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Impresa e industria in Italia

Capitolo 1. Un paese diviso

La situazione al momento dell'unificazione d'Italia

L'unificazione politica degli Stati italiani (1861) non fu il risultato di un processo di integrazione economica tra le diverse regioni che entrarono a far parte del nuovo Regno né l'Italia unificata corrispondeva a un sistema economico omogeneo e integrato in un unico mercato nazionale. I motivi riguardavano:

  • La scarsa dotazione infrastrutturale che caratterizzava quasi tutti gli Stati preunitari;
  • Le assai differenti e per nulla complementari specializzazioni produttive che le diverse regioni presentavano;
  • Il maggior contributo alla creazione della ricchezza complessiva da parte delle regioni del Nord.

Esempio: Piemonte, Lombardia, Liguria e Veneto con appena il 30% della popolazione producevano i 3/4 del reddito nazionale. Nel settore manifatturiero, il 90% della produzione serica complessiva e oltre i 2/3 della produzione laniera erano concentrate al Nord. La produzione di ferro greggio e lavorato al Sud era 10 volte inferiore a quella settentrionale.

Dualismo Nord-Sud

L'origine del dualismo Nord-Sud dipende da fattori che si sono stratificati nel lungo periodo.

  • Al Nord già dall'800 era presente un'agricoltura florida di tipo intensivo frutto di una secolare dinamica di investimenti e migliorie. Si era diffusa rapidamente la coltivazione del gelso a cui era connesso l'allevamento del baco da seta (e la seta era lo straordinario collante che univa mondi assai diversi, delle campagne, del commercio, delle prime esperienze manifatturiere), e colture specializzate come la barbabietola, la vite e il riso.
  • Il Sud era caratterizzato dal predominio del settore primario, specie di colture cerealicole destinate quasi esclusivamente al consumo interno, realizzate in un panorama dominato dal latifondo e dalla mezzadria (diffusa soprattutto nelle regioni centrali). Ai grani si affiancavano, in misura minore, altre colture arboree, a più elevato grado di specializzazione: olivo, agrumi, vigna a mandorli e noccioli, i cui frutti venivano quasi tutti esportati.

Entrambi questi sistemi economici, saldamente imperniati sull'agricoltura, erano strettamente coinvolti negli ampi circuiti economici delle più avanzate nazioni europee.

  • La seta, greggia o filata, trainava le esportazioni delle regioni settentrionali. Insieme alla classe lavoratrice cresceva numericamente e si consolidava una classe imprenditoriale nuova e, nel giro di pochi decenni, si accumulavano consistenti fortune utilizzate per iniziative in campo commerciale, finanziario, industriale. Si pensi, ad esempio, ai "filandieri" che grazie alle fortune ottenute con il commercio della seta, ampliano il loro raggio di azione anche ad altre attività: in campo bancario, creditizio e industriale. Il "filo d'oro" (la seta) al Nord, quindi, mobilitava risorse finanziarie, generava contatti internazionali, spingeva all'adozione di innovazioni tecnologiche, stimolava nuove iniziative imprenditoriali.
  • Ben diversa è la situazione nel meridione. Esso risultava meno aperto al commercio con l'estero. Gli oli pugliesi e calabresi venivano esportati in Inghilterra e in Francia, dove erano impiegati per scopi industriali. Lo zolfo siciliano era diretto soprattutto in Inghilterra (utilizzato sempre per scopi industriali), mentre il ferro dell'Elba veniva estratto da compagnie commerciali francesi che trasportavano il minerale da ridurre in ghisa nella madrepatria. Le merci erano esportate in genere allo stato grezzo, così che gli effetti positivi che al Nord esercitava un prodotto come la seta (che presupponeva una qualche forma organizzativo-imprenditoriale per essere prodotta), finivano per essere del tutto assenti nel Meridione.

In tutta l'Italia era poi diffusa la presenza di imprenditorialità straniera.

  • Al Nord erano presenti svizzeri e tedeschi soprattutto nel settore cotoniero. Nella metallurgia, il know-how proveniente dall'estero sosteneva con le proprie competenze iniziative autoctone, per poi avviare attività per proprio conto.
  • Al Sud invece al dinamismo degli stranieri non si accompagnava un'adeguata iniziativa privata locale la quale, quando è presente, beneficia di sostanziosi appoggi da parte governativa. Incentivi, privative, esenzioni, sostegno statale e protezione doganale avevano consentito nei primi decenni dell'800 lo sviluppo di un nucleo relativamente dinamico di industria cotoniera attraendo, soprattutto nel Salernitano, imprenditori d'origine svizzera che utilizzano impianti e tecniche moderne (ad es. lo svizzero Giangiacomo Egg avvia nel 1812 un cotonificio che grazie all'impiego di tecniche e impianti moderni diventerà uno dei principali stabilimenti del Mezzogiorno).

Sempre straniere erano le iniziative intraprese nella siderurgia e nella meccanica, concentrate a Napoli, sede di cantieri e arsenali pubblici. Nella cantieristica è sempre lo Stato a sopperire alle carenze dell'iniziativa privata (cantieri navali di Napoli e Castellammare di Stabia). L'industria leggera, concentrata principalmente nell'area urbana di Napoli, dove era radicata la lavorazione del corallo e dei guanti di pelle, costituiva una parziale eccezione alla "colonizzazione" e all'intervento pubblico.

Importanti imprenditori autoctoni presenti al Nord

Cotonificio Cantoni

Tra gli imprenditori "autoctoni" presenti al Nord dotati di un'iniziativa imprenditoriale degna delle migliori esperienze d'oltralpe, va segnalata l'impresa cotoniera Cantoni. Il fondatore, Costanzo Cantoni, apre nel 1820 un piccolo opificio di tessitura dei filati del cotone, ancora fortemente dipendente dal lavoro manuale degli operai. Successivamente vengono aperti nuovi stabilimenti che si avvalgono della filatura meccanica. Nel 1845 la Cantoni è uno dei maggiori cotonifici dell'Italia settentrionale.

L'utilizzo delle nuove tecniche produttive è in gran parte merito del figlio di Costanzo, Eugenio, che dopo aver trascorso un lungo periodo all'estero, perfeziona le proprie conoscenze tecnico-gestionali. L'espansione del cotonificio (dovuta al deciso rinnovamento tecnologico dell'azienda perseguito con l'acquisto di moderni macchinari a vapore) prosegue anche dopo l'unificazione, culminando all'inizio degli anni '70 con l'acquisizione di nuove unità produttive e di una stamperia. Tutto questo porta a compimento il processo di integrazione verticale dell'azienda che nel 1872 assume la forma di società anonima, al cui capitale di 10 milioni partecipano istituti di credito e capitalisti privati. Cantoni mantiene però in prima persona la direzione dell'azienda, lanciandosi nel frattempo anche in altre iniziative nel settore bancario e in quello meccanico (fondazione di un'impresa per la costruzione e la riparazione di macchine per cotonificio).

Lanificio Rossi

Francesco Rossi aveva fondato l'impresa tessile raccogliendo in un'unica fabbrica i telai prima sparsi nelle campagne nella metà degli anni '40. Il figlio Alessandro, amico e coetaneo di Eugenio Cantoni, gli successe alla guida dell'impresa dopo aver appreso all'estero i più moderni metodi tecnico-gestionali in uso nei lanifici d'oltralpe. Il forte orientamento all'innovazione, sia tecnica che organizzativa, permette in poco tempo al Lanificio Rossi di trasformarsi: si introducono le prime macchine a vapore e si costituiscono nuovi stabilimenti dotati dei più moderni impianti, secondo una logica di decentramento produttivo tra essi delle varie fasi di lavorazione.

Nel 1860 l'impresa vicentina è la più importante del settore a livello nazionale; anche il Lanificio Rossi si costituisce, nel 1873, come società anonima (spa), con capitale di 30 milioni, partecipato da imprenditori italiani e stranieri. A queste esperienze più avanzate nel settore manifatturiero si affiancavano altre iniziative di minor rilievo. Tutta la fascia alpina e prealpina, dal Piemonte al Veneto, era costellata di sistemi produttivi formati da piccoli opifici tessili, metallurgici e meccanici che spesso traevano origine da radicate tradizioni di artigianato rurale (tessitura di lana; produzione di filo di ferro, chiodi, molle, catene [lavorazione del ferro]; produzione artigianale di mobilio).

Conclusioni

Il Paese, al momento dell'unificazione, era quindi diviso in due parti:

  • Il Nord era già sufficientemente inserito nel sistema liberal-capitalistico del resto d'Europa;
  • Il Sud non aveva né le materie prime né imprenditorialità né i capitali necessari per svilupparsi.

Inoltre, l'Italia, al momento dell'unificazione, è un Paese periferico in un'Europa in rapido sviluppo. Il gap che separava l'Italia dai paesi all'avanguardia nella rivoluzione industriale (Inghilterra, Francia) era notevole, in termini di: reddito complessivo, rendimenti medi in agricoltura, estensione e dinamicità del mercato interno, dimensione degli opifici, tasso di urbanizzazione, dotazione infrastrutturale (strade, ferrovie) e soprattutto nei settori trainanti della 1a rivoluzione industriale (un dato su tutti: la produzione siderurgica italiana raggiungeva appena lo 0,5% di quella britannica).

Nonostante la condizione di arretratezza nei confronti delle nazioni industrializzate più avanzate, la tradizione artigianale in molti settori mostrava elevati livelli di specializzazione, innovazione e competitività sui mercati esteri, come nel caso dei settori più tradizionali come quello della meccanica leggera, del vetro, delle ceramiche e dei tessuti.

Capitolo 2. Un precoce capitalismo di Stato

La nascita dello Stato unitario rappresenta un evento innovativo per la vita economica e sociale della penisola. L'Italia nasce già con un deficit pubblico alto, frutto della somma dei saldi di bilancio degli Stati preunitari. L'obiettivo della classe dirigente del nuovo Regno fu dunque subito quello di ridurre le spese ed aumentare le entrate per ridurre il deficit (il ministro delle finanze Quintino Sella considerava la politica di pareggio di bilancio uno strumento di sviluppo economico e l'obiettivo primario della sua politica finanziaria).

Inoltre, si volevano raccogliere sufficienti risorse da impiegare per la costituzione di forze armate in grado di completare e difendere l'unità nazionale e per la costruzione di infrastrutture e di un moderno apparato amministrativo. Si assistette quindi a un sostanzioso incremento di imposte, una massiccia emissione di titoli del debito pubblico (buoni del Tesoro, chiamati anche Rendita italiana), la vendita di beni demaniali ed ecclesiastici (quelli non destinati al culto), l'uso del corso forzoso della moneta.

In questo periodo gran parte della spesa statale (quasi l'85%) serve a pagare gli interessi del debito pubblico, i costi dell'amministrazione e dell'organizzazione dell'esercito, ma non per porre le basi di un decollo economico. Tuttavia, si raggiungono anche risultati importanti: notevole ampliamento dei km di strada ferrata; costruzione della rete postale e telegrafica; nuova edilizia pubblica militare e civile; ampliamento di alcuni porti; potenziamento bellico.

In tale contesto, i primi grandi affari nascono da opportunità offerte dall'azione statale. Già dagli anni '40 il Regno di Sardegna, dal quale era poi partito il processo di unificazione nazionale, decise di costruire e gestire direttamente le linee ferroviarie (linea Torino-Genova) e promosse la creazione di un'impresa per fabbricare e riparare locomotive e altro materiale ferroviario. Vennero così concesse numerose agevolazioni (un cospicuo capitale iniziale da rimborsare in 15 anni a condizioni vantaggiose) per la creazione di una società privata ad hoc preposta a questa funzione. Ma le incapacità tecniche degli imprenditori che costituirono la società e la carenza di ordinazioni portarono al fallimento dell'iniziativa.

Per corso forzoso si intende la non convertibilità tra la moneta e l'equivalente in metallo prezioso (oro e/o argento) in un sistema monetario bilanciato sul valore dell'oro (sistema aureo). La banca nazionale del Regno era la banca di emissione più potente in quanto poteva emettere carta moneta ed effettuare la conversione della carta moneta in oro/argento. Le altre banche d'emissione (Banca nazionale Toscana, Banca toscana di credito, Banco di Napoli, Banco di Sicilia, Banca Romana dal 1870) potevano emettere moneta ma non potevano convertire la carta moneta in oro/argento. Esistevano poi le banche ordinarie, Banca Generale e Credito Mobiliare, che non avevano potere di emissione e che invece avevano il compito di finanziare l'attività economica. La decisione di imporre il corso forzoso venne presa con decreto nel 1866 e durò fino al 1883, per essere poi reintrodotta nel 1894. Il decreto fu emanato perché una forte speculazione sulla lira indusse i sottoscrittori esteri di titoli italiani a chiedere la conversione della lira in oro. Ma siccome la carta moneta in circolazione era maggiore rispetto alle riserve auree (anche perché nel 1866 c'era la 3a guerra di indipendenza che richiese di stampare carta moneta per finanziare gli sforzi bellici), lo Stato impose il corso forzoso per cui: 1) non si potevano rifiutare i pagamenti in carta moneta 2) la carta moneta non poteva essere convertita in oro.

Maggiore successo ebbe invece l'iniziativa intrapresa qualche anno dopo, quando il Governo sabaudo rinnova la proposta a quattro eminenti cittadini genovesi: Carlo Brombini (direttore della Banca Nazionale), Raffaele Rubattino (armatore), Giacomo Filippo Penco (imprenditore) e Giovanni Ansaldo (docente universitario di geometria e di meccanica applicata) che dà il nome alla società in accomandita di cui sarà l'amministratore. In particolare, Cavour si adoperò per garantire il successo di tale iniziativa (approvazione tempestiva di una legge in Parlamento che permise di conferire una proprietà statale a un'azienda privata senza asta pubblica; liberalizzazione dei commerci), al fine di far apprezzare a Genova (città politicamente turbolenta, sede della rivolta del 1849) la convenienza dell'asse con Torino.

Impresa Ansaldo (fabbricazione e riparazione di locomotive e altro materiale ferroviario)

L'azienda era nata nel 1853 per l'interesse del governo sabaudo di sviluppare un'industria nazionale per la produzione di locomotive e materiale ferroviario, settore completamente dipendente dalle importazioni straniere. Negli anni successivi alla fondazione, l'Ansaldo visse in condizioni di grave debolezza. Lo Stato non aveva le risorse finanziarie per poter garantire gli ordinativi promessi, né l'azienda poteva contare su una guida imprenditoriale pienamente efficiente. Inoltre, l'impresa, vista l'assenza di un'adeguata protezione doganale, soffre della presenza sul mercato italiano di affermati costruttori inglesi e francesi e ciò fa sì che all'inizio degli anni '80 le locomotive prodotte siano in totale soltanto 71, il 4% del parco allora in servizio.

Necessariamente l'impresa dovette produrre pure caldaie, motori marini, cannoni, granate, costruzioni di carpenteria metallica, fusioni in ghisa e piastre di corazzatura. A questa eterogeneità delle produzioni corrisponde un'organizzazione operativa scarna, in cui è completamente assente la funzione commerciale. Tuttavia, l'azienda riesce a sopravvivere grazie a:

  • Commesse pubbliche
  • Appoggio accordato dallo Stato alla Banca nazionale (maggior istituto di emissione) diretta da Carlo Brombini per rinnovare all'Ansaldo crediti che non potevano essere riscossi.

Questa protezione permette alla società di vantare attorno al 1880 il più vasto complesso meccanico d'Italia, che può contare sulla presenza di operai abili e competenti: fonditori, tornitori e montatori, calderai e tecnici in grado di decodificare e riprodurre i disegni delle più avanzate costruzioni straniere. Si ponevano in questo modo le basi per realizzare autonomamente in Italia importanti produzioni di grande meccanica.

Domenico Balduino (Credito mobiliare)

Anche l'iniziale successo di uno degli uomini più potenti del ventennio postunitario, Domenico Balduino, è dovuto all'intervento diretto esercitato da Cavour. Nel 1860, Cavour pone Balduino (sino ad allora capo dell'azienda di famiglia, che operava a Genova nel campo dell'armamento navale e del commercio internazionale) ai vertici della Cassa del commercio e dell'industria di Torino. Balduino, comprese le opportunità offerte dall'avvento del nuovo Stato e per operarvi in modo più incisivo, si allea con i fratelli Pereire, potenti banchieri francesi e fondatori del Credit Mobilier, specializzato nel finanziamento di grandi infrastrutture e imprese industriali.

La Cassa torinese si trasforma così nel Credito mobiliare, diretta filiale dell'istituto francese da cui però Balduino si libera rapidamente approfittando delle gravi difficoltà subite dai Pereire. Il Credito mobiliare è dunque una grande impresa italiana dominata dal finanziere genovese che, nonostante qualche iniziativa all'estero, dedica la sua attenzione soprattutto all'Italia, dove per conto dello Stato gestisce monopoli fiscali (es. tabacco) o entrate straordinarie (es. vendita beni demaniali). Balduino, insieme a Brombini, nel 1862 fu fra i principali sottoscrittori di uno dei maggiori affari offerti dallo Stato: la costruzione delle linee ferroviarie Ancona-Brindisi e Foggia-Napoli. La Società per le strade ferrate meridionali (che si occupava di costruzione di linee ferroviarie) era l'impresa che doveva realizzare questa grande opera (completata nel 1865) e un altro banchiere era il suo leader, Pietro Bastogi. Brombini, amico personale di Cavour, fu nominato direttore della nascente Banca nazionale.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher AnteoAntei di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'industria e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Napoli Federico II o del prof De Ianni Nicola.
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