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I templari e la Sindone

Premessa

La sacra Sindone, oggi conservata presso la cattedrale di Torino, è considerata da molti la più importante e insigne reliquia di tutta la cristianità. Sulla provenienza di questa reliquia sono state fatte migliaia di ipotesi e la sua storia è più che secolare; difatti quelli che vengono chiamati come i secoli bui della Sindone coprono un periodo lunghissimo che va dalla sua presunta comparsa a Gerusalemme nel I secolo fino al suo arrivo nella Francia del Trecento. Questo volume non vuole e non può affrontare un periodo così lungo, così si è preferito scegliere di analizzare un lasso di tempo molto più ristretto, ossia il secolo e mezzo che va dal sacco di Costantinopoli (1204) fino alla metà del XIV secolo quando la reliquia comparve nella piccola chiesa di Lirey.

La Sindone di Torino e la sua comparsa in Occidente

Un necessario preambolo

Risalgono alla seconda metà del VI secolo le prime attestazioni di un interesse per la venerazione dei tessuti funerari di Gesù di Nazaret; ma, tra tutte le reliquie allora in circolazione, la Sindone di Torino è l’unica che ancora oggi viene vista come l’unico lenzuolo che avvolse il corpo di Cristo nel sepolcro. Eppure, nonostante gli sforzi della scienza di rivelarne con sicurezza l’origine, ancora oggi non si è pervenuti a nulla di certo. Non meno incerta è la sua storia: attestata la sua presenza alla metà del XIV secolo nel piccolo villaggio di Lirey, per quasi tutto il XVI secolo passò sotto il possesso della casa dei Savoia con sede a Chambéry. Da un punto di vista strettamente documentario, dunque, alla Sindone non si può attribuire una storia precedente a questi secoli. Qualunque altra attestazione sulla vita precedente di questo manufatto dovrebbe quindi essere supportata da appositi documenti.

La Sindone a Rodi, a Cipro, in Grecia o in Egitto?

Ma come si sono comportati gli storici della reliquia in passato se essa non fornisce prove anteriori al Trecento? Generalmente queste persone si sono accontentate di formulare ipotesi e storie tendenti al falso o alla favola, oppure basavano le loro conoscenze su vecchie tradizioni orali e per questo cadevano facilmente in errore. Molti di questi storici si prodigano nel ricostruire i viaggi fantasiosi di questa reliquia per poi farla approdare alla corte dei Savoia nei modi più assurdi possibile. È solo grazie alla pubblicazione dei documenti relativi alle vicende francesi della Sindone, a opera di Ulysse Chevalier, che tutte queste congetture furono definitivamente abbandonate.

L’ipotesi costantinopolitana

Chevalier era scettico riguardo la reliquia e credeva fortemente che essa fosse un falso medievale. A questo proposito rese noto un documento del 1389 in cui Pierre d’Arcis, vescovo di Troyes, la denunciava come falsa reliquia e accusava i canonici di Lirey di favorirne il culto. Infine, quando nel 1988 il risultato della datazione con il metodo del carbonio 14 fece risalire la Sindone a un periodo compreso tra il 1260 e il 1390, ecco che i moderni seguaci di Chevalier vi ritrovarono l’attesa conferma. Eppure i sostenitori dell’autenticità del manufatto tendono a smentire il risultato raggiunto adducendo alle molte attestazioni storiche che dimostrano la sua esistenza in molteplici luoghi ben prima del Trecento. Uno di questi luoghi è la città di Costantinopoli.

Perché Costantinopoli? Le più antiche documentazioni rimandano a tutte altre terre per la presenza di questa reliquia, ma la capitale bizantina non voleva essere da meno nel possedere questi manufatti, così nel 958 il sovrano Costantino VII Porfirogenito affermò di possedere le sacre fasce. Ma se molte erano le città ad affermare di avere i tessuti funerari del Cristo, come mai si decise di concentrarsi su Costantinopoli? La risposta risiede nella testimonianza di un crociato fiammingo di una descrizione di questa Sindone che combacia con quella che fu poi custodita dalla casata dei Savoia.

La testimonianza è comunque avvolta nell’oscurità, vero è che nelle chiese d’Oriente in quel periodo si stava diffondendo l’uso dell’epitafio, velo liturgico che recava sopra di sé l’immagine del Cristo morto, oggetto questo ignoto ai crociati occidentali. Inoltre, possiamo ulteriormente smontare la testimonianza del cavaliere anche su altre basi. Il santuario delle Blacherne da lui citato conservava sì reliquie, ma della Vergine Maria; infatti, tutte le reliquie relative al Cristo erano conservate dall’altra parte della città, nel palazzo imperiale del Bucoleone. Inoltre, il “miracolo” descritto dal crociato, ossia la Sindone che ogni venerdì si drizzava in piedi di modo che tutti potessero vedere la figura del Signore, era qualcosa di molto conosciuto anche in Occidente; tuttavia, il velo che si sollevava raffigurava la Vergine con il Cristo in grembo. In ogni caso, anche se una reliquia era stata effettivamente avvistata nella città, dopo il sacco del 1204, sempre secondo la testimonianza, se ne perse ogni traccia.

Il mandylion di Edessa

L’ipotesi di un passaggio della reliquia a Costantinopoli ricevette un impulso notevole nel 1978 a seguito dell’opera pubblicata da Ian Wilson, scrittore inglese convinto sostenitore dell’autenticità della reliquia. Fece questo cercando di recuperare in favore di essa la storia di un’altra reliquia più antica: il mandylion di Edessa. Di questo mandylion si parlò per la prima volta intorno al V secolo: era descritto come un ritratto a colori di Gesù, opera di un certo Anania. Nei secoli le leggende su questo dipinto si moltiplicarono arrivando a stabilizzarsi in una forma più evoluta in cui Anania era incapace di dipingere i tratti del Signore, così quest’ultimo, per accontentarlo, si lavò il viso con dell’acqua e si asciugò su un asciugamano lasciando miracolosamente impressa sul telo l’immagine del proprio volto. Quest’immagine fu portata ad Edessa e venerata. Nel 944 venne acquisita dal basileus e portata a Costantinopoli nel palazzo del Bucoleone insieme ai panni del Cristo.

Ian Wilson crede che queste due reliquie siano in realtà la medesima cosa. L’ipotesi non ebbe alcun seguito al di fuori dell’ambiente filosindonico; al suo interno, invece, viene presentata alla stregua di un dato acquisito. Per i sindologi questa è una spiegazione utilissima con la quale riescono a colmare circa otto secoli di storia oscura della reliquia, anche se la ricerca di un accordo con le fonti resta cosa molto ardua. Inoltre, se dovessimo confrontare questa tesi con la testimonianza lasciata dal crociato Robert de Clari, le due cose non potrebbero collimare poiché egli (Wilson) riconosce la Sindone appesa il venerdì alla Blacherne e allo stesso tempo afferma l’esistenza del mandylion presso la cappella del Faro.

I silenziosi custodi della reliquia

È dunque inaccettabile credere che la Sindone e il mandylion fossero la stessa cosa: le numerose descrizioni e la loro attestazione in luoghi completamente diversi rappresentano prove decisive a sostegno di questa tesi. Eppure è proprio dalla poco probabile ipotesi della sua scomparsa durante il sacco di Costantinopoli che ci si imbatte per la prima volta nell’ordine dei Templari. Ovviamente gli studiosi si oppongono in modo deciso al fatto che si creda che per tutto il XIII secolo la reliquia sia stata nelle mani di quest’ordine.

Anche questa ipotesi dei Templari è un’idea proposta da Ian Wilson sempre nel 1978. Egli è sicuro che la Sindone sia stata sottratta all’imperatore nel 1204, eppure dovendo giustificare un periodo di circa un secolo e mezzo di silenziosità delle fonti riguardo alla reliquia ritiene che essa sia stata in possesso per tutto il suddetto periodo di un gruppo di persone, in grado di assicurare una certa riservatezza al manufatto e soprattutto con grandi disponibilità economiche che gli permettessero di non dover mai arrivare a vendere la reliquia. Wilson introduce così il tema dei Templari. Perché proprio loro e non un altro gruppo come quello degli Ospitalieri? A questa domanda l’autore inglese dà una risposta altrettanto fantasiosa e legata a una sorta di diceria che correva in Europa circa questo ordine, il quale nascondeva una sorta di “testa” misteriosa che idolatravano. Questa testa veniva così identificata con la sacra Sindone. Come associare così facilmente una testa a un lenzuolo di quattro metri e mezzo? I Templari ne entrarono in possesso così come veniva esposta a Costantinopoli, ovvero ripiegata in più parti così che fosse visibile solo la testa di un uomo mentre il suo corpo veniva nascosto tra le pieghe.

Il misterioso idolo dei templari

Rituali segreti illeciti

Se Ian Wilson fu a tutti gli effetti il vero e proprio creatore delle due teorie prima menzionate sulla Sindone nel 1978, Barbara Frale si configura come colei che recuperò tali teorie e vi aggiunse qualcosa di nuovo, come la sua interpretazione di alcune iscrizioni del I secolo presenti sulla reliquia ma invisibili ad occhio nudo. Sulla questione templare, la Frale non presenta sostanziali differenze con il libro di Wilson se non per il fatto che la storica italiana si era già segnalata per alcuni studi condotti sull’ordine dei templari mostrando quindi una competenza maggiore.

Per diversi anni ella si era dedicata allo studio del famigerato processo che coinvolse i templari che, iniziato nel 1307 per volontà di Filippo IV il Bello, ebbe termine nel 1312 con lo scioglimento dell’Ordine. Sia la Frale che Wilson si collocano nell’avveo di coloro che riconducono l’attacco sferrato ai templari a un progetto architettato dal re di Francia per sbarazzarsi di questo ordine ed acquisire le sue ricchezze. Il processo contro l’attività dell’ordine era stato addirittura qualcosa di ricercato dal Gran Maestro che aveva chiesto l’intervento del papa per fermare la campagna diffamatoria del sovrano francese nei loro confronti. Il processo sarebbe servito a chiarire una volta per tutte le vere intenzioni e le finalità dell’Ordine. Tuttavia Filippo giocò d’anticipo e il 13 ottobre del 1307 fece arrestare tutti i templari nel suo regno.

I Templari arrestati subirono ingiurie e torture al fine ultimo di estorcere false confessioni e il giorno dopo l’arresto il guardasigilli imperiale pubblicò alcune di queste confessioni di fronte ad una commissione di teologi e di esperti. Il papa veniva così colto in contropiede prima ancora di aver iniziato qualsiasi processo e nel 1308 si vide costretto a sospendere i lavori dell’inquisizione francese; ormai però erano state raccolte oltre trecento deposizioni favorevoli all’accusa.

Il pontefice diede così inizio alla sua indagine sull’ordine dei templari e la Frale sottolinea come le confessioni dei Templari rivelerebbero un certo fondo di verità nelle deposizioni precedenti. In particolare venne rilevato come effettivamente i membri di quest’ordine rinnegavano il Cristo attraverso una messinscena che obbligava il nuovo membro a sputare sul crocifisso e soprattutto, questo era uno dei pilastri dell’accusa di Filippo il Bello, si davano all’adorazione di un idolo a forma di “testa”. A tutto questo seguivano anche strani riti con prove d’iniziazione a sfondo anche sessuale. Veniva fatto questo per preparare il cavaliere alle dure prove che lo avrebbero atteso se fosse caduto in mano saracena.

Sono stati sollevati molti dubbi riguardo alla diffusione di una pratica blasfema del genere all’interno dell’Ordine. Alcuni vogliono trovarci un fondo di verità, seppur in misura molto minore rispetto alle prime testimonianze dei processi, altri ancora considerano infamanti e inattendibili tutte le confessioni proprio perché fatte di fronte all’Inquisizione. Quest’ultimi credono inoltre impossibile che se queste pratiche fossero così comuni tra i Templari non fossero mai state denunciate prima da nessuno, né dalla Chiesa e neppure da quei cavalieri che venivano espulsi o si allontanavano dall’ordine. Molte di queste confessioni erano spesso pilotate, i Templari subivano torture di ogni genere prima di essere interrogati e le loro risposte venivano così orientate verso quello che si voleva sentire.

Le accuse dei Templari trovano dunque conferma unicamente nelle confessioni da loro rilasciate. La stessa inquisizione romana nel XVII secolo capì come un’autoconfessione non bastava da sola ma doveva essere supportata da altre prove concrete. Durante la caccia alle streghe gli Inquisitori erano diventati così abili da riuscire, tramite pressioni psicologiche, ad insediare il loro pensiero nella mente degli imputati tant’è che quest’ultimi arrivavano a convincersi della malvagità delle loro azioni nonostante fossero innocenti il più delle volte. L’adorazione dell’idolo a forma di testa per i sindologi rappresenta il punto cruciale di queste confessioni che dimostra come i Templari adorassero l’immagine del Cristo impressa su quella che è la Sindone di Torino.

L’idolo in forma di testa

Per tentare di risalire all’identità di questo curioso idolo occorre esaminare con pazienza le carte del processo inquisitoriale ai Templari. Dalle testimonianze arrivate fino a noi si parla delle cordicelle che ogni templare portava e che precedentemente venivano messe a contatto con queste teste; queste cordicelle dovevano essere indossate giorno e notte dai cavalieri ed erano parte integrante del loro abito. Riguardo alle teste citate nei documenti non ne sono mai state rinvenute, nemmeno nella sede principale di Parigi.

Il teorema accusatorio sosteneva che le misteriose teste venivano mostrate solo durante i Capitoli più importanti. Secondo la Frale, solo una piccolissima parte di questi frati interrogati parlò di questi idoli e spesso lo fece perché costretto dalla tortura; inoltre i pochissimi che ne accennarono non potevano dare alcun indizio soddisfacente poiché non riuscivano mai a distinguere il vero ritratto al buio della notte.

I vari Templari interrogati che diedero notizie su queste teste fornivano descrizioni disparate, diverse da quelle dei loro compagni e spesso, se interrogati due volte a distanza di anni, ritrattavano la loro deposizione o la cambiavano completamente. Alcune confessioni però concordavano nell’aver visto dei reliquiari a forma di testa con due o tre facce dall’aspetto terribile. Questo poteva essere interpretato come un oggetto che raffigura Dio nella classica iconografia medievale circa la trinità, oppure poteva essere la rappresentazione di Lucifero, il quale secondo Dante era provvisto di tre facce, questo fu uno degli elementi decisivi che portò alla condanna dell’ordine da parte di Urbano VIII. Eppure, queste confessioni potevano rispondere alle necessità da parte di questi frati di arricchire con elementi diabolici queste testimonianze di modo da renderle più confacenti alle richieste dell’Inquisizione.

L’aspetto terribile della testa non veniva confermato da tutti però, facendo cadere ancora di...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/07 Storia del cristianesimo e delle chiese

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher diego2800 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della chiesa e dei movimenti ereticali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Benedetti Marina.
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