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L'esercizio della ragione nel mondo classico

Capitolo primo - I presocratici

I presocratici e gli inizi della filosofia: questioni preliminari

La storia della filosofia inizia con la presentazione del pensiero di Talete e degli autori ionici, questo perché la loro riflessione viene considerata filosofica a differenza dei predecessori come ad esempio i poemi omerici o Esiodo. Il debito del pensiero ionico nei confronti delle culture non-greche è molto significativo ora di quanto probabilmente fosse in passato. Però alcuni tratti delle cosmologie ioniche sembrano riprendere degli andamenti tipici delle teogonie arcaiche (es. Esiodo). Quindi cosa rende queste riflessioni filosofiche valide di Talete, Anassimandro, Eraclito ecc? Perché rappresentano tracce a noi conoscibili come filosofia e fondate sul principio di coerenza quindi ossia sulle capacità di fornire interpretazioni unitarie e coerenti dei fenomeni.

Ciò che identifica la filosofia è inoltre il ruolo importante che gioca la ragione e all’alludere quindi a una spiegazione unitaria, coerente, generalizzante e in qualche modo argomentativa cioè razionale. La parola philosophia fa la sua comparsa forse con Pitagora o Eraclito e solo nei dialoghi di Platone conosce il suo autentico atto di nascita. Ma nei presocratici troviamo il sorgere di questa razionalità filosofica.

Un problema di coloro antecedenti Platone è l’assenza di opere scritte; possiamo ricavare informazioni solo mediante autori posteri quali Platone e Aristotele che ci danno però: A) resoconti generali; B) citazioni. Grazie al filologo tedesco Hermann Diels sono state raccolte tutte le testimonianze (A) e frammenti (B). La sua raccolta si intitola "I frammenti presocratici" (1903) e successivamente migliorata da Walter Kranz suo allievo. Quindi si citano i testi relativi con la sigla DK e la lettera A o B.

Però nelle testimonianze vi sono dei problemi, per esempio con Aristotele venivano riportati i pensieri dei suoi predecessori però servendosi del proprio linguaggio e delle proprie categorie mentali e filosofiche, il risultato è un quadro teorico lontano da quello dell’autore in esame. Anche i frammenti hanno questi problemi, dovrebbero restituire gli ipsissima verba ma vanno considerati con estrema prudenza.

Nel processo di raccolta comunque un ruolo decisivo fu giocato da Aristotele e dalla sua scuola. Nella concezione epistemologica del grande filosofo la discussione delle posizioni dei predecessori rappresentava il primo passo verso l’acquisizione della verità su ciascun argomento. Il suo miglior allievo, Teofrasto compose diciotto libri "opinioni dei fisici". La tradizione della dossografia (raccolta delle opinioni, graphe cioè scrittura e doxia cioè opinioni) dei presocratici dipende in larga misura dall’opera di Teofrasto. Lo scritto "placita philosophorum" (opinioni dei filosofi) di Aezio dipendeva da Teofrasto. Però entrare le raccolte vennero perdute e la tradizione dossografica relativa ai presocratici risale a più di 600 anni dal periodo di composizione dei loro scritti. Ragion per cui son da prendere con cautela.

Il naturalismo ionico

Nell’odierna Turchia, presso le città colonizzate dai greci a partire dall’VIII secolo si svilupparono le prime forme di riflessione filosofico-scientifica in lingua greca. A Mileto emersero le figure di Talete, Anassimandro e Anassimene che probabilmente collaboravano o per lo meno si conoscevano. In riferimento a loro Aristotele usa la denominazione di physikoi o physiologoi per indicare il loro interesse per la physis cioè la natura - interessava la nascita, generazione e movimento delle cose (il verbo phyo allude alla generazione, crescita e produzione). Quindi volevano spiegare come e perché nascono e si sviluppano le cose e in quale modo si trasformano le une nelle altre. Affrontarono anche problemi di tipo matematico in particolare la geometria. Volevano fornire delle norme esplicative comuni valendosi del principio dell’analogia che consiste nell’estensione di un criterio esplicativo, ritenuto valido per un ambito determinato, al di là di questo ambito.

Esempio: Talete vedendo un pezzo di legno galleggiare in acqua affermò che la terra resta al suo posto per via del suo stare a galla. Elemento in comune tra questi pensatori è il de-mitologizzare le cosmogonie e cosmologie e presentare descrizioni de-antropologizzate dello stato del cosmo. Mettono in campo una sorta di riduzionismo tendente a sostituire le molteplicità delle cause postulate dei poeti arcaici con un unico fattore, generalmente fisico (acqua, aria, fuoco).

Importante fu l’influenza dei popoli vicini quali egizi, fenici e quelli della Mesopotamia dai quali si è potuto sviluppare la geometria, l’alfabeto e l’astronomia.

Talete (625-550 a.C.) - Acqua

Prototipo del sapiente universale. Si occupò di geometria, astronomia e meteorologia. Formulò asserzioni geometriche la cui validità non è più limitata a singoli casi. Esempio: principio per cui ogni cerchio viene diviso in due parti uguali dal suo diametro o all’affermazione che in un triangolo isoscele gli angoli alla base sono uguali. In campo astronomico scoprì la natura delle eclissi solari. Tesi: l’acqua sarebbe il principio (arche) di tutte le cose. Partì dall’osservazione che spesso la vita si accompagna alla presenza dell’elemento umido. Dunque attribuì all’acqua una sorta di primarie temporale e forse anche di centralità fisico-biologica.

Anassimandro (610-540 a.C.) - Illimitato

Compose l’opera "sulla natura" (peri physeos). A lui risalgono le prime parole della filosofia greca. Sembra sostenere due cose:

  • Prima delle singole realtà e dopo di esse c’è l’illimitato o indeterminato (apeiron), uno stadio in cui nulla è ancora qualificato e individualizzato.
  • Assunzione di una determinazione viene equiparata a una colpa morale, ossia a un’ingiustizia (adikia), che l’ordine del tempo si incarica di punire.

La trasgressione sembra imporre la propria individualità e dunque il proprio dominio. In questo modo cerca di alludere alla trasformazione degli elementi naturali in cui vi è il predominio di un elemento si sostituisce quello di un altro e così via all’infinito. Potrebbe anche aver voluto applicare categorie di ordine politico come quella di isonomia (democrazia, uguaglianza delle parti) a contesto di ordine fisico-cosmologico: l’ingiustizia consiste nel prevalere di un elemento sugli altri, mentre la giustizia un’equilibrio o uguaglianza tra essi.

Tesi: stabilità della terra a una causa di carattere squisitamente geometrico, ossia all’assenza di ragioni per cui essa dovrebbe spostarsi dal centro in una direzione piuttosto che in un’altra. Immobilità della terra dedotta dalla proprietà geometrica dello spazio e in particolare dall’idea di uno spazio isomorfo caratterizzato dal principio di uguaglianza.

Anassimene (seconda metà VI secolo) - Aria

Opera "sulla natura" in cui spiega terremoti, arcobaleno, nuvole e movimento degli astri. Si rivolse a un elemento fisico determinato: l’aria. Anassimandro indeterminato invece. Ricondusse all’aria tutti i processi di trasformazione di un elemento in un altro, rifacessi alle nozioni di condensazione e rarefazione: l’aria rarefacendosi diviene fuoco, condensandosi vento, e poi nube, e se si condensa ancora di più, acqua, e poi terra, e poi pietre, e da queste ancora altre cose.

Comune a tutti e tre fu il dare un carattere divino alla loro arche. Talete: "il cosmo è animato e pieno di divinità". Avevano un’idea dove il mondo fosse simile ad un essere vivente rappresentando così il principio dell’analogia.

Eraclito (540-470 a.C.) - Fuoco

Sulle coste dell’Asia minore, a Efeso: Appellativo di "oscuro". Scrisse l’opera "sulla natura", 100 frammenti sopravvissuti dotati di carica evocativa, il cui significato è spesso misterioso, perché voleva proporre un sapere così distante da quello degli uomini da apparire addirittura inaccessibile. Motivo centrale: contrapposizione tra ignoranza dei molti e sapienza dell’unico autentico saggio. Per il saggio esiste un’unica realtà, identica per tutti e coglibile con la ragione.

Logos: ragione; intelligenza, comune a tutti gli uomini, per mezzo delle cose, ossia il principio profondo che governa il mondo; parola che esprime questa legge universale e che l’uomo deve ripetere. Atteggiamento corretto del sapiente è l’ascolto del richiamo del logos universale. Esiste un’armonia profonda che permea di sé tutta la realtà. Essa si manifesta nell’unione tra i contrari, principio secondo il quale i fenomeni del mondo sono prodotti dalla tensione tra elementi contrari, ciascuno dei quali non può esistere senza l’altro. La guerra (polemos) è padre e re di tutte le cose, ovvero principio della realtà in quanto esprime plasticamente la legge generale (logos) del mondo. Per lui è senza dubbio il fuoco equiparato al corpo del logos incorporeo. Nei decenni successivi si trasformò in una teoria del flusso universale (panta rei, tutto scorre) e della conseguente negazione della possibilità di fissare contenuti cognitivi stabili, e come tale fu recepito da Platone e Aristotele.

Il pitagorismo: anima e numero

Pitagora (Samo 572 - Metaponto (Puglia) 490)

Emigrò verso Crotone dove fondò una comunità di carattere politico e religioso. Poi una rivolta interna alla città che portò all’inizio della diaspora pitagorica. Prima si spostò a Locri e poi a Metaponto. Vi è una difficoltà collegata alla quantità e attendibilità delle notizie relative a Pitagora che creano la "questione pitagorica". Con le generazioni successive, specialmente con Filolao di Crotone il pensiero pitagorico di trasformò in un insieme relativamente compatto di teorie filosofico-scientifiche.

Pitagora considerato a metà tra lo sciamano e l’oracolo, insegnò serie di pratiche purificatorie e di divieti alimentari per un modello di vita (bios) e costituì un sistema concettuale consistente e articolato. Il motivo politico e quello religioso sembrano i confini entro i quali è lecito collocare la sua attività.

Si occupò dell’immortalità dell’anima individuale e dell’esistenza di successive incarnazioni, si tratta della concezione della metempsicosi. Probabilmente Pitagora conosceva tutte le proprie incarnazioni e quelle di coloro che gli rivolgevano la parola. Credeva anche che l’uomo potesse incarnarsi anche negli animali, ragion per cui vi era il divieto di cibarsi di carne. Non vi è una divisione tra anima e corpo ben delineata come avremo con Platone ma vi è un’attenzione alle pratiche di purificazione e di astinenza, che concorrono a delirare una posizione in cui l’anima ha una certa autonomia rispetto al corpo.

Attribuibile alla setta pitagorica la destinazione di due livelli di adepti:

  • Gli acusmatici, coloro a cui era concesso l’ascolto (akousma "ciò che si ascolta") delle indicazioni generali del maestro e della scuola.
  • I matematici, iniziati veri e propri che venivano ammessi alla conoscenza delle dottrine segrete.

Pitagora sapiente alla maniera arcaica, che sostenne in qualche forma la concezione dell’immortalità dell’anima e della metempsicosi, aveva però anche un certo interesse per i numeri e per le proprietà di cui sono dotati. La forte attitudine per le discipline matematiche appartiene alle generazioni successive, quelli che Aristotele denota come "cosiddetti pitagorici". Riconducibili a Filolao e alla sua influenza.

L’osservazione dei fenomeni musicali fa emergere come le tre consonanze fondamentali sono prodotte da precisi rapporti numerici (logoi) dove assegnare un numero a una sorta di primarietà nei confronti delle altre cose. Le consonanze musicali della quinta, quarta e ottava corrispondo a 4/3, 3/2 e 2/1. Tesi: tutto è numero. Riferimento a Filolao dove si credeva di poter attribuire allo stesso cielo o ai movimenti degli astri una sorta di armonia simile a quella musicale.

Il fatto che i numeri che producono rapporti delle consonanze musicali fossero 1,2,3 e 4 la cui somma fosse 10 li indusse a onorare questa quaterna che chiamarono "tetrade" (tetraktus, insieme di quattro), e in nome di essa giuravano fedeltà alla setta. Poi pensavano che fosse ricondotto anche al fatto che il numero dei corpi celesti fosse 10, questo solo ipotizzando l’esistenza di un’antiterra posta tra il fuoco centrale e la terra. Il movimento dei corpi celesti incolte produceva un’armonia divina e anche un suono non percepibile dall’orecchio umano.

Teoria dei principi: le cose sono numeri o comunque riconducibili ad essi, i principi (archai) ossia il limite (peras ope perasmenon) e l’illimitato (apeiron) oppure l’uno e il molteplice, vanno considerati come i principi di tutta la realtà. Nel primo pitagorismo il carattere numerico delle cose dipendeva dalla convinzione che esistesse una corrispondenza tra certi numeri e determinate entità. Esempio giustizia era 4 o 9, matrimonio era il 5 (somma del primo numero pari col primo numero dispari). Rappresentare i numeri per mezzo di figure geometriche spaziali, in modo da indurre l’impressione che i numeri fossero realtà vere e proprie. Scienze pitagoriche inizialmente erano poca cosa e solo successivamente assunsero i connotati sistematici che oggi siamo portati ad attribuirle.

Parmenide e l'eleatismo

Con Parmenide (Elea (Campania) 515-445 a.C) entra nella scena una figura singolare. Per Platone non sarebbe lui il SENOFANE (570-460 a.C.) fondatore della "stirpe eleatica", bensì sarebbe emigrato dalla ionia verso l’Italia meridionalee partecipò quasi certamente alla fondazione di Elea dove diede inizio alla famosa scuola. Scrisse l’opera "Dileggi", una composizione in versi dal titolo "sulla natura". Si scagliò contro l’antropomorfismo della religione tradizionale e tentò di delirare un’immagine della divinità fondata su principi razionali. Accusando dunque Omero e Esiodo di descrivere gli dei come fossero uomini con tutti i loro difetti. Inoltre mise in ridicolo l’abitudine di rappresentare gli dei con sembianze umane. A Senofane si attribuisce l’elaborazione della prima teologia razionale formulata dal pensiero greco.

Parmenide (515-445 a.C.)

Attribuzione elaborazione del primo abbozzo di concezione propriamente filosofica. Nei venti frammenti del "sulla natura" si trovano tracce di motivi autenticamente filosofici che attengono agli ambiti dell’ontologia, logica, epistemologia e cosmologia. L’opera è scritta in esametri omerici e nel proemio presenta già un andamento sapienziale e quasi oracolare connesso alla rivelazione di verità profonde e inaccessibili alla moltitudine. A parlare è una dea che espone due sentirei di ricerca:

  • Verità (aletheia) "ben rotonda" (perfettamente coerente e autosufficiente) e "incrollabile".
  • Opinione (doxa) nella quali si attardano i mortali.

Alla prima via i frammenti 2-8 mentre i restanti all’opinione e tentano di fornire plausibili spiegazioni fondate più su procedure simili a quelle degli ionici, delle apparenze nelle quali gli uomini si trovano coinvolti. Principio generale: la prima via afferma che "è e non può in alcun modo non essere" mente la seconda dice "che non è e che è necessario non sia". Per comprenderlo dobbiamo renderci conto che vi è l’ineliminabilità di un certo margine di indeterminazione. Non chiarisce nemmeno chi sia il soggetto delle due proposizioni e nemmeno quale sia il loro senso.

Il suo ragionamento parte dalla formulazione di qualcosa di simile a un divieto, quello di pronunciare e comprendere il non essere e deduce in modo necessario una serie di conseguenze che riguardano la natura della realtà e della conoscenza che di essa si può avere. Il primo aspetto afferma che l’ente (to eon) ossia l’essere, la realtà, è "ingenerato, imperituro, intero, omogeneo, immobile, senza fine, tutto insieme ora, uno e continuo". La negazione di ognuno di questi caratteri determinerebbe l’implicita ammissione del non-essere:

  • Se l’ente fosse generato, avrebbe origine dal non-essere, che dunque verrebbe riconosciuto.
  • Se fosse in movimento sarebbe esistenza di diverse fasi, ciascuna delle quali non sarebbe l’altra.
  • Se fosse molteplice, avrebbe al suo interno una pluralità di elementi ciascuno dei quali non sarebbe l’altro.

La rigidità della disgiunzione tra essere e non-essere comporta l’assegnazione al soggetto del discorso di una ipercompattezza logica e ontologica dalla quale sembra esclusa ogni forma di differenza. Se si trattasse del cosmo sembra sostenga una sorta di monismo cosmologico, in base al quale la realtà, al di là di tutte le apparenti articolazioni, presenta un’unità e una compattezza di fondo, restituita dall’immagine della sfera perfetta, il cosmos sarebbe unico e percorso da un unico principio costitutivo, l’essere. Ma potrebbe anche vedersi nel senso predicazionale, ogni realtà presenta una configurazione iperunitaria, vale a dire che essa è di un unico genere, quindi omogenea (mounogenes). Un monismo di questo tipo è compatibile con l’esistenza di una pluralità di cose, ma incompatibile con l’assegnazione a ciascuna di queste cose di una pluralità di predicati. È un monismo predicazionale.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/06 Storia della filosofia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Marydf00 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia antica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Udine o del prof Lavecchia Salvatore.
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