Eretici ed eresie medievali
Grado Giovanni Merlo
Introduzione - A partire da Flacio Illirico
Lo studio della storia della Chiesa assume una nuova dimensione nel corso del XVI secolo, in quanto si accende ora lo scontro tra protestanti e cattolici, che ricercano nel passato delle conferme ed esempi a sostegno della propria visione (o per denigrare l'avversario, visto come eretico o perseguitatore), in una ricerca della "testimonianza autentica" del messaggio cristiano. È una visione strumentale della storia, con una trattazione annalistica che vede in Mattia Flacio Illirico il principale autore di parte protestante (lui ed i suoi collaboratori prenderanno il nome di centuriatori di Magdeburgo), che con l'opera Ecclesiastica historia del 1559 crea un racconto della chiesa dalle origini al duecento suddiviso per secoli (cioè centurie, da qui il nome), in modo da poter presentare il panorama delle vere manifestazioni della chiesa di Cristo (e di contro i "tradimenti" da parte di Roma).
La risposta cattolica avviene invece da parte di Cesare Baronio, cardinale, che negli Annales ecclesiastici del 1588 formula una storia incentrata sulle vicende del papato fino al 1198 (pontificato di Innocenzo III); in entrambi i casi gli eretici medioevali avevano la funzione di testimoni (positivi o negativi), con lo sviluppo, oltre alle opere già citate, di veri e propri cataloghi di "testimoni della verità" (magari visti come martiri da contrapporre ai cataloghi di eretici cattolici). Per le due parti, l'obiettivo finale non era ovviamente la verità storica: si effettuavano infatti forzature sia in un senso che nell'altro (raggruppamento di realtà diverse o scomposizione troppo minuziosa di simili); quello a cui giovò molto questa querelle fu invece la ricerca documentaria di nuove fonti, destinata ad avere un grande impatto sul lungo periodo.
Un esempio è la vicenda valdese, con numerose opere tra cinque/seicento, tra cui la Histoire des vaudois di Jean Paul Perrin, commissionata dalle comunità del Delfinato, o la Some remarks upon the ecclesiastical history of the ancient churches of Piedmont di Peter Allix, segno di un'Europa protestante interessata alle testimonianze "antiromane".
L'erudizione colta stava compiendo intanto grandi passi (migliori tecniche filologiche, paleografiche e diplomatistiche), in particolare a Parigi (patria di personalità come Bossuet, Thomassin, ma soprattutto Jean Mabillon che con il suo De re diplomatica, nel 1681 fonda la scienza diplomatica attraverso anche la collazione di numerosi documenti e codici), ma anche altrove (obbligatorio ricordare il lavoro di Roswey, poi ripreso da Iohannes Bolland, di una raccolta di vite dei santi, poi nota come Acta sanctorum del 1643), con un generale progresso dell'indagine storica a livello generale.
Emergono le prime differenziazioni e specificità tra catari e valdesi ad esempio, ad opera del già citato Bossuet. Del 1699 sono invece i volumi della Unparteyische kirchen - und ketzerhistorie di Gottfried Arnold, che sposta l'accento dagli aspetti dogmatici alle forme di religiosità; è un'impostazione comunque piuttosto isolata, che cede di fronte all'istituzionalizzazione della storia della chiesa (in particolare nelle facoltà protestanti), ma che porta a considerare la storia ecclesiastica secondo schemi razionali e rigorosi (con una ricostruzione più oggettiva ed attenta della dimensione storica, come con Fusslin).
Il materiale documentario a disposizione era ormai infatti assai vasto, grazie anche alle varie raccolte di fonti pubblicate nel frattempo (tra cui ricordiamo anche il lavoro in Italia di Ludovico Antonio Muratori, che con le Antiquitates Italicae medii aevi del 1738 affronta i molteplici aspetti della vita italiana medioevale, tra cui anche le eresie).
Circa tre secoli di teorizzazioni e raccolte documentarie daranno i loro frutti nel corso dell'Ottocento, con opere come l'Histoire et doctrine de la sente des cathares ou albigeois di Charles Schmidt del 1849, testo fondamentale nella storia dei catari anche per il rigore del metodo, così come se ne segnalano altri per quanto riguarda la storia valdese (da August Dieckhoff nel 1851 fino a giungere a Emilio Comba in Italia, tra il XIX ed il XX secolo e che portano definitivamente a considerare la vicenda valdese come a sé stante, da non associarsi ad altre eresie medioevali).
Agli inizi del Novecento
Agli inizi del Novecento risalgono altri importanti contributi, dati dal confronto tra diverse scuole di pensiero (anche se il pensiero positivista privilegiava la semplice raccolta di dati rispetto ad una loro interpretazione), che vedono in Gioacchino Volpe uno dei massimi esponenti: nel saggio Eretici e moti ereticali dall'XI al XIV secolo del 1907 analizza gli eretici in rapporto con i contemporanei processi socio-economici e politico-istituzionali, in una dimensione culturale laica data da una visione storicizzata del cristianesimo (la cultura non è che uno degli elementi del fluire storico); si è lontani quindi dalle rigidità dell'Ottocento e dagli schematismi (sia in un senso che nell'altro, ma soprattutto anticlericali e laicali, pur avendo all'interno di essi opere di sicuro valore, come quella di Henry Charles Lea del 1887, A history of the inquisition of the middle ages), con un procedimento libero da costrizioni dogmatiche od apologetiche, come avviene anche ad esempio in Raffaello Morghen od Ernesto Buonaiuti: idee come la spontanea vitalità evangelica dopo il Mille sono derivate dall'incontro di questi intelletti (e raccolte poi nel volume Medioevo cristiano del 1951), anche se con connotati differenti.
Questi suggerimenti di ricerca ed indagine di Volpe non vennero immediatamente adottati, ma furono ripresi circa cinquanta anni dopo attraverso la storia sociale francese: negli anni '60 Jacques Le Goff organizzò un convegno (a tema "Hérésies et sociétés") per mettere a confronto opinioni tra loro diversissime, ma tenendo ben fermo il concetto di eresia come fenomeno culturale e sociale.
Alcuni esempi di partenza a queste visioni possono essere la lezione di Herbert Grundmann, che nel 1935 pubblicò Religiose bewegungen im mittelalter, dove venivano illustrate le connessioni tra movimenti ereticali e la nascita di ordini religiosi del secondo medioevo (sottolineando il comune fondo di esperienze, ma la diversità di esiti: le une marginalizzate, le altre istituzionalizzate dalla chiesa), opera da cui sono poi derivate monografie, integrazioni ed importanti sviluppi, che hanno per di più beneficiato della rinnovata opera di ricerca e scoperta documentaria successiva (esempio principe è l'attività di Antoine Dondaine, che lo portò anche a scoprire tra le altre un testo teologico "cataro", il Liber de duobus principiis), cosa che ha anche portato l'esigenza di rivedere e riscrivere tesi ormai superate (con studiosi attivi in questo campo come Borst, Selge e Thouzellier).
Un'altra importante eredità di Dondaine fu però la necessità di un metodo rigoroso di esegesi ed edizione della documentazione esistente, assieme ed in parallelo all'analisi dei fenomeni ereticali localizzati (in modo da poterne meglio comprendere le connessioni con la realtà); viene progressivamente a cadere l'esigenza di dare un senso complessivo ed unitario a fenomeni tra loro diversificati, fenomeni cristiani, umani e che trattano di individui che mettono in gioco la propria esistenzialità e vita.
Per ultimo, non bisogna però dimenticare, nell'analisi dei vari fatti e fenomeni locali, della presenza di un progetto religioso elaborato intellettualmente: anche nei casi in cui questa consapevolezza viene raggiunta dopo la realtà fattuale, essa è stimolata ed obbligata dal confronto teorico con le altre istituzioni del tempo. L'eretico medioevale non è mai tale in sé e di per sé, ma lo è solo nel conflitto con le istituzioni religiose ufficiali (egli si definisce altrimenti sempre un cristiano che ricerca nuovamente l'originale messaggio del Cristo!); compito dello storico sarà solo capire le ragioni e le forme per cui una certa organizzazione o persona sperimenta il proprio modo di vivere ed intendere la religiosità e la successiva dialettica o scontro con le strutture dominanti della Chiesa.
1) Pietro di Bruis: l’eresia dalle montagne alle città
La lotta per le Libertas ecclesiae, infuriata a cavallo del XI e del XII secolo, aveva coagulato intorno al papato le forze religiosamente più attive e impegnate. Tale coordinazione non venne meno nei secoli successivi anche se si fecero sempre più insistenti le contestazioni verso il papato e le gerarchie ecclesiastiche più in generale. Si propose allora una nuova eresia in relazione al fatto che alcuni gruppi e individui non vollero alcun raccordo con la Chiesa romana; questa religiosità non conformista venne letta in chiave di disobbedienza al vertice della cattolicità romana. Disobbedienza questa che, agli inizi del papato di Innocenzo III, veniva definita come delitto di natura pubblica grazie alla decretale Vergentis in senium del 1199 dove l’eresia veniva equiparata al delitto di lesa maestà: l’eretico diventava così un criminale.
In questi casi non vi fu alcun rispetto verso la linea della tolleranza, anzi, nei confronti di questi eretici, venne scelta molto spesso la linea intransigente e coercitiva spesso delegata al potere temporale dei laici. Questa linea trovava ovviamente personalità di spicco pronte ad interrogarsi sulla necessità o meno del ricorso alla violenza verso questi individui. Si fece interprete di questo pensiero Pietro il Venerabile abate di Cluny. L’abate coglieva i limiti di questo ricorso spudorato alla violenza verso gli eretici affidata ai laici; secondo lui alla carità cristiana competeva la piena conversione degli erranti. Ma come agire se il predicatore in questione non si piegava ad argomentazioni razionali o alle autorità bibliche? Non rimaneva che l’arma della forza delegata ai laici.
Lo stimolo di questa risposta derivava senza dubbio dalla predicazione e dall’attività missionaria di Pietro di Bruins. Pietro il Venerabile scrive quando ormai da vent’anni circolano queste idee eterodosse da eliminare e dopo che Pietro di Bruins aveva già terminato i suoi giorni sul rogo. Secondo il prestigioso abate era stato lo zelo dei fedeli che, viste scombussolate le proprie credenze religiose, aveva deciso di condannarlo.
Quali i punti principali dell’universo religioso pietrobrusiano? Le sue idee sono riassumibili in cinque capitoli:
- Rifiuto del valore salvifico del battesimo degli infanti, poiché la fede è secondo lui ricondotta ad una decisione personale.
- Superfluità degli edifici sacri, poiché Dio esaudisce chi con merito lo invoca sia in chiesa e sia in taverna.
- Aborrimento delle croci, dato che essa è stata l’oggetto con il quale Cristo è stato torturato.
- Inefficacia della celebrazione eucaristica, corpo e sangue sono stati consacrati una volta per tutte alla santa cena e gli uomini non hanno il potere di rinnovare quel sacrificio ogni volta.
- Inanità delle pratiche per i defunti, sacrifici preghiere ed elemosine per i defunti non possono giovare a chi ha già consumato il suo destino.
Nella visione della chiesa secondo Pietro di Bruins non vi doveva essere una funzione intermediatrice della gerarchia ecclesiastica e quindi non vi era alcun spazio per il sacerdotium. Secondo le parole di Pietro il Venerabile le terre contagiate da questa eresia subirono un’ondata iconoclasta e dissacratoria che avrebbe in qualche modo giustificato la presa di posizione di una buona parte dei fedeli che decisero poi di mettere al rogo il predicatore errante. Eppure come si spiega allora la ventennale predicazione di Pietro di Bruins tanto in città quanto in montagna e l’ottima accoglienza che ricevette?
A causa della frammentaria documentazione non siamo in grado di rispondere a domande come questa, ciò di cui è possibile essere sicuri è che Pietro il Venerabile abbia forzato di proposito le idee di Pietro di Bruins deciso a trovare in esse una sorta di irrazionalità tesa a spiegare la triste fine del loro ideatore: egli è soprattutto preoccupato dalle novità.
2) Clemente ed Eberardo di Bucy: l’invenzione degli eretici e dell’eresia
In un volume comparso per la prima volta nel 1998 a Nizza e curato da Monique Zerner relativo all’argomento delle eresie si parla di invenzione. L’intento del volume è quello di capire, o se vogliamo di scoprire, se eretici ed eresie siano stati inventati dalle gerarchie ecclesiastiche del pieno Medioevo o se siano stati gli storici moderni e contemporanei, sulla base di loro precomprensioni o in assenza di un'analisi approfondita, a creare questa categoria.
Nella cultura medioevale bisogna ricordare che eresie ed eretici non hanno qualità oggettive e soggettive. È la chiesa romana che si trova costretta ad affibbiare un’oggettività all’eresia e una soggettività agli eretici per giustificare le proprie idee e le proprie azioni. Gli eretici sono dunque eretici perché la Chiesa cattolico-romana li definisce tali.
Riguardo all’elaborazione di discorsi polemici contro gli eretici senza dubbio risalta uno scritto autobiografico dell’abate Guiberto intitolato De vita sua sive monodiae. Qui il discorso antiereticale si concentra tutto sulle due figure di Clemente e Eberardo di Bucy.
L’eresia di cui vengono accusati nello scritto si articola in diversi punti tra cui rifiuto della realtà dell’incarnazione divina, del battesimo degli infanti, della celebrazione eucaristica, del matrimonio e della creazione: secondo l’abate tali elementi avvicinano questa eresia a quella dei manichei. Fece questo parallelismo in virtù del particolare rifiuto che queste persone avevano verso i rapporti sessuali e verso la procreazione; curioso allorché allo stesso tempo l’abate, per avvalorare la propria tesi di eresia, li accusi di abbandonarsi a riti orgiastici.
Così quando Clemente ed Eberardo sono interrogati dal vescovo di Soissons, intorno al 1114-1115, rispondono in modo cristiano ad ogni domanda che viene loro rivolta circa le loro credenze ma riconoscono di riunirsi in conventicole. La risposta sulle conventicole vale come un’ammissione di colpa poiché gli eretici, in riferimento a tutte le altre risposte corrette fornite, simulano e dissimulano su tutto e solo gli uomini di Chiesa sono capaci di non farsi ingannare. A questo punto si decide di sottoporli al rito dell’acqua esorcizzata. Così di fronte a tutta la folla Clemente viene introdotto in un tino colmo d’acqua e, in mezzo alle acclamazioni del popolo, miracolosamente galleggia: l’ordalia ha così avuto successo.
I due vengono allora incarcerati dopo una sommaria ammissione di colpa a cui non segue un pentimento e il popolo, senza aspettare la decisione del vescovo che nel frattempo era assente, opta per la morte dei fratelli sul rogo. La giustizia sommaria popolare è la conclusione al rito giudiziario.
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