Storia della filosofia classica tedesca
Schiller
Sappiamo che è noto soprattutto come drammaturgo e poeta, ma è stato anche un grande filosofo. Si è anche laureato in medicina ma ha sempre studiato filosofia. Nasce nel 1759 e muore a causa di una salute molto cagionevole nel 1805.
La maturità filosofica di Schiller si inaugura con il saggio Grazia e dignità del 1793. Iniziamo da questo libro perché è l’opera in cui egli espone la sua concezione antropologica sull’uomo, un uomo inteso come persona nella quale i sentimenti, la natura, la ragione, l’intelletto, la grazia, la dignità operano tra di loro in una sorta di armonia.
La sua stesura va inscritta nel contesto di quella fase dell’illuminismo tedesco, immediatamente successiva alla pubblicazione della Critica della ragion pura (1781). Kant ha difatti molto influenzato Schiller.
L'influenza di Kant e Reinhold
Perché si occupa di Kant? A Jena incontrerà uno degli allievi, uno dei seguaci più fervidi di Kant, Karl Leonard Reinhold, che comincia a parlargli di Kant invogliandolo a leggerlo. Dapprima Schiller incomincia leggendo un po' le critiche, era uscita la Critica del giudizio nel 1792, ma è solo sugli scritti minori che si baserà il testo “Lezioni di filosofia della storia” e lì vedremo come questa concezione antropologica verrà considerata in rapporto al genere umano.
Grazia e dignità è stato scritto dopo due anni di silenzio assoluto, durante il quale lui si ritira da ogni attività, non scrive niente, non lavora. In quest’opera noi non troviamo solo influssi notevoli della Critica della ragion pratica, ma anche qualche concetto tratto dall’opera che più amava di Kant, ovvero la Critica del giudizio (il termine di grazia legato alla bellezza è tratto dalla Critica del giudizio ovviamente).
Le critiche di Schiller a Kant
Se da un lato Schiller è influenzato da Kant, dall’altro ne critica alcuni aspetti del suo pensiero. Molti dicono che Schiller ha denunciato Kant per aver voluto essere il dracone del suo tempo, fondatore della legge Draconiana. Dracone, mitico legislatore cretese, è artefice di un sistema di leggi di una durezza straordinaria, dove per esempio si puniva con la pena di morte anche un reato minore, come la non restituzione di un prestito di minima entità. La legge draconiana di Kant (la legge morale) secondo Schiller prevede che Kant voglia colpire allo stesso modo i più grandi criminali, di efferata malvagità, e gli uomini che in fondo commettono delle colpe non assolutamente malvagie. Allora lui riconosce che questo pareggiamento di tutti gli uomini sotto un’unica legge morale che causa grande sofferenza e lacera anche l’animo umano è ingiustificabile perché non tutti gli uomini sono malvagi allo stesso modo.
Goethe e la bellezza neoclassica
C’è un’altra figura fondamentale, quella di Goethe, il suo più grande amico con il quale ha condiviso l’ideale di una bellezza neoclassica. Schiller, come molti autori romantici, è profondamente influenzato dalla kantiana Critica del giudizio che evidenzia il doppio aspetto dell'uomo per un verso soggetto alla sensibilità del mondo fenomenico e per un altro assolutamente libero come soggetto morale.
Concentrandosi proprio su questa doppia natura dell’uomo, scisso tra mondo sensibile e mondo intellegibile, in Grazia e dignità fornirà l’idea di essere umano completamente diversa da quella kantiana. Lo scopo fondamentale dell’opera è quello di fornire un’idea di essere umano inteso come persona nella quale non si danno inimicizie tra la ragione e la sensibilità, non si dà nemmeno una contraddizione tra ragione e sentimento. La ragione è una facoltà superiore legislatrice, ma anche il sentimento può indirizzare l’uomo verso comportamenti corretti e giusti. Dirà che “la natura umana è come un tutto più unitario di quanto sia permesso farla apparire al filosofo, che solo separando può ottenere qualche risultato”.
Favola greca e concetto di grazia
Il saggio inizia con l’interpretazione di una favola greca (influenza neoclassicismo): la favola della cintura di Venere. Venere nasce dalla spuma del mare, ella è la dea della bellezza quindi portatrice di una bellezza assoluta. La sua bellezza però, poiché proviene da un elemento naturale, cioè il mare, è una bellezza immodificabile, naturale e che rimane a Venere. Ma, in questa favola si narra anche che Venere oltre alla sua grande bellezza possiede anche una cintura che si chiama grazia. La grazia è una cintura mobile, per questo Venere può donarla agli esseri umani. Sia agli uomini belli che a quelli brutti, la grazia non è infatti una prerogativa esclusiva del bello. La grazia è quindi una bellezza mobile, ossia una bellezza che può tanto casualmente sorgere quanto cessare di essere nel suo soggetto. Si distingue così dalla bellezza fissa che necessariamente è data con il soggetto stesso. Venere può infatti svestirsi della sua cintura e donarla agli uomini ma non potrà mai svestirsi della sua bellezza data se non privandosi della sua stessa persona.
Se ora la cintura della grazia esprime una qualità oggettiva separabile dal suo soggetto, senza per questo mutare alcunché nella sua natura, allora non può designare che la bellezza del movimento; infatti il movimento è l’unica mutazione che può avvenire in un oggetto senza che la sua identità sia negata. Soltanto i movimenti accidentali, però, possono avere una tale proprietà. In un ideale di bellezza tutti i movimenti necessari devono essere belli poiché in quanto necessari è la natura che li dà; la bellezza di questi movimenti è quindi già data come la bellezza di Venere che è immobile, ma la bellezza dei movimenti accidentali è diversa perché per esempio anche il non bello può muoversi in un bel modo.
La grazia e la bellezza
La grazia conferisce all’essere umano due cose:
- Aspetto esterno: La prima riguarda l’aspetto fenomenico esterno, cioè quello naturale, dove per natura si intende ciò che non proviene dalla libertà ma dall’insieme dei movimenti fisici che non sono decisi dall’uomo ma che sono caratterizzati dalla delicatezza, dal garbo, da piacevolezza. Questo però è un fenomeno che si vede dall’esterno.
- Aspetto interno: La grazia però si dirige anche all’interno della persona per cui scrive Schiller “l’uomo non appare soltanto all’esterno aggraziato ma lo è dentro attraverso una predisposizione negli istinti dell’uomo a essere già pronti per una forma di azione non ancora morale ma che si accordi col gusto e l’esigenza di vivere con altri uomini, in questo senso l’uomo è interiormente morale nel momento in cui attraverso questa mobilità della grazia educa il suo essere animale. Queste sono caratteristiche della grazia che Schiller addirittura definisce magica. Grazia e bellezza diventeranno così, caratteristiche morali dell’individuo.
La grazia appartiene ai soli movimenti volontari, ma unicamente a quelli che sono espressione di sentimenti morali, in quanto i movimenti che hanno come unica fonte la sensibilità appartengono alla natura, che di per sé non si eleva mai sino alla grazia, gli animali infatti non sono dotati di grazia, la grazia è solo espressione dell’umanità. Se l’istinto potrebbe manifestarsi come sentimenti morali allora non avremo la grazia. Sentimenti morali sono quelli che anche avendo come unica fonte la sensibilità e nonostante esprimano la loro volontarietà, in quanto appartengono alla natura possono elevarsi solo grazie alla grazia perché la natura non è mai solo natura come la ragione non è mai solo ragione. Quindi non si riconosce nell’uomo alcun movimento volontario che appartenga soltanto alla sensibilità senza essere al tempo stesso un’espressione dello spirito che sente moralmente. Così la grazia è questa bella espressione dell’anima nei movimenti volontari. È l’anima il principio movente della grazia ed è contenuta nell’anima la ragione della bellezza del movimento. La grazia è una bellezza che non è data dalla natura, ma che viene prodotta dal soggetto stesso.
La bellezza secondo Schiller
La grazia agisce appunto non in maniera statica come è la bellezza, la grazia può agire nel momento in cui si trova nella costituzione dell’animo umano. La grazia non proviene come la bellezza dalla natura ma è un prodotto del soggetto stesso, cioè il soggetto trasforma i movimenti volontari e i sentimenti autonomamente con una legge che vedremo essere una legge libera. La grazia appare superiore alla bellezza per il fatto che è attività libera di un uomo che può modificare il suo carattere.
Schiller ci fa una distinzione tra due tipi di bellezza:
- Bellezza della struttura (bellezza architettonica): La prima è una bellezza formata dalla pura natura secondo la legge della necessità, è quindi una bellezza totalmente statica e in quanto nata dalla natura non può provare alcun interesse per la ragione ma si rivolge solo al mondo sensibile.
- Bellezza che si regola secondo le condizioni di libertà: Anche quando la bellezza non è un essere umano, come fa a provare interesse per la ragione? La bellezza in quanto prodotto di una natura sensibile non può trovare nessun interesse per la ragione stessa. La bellezza non ha nessun rapporto con la ragione apparte quello di diventare un oggetto della conoscenza razionale in quanto fenomeno fisico. Schiller dirà che non è la bellezza che si compiace della ragione ma è la ragione che si compiace della bellezza, il BELLO PIACE ALLA RAGIONE, ... come risolviamo questa contraddizione? Schiller afferma che il bello piace alla ragione, un’affermazione che ci lascia un po' straniati.
Lui spiega ciò suggerendo che noi abbiamo due modi diversi di avvicinarci alla bellezza:
- Pura contemplazione del bello: Ci limitiamo a considerare la natura in quanto causa del bello in maniera statica. È questo un bello statico che nasce dalle leggi della natura e non ha nessun legame con la ragione. È la bellezza degli esseri che sono provvisti di questa caratteristica semplicemente come dono di natura. Di fronte a questa bellezza possiamo semplicemente osservarla e ciò piace alla nostra sensibilità ma non alla nostra ragione. Ciò che è bello semplicemente secondo le leggi della natura non si dirige infatti alla ragione ma alla sensibilità in quanto facoltà di cogliere la natura.
- Ragione stessa: Facoltà di idee che attinge al sovrasensibile come idee che si distaccano dalla sensibilità per avere una validità universale e necessaria (in questo senso le idee della ragione sono sovrasensibili, non si limitano cioè alla particolarità del mondo concreto). In questo caso la ragione, invece di accettare le leggi della natura, porta invece le sue leggi nella natura stessa. Inserisce nella nozione di bellezza naturale quelle che sono le sue esigenze dal punto di vista della richiesta alla bellezza di una dimensione che sia universalmente valida, di una bellezza che non si limiti semplicemente alla natura fenomenica. Nel momento in cui la ragione introduce le sue idee nella natura allora si parla dell’autentica bellezza nel senso di un’ideale di bellezza che rimane al di là di ogni mutamento e fenomeno sensibile, anche se comunque alla base di questo ideale di bellezza rimane sempre la bellezza sensibile e solo che la ragione la trasforma e la rende un’idea che vale in ogni tempo, un’idea di bellezza che non è solo oggetto di contemplazione. È in questo senso che il bello piace alla ragione perché nell’ideale della bellezza la ragione che opera in base a leggi universali, non è che nella bellezza cerca degli scopi o di trovare delle finalità propedeutiche all’utilizzo della bellezza; il bello piace alla ragione perché la ragione contempla la bellezza, ma non contempla la bellezza fenomenica e naturale bensì l’ideale.
Bellezza e ragione
Ciò che è semplicemente un prodotto della natura, un fenomeno, come in un primo momento appare essere la bellezza non può rivolgersi alla ragione direttamente, può semmai richiedere all’intelletto di essere, (come dato di fatto empirico, parte degli enti naturali) in un giudizio di mera conoscenza. Noi cioè conosciamo la bellezza semplicemente perché la vediamo. La ragione che interesse dovrebbe avere nei confronti di una caratteristica come la bellezza? La ragione non dovrebbe averne nessuno perché la ragione è una facoltà delle idee. Secondo Schiller noi possiamo dire che la bellezza non ha alcun interesse nei confronti della ragione soltanto se la consideriamo come un fenomeno naturale oggetto di conoscenza. Però vi è nella bellezza anche una sorta di perfezione che è manifesta. La bellezza oggettivamente non può essere esente da un giudizio di perfezione perché nella bellezza si manifestano dei tratti che hanno un’armonia una caratterizzazione che ci fanno pensare alla perfezione e quindi pare che in qualche modo anche questa perfezione della bellezza faccia pensare a una qualità che va oltre l’origine meramente empirica della bellezza stessa. È la perfezione che ci fa intuire che forse in questo fenomeno di origine naturale noi non troviamo solo l’eventuale oggetto di una conoscenza empirica ma troviamo anche l’origine della percezione della bellezza.
Il fatto che la bellezza piace alla ragione significa che la ragione opera anche sulla bellezza ma opera in maniera diversa di come opera nell’intelletto. Mentre l’intelletto serve solo a conoscere, la ragione può operare in due modi, perché è una facoltà superiore dell’intelletto stesso. Schiller ci ricorda che esistono due modalità attraverso cui i fenomeni possono diventare oggetti della ragione ed esprimere idee.
- Nel primo caso la ragione potrebbe trarre le idee direttamente dagli oggetti ma in questo caso il fenomeno non può essere considerato. La ragione non può trovare le sue razionali idee nella natura, l’oggetto bellezza nel momento in cui è considerato solo come prodotto della natura non può essere considerato come una fonte di idee per la ragione.
- Ma vi è un altro modo, che è quello che Schiller ritiene d’essere la modalità attraverso la quale la ragione effettivamente si impossessa della bellezza ed è quello per cui la ragione inserisce le proprie idee nell’oggetto e in questo modo lo trasfigura, la bellezza non è più solo un dato della natura ma diventa ciò che appartiene a un mondo sovrasensibile (non nel senso di un mondo al di là della nostra terra, ma di un mondo che non è quello della natura sensibile) con la sua opera viene a inserire quelle che sono le proprie idee nell’oggetto, in questo modo l’oggetto di bellezza da sensibile diventa sovrasensibile.
Distinzione concettuale di Schiller
Ci sono due casi:
- Nel primo, quando è l’intelletto a occuparsi della bellezza e a ridurla come mero oggetto prodotto dalla ragione all’interno di un processo di conoscenza si parla di una perfezione architettonica, ferma, bloccata, bella nella loro struttura, non subisce nessun cambiamento.
- Nel secondo caso, quando la ragione con le proprie idee conferisce alla bellezza sensibile un più alto significato trasformandola in un oggetto che ha qualità sovrasensibile. Perché questa distinzione?
Perché la bellezza è da considerarsi come cittadina di due mondi al primo dei quali appartiene per nascita, al secondo per adozione; la bellezza nasce nella natura e in essa rimane soltanto per nascita, tuttavia viene adottata dalla ragione ottenendo la cittadinanza nel mondo sovrasensibile. Se abbiamo scoperto che la bellezza è cittadina di due mondi e che essa appartiene sia al mondo naturale che a quello spirituale abbiamo quindi trovato un ponte tra queste due istanze che molti hanno sempre considerato una contro l’altra. Questo è un passo fondamentale, quali sono queste due nature? Lo spirito e la sensibilità.
Perché si è sempre pensato che dalla sensibilità provenissero delle pulsioni cattive da sottomettere ad opera dello spirito. In realtà le cose non stanno affatto così, perché nel momento in cui il gusto, in quanto facoltà di giudizio del bello, si ponga in una posizione mediana tra spirito e sensibilità e unisca queste due nature, sdegnose da sempre l’una dell’altra, in un felice accordo. Questa unificazione procura il rispetto della ragione al mondo materiale (è stato dato in genere dai filosofi britannici come Hume quando ha affermato che la ragione deve essere schiava delle passioni) e la simpatia dei sensi al mondo razionale; quest’ultima per noi è una cosa abbastanza difficile da comprendere perché come mai i sensi che in genere mirano al soddisfacimento di tipo egoistico dovrebbero avere un rapporto di simpatia con la razionalità? Perché un sentimento egoistico come quello dei sensi dovrebbe avere simpatia per un mondo caratterizzato da universalità? E quindi nell’universalità l’egoismo deve decadere, altrimenti non ci sarebbe universalità.
Schiller scrive che tutte le nostre intuizioni e sensazioni egoistiche vengono, in questa prima configurazione dell’essere umano, sublimate e considerate come delle idee che conferiscono al mondo sensibile non tanto una libertà immediata, ma lo rendono un regno della libertà, un regno nel quale la libertà si può realizzare senza però intaccare quel felice accordo tra la natura sensibile e quella spirituale. Questo significa che nella natura umana noi dobbiamo trovare tante di quelle componenti che non sono semplicemente rigoriste (che fanno soffrire l’ambizione alla felicità dell’essere umano) ma dobbiamo trovare un regno della libertà nel senso che nel mondo naturale dell’essere umano c’è spazio per trovare una libertà non necessariamente a partire dalla ragione, ma si può trovare una libertà realizzata anche dai sentimenti. Il fatto che ci sia...
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Storia della filosofia classica tedesca, Prof. Pranteda Maria Antonietta, libro consigliato Lezioni…
-
Riassunto esame Storia della filosofia classica tedesca, Prof. Pranteda Maria Antonietta, libro consigliato Idea pe…
-
Friedrich Schiller - Grazia e dignità
-
Riassunto esame Storia della filosofia classica tedesca, Prof. Bonino Guido, libro consigliato Il Linguaggio della …