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Lo sviluppo nel XXI secolo

Introduzione: perché tornare a pensare allo sviluppo?

Molti cambiamenti si stanno verificando negli ultimi decenni sia negli scenari internazionali che in quelli nazionali. Gli avvenimenti che si verificano sono: l’instabile equilibrio tra attori di grande eterogeneità che si accompagna alla nascita di domande confuse e diffuse che determinano forme innovative di democrazia; movimenti di rifiuto delle disuguaglianze crescenti; movimenti autoritari ambigui e lotte per i diritti umani si manifestano in paesi e continenti diversi.

Contemporaneamente si va verificandosi una crisi delle istituzioni che perdono credibilità, un’ondata di populismi rende manifesta la crisi della democrazia che non sa rispondere ai mutamenti in atto. Anche il tema migratorio sta subendo una profonda mutazione, se prima il problema era l’integrazione, oggi queste s’intrecciano direttamente con quelle per il terrorismo (dato dall’insicurezza individuale e collettiva), che anch’esso è nuovo, di matrice prevalentemente ideologico-religiosa, frutto spesso di azioni di singoli individui tenuti assieme dalla pervasività della rete.

Si va instaurando, inoltre, un problema di beni globali, e di conseguenza di una governance globale e al tempo stesso multilivello i cui protagonisti non sono solamente stati ma anche grandi corporazioni economiche e il cui equilibrio va ancora stabilito. Il G20, espressione da sempre della supremazia degli stati industrializzati, assume via via un ruolo sempre più importante a scapito delle Nazioni Unite che vanno indebolendosi a causa dell’arretratezza che le caratterizza ed è sempre più necessaria una rivisitazione.

La globalizzazione 2.0 vede vincitori e vinti: i vincitori sono le classi medie economicamente emergenti; i secondi, i perdenti, sono i più poveri e le classi medie dei paesi occidentali. La divergenza tra disuguaglianza a livello globale e tra paesi (in riduzione) e anche all’interno dei paesi (in crescita) rende ancora più problematico precisare le relazioni tra disuguaglianza, povertà, crescita, sostenibilità e politiche in grado di stabilire rapporti tra di esse a somma positiva.

Le proposte alternative al trickle-down sono deboli. Oggi il dibattito si concentra sulla validità o meno della U invertita di Kuznets (che postula un aumento delle disuguaglianze nelle prime fasi della crescita, destinato a cedere posto ad una diminuzione nelle fasi più avanzate), nel mentre alcuni come Piketty in primis, ritengono che la tesi, confutata sia teoricamente che empiricamente dagli eventi della società, vada riformulata parlando piuttosto di “ondate”, di cicli di aumento e diminuzione della distribuzione ineguale del reddito.

Il dibattito, ampio e articolato, non porta in ogni caso a soluzioni o risposte in grado di individuare teorie esplicative e politiche di intervento efficaci e dotate di solidi fondamenti. La sfida da affrontare è quella di un mondo sempre più interconnesso e interdipendente, ma al tempo stesso frammentato, in cui competizione e cooperazione coesistono, sotto la minaccia di un processo irreversibile di degrado. Riuscire a conciliare il rispetto dei limiti biofisici, con il riconoscimento dei diritti e bisogni sociali è una vera e propria sfida, difficile da superare. È necessario l’accordo su ciò che va inteso per società sostenibile e sul come procedere.

È possibile in questo contesto pensare lo sviluppo nei termini della seconda parte del secolo passato? Sarebbe una scelta che non ha alcuna presa ormai sulla realtà, ma anche annullare il concetto non fa altro che creare problemi e insidie. In ogni caso, la crisi del modello della crescita continua costituisce una spinta potente per cercare nuove strade. Nell’ambito del postsviluppismo la sfida è raccolta dall’approccio della decrescita di cui Latouche è uno dei principali sostenitori. Tuttavia, la teoria della decrescita si mostra debole e di ridotto impatto sui rapporti esterni.

La base dietro al postsviluppismo è la negazione del concetto stesso di sviluppo, che invece si concentra sulla definizione di crescita e sviluppo e porta avanti una proposta di società antiutilitarista tralasciando fattori come le trasformazioni strutturali auspicate, l’oscuramento delle categorie di povertà e disuguaglianza che accomuna i diversi autori, che rendono invece fragile ciò di cui il postsviluppismo si fa portatore.

Conferma di tutto ciò si può trovare nel generale tentativo di delineare le caratteristiche del postsviluppo offerta dal buen vivir. Il buen vivir si fa spazio nell’America Latina alla fine del secolo scorso e si propone come alternativa allo sviluppo e critica l’egemonia neoliberista. Tuttavia, anche questa si verifica come una serie di interpretazioni diverse accomunate dal solo distacco dalle popolazioni indigene di cui si fanno portavoce. A tutte si sovrappone il discorso ufficiale governativo che mira ad omogeneizzarle in un'unica visione essenzialista del mondo indigeno, e cerca di rendere compatibile il buen vivir con un tipo di sviluppo basato principalmente sull’estrattivismo.

Tuttavia, il buen vivir scontrandosi con i numerosi problemi di questa coesistenza tra governo (rigido e limitato) e le teorie postsviluppiste (aperte a un dibattito globale per il superamento dell’egemonia neoliberale e sulle politiche più adatte da attuare), e nonostante sfugga ad alcuni limiti del postsviluppismo più schematico, mostra ancora una volta i limiti della concezione di sviluppo dominante nei passati decenni.

L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile

L’adozione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile mostra quanto la comunità internazionale senta il bisogno di un cambiamento della visione delle pratiche di sviluppo. L’Agenda del 2030 vuole andare al di là dei MDG (Millennium Development Goals) che privilegiavano tematiche nazionali e tacevano o semplificavano eccessivamente i termini dei diritti umani, della democrazia e della sostenibilità, proponendo i SDG ossia i Sustainable Development Goals.

L’Agenda si fa propria di una visione complessa di sviluppo che affronta contemporaneamente le componenti economiche, sociali e ambientali (tacendo però su quelle politiche). La difficoltà sta nel tenere connesse queste tematiche storicamente considerate processi non direttamente convergenti. La più grande difficoltà dei SDG è la caratteristica appunto di essere “interconnessi e indivisibili”. La sfida è difficile anche perché non ci sono meccanismi che facciano da guida o da freno, e l’implementazione ricade sulla società civile. D’altra parte, c’è una consapevolezza dell’insostenibilità del cammino finora percorso.

Aspetti innovativi e allo stesso tempo, assenze importanti sono rintracciabili nelle dichiarazioni finali della Conferenza di Addis Abeba e della XXI sessione della Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Ma anche qui ci sono incertezze e difficoltà che li caratterizzano.

Quale futuro per la cooperazione allo sviluppo?

La cooperazione allo sviluppo all’inizio del XXI secolo è spinta ad interrogarsi sulla propria identità e sulle caratteristiche finora assunte. L’aumento delle differenziazioni interne nei paesi che finora erano chiamati PVS (Paesi in via di sviluppo), la pluralizzazione degli attori, l’ampliarsi degli obiettivi, delle fonti e degli strumenti, il sovrapporsi degli approcci ecc. hanno generato una situazione di frammentazione, rigidità e assenza di efficacia e coerenza, condizioni che si trovano anche nelle stesse Nazioni Unite.

Le nuove forme di cooperazione anche se introducono elementi importanti di cambiamento e nuove modalità di partnership, al tempo stesso appesantiscono e rendono più complicata la risposta all’esigenza pressante di armonizzazione e di coerenza, sì ampliano le forme di interventi e le risorse ma implicano anche un accrescersi degli ostacoli. Nel caos creatosi le scelte oggi della cooperazione allo sviluppo, si trova oggi di fronte a scelte che tendono ad assumere la forma di un dilemma: specializzarsi cioè scegliere un tema di intervento ossia la lotta alla povertà, oppure affrontare la sfida di porre al centro delle sue politiche i beni pubblici globali (pace, sicurezza, diritti umani, ecc.) e stabilire nuovi rapporti con altri ambiti della cooperazione internazionale.

Un mondo che cambia

Vanna Ianni si propone di mettere in evidenza ed esporre i nessi che intercorrono tra le trasformazioni spesso apparentemente divergenti.

Il XXI secolo: scenari contrastanti e sfuggenti

Il secolo scorso vede l’avvio di processi di cambiamento che tuttavia mantengono l’opacità. Una crisi economica, politica, sociale ed ambientale intercorre e produce instabilità e insicurezze diffuse. Lo stato e le sue capacità di regolare il ciclo economico ed esercitare le funzioni redistributive vengono messe in discussione. Ciò che avviene è un passaggio di poteri: dallo Stato al mercato, dal parlamento all’esecutivo, dal piano nazionale a quello internazionale e globale, lo stato non scompare, ma perde il contatto con la nazione.

Anche le culture subiscono processi contrastanti, con la rivoluzione tecnologica e degli spostamenti interni e tra paesi e poi continenti, derivano sia fenomeni di incontro e mescolanza sia violenza e conflitti difficilmente negoziabili che fungono da “solventi” e non da “colla”. Ma se da una parte le istituzioni intermedie del passato (sindacati e partiti) si dissolvono, nascono movimenti inediti caratterizzati da interazioni orizzontali e mobili, come direbbe Bauman: liquide.

Questo processo degli attori e delle interazioni è accompagnato dall’emergere di una società civile globale, che partecipa in modo inedito nelle decisioni e deliberazioni che caratterizzano la governance del nuovo secolo e questo termine mette in evidenza la forte esigenza di trasformare le modalità di governo. Nello stesso momento si fa sempre più forte la cosiddetta insurgency come la chiama Gilman che non è altro che un termine per indicare i lati oscuri della globalizzazione (traffico di persone, armi, riciclaggio, terrorismo ecc.).

L’insurgency domina i comportamenti devianti sia in basso, nella ricerca di ricchezza e potere all’ombra della globalizzazione, sia in alto tra le élites globali, i quali cercano di evadere obblighi e responsabilità. L’insurgency in entrambi i casi non mira a distruggere lo Stato sociale, ma vuole sfruttare aree che sfuggono al controllo dello stato. Questi contrasti e incertezze, uniti alla minaccia dei rischi globali (conseguenze del progresso non controllabili) costituiscono sfiducia e insicurezze diffuse.

La multiscalarità e l’incompiutezza del mutamento

La grande globalizzazione degli anni 2000 produce ridefinizioni importanti a tutti i livelli. Nasce il global: interazione di un globale che necessita localizzarsi e un locale non più incapsulato nella verticalità delle gerarchie locali-nazionali-globali. Entrambi, locale e globale, diventano multi-scalari. Il locale perde il legame con la vicinanza fisica mentre acquistano rilevanza le “prossimità distanti”, nelle quali la vicinanza non è più fisica e quindi basata sulla geografia, ma è basata su scelte di vita e anche sugli effetti della crisi ambientale e dei focolai di violenza che raggiungono aree lontane dai luoghi in cui si originano.

Queste connessioni rendono l’intreccio locale-nazionale-globale sempre più stretto e complesso. Il carattere ambiguo del passaggio dell’epoca in cui viviamo non è dato solo dalla multiscalarità dei processi ma anche dalla loro incompiutezza. Di questa incompiutezza è emblematica la trasformazione della cittadinanza strettamente legata ai flussi migratori. Benhabib parla di frammentazione che permette alle persone di mantenere vincoli di fedeltà multipli e trasversali rispetto alle frontiere nazionali e di accedere a diritti sociali indipendentemente dallo status di cittadino.

Incompiutezza e mutamenti disomogenei, dice Ianni, caratterizzano anche la condizione della donna che continua a soffrire di disuguaglianze importanti, in alcuni paesi il tetto di cristallo che impediva alle donne di ricoprire determinate cariche, sembra essersi rotto, ma solo per alcuni paesi ciò è valido, e in altri paesi al contrario si è visto rafforzatosi.

In ogni caso, cambiando punto di vista, con l’impatto del moltiplicarsi dei flussi e dei legami trasversali e globali, le frontiere evaporano e divengono luogo in parte deterritorializzato e virtuale in cui si mescolano e confondono politica interna e politica estera. È così che prende forma la politica post-internazionale in cui sfumano i confini e accanto agli stati emergono i global players non statali (corporazioni multinazionali e non governative). Nel suo insieme tutto ciò è un complesso processo di ridefinizione delle relazioni internazionali che le vede assumere un profilo più eterogeneo e frammentato, in continuo movimento.

Notevole per esempio è la rilevanza assunta dai paesi emergenti (BRICS) che segnano cambiamenti rilevanti in un paese sempre più multipolare.

Povertà, diseguaglianza: le fratture sociali si spostano

Le mappe della povertà e delle diseguaglianze degli anni Duemila illustrano con chiarezza quanto il mondo stia cambiando. Per quanto riguarda la povertà globale, si registra una riduzione e una ricollocazione importante che vede la maggioranza dei paesi poveri vivere in 3 aree chiamate Middle Income Countries (MIC), l’unione dei Lower Middle Countries (LMIC) e degli Upper Middle Countries (ULMC).

La distinzione che prima c’era tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo cede ora il posto ad uno scenario frammentato con la nascita di due nuove aree intermedie: una costituita dalla crescita di numero dei paesi MIC accompagnata da una diminuzione drastica dei Low Income Countries (LIC); e l’altra fascia di precarietà che raggruppa coloro che si collocano al di sopra della linea della povertà, ma non raggiungono il livello che può dare la sicurezza di essere sfuggiti ad essa.

La delimitazione in aree è condizionata dai criteri di misurazione adottati, e muta per vari motivi, sia di calcolo che di tipo politico. Il tema della povertà alimenta linee di analisi diverse: alcune mostrano cosa accade al di sotto della linea di povertà e altre si cimentano nello studio delle caratteristiche che distinguono sia lo spettro altamente eterogeneo dei MIC (con particolare attenzione ai cambiamenti strutturali in essi intervenuti), sia l’area di precariato che oscilla tra povertà e sicurezza di vita.

I processi di trasformazioni del profilo e della collocazione geografica della povertà si intrecciano direttamente, con quelli che segnano la crescita delle disuguaglianze, ponendo queste ultime al centro dell’agenda teorica e politica nazionale e internazionale. Sotto la spinta della globalizzazione, delle politiche neoliberali e della finanziarizzazione dell’economia, la diseguaglianza ha raggiunto livelli allarmanti.

Ci sono tuttavia delle tendenze divergenti nell’intero processo. Le disuguaglianze di reddito all’interno dei paesi, tra paesi e a livello globale, sono tra loro in rapporto non lineare. Mentre la disuguaglianza interna, che prende in considerazione le differenze tra i redditi dei cittadini di un paese determinato, aumenta in termini sia assoluti che relativi dal ’75, le disuguaglianze tra paesi che misura le differenze tra redditi medi dopo essere aumentata nel secolo scorso si riduce dall’inizio del XXI secolo.

La diseguaglianza globale, intesa come diseguaglianza interpersonale misurata in rapporto ai redditi individuali e prescindendo dall’appartenenza all’uno o all’altro paese, aumentata notevolmente nell’ultima parte del secolo scorso, diminuisce nuovamente. Nel dibattito attuale, continua ad essere oggetto di riflessione il rapporto tra uguaglianza di opportunità e uguaglianza di risultato, che tende a trasformarsi in un circolo vizioso in cui le differenze nei risultati vengono riportate a differenze nelle possibilità, che a loro volta appaiono come differenze nei risultati.

È rilevante tuttavia il fatto che il dibattito degli ultimi decenni si sia prevalentemente centrato sulla diseguaglianza economica intesa come diseguaglianza di reddito, il che ha determinato un appiattimento di tutti gli altri tipi di disparità. A ciò poi si è accompagnato un ridotto approfondimento dell’intreccio delle diverse disuguaglianze e delle loro conseguenze, delle cause della stessa disuguaglianza economica, insieme a una ridotta preoccupazione per l’equità. Ne sono derivati dice Ianni una particolare debolezza e un limitato impatto delle politiche chiamate a promuovere l’uguaglianza sociale, così come una divaricazione tra programmi di lotta alla povertà e programmi di riduzione delle diseguaglianze.

La terra di nessuno della democrazia

Gli anni Duemila vedono rafforzarsi la perdita di funzionalità e di credibilità della democrazia. La crisi riguarda principalmente due aspetti: la rappresentanza (che registra sempre più distacco tra governati e governanti) e la partecipazione (sempre più disperatamente ricercata). Il diffondersi di autoritarismi e populismi ne è la prova. Allo stesso tempo la partecipazione più inclusiva e la vivacità della critica formano l’ideale di democrazia.

Queste due tendenze di erosione ma anche capacità di attrazione della democrazia rappresentativa non vanno analizzate separatamente ma piuttosto analizzate nelle loro connessioni. Ed è per questa tesa che ci troviamo in un'epoca di passaggio segnata da populismi e da cambiamenti divergenti di esito incerto. La concezione deliberativa e quella partecipativa costituiscono uno dei nuclei principali...

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

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