostituito con un sistema di lenti che migliora la qualità della proiezione.

Nelle camere oscure “reflex” viene inserito uno specchio inclinato di 45 gradi che riflette la

proiezione verso l’alto, in modo che quella porzione di realtà risulti facilmente ricalcabile.

Più avanti le lastre fotografiche saranno sostituite con la pellicole e poi, nell’era digitale,

con sensori e fotocellule, ma il meccanismo di base della macchina fotografica resta

sempre quello della camera oscura.

Da sempre si aveva il desiderio di stabilizzare, cioè di rendere permanente, l’immagine

prodotta dalla camera oscura. Questo fu il contributo fondamentale di Niépce.

L’invenzione della fotografia è stata il frutto della combinazione di due tecnologie: ottica

(camera oscura) e chimica (sostanza sensibile spalmata sulla pellicola).

Joseph Nicéphore Niépce

Dal 1822 sperimenta una resina fotosensibile, il bitume di Giudea, che gli permette di

ottenere immagini con una tecnica di tipo incisorio, le fotoincisioni. Le fotoincisioni sono

immagini off camera, realizzate senza l’ausilio della camera oscura.

Ha poi l’idea di inserire una lastra sensibilizzata (cosparsa di bitume di Giudea) in una

camera oscura, ottiene delle immagini che chiama points de vue.

Conia un altro termine per indicare le immagini ottenute con la camera oscura: eliografie.

Da elios + grafia = scrittura con il sole.

“Veduta dalla finestra a Gras” 1826—> prima fotografia della storia

E’ il positivo di una ripresa dell’ambiente esterno alla soffitta nella casa di famiglia.

La veduta è un paesaggio con architetture di scarsissima nitidezza, impresso su una lastra

di peltro spalmata di Bitume di Giudea e lasciata nella camera oscura per circa dieci ore.

Non è possibile stabilire l’ora esatta della ripresa, in quanto il sole colpisce entrambi i lati

presentandosi come una sorta di temporalità.

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E’ la prima testimonianza di un’esperienza proto concettuale.

Questa immagine racconta l’idea della presenza, della dimensione temporale.

“La scoperta che ho fatta, e che indico con il nome di eliografia, consiste nel riprodurre

spontaneamente, mediante l’azione della luce colle digradazioni di tinte dal nero al

bianco, le immagini ricevute nella camera oscura”.

Dicendo che l’eliografia è un’immagine spontanea, Niépce decreta definitivamente la

nascita della possibilità che un apparecchio meccanico sia in grado di produrre da solo, in

autonomia, una visione del reale.

Louis-Jacques-Mandé Daguerre, pittore e scenografo, gestiva un diorama a Parigi ed era

molto interessato a conoscere le scoperte di Niépce.

Nel 1829 i due firmano un contratto societario della durata di 10 anni, ma nel 1833 Niépce

muore prima di vedere riconosciuta la paternità dei suoi primi esperimenti.

Così al successo ufficiale arriva solo Daguerre.

Louis-Jacques-Mandé Daguerre

Alla morte di Niépce Daguerre continua le ricerche in proprio.

Dopo la prova della fotosensibilità dello ioduro d’argento, nel 1835 Daguerre scopre la

cosiddetta immagine latente, e cioè il fenomeno grazie al quale una lastra di rame

argentato inserita nella camera oscura può rilevare, una volta sottoposta ai vapori di

mercurio, la porzione di realtà che vi è rimasta impressa sopra dopo una certa

esposizione.

Perfezionata la tecnica con una fissazione fatta con sale comune e acqua calda, la

riduzione dei tempi di posa e di sviluppo diviene uno degli aspetti determinanti per la

messa a punto definitiva del procedimento fotografico.

Nel 1837 realizza un’immagine che ha come soggetto una natura morta: la definizione dei

particolari e la precisione offerta dalla gamma di sfumature sono ormai lontane dalla “Vista

dalla finestra a Gras” di Niépce. Sarà proprio la possibilità di apprezzare i dettagli e la

lucentezza dei dagherrotipi a motivare l’immediato successo di pubblico.

Nel suo “Boulevard du Temple” 1839 Daguerre riesce a fotografare per la prima volta

una figura umana, è quella di un passante fermo ai lati della strada a quell’ora affollata di

carrozze e persone. Il passante è stato fermo nella sua posizione il tempo sufficiente

affinché il suo profilo potesse essere catturato dalle sostanze fotosensibili sulla lastra nella

camera oscura.

Nel 1839 l’apparecchio fotografico di Daguerre, che produce quelli che lui chiama

dagherrotipi, è pronto.

Il 7 Gennaio 1839 il direttore dell’Osservatorio Astronomico di Parigi, Francois Arago

presenta all’Accademia delle Scienze di Parigi l’invenzione di Louis Mandé

Daguerre. In seguito Arago si adopererà affinché lo Stato francese acquisisca i diritti della

fotografia e la liberalizzi al mondo.

Il 19 Agosto 1839 il dagherrotipo viene presentato in una seduta comune dell’Accademia

delle Scienze e dell’Accademia delle Belle Arti di Parigi.

In questa occasione si parla dell’utilità della fotografia, non di questa come arte. Paul

Delaroche parla di un “favore reso alle arti”.

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Il dagherrotipo è costituito così da immagini tratte dalla realtà impresse su piccole lastre

metalliche. L’immagine formatasi all’interno della camera oscura può essere letta come

un positivo diretto.

L’unicità del dagherrotipo è stata la motivazione principale della scomparsa definitiva di

questa tipologia fotografica già pochi anni dopo la sua invenzione.

—> collegamento con Polaroid, inventata nel 1947 da Edwin Land.

William Henry Fox Talbot

Nel frattempo in Inghilterra Talbot stava cercando un

metodo per stabilizzare l’immagine prodotta dalla

camera lucida di Wallaston.

Egli realizza immagini a contatto che chiama disegni

fotogenici. Sovrappone degli elementi naturali a fogli di

carta resi sensibili alla luce. Lasciati esposti per un

certo lasso di tempo, una volta tolti gli oggetti avranno

lasciato impressa su quel foglio la loro impronta in

negativo (perché rimasta chiara) mentre tutto attorno le sostanze fotosensibili si saranno

annerite alla luce. Queste immagini off camera saranno per

Talbot un passaggio fondamentale per successive

sperimentazioni.

Tra i più famosi che applicano il principio della fotografia off

camera ci sono Man Ray con i rayographs, Moholy-Nagy con i

fotogrammi e Christian Shad con le shadografie.

Egli infatti applica le scoperte atte con le carte dei disegni

fotogenici alla camera oscura.

Nel 1835 egli ottiene quello che viene considerato il primo

negativo fotografico della storia, “Finestra con telaio a

griglia”.

Mentre Daguerre si appresta a presentare al mondo la scoperta

della fotografia, a Londra un altro inventore decide che è venuto

il momento di comunicare ufficialmente il punto di arrivo delle sue sperimentazioni ottico-

chimiche.

Il 25 Gennaio 1839, meno di 20 giorni dopo la presentazione del dagherrotipo in Francia,

il fisico Micheal Farady presenta alla Royal Institution di Londra l’invenzione di Talbot.

Pochi giorni dopo, il 31 Gennaio 1839, fu Talbot stesso a leggere presso la Royal Society

un testo esplicativo del metodo da lui individuato.

Dal brevetto depositato nel 1841 il procedimento inglese sarà universalmente noto come

calotipia, le immagini dunque saranno chiamate calotipi, dal greco kalos = bello, bella

immagine.

Differenza dagherrotipo Daguerre - calotipo Talbot. Il dagherrotipo era una copia unica,

leggibile come positivo diretto ma, in quanto unica, non riproducibile. Il fatto di essere su

lastra, e i procedimenti a cui era sottoposto, lo facevano però risultare estremamente

preciso nei dettagli, brillante nella definizione dei particolari e piacevole allo sguardo.

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Talbot invece ha realizzato il negativo fotografico da cui si possono ottenere un numero

teoricamente infinito di copie positive. Le sue immagini su carta sono di qualità assai

inferiore a quella dei dagherrotipi: appaiono sgranate e poco definite.

Per questo motivo inizialmente è il dagherrotipo a ottenere i maggiori consensi e i più

significativi successi di vendita. Solo in un secondo tempo il dagherrotipo cadrà fuori uso e

s’imporrà nella diffusione della fotografia la modalità del negativo riproducibile e

serializzabile.

Talbot inventa il sistema negativo-positivo, invenzione che porta alla “massificazione

della fotografia”.

L’utilizzo della carta come supporto e del procedimento negativo-positivo permise a Talbot

di realizzare nel 1844 “The Pencil of Nature”, il primo libro fotografico della storia.

Il titolo pone quella che sarà una questione fondamentale per l’estetica fotografica, quella

dell’automaticità produttiva.

Talbot infatti avrebbe potuto chiamare il libro “Fotografie di W.H.F. Talbot”, invece sceglie di

attribuire le immagini alla natura. Si nega come autore, l’autore è la natura.

I padri storici della fotografia sono orgogliosi di sottolineare che l’uomo ha finalmente

lasciato il posto alla macchina

La questione compresa anche nello stesso termine fotografia, introdotto nel 1839

dall’inglese J. Herschel.

Fotografia—> scrittura con la luce o scrittura della luce??

Problema dell’autorialità / automaticità produttiva riguarda tutta l’arte contemporanea.

Il problema dell’autorialità nell’arte inizia con la fotografia:

—> scrittura con la luce: si dà un ruolo al fotografo

—> scrittura della luce: non si dà nessun ruolo al fotografo

Hippolyte Bayard

Rientra tra i vari inventori della fotografia.

Contatta Francois Arago per mostrargli i suoi risultati. Il 20 Maggio 1839 Arago può

verificare di persona i risultati ottenuti da Bayard, ma passano mesi e appare chiaro che il

matematico francese vuole sponsorizzare la sola invenzione di Daguerre ed evitare che

nuove scoperte possano distogliere l’attenzione del mondo scientifico dal brevetto del

dagherrotipo che lui stesso ha deciso di patrocinare.

Nel frattempo Bayard organizza una sua personale esibizione di immagini presso la Calle

des Commissaires Priseurs, la quale passa alla storia come la prima mostra pubblica di

fotografia.

Bayard si mette poi a studiare l’ipotesi della traccia in negativo e al contempo presenta

alcune prove e spedisce lettere che permettono di seguire i progressi dei suoi studi.

Bayard tuttavia non viene ascoltato, riceve un compenso di seicento franchi dal ministero

dell’interno che deve funzionare come una sorta di ricompensa simbolica.

Bayard pensa a una personalissima vendetta.

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“Autoritratto in figura di annegato” 1840: questa foto ritrae Bayard come morto

annegato nella Senna. Si tratta in realtà di un progetto costituito da una serie di tre scatti.

Sul retro dell’immagine un lungo testo a metà tra un resoconto della morte una lettera

d’addio. Dice che l’immagine è quella del signor Bayard, inventore di un procedimento che

ha fatto gridare tutti di ammirazione a che non gli è valso un penny. Dal momento che

negli interessi del governo francese non c’era spazio per lui egli si è tolto la vita.

Questo è il primo autoritratto della storia, ma soprattutto è il primo caso di fotografia di

finzione.

E’ un falso raccontato però da un nuovo strumento che per la prima volta è in grado di

raccontare la verità e descrivere la realtà. Bayard intuisce questa possibilità della

fotografia, “finzione credibile”.

E’ forse il primo esempio esplicito di fotografia basata su valori concettuali.

Questa immagine è un primo storico esempio di come la fotografia possa essere usata per

dare consistenza al sogno e all’immaginazione, ma è anche una prova del potere di

questo nuovo mezzo di recuperare il gesto e la corporeità, dunque di offrire consistenza

alla dimensione performativa ed estetica dell’arte.

La fotografia appare dunque lo strumento perfetto nella partecipazione e nella

commistione con i fenomeni in cui un corpo agisce nel mondo.

A partire da “Autoritratto a nascondino” Fortunato Depero, “Tonsure” Marcel Duchamp e

dagli autoritratti en travesti di Calude Cahun, dalla fine degli anni ’60 e ’70 il corpo

fotografico è divenuto l’oggetto privilegiato delle operazioni artistiche, in un’ondata diffusa

e ampia che è culminata nella Body Art.

La fotografia degli anni ’60 e ’70 diviene l’emblema della concettualità di quegli anni,

realizzando la narrazione e la presentazione di nuovi corpi che si liberavano dai tabù e

dagli stereotipi sociali e culturali per aggredire la realtà esperendola in prima persona.

I body artisti sono i protagonisti delle loro immagini e, come Bayard, ostentano la loro pelle

per raccontare chi sono, di cosa sono fatti e quali limiti ha la loro corporeità, ma anche chi

vorrebbero essere e quali mondi vorrebbero abitare.

Eugène Disdéri

Il 22 Novembre 1854 Eugène Disdéri brevetta un nuovo apparecchio fotografico in

grado di realizzare delle immagini di piccole dimensioni che chiama cartes de visite.

La novità sta nel fatto che la macchina di Disdéri è dotata di più obiettivi, ed è dunque in

grado di scattare da quattro a otto immagini dello stesso soggetto, identiche o

consequenziali, riprese sulla stessa lastra. Da questa vengono tirate delle stampe positive

che poi, ritagliate singolarmente e incollate su cartoncini, raggiungono la dimensione degli

odierni biglietti da visita.

Da subito fungono da strumento di presentazione e sul retro trovano posto informazioni sul

soggetto ma anche slogan e indicazioni pubblicitarie dell’atelier che le ha prodotte.

Le immagini realizzate in questo modo sono meno costose, dunque accessibili a molti.

La carte de visite accelera il processo di massificazione della fotografia.

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Se da un lato la fotografia ottocentesca ha come modello di riferimento il quadro e un

approccio visivo-formale agli oggetti artistici, dall’altro però essa è già in grado di

innescare dei processi concettuali quali si troverà ad assumere dai primi decenni del ‘900

in poi, avendo più che altro a che fare con i meccanismi della memoria, della

conservazione, del voyeurismo, della presenza in assenza ecc ecc.

Con la carte de visite la fotografia si svincola da una ricezione passiva modello quadro

ed entra nei meccanismi d’interazione e performativi tipici della concettualità.

Sempre più persone si recano nello studio di Disdéri per farsi fotografare non solo in

“modo realistico” ma “alla maniera di..”, travestendosi. Grazie all’idea di trovarsi da soli di

fronte a un impassibile macchinario si può giocare con l’immaginazione e i

travestimenti indentitari—> Fotografia come supporto alla costruzion

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/06 Cinema, fotografia e televisione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alicepan di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della Fotografia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Marra Claudio.
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