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Nel 1936 una nuova legge bancaria separava drasticamente il credito ordinario da quello mobiliare

ponendo così fine all’esperienza della banca mista.

Dopo questo atto si sopprime la Sezione finanziamenti e nel 1937 l’IRI è dichiarato ente permanente.

Esso controlla, direttamente o attraverso altre società, gran parte della produzione industriale

italiana tanto è vero che il giorno in cui l’IRI con decreto diventa ente permanente, può essere

indicato come la data di nascita dello Stato imprenditore, che rivestirà un ruolo importante nel

capitalismo italiano nei 50 anni successivi.

Perché l’IRI divenne un ente permanente?

Probabilmente la scelta di avere uno Stato al centro della scena industriale italiana poteva essere

sostituita con soluzioni alternative all’intervento diretto dello Stato:

 creare migliori canali per il finanziamento dell’industria,

 promuovere un’azione più incisiva da parte dell’IMI,

 irrobustire il ruolo della Borsa, favorendo la creazione di investitori istituzionali,

 diminuire le misure protezionistiche, che sicuramente svantaggiavano le imprese esportatrici,

 abolire i cartelli industriali, resi obbligatori dal 1932.

Tuttavia appariva più in linea con le politiche autarchiche e dirigiste del fascismo uno strumento

centralizzato come l’IRI, piuttosto che un impegno a lungo termine per un generale miglioramento

dell’economia del Paese.

Inoltre va sottolineata la lunga tradizione di intervento diretto dello Stato che risale agli anni

successivi all'unificazione (il salvataggio di TERNI nel 1887, del settore siderurgico nel 1911, di due

grandi banche, la BIS e il Banco di Roma, nel 1922-23).

Nella giovane Italia industriale, tolti alcuni abili capitani d’industria capaci di competere sul mercato

nazionale ed estero (come Agnelli e Pirelli), almeno la metà dei leader della grande impresa italiana

ebbe nello Stato più che nel mercato il punto di riferimento della propria azione.

Essi perseguirono la crescita delle loro aziende, spesso in settori non correlati, non per ragioni

economiche ma per motivi strategici, inerenti alla possibilità di collocarsi in posizione migliore per

20

contrattare con il potere politico .

Sotto questo profilo si può definire quello italiano un capitalismo politico, diverso dall'americano

(manageriale), inglese (personale), tedesco (cooperativo).

In ogni caso, quando l’IRI a metà degli anni ‘30 prova a rivendere ai privati le attività che ha rilevato,

non trova facilmente compratori, specialmente in settori come la siderurgia, la meccanica pesante, la

cantieristica, le telecomunicazioni, che richiedevano somme cospicue al momento dell'acquisto e

risorse ancora più ingenti per la gestione e lo sviluppo.

E’ questo elemento che spiega la trasformazione dell’IRI in ente permanente nel 1937.

L’IRI rimane però un importante punto di svolta nell’economia italiana: da quel momento lo Stato

diventa proprietario di molte e importanti imprese che operano sul mercato, il che contrasta

nettamente con l’orientamento del potere politico, almeno sino alla fine degli anni ‘20.

19 o industriale, fornisce alle imprese industriali i capitali fissi di cui necessitano per l’esercizio della loro attività o per la

costituzione, mediante concessioni di mutui, acquisto di azioni ed obbligazioni emesse dall’impresa e che l’istituto

provvede poi a collocare fra il pubblico, fungendo da intermediario fra risparmiatori ed imprenditori

20 come nel caso delle scelte di Bocciardo, capo della Terni multisettoriale degli anni ‘20 (acciaio, elettricità, chimica), e di

Donegani, presidente della Montecatini, il gigante chimico e minerario, negli anni fra le due guerre.

E’ difficile dire se questo sostanziale mutamento di veduta derivi da un disegno consapevole o sia il

risultato di un atteggiamento motivato da esigenze pratiche.

Di sicuro i primi sviluppi dell’IRI sono stati spinti dalla crisi del 1930 e dalla contestuale pressione data

dai crolli bancari.

Alberto Beneduce

Va poi fatta menzione della capacità manageriale del gruppo che ha concepito e realizzato la riforma

21

degli anni ‘30, e soprattutto del suo leader Beneduce .

Per lunghi anni funzionario del ministero di Agricoltura, industria e commercio, e Ad dell’INA,

Beneduce è dall’inizio del secolo stretto collaboratore di Francesco Saverio Nitti, uomo politico che

più di altri vede in un processo di rapida industrializzazione la strada per superare l’arretratezza del

Paese e il divario tra Nord e Sud.

Prima di abbandonare il campo antifascista (socialista riformista, fu poi interventista e volontario di

guerra) e diventare il più influente consigliere economico di Mussolini, Beneduce aveva dedicato i

suoi sforzi a convogliare il diffuso risparmio privato verso le necessità finanziarie a lungo termine

dell'industria, un obiettivo realizzato come creatore e presidente di due enti pubblici, il CREDIOP

(Consorzio per il credito alle opere pubbliche) e l'ICIPU (Istituto di credito per le imprese di pubblica

utilità), che promuovevano la costruzione di grandi impianti idroelettrici e infrastrutture attraverso

l'emissione di obbligazioni garantite dallo Stato.

Quando Mussolini gli concede i pieni poteri per l’operazione IRI, la sua idea, ben visibile nel disegno

generale della riforma che separa senza equivoci banca e industria, è quella di uno Stato che indirizza

lo sviluppo industriale, non lo gestisce, lasciando che le imprese competano sul mercato.

Egli è consapevole che l’IRI debba imporsi certi limiti al controllo del capitale azionario italiano, vista la

scarsità di risorse manageriali a disposizione; tuttavia si oppone alla svendita delle imprese dell’IRI ai

privati (ad es. rifiuta le offerte della FIAT per l'Alfa Romeo, della Edison per la SIP e i tentativi della

Montecatini di inglobare la Temi chimica).

Infine in un periodo caratterizzato dalla presenza di confuse conglomerate, l’IRI di Beneduce

introduce importanti elementi di razionalizzazione, operando con una logica settoriale.

La struttura dello Stato imprenditore vede infatti una superholding (IRI) che lo Stato possiede

totalmente, controllare almeno il 51% di holding di settore alle quali fanno a loro volta riferimento le

aziende partecipate.

Nascono così nel 1934 la STET e nel 1936 la FINMARE che pongono ordine nel ramo delle

telecomunicazioni e in quello armatoriale. 22

L’esperienza più innovativa si ha però con la FINSIDER (Società Finanziaria Siderurgica spa) sorta nel

1937 con il compito di risolvere la vecchia questione siderurgica: sviluppo del ciclo integrale e

specializzazione degli stabilimenti per offrire all’industria meccanica acciaio di qualità e prezzi

competitivi sul mercato internazionale.

21 Beneduce fu uno degli artefici dell’IRI e 1° presidente, nonché uno degli ispiratori della legge bancaria del 1936; ebbe un

ruolo essenziale nella ristrutturazione e riforma dell’economia italiana post crisi del ’29; in pratica, Beneduce era convinto

che l’intervento statale nell’economia dovesse essere contenuto nei limiti del controllo finanziario e nella funzione di

indirizzo dello sviluppo industriale ma non nella gestione, lasciando che le imprese competano sul mercato

22 società del Gruppo IRI che operava nel settore siderurgico e che aveva rilevato dalle banche il controllo dell’Ilva, delle

Acciaierie di Cornigliano, della Terni e della Dalmine.

Conclusioni

Lo Stato imprenditore progettato da Beneduce appare una brillante soluzione per un Paese come

l’Italia che ha raggiunto ormai uno stabile livello di industrializzazione, tra le esigenze finanziarie dei

settori più avanzati e il risparmio disponibile per esse.

Riforma bancaria

a

1 legge bancaria (1926): è riconosciuta alla sola Banca d’Italia sia il potere di emissione della cartamoneta, sia

l’esercizio della funzione di vigilanza sull’attività degli intermediari bancari (central banking)

a

2 legge bancaria (1936): prevede una netta distinzione tra aziende di credito (raccolta/impieghi a breve termine) e

istituti di credito speciale (raccolta/impieghi a medio-lungo termine); inoltre alle banche è fato divieto di entrare nel

 

Cda delle aziende finanziate/partecipate fine della banca mista o risparmio o speculazione

CAPITOLO 14. FRA GUERRA E RICOSTRUZIONE

Nel maggio del 1945 la guerra è finita.

Il conflitto aveva provocato danni che non intaccavano in profondità un apparato produttivo nel

complesso in condizioni non del tutto disastrose, anche se la caduta del PIL (da 125 miliardi nel ’38 a

70 nel ’45) e dello stock di capitale pubblico (strade, ponti, ferrovie e porti inutilizzabili, reti idriche ed

elettriche inservibili) non preludevano a una veloce ripresa.

Settore agricolo

La situazione peggiore era quella riscontrabile nel settore agricolo: buona parte del patrimonio

arboreo e zootecnico (animali d'allevamento) era andata perduta, mentre la produzione cerealicola si

era ridotta della metà rispetto ai livelli prebellici.

Tutto ciò si traduceva in una condizione di scarsità alimentare che, unita alla politica monetaria degli

occupanti, provocò una violenta inflazione.

Settore industriale

Migliori erano le condizioni dell’industria: la capacità produttiva globale e il valore degli impianti si

erano ridotti di circa 1/10 rispetto ai livelli del ‘38.

Però la ripartizione geografica dei danneggiamenti era diseguale: le regioni del triangolo industriale e

del Triveneto erano state colpite in modo marginale in confronto ai centri dell’industria pesante

meridionale (cantieristica, siderurgia, meccanica).

In alcuni comparti il ritorno alla normalità fu rapido.

L’industria tessile, ad es., quasi subito tornò ai consueti livelli di attività grazie a una competitività

basata su bassi salari e sulla temporanea eliminazione di pericolosi concorrenti come Germania e

Giappone, che stimolava un consistente flusso di esportazioni capaci di compensare la crisi dei

consumi del mercato interno.

Tuttavia, queste condizioni propizie avevano come effetto negativo quello di perpetuare le

inefficienze di un settore sovrappopolato di aziende di ogni dimensione operanti con impianti

obsoleti.

Stesso discorso vale per il comparto delle fibre artificiali (l’Italia prima della guerra era il 4° produttore

al mondo), in cui le principali imprese del settore fanno ancora leva sulle produzioni tradizionali (ossia

le fibre derivate da materie prime vegetali e animali) trascurando l'adeguamento tecnologico degli

impianti e l'acquisizione del più avanzato know-how estero (produzione di nylon).

La Montecatini torna a una situazione di normalità già alla fine del 1946 nei settori-chiave legati alla

produzione di perfosfati, azoto ed energia elettrica.

La Terni, che aveva assunto negli anni fra le due guerre l'aspetto di un gruppo polisettoriale che

affiancava alla produzione siderurgica, quella elettrica, chimica e di cemento, riprende a funzionare a

pieno regime già dall'inizio del 1945.

L'acciaieria e il cementificio dell'azienda umbra fornivano infatti i materiali necessari alla riparazione e

al rifacimento degli impianti idroelettrici, che a loro volta provvedevano all'energia necessaria insieme

alla lignite proveniente dai giacimenti di proprietà dell’azienda.

Problemi derivanti dall’ipertrofia bellica (sovradimensionamento smisurato delle aziende)

La guerra aveva notevolmente sovradimensionato, in termini di capacità produttiva e di numero di

addetti, tutti i settori manifatturieri più direttamente coinvolti.

L'esigenza della riconversione colpiva soprattutto quelle aziende che, per loro vocazione originaria o

per scelta, erano quasi totalmente dipendenti dal committente pubblico.

Ad es., l'Alfa Romeo si era concentrata quasi esclusivamente sulle produzioni aeronautiche (1'80% del

suo fatturato alla fine della guerra), trovandosi improvvisamente nella necessità di ritornare a

produrre automobili, autocarri e, al fine di saturare la propria capacità industriale, persino tapparelle,

serramenti metallici, cucine economiche e mobili.

Per chi come FIAT, OM, Lancia, Bianchi non aveva attuato strategie di diversificazione, i problemi di

riconversione erano indubbiamente minori.

Tuttavia anche per esse il crollo della domanda pubblica e privata a fronte di una capacità produttiva

pressoché invariata, e il mancato ammodernamento degli impianti durante la guerra, rese difficile la

ripresa.

Oltre al sovradimensionamento della capacità produttiva, tutte le imprese medio-grandi (in

particolare nel settore della meccanica pesante: cantieristica, siderurgia, chimico) dovevano

affrontare il problema dell’eccesso di manodopera che il blocco dei licenziamenti aggravava

considerevolmente. La disoccupazione cresceva a seguito della smobilitazione dell'esercito e del

ritorno in patria di prigionieri di guerra.

Il ritorno alla normalità

Il ritorno alla normalità si prospettava ricco di difficoltà e di compromessi di natura politica.

Le imprese erano chiamate a ridurre le spese generali e quindi ad operare tagli della forza lavoro visto

il crollo della domanda.

Problemi di tale portata non potevano essere risolti senza un intervento dello Stato.

A partire dalla fine del 1946 il Tesoro prende ad appoggiare imprese e settori in crisi attraverso la

concessione di anticipazioni all’IRI.

Inoltre provvide ad allocare gli aiuti statunitensi, indispensabili a garantire il rinnovamento

tecnologico per l'adeguamento degli impianti produttivi.

Nella seconda metà del 1947 prende ad operare il FIM (Fondo per il finanziamento dell'industria

meccanica) attraverso il quale il Tesoro concedeva crediti alle aziende in difficoltà, come avvenne per

il salvataggio dell’Alfa Romeo; nel 1948, con l'intento di mettere ordine nel settore, viene costituita

dall'IRI una nuova holding settoriale, la Società finanziaria meccanica (FINMECCANICA).

Il dibattito tra industrie “naturali” vs scelta industrialista

In quegli anni era aperto il dibattito tra:

a) quanti optavano per una scelta industrialista, che prevedeva un indirizzamento dell’economia

verso il continuo potenziamento dell’attività industriale, intervenendo con misure protettive

verso settori in difficoltà come quello siderurgico

b) quanti invece credevano che bisognava concentrare gli sforzi sui settori “naturali”, legati alla

lavorazione dei prodotti agricoli e all'artigianato, all’opposto di quanto avvenuto in passato, che

aveva portato a proteggere anche le industrie innaturali, come quella siderurgica, la cui situazione

privilegiata aveva poi danneggiato comparti vitali come la meccanica leggera.

L'industria italiana avrebbe dovuto essere indirizzata verso i comparti labour intensive, in cui più

risaltavano le doti di abilità e creatività dell'operaio italiano, quali il settore artigiano.

Il dibattito sul settore siderurgico

Nel dibattito sul settore siderurgico, tutti concordavano sulla necessità che l'Italia possedesse un forte

settore di produzione dell'acciaio in grado di soddisfare le necessità della meccanica nazionale.

Tuttavia non vi era accordo su come raggiungere questo risultato:

a) Oscar Sinigaglia, presidente della FINSIDER, era propugnatore di una concezione «fordista» in

campo siderurgico imperniata sul ciclo integrale e sui grandi volumi di produzione;

b) per gli esponenti dei gruppi privati (tra cui Falck) non c’era spazio né necessità di una siderurgia a

ciclo integrale: per il fabbisogno nazionale potevano bastare una decina di stabilimenti di medie

dimensioni di tipo misto (elettrico e a coke) e decentrati, e quindi una siderurgia basata sul

rottame per la produzione di ghise e acciai e su laminatoi sparsi per il Paese.

Piccola-media impresa vs grande impresa

Le difficoltà attraversate nel dopoguerra dalle imprese di maggiori dimensioni, proponeva nuovi ruoli

e prospettive per le piccole imprese, in passato sfavorite dalla politica industriale e monetaria del

regime ma che ora apparivano le meglio attrezzate a resistere nella problematica congiuntura

postbellica.

Non mancava chi non accettava l'idea di un'Italia orientata alla piccola impresa dedita alle produzioni

dì nicchia (come ad es. Luigi Morandi, ad della Montecatini).

Il dibattito su “artigianato evoluto o produzione in serie” e su “piccola o grande dimensione”

coinvolgeva quasi tutti i settori dell'economia nazionale.

La dirigenza dell’Alfa Romeo aveva le idee chiare: era necessario che l'Italia evitasse le produzioni di

massa e puntasse a divenire un Paese di artigianato specializzato (come la Svizzera) concentrandosi

su una serie di produzioni di nicchia.

Il presidente della FIAT, Vittorio Valletta, invece era convinto che convogliare sufficienti risorse,

organizzative e finanziarie, sulla produzione di massa, nel caso della FIAT, fosse la scelta più giusta.

L'idea di Valletta era semplice: fabbricare in serie utilitarie per il mercato nazionale ed estero facendo

leva sul basso costo del lavoro italiano. Il mercato interno poteva raddoppiare o addirittura triplicare

la propria capacità di assorbimento di autoveicoli e la FIAT avrebbe dovuto essere presente con

modelli di bassa cilindrata; la piccola-media industria invece avrebbe dovuto svolgere un ruolo

subordinato e funzionale alla grande (come di fatto avveniva per FIAT, che a Torino aveva sviluppato

un sistema di sub-contracting che coinvolgeva migliaia di piccole fonderie e laboratori meccanici per

le seconde lavorazioni).

Mercato industriale oligopolistico

Al di là dei dibattiti, la situazione reale dell’industria italiana prima della guerra vedeva imprese di

grandi dimensioni nei rami a più elevata intensità di capitale (metallurgia, meccanica pesante,

elettromeccanica, chimica, fibre artificiali, gomma); accanto ad esse prosperava un ampio numero di

imprese di piccole dimensioni a carattere poco più che artigianale, e caratterizzate da un basso grado

di meccanizzazione e divisione del lavoro, attive soprattutto nell'alimentare, nell'abbigliamento, e in

altri comparti dell'industria leggera.

Nel dopoguerra i settori ad alta intensità di capitale continuavano ad essere caratterizzati da strutture

oligopolistiche (ad es. oltre il 90% della produzione di fibre artificiali era realizzata da SNIA e

Chatillon; la Montecatini dominava il settore chimico; la Fiat quello delle automobili, con oltre l’80%

del totale nazionale; la Pirelli quello della gomma; nel comparto elettrico dominavano Edison, SADE,

SIP, SME e TERNI).

I grandi oligopoli dell'industria italiana erano saldamente nelle mani di un ristretto numero di

individui o di famiglie (Agnelli, Falck, Pirelli).

In altri casi, l'estrema polverizzazione del capitale azionario permetteva di esercitare un effettivo

controllo sulle imprese a chi ne deteneva percentuali relativamente ridotte (es. nel caso di

Montecatini, SNIA, Edison).

L’immediato dopoguerra vede infine delinearsi un attacco frontale da larga parte della classe

imprenditoriale nei confronti dell’IRI: ben pochi erano gli industriali privati disposti a concedere all’IRI

diritto di cittadinanza nel nuovo sistema economico e produttivo; d’altra parta, l’IRI soffriva degli

stessi problemi in termini di impianti danneggiati, sovraoccupazione e sovradimensionamento

produttivo del settore privato.

Il problema era capire tempi e modi di scioglimento dell’ente, visto che del complesso facevano parte

imprese, come l’Ansaldo, praticamente impossibili da privatizzare data la loro ingente dimensione.

Conclusioni

All’aprirsi dell’età repubblicana il sistema industriale italiano si presenta dunque spaccato a metà tra

grande oligopoli pubblici e privati e piccole imprese di natura semiartigianale.

Nei settori più avanzati una distanza considerevole continua a separare però l’Italia dalle nazioni

leader del processo di industrializzazione, Germania, Inghilterra e Stati Uniti, in termini di capitale

investito, tecnologie applicate e specializzazione degli impianti.

CAPITOLO 15. LA COGESTIONE IMPOSSIBILE

Il conflitto sociale in Europa

Il conflitto sociale tra proprietari dei mezzi di produzione e lavoratori è un fenomeno che si riscontra

in tutte le società industriali. a

Nei paesi avanzati fra metà ‘800 e 1 guerra mondiale le classi dirigenti hanno saputo contenere il

conflitto attraverso la piena legittimazione delle organizzazioni operaie e delle loro lotte in un quadro

di libertà democratiche, ma soprattutto impegnandosi a garantire ai lavoratori dignitose condizioni di

lavoro, elevati livelli salariali, protezione sociale.

a

Il conflitto sociale in Italia fino alla 2 guerra mondiale

L’Italia costituiva un caso anomalo, in cui il processo di industrializzazione si innestava su un tessuto

economico più debole e frammentato.

L’unificazione politica del Paese era avvenuta senza il coinvolgimento della grande maggioranza della

popolazione, contadini ai quali di fatto era stato negato l’accesso alla proprietà della terra. Tutto ciò

aveva inasprito i toni del conflitto sociale.

Al riformismo borghese giolittiano a volte si contrapponeva non il riformismo socialista quanto

l'estremismo anarco-sindacalista.

Subito dopo la guerra, il biennio rosso e il suo episodio culminante, l'occupazione delle fabbriche nel

settembre 1920, posero al centro la questione del potere, del sovvertimento delle gerarchie sociali,

dei diritti di proprietà, l’instaurazione di un ordine nuovo fondato sui consigli operai.

La risposta dei proprietari terrieri e degli industriali fu l’appoggio alle squadre fasciste, l’abbandono

del giolittismo, la convinta adesione al regime: non quindi la ricerca di soluzioni condivise, ma il

ricorso alla repressione e all’autoritarismo per governare i conflitti.

a

Il conflitto sociale in Italia dopo la fine della 2 guerra mondiale

Dopo la fine della guerra il problema del conflitto sociale si ripropose negli stessi termini, con la

differenza, rispetto al biennio rosso, che i condizionamenti imposti dal quadro politico internazionale

23

(l’occupazione alleata e gli accordi di Yalta ) non ponevano comunisti e socialisti di fronte alla

questione del potere.

Nell’Europa occidentale i governi controllati da forze politiche di ispirazione socialdemocratica o da

coalizioni di centro-sinistra sostenevano un sistema economico in cui lo Stato doveva intervenire a

regolare il mercato e a programmare la politica economica [ad es. sono numerose le nazionalizzazioni

che si ebbero in Francia, specie di società “collaborazioniste” come la Renault, o nell’Inghilterra

laburista, dove cadono sotto la mano pubblica infrastrutture e servizi (gas, acqua, elettricità, ferrovie),

vecchi settori in declino (carbone e acciaio), la stessa Banca centrale].

L’obiettivo della politica di interventismo statale era l’instaurazione di uno Stato del benessere:

dall'aiuto alla crescita e all'occupazione all'aumento dei salari, dalla creazione di un sistema pubblico

di assicurazioni sociali e di assistenza sanitaria a un sistema previdenziale per i salariati.

23 vertice tenutosi nel febbraio del 1945, a Jalta, in Crimea, tra i leader delle tre potenze alleate, Churchill (Gran Bretagna),

Roosevelt (Stati Uniti) e Stalin (Russia), per discutere, in base al principio delle cd. sfere d'influenza, i piani per la

conclusione della guerra contro le potenze dell’Asse, l’occupazione e la spartizione della Germania e il successivo assetto

dell’Europa e dell’Estremo Oriente

In Italia dopo la liberazione il Governo era formato da una coalizione di centro-sinistra, orientata però

soprattutto ad affrontare problemi urgenti quali la disoccupazione di massa e la scarsezza di beni di

prima necessità.

In particolare: 24

- solo una parte dei socialisti riteneva che una politica di programmazione economica consentisse di

superare le storiche distorsioni del capitalismo italiano, inclusa la più grave, la perdurante arretratezza

del Mezzogiorno; mentre i comunisti erano scettici e più cauti su possibili nazionalizzazioni;

- l’obiettivo più sentito delle sinistre era la riforma agraria e la fine del latifondo meridionale visto

come ostacolo all’evoluzione democratica del Paese; la preoccupazione più assillante era garantire

condizioni minime di benessere ai lavoratori, tanto che le sinistre appoggiavano le conquiste della

CGIL unitaria (scala mobile, minimi di paga, assegni familiari, imponibile di manodopera, vincoli in

materia di licenziamenti)

- la Sinistra vedeva con diffidenza l’IRI, perché considerata un’eredità del fascismo ed espressione

delle esigenze del capitale monopolistico.

Le direzioni d’impresa e il sistema delle relazioni industriali sono sottoposti a una forte pressione da

parte dei lavoratori e delle loro organizzazioni politiche di riferimento.

25

Molte aziende venivano affidate a commissari del CLNAI (Comitato di liberazione nazionale Alta

Italia) e dai CLN regionali (che assunsero provvisoriamente la rappresentanza delle maestranze e la

gestione delle aziende), mentre capitani d’industria come Donegani ed Agnelli erano arrestati. A

seguito della creazione dell’Alto Commissariato per la punizione dei delitti e degli illeciti del fascismo,

dopo la liberazione l’epurazione fu intesa in senso estensivo dalla base operaia e, piuttosto che

perseguire precise responsabilità penali, colpì attraverso i CLN aziendali tecnici e capi che

rappresentavano le durezze dell’organizzazione di fabbrica.

Nell’aprile 1945 il CLNAI abrogò la legislazione con cui la Repubblica Sociale intendeva “socializzare” le

26

imprese ma confermava, per le aziende dove già era stata introdotta, la partecipazione dei

rappresentanti dei lavoratori alla gestione delle imprese.

Furono ricostituite le commissioni interne che oltre al loro ruolo di rappresentanza sindacale,

partecipano alle pratiche assistenziali, collaborano con i commissari nominati dal CLN al ripristino

della normalità in azienda, si fanno sostenitrici della disciplina e del produttivismo.

24 lo Stato acquista una funzione economico-sociale rilevante, poiché i suoi interventi economici sono coordinati secondo

un programma. La programmazione economica è il mezzo per organizzare gli interventi di politica economica per

realizzare uno sviluppo equilibrato del sistema, attenuando gli squilibri tra classi sociali, settori e zone diverse.

25 Il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) è stata un'associazione di partiti e movimenti oppositori al fascismo e

all'occupazione tedesca formatasi a Roma nel settembre 1943, formata da movimenti di diversa estrazione culturale e

ideologica, comunisti (PCI), democristiani (DC), azionisti (PdA), liberali (PLI), socialisti (PSIUP) e demolaburisti (PDL). Il

primo a presiedere il CLN fu Ivanoe Bonomi a cui spettò, dopo la liberazione di Roma (4 giugno 1944), di assumere

responsabilità di governo con la Presidenza del Consiglio. Il CLN operò come organismo clandestino durante la Resistenza

ed ebbe per delega poteri di governo nei giorni di insurrezione nazionale.

26 la socializzazione delle imprese è una teoria, sviluppata in ambito fascista repubblicano, di trasformazione sociale

dell'economia nella quale la proprietà dei mezzi di produzione non è esclusiva del capitalista ma è partecipata con i

lavoratori impiegati nell'azienda.

Tuttavia si posero esigenze diverse: a fronte delle richieste dei lavoratori di purificazione dalle

compromissioni con il fascismo, di essere partecipi alle politiche aziendali e al governo

dell’organizzazione del lavoro, si poneva la necessità di non sottrarre all’impresa importanti risorse in

capitale umano (attraverso l’epurazione) e di soddisfare la richiesta degli istituti di credito italiani e

dei finanziatori americani (senza le cui erogazioni la ripresa sarebbe stata impossibile) di restituire le

imprese ai proprietari.

Così, con decreto del 4 agosto 1945 si trovò una via d’uscita, stabilendo la non punibilità per il

passato fascista di chi dopo l’8 settembre si fosse distinto per la lotta contro i tedeschi: fu così che

Agnelli, Donegani, Pirelli e altri imprenditori e dirigenti furono assolti.

27

Per quanto riguarda i consigli di gestione non si riuscì a pervenire a un accordo sulla loro natura e i

loro compiti: alcuni erano paritetici (rappresentanti di lavoratori e proprietà), altri unilaterali (solo

lavoratori), molti avevano un ruolo solo consultivo, altri anche funzioni deliberative.

Democristiani e liberali li consideravano uno strumento per coinvolgere i lavoratori nelle sorti

dell'impresa sia attraverso forme di partecipazione agli utili sia con la diffusione dell'azionariato; per i

socialisti dovevano essere la longa manus del Piano economico; i comunisti vedevano i consigli come

luogo di cooperazione della classe operaia alla ricostruzione ma rifiutavano qualsiasi responsabilità

dei lavoratori nel risultato economico.

Gli imprenditori e i dirigenti rifiutavano categoricamente una collaborazione con i lavoratori,

attraverso i consigli di gestione, nella gestione dell’azienda; Confindustria si opponeva in nome della

carica innovativa dell’imprenditorialità.

Un esempio di questo nodo è quello di Vittorio Valletta: ad e già vero leader di FIAT, viene epurato

con Agnelli, ma la grave situazione finanziaria e produttiva dell’impresa nel dopoguerra spinge i

commissari insediati dal CLN a richiamarlo data la sua capacità gestionale e di guida della FIAT, in

quanto l’unico in grado di garantire la possibilità di risalita. Nella riunione con i rappresentanti del

CLN, egli, pur dovendo accettare un compromesso, cioè l’esistenza del consiglio di gestione, si batte

per ottenere che le funzioni di questo siano solo consultive e per un drastico ridimensionamento del

processo d’epurazione che colpendo molti dirigenti, tecnici e capi, rischiava di compromettere

seriamente l’efficienza gestionale dell’azienda (difatti i provvedimenti di epurazione sono accantonati

e nel ’46 si conclude la gestione commissariale della FIAT).

Conclusioni

Queste profonde lacerazioni tra le diverse componenti sociali non permettono accordi né riforme

economiche di grande respiro.

Dal difficile dopoguerra si esce solo grazie alla politica monetaria deflattiva dettata dal ministro

Einaudi, che pur con gravi costi sociali lega stabilmente l’economia italiana a quella del mondo

occidentale; all’ingegno e all’innovatività dell’imprenditoria italiana; e alla volontà di riscatto degli

italiani.

Restano anche successivamente i conflitti sociali, dati dall’incapacità degli imprenditori di canalizzare

e normalizzare le relazioni industriali (ad es., Valletta, presidente della FIAT dal 1946, dal ’49

scatenerà una lotta senza quartiere contro la CGIL socialista e comunista).

27 Consiglio di Gestione: organo aziendale, istituito dalla RSI e poi ratificato dal CLNAI, formato da rappresentanti dei

lavoratori e della proprietà in modo paritario (dirigenti, tecnici aziendali, sindacalisti corporativi) e fondamentali per la

gestione e la programmazione aziendale; il CLNAI mantenne i CdG e ne cambiò la composizione; nel ’48, con la vittoria

della DC su PCI e PSI uniti, furono esautorati ed estromessi dalle aziende, per decisione unilaterale delle imprese

CAPITOLO 16. ITALY BY DESIGN

Al termine del conflitto gli Stati Uniti detenevano una posizione di assoluta supremazia economica

potendo vantare una produzione industriale più che doppia rispetto all’Europa.

Tuttavia la classe politica americana era consapevole del fatto che senza una vigorosa ripresa

dell'economia europea sarebbe stata molto probabile la ricaduta in una devastante crisi da

sovrapproduzione. 28

Per questo già nel luglio del 1944 con gli accordi di Bretton Woods le autorità americane avevano

provveduto a creare per il dopoguerra uno stabile quadro monetario che prevedeva la parità fissa tra

divise basata sulla convertibilità del dollaro in oro: si prevedeva cioè per ogni Paese l’obbligo di

adottare una politica monetaria tesa a stabilizzare il tasso di cambio ad un valore fisso rispetto al

dollaro, che a sua volta era ancorato all’oro secondo un rapporto fisso.

Era la premessa indispensabile per ripristinare la normalizzazione del commercio internazionale.

Nell’immediato dopoguerra la ricostruzione europea veniva sostenuta con aiuti d’emergenza

(soprattutto alimentari) che si rivelarono però insufficienti a garantire una vera ripresa.

Piano Marshall

Il timore di un tracollo economico dei Paesi dell’Europa occidentale spinsero nel giugno del 1947 il

29

Governo americano a lanciare lo European Recovery Program (ERP), il c.d. Piano Marshall .

Il piano consisteva in forniture di macchinari e materie prime e in concessione di prestiti a tassi

ridotti per l’acquisto di impianti; l’obiettivo era l’esportazione e il radicamento in Europa, per un

duraturo e pacifico sviluppo, del modello americano (integrazione dei mercati, produzione di massa,

standardizzazione, organizzazione scientifica del lavoro, alti salari). La trasformazione della struttura

economica europea poteva avvenire solo con una forzatura provocata dall’azione dello Stato.

In concreto le procedure previste per le forniture gratuite di merci e per i prestiti erano piuttosto

complicate.

L’ERP si articolava su tre livelli decisionali.

1) A Washington venne costituita la Economic Cooperation Administration (ECA) che doveva

emettere la decisione finale sulla concessione degli aiuti.

2) L’ECA operava nelle diverse nazioni con missioni che vagliavano le richieste coadiuvate da un

comitato ministeriale del Paese.

3) Le domande nazionali erano filtrate dall’OECE (Organizzazione economica di cooperazione

europea).

Quanti in Italia venivano autorizzati ad acquistare merci negli Stati Uniti ricevevano i dollari dall'Ufficio

italiano cambi, il quale in seguito veniva rimborsato dall'ECA con un corrispettivo in lire, il “fondo lire”

28 gli accordi di Bretton Woods determinarono:

- creazione dell’FMI (organismo internazionale per vigilare sulla stabilità monetaria e ricostituire un commercio aperto e

multinazionale)

- sistema dollaro-centrico (commercio internazionale in dollari, prezzi espressi in dollari)

- cambio stabile con il dollaro

29 il Piano Marshall fu un piano politico-economico americano per la ripresa e la ricostruzione dell’Europa, e prevedeva lo

stanziamento di 14 miliardi di dollari in 4 anni; l’obiettivo era di esportare l’economia di mercato e principi (libera impresa,

efficienza, tutela della concorrenza, …) del tutto assenti in alcuni Paesi europei

versato presso la Banca d'Italia. I prestiti invece, dopo l'approvazione dell'ECA, li concedeva a

condizioni molto favorevoli l'EXIMBANK (Export-Import Bank of the United States) tramite l'IMI.

Il Governo italiano era chiamato dall’ECA a pianificare l’utilizzazione del fondo lire che poteva servire:

a) a rafforzare la riserva valutaria e quindi a tenere sotto controllo l’inflazione

b) o ad attuare una manovra keynesiana di sostegno alla domanda con un impegnativo programma di

investimenti.

L'Italia optò in sostanza per la prima strada puntando soprattutto su quegli investimenti che

consentivano di comprimere i costi. Questo atteggiamento del Governo italiano fu aspramente

criticato dall’ECA, preoccupata dal fatto che le risorse finanziarie accumulate grazie agli sforzi del

contribuente americano restassero inutilizzate nel “fondo lire” invece di essere impiegate in

investimenti pubblici. Di fatto, fra 1948 e 1952 l’Italia ottenne quasi 1,5 miliardi di dollari, l’11% del

totale erogato dall’ERP.

Gli aiuti alla FIAT

La FIAT, a causa dei gravi ritardi accumulati sia nei processi produttivi sia nella gamma dei prodotti,

richiedi aiuti all’ERP ma rinuncia agli aiuti gratuiti e utilizza solo i prestiti, finalizzati a precise e

dettagliate voci di spesa per investimenti in macchinari e impianti (cosa che, insieme al rimborso

puntuale dei prestiti, colpisce favorevolmente i funzionari dell’ERP).

Alla fine la FIAT ottenne più del 20% degli aiuti ERP affluiti in Italia.

Inizialmente erano destinati soprattutto alla modernizzazione delle lavorazioni siderurgiche ma in

breve è lo stabilimento di Mirafiori (dal quale nel 1950 esce il nuovo modello 1.400) a costituire il

centro dell'innovazione tecnica.

Gli aiuti alla FINSIDER

Il presidente della FINSIDER Sinigaglia, ha in mente un ambizioso progetto di ristrutturazione del

gruppo:

• la creazione di un nuovo stabilimento a ciclo integrale a Cornigliano presso Genova,

• la specializzazione degli altri due grandi impianti di Piombino e Bagnoli (per la produzione di

rotaie e semilavorati metallici)

• l’introduzione dei più moderni processi di laminazione a Cornigliano per produrre lamiere e altri

semilavorati per l’industria automobilistica (es. nella carrozzeria).

L'aspetto più innovativo della proposta di Sinigaglia era far sì che gli stabilimenti a ciclo integrale non

si limitassero più come in passato a rifornire una serie di impianti minori, ma affrontassero

direttamente il mercato con prodotti finiti ad alto valore aggiunto.

La prima reazione da parte americana fu ostile al progetto.

Si riteneva che così si sarebbe ottenuta una produzione siderurgica sovrabbondante e che gli

stabilimenti a ciclo integrale già in funzione fossero sufficienti per il ristretto mercato nazionale.

Queste obiezioni erano pienamente condivise dal maggior produttore d'acciaio privato nazionale,

Falck, oltre che dalla stessa Confindustria, che anzi riproponevano la superiorità della siderurgia da

rottame in un mercato ristretto come quello italiano.

La commissione dell’ECA dunque inizialmente bocciò i progetti di Sinigaglia, il quale tuttavia non

abbandonò la sua lotta per una grande siderurgia nazionale.

Sinigaglia si impegnò in una dura polemica con Falck e con Confindustria, sostenendo che se le

aziende private che producevano dal rottame potevano risultare ineccepibili sotto il profilo del

bilancio, non erano però sufficienti all'apparato industriale di un Paese che doveva sostenere la

competizione internazionale.

Sinigaglia poté contare sul parere positivo di importanti società siderurgiche americane esperte nella

produzione di laminati, che sottolineavano la validità del suo piano.

Nel 1949 l'ECA di Washington sanciva la vittoria di Sinigaglia.

Dall’ERP la FINSIDER ottenne gli aiuti necessari per la costruzione dello stabilimento di Cornigliano, un

investimento industriale di assoluto rilievo a livello europeo; per concretare il pieno successo del

modello fondato su grandi dimensioni, completo monitoraggio e fluidità del ciclo produttivo occorse

però apprendere nuove tecniche di organizzazione e di controllo, attraverso numerosi viaggi oltre

oceano da parte dei dirigenti e capi della Cornigliano spa.

Conclusioni

La fragile situazione economica e la disomogeneità delle forze politiche che guidano il Paese nel

dopoguerra fanno sì che in Italia non venga realizzata un vero e proprio piano di sviluppo, nonostante

gli aiuti americani.

Il massimo che il Governo (nella persona del liberale Einaudi, ministro del bilancio e governatore della

Banca d’Italia) riuscì ad attuare fu una politica deflattiva che rafforzò il sistema economico in vista di

una ripresa della competizione internazionale e che garantì una maggiore stabilità sociale rispetto al

passato.

CAPITOLO 17. QUANDO GRANDE ERA BELLO

Il miracolo economico

Nel decennio 1950-60 l’Italia conosce un processo di modernizzazione socioeconomica con la

definitiva affermazione dell’industria e degli insediamenti urbani:

• crescita del reddito nazionale,

• consistente incremento del contributo dell’industria alla formazione del PIL,

• particolare sviluppo nel settore secondario dei comparti ad alta intensità di capitale e a più

elevato contenuto tecnologico (in particolare vi è il boom dell’automobile: da 10 mila auto nel ’50

a più di 400 mila nel ’55),

• maggiore concentrazione della popolazione nelle città di una certa dimensione.

In questi anni si riduce il divario economico rispetto agli altri paesi europei industrializzati.

Sin oltre la metà degli anni ‘50 è la domanda interna a trainare la crescita economica che fra il 1958 e

30

1962 è talmente elevata da provocare l’espressione “miracolo economico” .

L’apertura dell’Italia all’economia internazionale

Dopo il 1958 è però la richiesta estera di merci italiane ad assumere particolare rilievo.

31

In particolare è con la costituzione del Mercato comune europeo (MEC) nel 1957 che le

esportazioni subiscono una rapida accelerazione.

- Una tappa significativa per l’Italia sulla strada dell’integrazione europea si registrava nel 1951, anno

dell’adesione alla Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) con la quale entro il 1958 si

intendeva creare un libero mercato del carbone, della ghisa e dell’acciaio grazie alla soppressione di

dazi, restrizioni quantitative e pratiche discriminatorie. 32

Erano gli stessi principi che portarono alla creazione della Comunità economica europea (CEE) al cui

interno si prevedeva di abolire entro il 1970 ogni forma di protezionismo e la costituzione di un’area

di libera circolazione di persone, servizi, merci e capitali.

L’apertura dell’Italia all’economia internazionale fu il frutto di scelte politiche e dell’azione di forti

personalità quali Cesare Merzagora e Ugo La Malfa (entrambi ministri del Commercio con l'estero in

periodi successivi a cavallo del 1950).

Tuttavia alcuni grandi gruppi industriali erano contrari a questa apertura al commercio internazionale

e invece favorevoli a misure protezionistiche che avrebbero evitato irrimediabili sconfitte nella

competizione internazionale.

Queste richieste non restarono inascoltate tanto è vero che fino alla fine degli anni ‘50 l’Italia

mantenne i dazi più elevati rispetto agli altri Paesi dell’Europa occidentale per i prodotti siderurgici,

30 periodi di forte crescita economica e sviluppo tecnologico, durante il quale (’58-’62) vi è un incremento del reddito, della

domanda e della produzione a ritmi elevatissimi

31 Il MEC, previsto dai trattati di Roma, era l'area dei Paesi della Comunità Europea su cui si realizza la libera circolazione di

merci, servizi, persone e capitali.

32 I Trattati di Roma firmati a Roma il 25 marzo 1957 istituiscono la CEE e la Comunità europea dell'energia atomica

(EURATOM). Insieme al Trattato di Parigi del 1951, che istituisce la CECA, rappresentano il momento costitutivo della

Comunità Europea. I trattati furono sottoscritti dai rappresentanti dei sei paesi fondatori: Italia, Germania Ovest, Francia,

Olanda, Lussemburgo e Belgio.

automobili e apparecchi elettrici; inoltre si introdussero misure protettive interne quali sussidi e

agevolazioni creditizie e fiscali ai produttori locali.

La politica economica degli anni ‘50

La politica economica degli anni ‘50 fu un fortunato dosaggio di diversi elementi:

• prosegue la politica monetaria restrittiva inaugurata da Einaudi nel ’47, che mantenendo basso il

livello dei consumi interni impedisce che la crescita sia ostacolata da difficoltà nella bilancia dei

pagamenti;

• prende avvio il progetto di edilizia pubblica con il “piano Fanfani” (l’allora ministro del Lavoro)

che prevedeva la costruzione di oltre 300.000 case per i lavoratori a condizioni vantaggiose. In

questo modo si diede rilancio all'attività edilizia, e al contempo si assorbì un considerevole

numero di disoccupati impegnati nella costruzione degli alloggi

• è istituita nel 1950 la Cassa per il Mezzogiorno, un’amministrazione autonoma che ha per

obiettivo la creazione di infrastrutture e opere pubbliche al Sud, obiettivo ampliato nel 1953

all’incentivazione delle attività industriali;

• si irrobustiva la presenza dello Stato imprenditore con la costituzione di nuove finanziarie

nell’ambito dell’IRI (Finmeccanica, Finelettrica, Fincantieri), la creazione del Fondo per il

finanziamento dell’industria meccanica (FIM), ma soprattutto vi fu la nascita nel 1953 dell’Ente

nazionale idrocarburi (ENI), una holding creata dallo Stato italiano che controllava diverse

“caposettore” che presiedevano diverse attività (petrolio, gas naturale, petrolchimica, produzione

di energia elettrica, costruzioni, ingegneria).

Il contesto industriale

L’avvento di un mercato di massa per beni essenziali al consumo e l’espansione della domanda

costituì senza dubbio un’occasione per le società industriali, che da sempre lamentavano la

ristrettezza del mercato interno.

Era necessario investire in nuovi costosi impianti superando il timore della sovrapproduzione;

espandere i profitti; ricercare la crescita per motivi economici (cioè ridurre i costi unitari) non come

strumento di contrattazione nei confronti del potere politico; concentrare le risorse su una ben

definita filiera produttiva, eliminando rischi di dispersione; ridisegnare la struttura organizzativa

dell’impresa e dei processi produttivi.

In questo periodo si hanno dei protagonisti di assoluto rilievo come:

o Valletta, presidente della FIAT,

o Sinigaglia, capo della FINSIDER,

o Enrico Mattei, fondatore dell’ENI.

FIAT

Fin da inizio secolo l’idea della FIAT è “fare come Ford”, ovvero puntare sui grandi numeri grazie ad

impianti adeguati e alla fluidità del ciclo produttivo, ma le condizioni dei mercati ostacolano

costantemente il raggiungimento dell’obiettivo.

Negli anni precedenti il 2° conflitto mondiale all’impresa non resta che consolidarsi grazie al forte

protezionismo statale.

Nel dopoguerra Valletta (dg, poi ad e infine presidente della FIAT dal 1946 al 1966) coglie

prontamente l’opportunità dell’integrazione dei mercati europei e riesce ad attuare quella espansione

dei mercati da sempre perseguita grazie all’accumulazione di risorse tecniche e manageriali

irrobustite dagli aiuti americani, il basso costo della manodopera e la scelta di collocarsi come

produttrice di vetture di piccola cilindrata (v. modelli di successo come la 500 e la 600).

Piano Sinigaglia

Anche l’opera di razionalizzazione e sviluppo della siderurgia (il c.d. piano Sinigaglia) affonda le sue

radici negli anni fra le due guerre quando si delineò con chiarezza la contrapposizione tra:

• 

conservatori sostenevano la convenienza di un settore siderurgico basato sul

protezionismo e sui cartelli e sulla produzione in piccoli lotti degli impianti a carica solida

(produzione di acciaio dai rottami);

• 

innovatori propendevano per una concezione “fordista” in campo siderurgico imperniata

sul ciclo integrale e sui grandi volumi di produzione, per espandere la domanda interna e

competere con successo sui mercati internazionali.

Capo carismatico degli innovatori era Oscar Sinigaglia: tra i massimi dirigenti della Mobilitazione

Industriale durante la grande guerra, incaricato del salvataggio del Banco di Roma, è nel 1932

presidente dell’ILVA (che controlla tutti gli stabilimenti a ciclo integrale).

Sinigaglia criticava la politica di accordi con le altre imprese per la spartizione del mercato (attraverso i

cartelli) condotta dalla società fino a quel momento, visto che impediva all’ILVA di sfruttare le

potenzialità dei suoi impianti.

Né cambiò idea quando l'ILVA nel 1933 finiva attraverso l’IRI sotto il diretto controllo dello Stato;

acceso nazionalista, era convinto che lo Stato dovesse farsi carico della più importante questione

industriale del Paese, quella siderurgica, ma da liberista riteneva che lo Stato dovesse operare come

imprenditore, senza particolari privilegi.

Alla metà degli anni ‘30 l'ostilità del vecchio management costringe Sinigaglia ad abbandonare l'ILVA.

Aveva però formato diversi allievi intenzionati a continuare la battaglia per una grande siderurgia, tra

cui Agostino Rocca, dal 1937 dg della FINSIDER, la holding con cui l'IRI controlla e coordina le sue

imprese del settore. Rocca riesce a costruire un nuovo stabilimento a ciclo integrale a Cornigliano, alla

periferia di Genova, che però non entrerà mai in funzione e anzi nel 1943 sarà smantellato dai

tedeschi.

Sinigaglia, estromesso dalla vita pubblica italiana in quanto ebreo, gode dopo la liberazione

dell'appoggio di De Gasperi che gli fa ottenere nel 1945 la presidenza della FINSIDER.

Può ora concretizzare il suo piano, basato su tre linee-guida:

a) entrata in funzione di un nuovo stabilimento a ciclo integrale a Genova così da rifornire

direttamente i grandi mercati del Nord; (Cornigliano lamiere e semilavorati per auto)

b) rigorosa specializzazione degli altri centri; (Bagnoli e Piombino rotaie e semilavorati metallici)

c) chiusura dei più inefficienti impianti a carica solida.

Il cuore del progetto è la nuova fabbrica di Cornigliano, che doveva realizzare sull'esempio americano

una produzione di massa ma al tempo stesso specializzata, così da collegarsi strettamente allo

sviluppo del settore dei beni di consumo durevoli (automobili, elettrodomestici),

dell'elettromeccanica, dell'industria alimentare (prodotti in scatola).

Mattei

Enrico Mattei, si affaccia sulla scena della grande industria nel 1945.

Nel 1945 il CLN lo nomina commissario straordinario dell’Azienda generale italiana petroli (AGIP),

società che lo Stato aveva fondato nel 1926 per garantire una certa autonomia del paese nel campo

petrolifero e che si occupava di ricerca, raffinazione, distribuzione di idrocarburi.

Mattei era il tipico self made man: a 20 anni direttore di una conceria della sua cittadina, nelle

Marche, è fondatore a Milano di un’azienda chimica, che però soffre le difficoltà di reperimento delle

materie prime, importate e controllate da poche grandi imprese straniere. Diviene quindi sensibile al

nazionalismo economico, ma al tempo stesso avversa l’uso che di esso fa il fascismo, più teso a

raggiungere una superficiale grandezza che a creare una solida prosperità nazionale.

Vicino ad ambienti cattolici, partecipa alla Resistenza tra i partigiani bianchi; in seguito sarà eletto

deputato nelle fila della DC del 1° governo De Gasperi.

L’AGIP in vent’anni di vita non aveva raggiunto risultati apprezzabili e non era riuscita ad entrare nel

club delle grandi compagnie petrolifere, tuttavia aveva maturato al suo interno notevoli competenze

specie nella ricerca di idrocarburi.

In seguito alle scoperte dei tecnici AGIP di importanti riserve di gas naturale e di petrolio presso Lodi,

nel cuore della Valle Padana, Mattei si prefissò l’obiettivo di affidare il monopolio della ricerca e della

distribuzione di idrocarburi nella Valle Padana a un’azienda pubblica, l’unica in grado a suo giudizio

di operare nell’interesse generale in una nazione povera di risorse energetiche. In pratica da

commissario liquidatore intravide al contrario l’importanza di una sfida che lo portò a ingaggiare un

durissimo scontro su molti fronti: contro i politici scettici, i vecchi dirigenti dell’AGIP, gli industriali

privati, le società petrolifere straniere.

Ma il progetto di monopolio nella Valle Padana era solo un punto di partenza, il risultato finale

voleva essere la creazione di un gruppo integrato che alla ricerca e al trasporto di combustibile

attraverso una fitta rete di metanodotti e grandi oleodotti, aggiungesse anche la petrolchimica e la

vendita di carburanti, così da garantire l’indipendenza energetica del Paese e costituirsi come

alternativa al colosso Montecatini.

- Mattei è anche un imprenditore politico; così, nonostante le avversioni a questo progetto, nel 1953

nasce l’ENI, la holding pubblica posta al vertice del gruppo di imprese (in cui l’AGIP è la struttura

portante) nato allo scopo di garantire al Paese un'impresa energetica nazionale.

Mattei in pratica, disattende il mandato di commissario liquidatore dell’AGIP e ne fa una

multinazionale del petrolio (dal 1953 ENI), protagonista del miracolo economico italiano.

Lo spirito imprenditoriale di Valletta, Sinigaglia, Mattei

Valletta, Sinigaglia, Mattei sono grandi innovatori, imprenditori schumpeteriani nel vero senso del

termine. Elemento comune è la fiducia nelle potenzialità di crescita dell’Italia.

Essi sanno rischiare investimenti che il senso comune faceva ritenere a dir poco azzardati.

FIAT Nel periodo 1945-60 la FIAT spende 500 miliardi in nuovi impianti e macchinari per realizzare

tra 1950 e 1960 un aumento di 5 volte nella produzione giornaliera media.

Sinigaglia Lo stabilimento di Cornigliano voluto da Sinigaglia è 3 volte più vasto di quello che i

tedeschi hanno smantellato nel '43 e da esso nel 1960 esce il 17% della produzione siderurgica

nazionale.

Mattei Nel 1949 presenta al Governo una richiesta di finanziamento di 50 miliardi per 5 anni.

Serviranno per acquistare sonde, perforare pozzi, costruire oleodotti e gasdotti. Inoltre gli enormi

investimenti negli impianti petrolchimici permetterà all'ENI di vendere i prodotti derivati (fertilizzanti,

concimi azotati) a prezzi più bassi del 10-15% rispetto alla Montecatini.

Gli enormi investimenti e l’efficacia organizzativa di queste imprese le porta al raggiungimento di

eclatanti risultati positivi.

FIAT con la produzione della 600 e della 500 riesce ad incrementare le proprie vendite.

SETTORE SIDERURGICO grazie all’opera di Sinigaglia l’Italia diventa il 6° produttore siderurgico

mondiale.

gli

ENI investimenti consentono a ENI di portare benzina e gasolio al livello di prezzo più basso

d’Europa.

Terni

La crescita della domanda e la disponibilità di nuove tecnologie per la produzione di massa stimolano

la concentrazione da parte delle imprese delle proprie risorse su un solo settore per sfruttare appieno

le economie di scala. a

Diviene quindi obsoleta quella strategia che aveva caratterizzato dalla 1 guerra mondiale gran parte

della grande industria italiana, che aveva quale esito l'espansione in diversi rami produttivi, anche non

correlati, più alla ricerca di una posizione di forza nei confronti del potere politico che non per ragioni

strettamente economiche.

Negli anni fra le due guerre la Terni era un’impresa polisettoriale.

La rendita che proveniva dal settore elettrico permetteva la sopravvivenza dell’impresa.

All’inizio degli anni ‘50 la Terni realizza un progetto coltivato da lungo tempo, l’entrata in funzione

della linea elettrica Terni-Genova con la quale diviene l’unica cerniera del sistema elettrico italiano,

una vera e propria trappola per la società quando con la nazionalizzazione dell’energia elettrica si ha

nel 1962 la nascita dell’ENEL.

Per evitare l’esproprio previsto dalla legge di nazionalizzazione, la Terni sostenne di fornire più della

metà dell’energia prodotta ai propri stabilimenti e a quelli dell’IRI da cui era controllata, rientrando

quindi nel caso delle imprese auto-consumatrici, non soggette a esproprio.

Ma la posizione strategica dei suoi impianti nella rete elettrica del Paese vanifica queste

argomentazioni, mentre l’appartenenza all’IRI non rende possibile la piena disponibilità degli

indennizzi.

La Terni si vede costretta ad uscire pure dal settore della chimica:

 sia perché, uscita dal settore elettrico, nel ramo chimico la Terni non poteva più fare affidamento

dell' approvvigionamento a bassi costi d'energia elettrica,

 sia per l’azione dell’ENI che aveva deciso di non fornire metano nell’Italia centrale privilegiando

l’industria settentrionale, sia utilizzando essa stessa il metano per offrire concimi azotati a basso

prezzo.

L’impresa non poté fare altro che tornare alla vecchia vocazione siderurgica.

Nonostante gli investimenti compiuti per rinnovarsi, l’impresa non seppe però compiere una scelta

decisa fra produzioni di massa e produzioni speciali tanto che l'acciaieria continuò a rivelarsi un

insieme di impianti poco omogenei e scarsamente efficienti.

Tutto ciò fece scivolare la Terni su posizioni marginali nell'ambito della grande industria italiana.

Montecatini a

La Montecatini si collocava ai vertici del sistema industriale italiano all’indomani della 2 guerra

mondiale, ma al di fuori di un contesto autarchico e regolamentato erano numerose le debolezze che

la contrassegnavano.

Il complesso chimico-minerario deve fare i conti con l’avvento della petrolchimica e di due agguerriti

concorrenti quali ENI ed Edison, che entra nel settore della chimica per attenuare gli effetti della

prevedibile nazionalizzazione del suo settore d'origine, quello elettrico.

La reazione della Montecatini non è adeguata a una sfida che richiede risposte urgenti:

 si tengono in vita produzioni scarsamente remunerative in omaggio ad una antica tradizione,

 l’impresa spende meno del 3% del fatturato per la ricerca,

 lo stabilimento petrolchimico di Ferrara appare nettamente sottodimensionato.

Il gruppo dirigente allora mira a imbrigliare la competizione mediante accordi di cartello con le

imprese rivali e a premere sul Governo perché amministri i prezzi in senso favorevole ai produttori.

Quando risulta evidente che questo atteggiamento è improponibile nelle nuove condizioni

economiche e tecnologiche, alla fine degli anni ‘50 la Montecatini avvia la costruzione a Brindisi del

più grande e moderno stabilimento petrolchimico italiano.

Ma l’impianto entrerà in funzione solo nel 1964 e costerà 60 miliardi in più dei 100 previsti.

Inoltre l’impresa sottovaluta la necessità di nuove infrastrutture, non tiene in considerazione il

rapidissimo cambiamento tecnologico del settore, non si riesce ad attivare una produzione impor-

tante come quella di acetilene.

Tutto ciò porta la Montecatini ad avviare, in posizione subalterna, la più grande fusione della storia

industriale italiana, Montedison.

Edison

La Edison, l’altra componente della fusione, poteva vantare considerevoli risorse finanziarie che le

derivavano dopo la nascita dell’ENEL dall’essere stata la maggior azienda elettrica del Paese.

La Edison, che non si trovava in floride condizioni industriali, temendo sin dal dopoguerra la

nazionalizzazione aveva con prontezza diretto verso il settore chimico le sue vaste possibilità di

investimento e dal 1955 era entrata con decisione nella petrolchimica.

A differenza della Montecatini che aveva rigorosamente utilizzato una tecnologia fatta in casa, la

Edison si era associata a consolidate imprese americane del settore.

Costruisce quindi con rapidità importanti stabilimenti a Porto Marghera, a Mantova e a Priolo, in

Sicilia, impegnandosi particolarmente nella produzione di fertilizzanti e di fibre sintetiche.

Diviene così in breve assieme all'ENI un serissimo concorrente per la Montecatini.

Tuttavia all'inizio degli anni ‘60 le attività chimiche della Edison presentano una redditività bassissima,

derivante dal fatto che la forte competizione nel settore chimico richiede una dedizione assoluta,

mentre la vecchia società elettrica intende garantirsi dai rischi dell’esproprio con una eccessiva

diversificazione degli investimenti produttivi in vari settori (meccanica, elettronica, materiali di

costruzione, tessile, alimentare, grande distribuzione) finendo per costruire una incontrollabile

conglomerata.

Imprese di nicchia

Non solo le grandi aziende devono affrontare importanti mutamenti strategici e organizzativi, ma

anche le imprese di nicchia che operano nelle grandi produzioni di massa dove è forte l’espansione

della domanda.

Due case che puntavano alla differenziazione come la Lancia e l’Alfa Romeo devono confrontarsi con

dimensioni del mercato enormi rispetto al passato.

La necessità di produrre più automobili dà origine a una forte pressione per il cambiamento della

struttura aziendale e della qualità gestionale ed organizzativa.

Si devono costruire impianti alla giusta dimensione di scala, rinnovare i macchinari e mutare

l’organizzazione del lavoro così da eliminare ogni ingorgo del processo produttivo.

Dunque anche le società minori devono essere capaci di rispondere ad una domanda che richiede la

capacità di coniugare strategia di differenziazione e produzione di massa.

L’Alfa Romeo, controllata dallo stato attraverso l’IRI, nel 1954 immette sul mercato una utilitaria

sportiva, la Giulietta, che ebbe un enorme successo; a fine anni ’50 sostituisce nettamente la Lancia al

2° posto tra le case automobilistiche italiane.

La Lancia invece, posseduta dagli eredi del fondatore Vincenzo Lancia, abbandona seri progetti per la

produzione di massa disperdendo preziose risorse nell'avventura delle competizioni sportive. Dal

1969 la Lancia si colloca all’interno del gruppo FIAT.

Cambiamenti sociali e demografici

L’affermazione e la crescita della grande impresa con i suoi stabilimenti di dimensioni enormi è fra le

cause più importanti di migrazioni e fenomeni di massiccio inurbamento con migliaia di lavoratori

meridionali che si spostano nelle città industriali del Nord.

Il potere politico locale e nazionale non riesce a governare trasformazioni di questa portata sia in

termini di pianificazione dello sviluppo urbano, sia per la creazione di un moderno “Stato del

benessere”.

La grande impresa dovette attrezzarsi per affrontare direttamente la pressione dei cambiamenti

sociali (ad es. la FIAT pagava salari superiori a quello delle medie e piccole imprese dell'area torinese,

e diede inizio ad un piano case per la costruzione di alloggi per i dipendenti).

Queste misure però si rivelavano insufficienti di fronte a un espansione senza limiti.

Nel 1960 si realizza il raddoppio della fabbrica di Mirafiori, seguito nel 1967 dall’entrata in funzione

del nuovo stabilimento di Rivalta.

La FIAT condusse una battaglia durissima contro il sindacato in generale e in particolare contro la

vecchia FIOM, l'organizzazione egemonizzata dai comunisti.

Gli strumenti di contrasto utilizzati dalla FIAT (licenziamenti collettivi, capillare diffusione dei

sorveglianti, …) traevano origine soprattutto dalla preoccupazione di Valletta di garantirsi l'assoluto

controllo del ciclo produttivo, che il sindacato rosso con le agitazioni di fine anni ’40 aveva dimostrato

di saper contrastare.

Nelle elezioni per le commissioni interne del 1955 giunge la storica sconfitta della FIOM, che si

trasformerà in un crollo due anni più tardi quando verrà superata sia dalla CISL (sindacato cattolico)

sia dalla UIL (di orientamento repubblicano e socialdemocratico).

Nonostante alla FIAT l’adesione agli scioperi nazionali del 1959 fu scarsissima, il clima tra le parti

rimaneva teso, preludio di ciò che sarebbe poi accaduto nel settembre del 1969.

Olivetti

Un altro dei protagonisti maggiori del miracolo economico fu Adriano Olivetti, l’ingegnere che

guidava l’azienda di macchine per ufficio, fondata dal padre all’inizio del secolo. L’impresa tuttavia si

affermò solo negli anni ’50. Dotata di impianti e risorse umane di altissima qualità, l’Olivetti era

a

diventata un’impresa globale presente con le sue consociate in tutti i continenti, 1 in Italia nel suo

settore e in grado di incidere per il 27% sul mercato mondiale delle macchine da scrivere e di creare i

presupposti per tentare l’ingresso nel settore dell’elettronica.

La dirigenza era convinta che il profitto potesse essere ottenuto nel quadro di un rapporto fra impresa

e lavoratori che diverge in modo radicale dall'autoritarismo vallettiano:

 se la FIAT concede unilateralmente e discrezionalmente benefici extra salariali, all'Olivetti erano

riconosciuti per contratto;

 se la FIAT tende a negare rappresentatività alle organizzazioni sindacali, l'Olivetti negoziava

permanentemente con esse. L’Olivetti inoltre sollecitava la partecipazione degli operai: infatti la

Divisumma, la calcolatrice che va a ruba in tutto il mondo è progettata da un operaio.

La volontà di Olivetti è creare una comunità a misura d’uomo, armonizzando luogo di lavoro ad altri

luoghi di socialità, la fabbrica con il territorio: non è un caso che elabori piani regolatori per Ivrea e il

suo circondario, e si lanci nella realizzazione di centri culturali e di investimenti produttivi (impianti di

irrigazione, rimboschimenti, …) in modo che l’agricoltura possa tenere il passo dell’industria, porti

lavoro al Sud con iniziative industriali in Campania e Basilicata.

Nel panorama degli anni ‘50 l’Olivetti rappresenta un’azienda dunque diversa che però mantiene

alcuni caratteri della grande azienda italiana: a) l’accentramento decisionale e b) il controllo

famigliare che poi avrebbero pesato nella sua improvvisa e drammatica crisi dei primi anni ‘60.

Olivetti si fece promotore di una concezione e un’organizzazione del lavoro nuove; egli attua un’esperienza di fabbrica

nuova e unica al mondo, armonizzando luogo di lavoro e socialità:

- nuovo ambiente di lavoro (biblioteche interne, asili vicino alle fabbriche)

- migliori condizioni lavorative (salari più alti, convenzioni)

- reinvestimento del profitto a beneficio della comunità.

Tra i prodotti di successo della Olivetti vi furono: Lettera 22 (macchina da scrivere), Divisumma (calcolatrice), Programma

a

101 (1 calcolatore personale, prototipo dei moderni pc)

CAPITOLO 18. DALLA BOTTEGA ALLA FABBRICA

Alla vigilia del boom economico (1950) il sistema industriale italiano era un sistema dualistico.

Accanto a settori ad alta intensità di capitale, caratterizzati da un elevato grado di concentrazione e

da economie di scala e diversificazione, erano presenti quelli in cui flessibilità, design e qualità

costituivano un fattore più rilevante nel determinare il successo di un’impresa.

Tra gli anni ‘50 e ‘60 si arresta il processo di crescita dimensionale delle unità produttive che era

iniziato nel periodo fra le due guerre con la politica economica del regime che favoriva i settori ad alta

intensità di capitale.

Si ha così la nascita di un articolato sistema di piccole imprese, dovuta a diversi motivi:

• i processi di ridimensionamento dei grandi organismi industriali, dai quali si distaccavano

operai che avviavano attività in proprio,

• l’espansione della domanda interna e internazionale a partire dai primi anni ’50,

• il consistente aumento delle esportazioni dopo la firma del trattato di Roma nel 1957 e la

nascita del MCE.

Lo sviluppo del mercato influenza la struttura e i caratteri delle unità di produzione che assumono

frequentemente la fisionomia di imprese “di fase” da cui escono semilavorati in piccole serie che

altre, a loro volta, rifiniscono, assemblano, e commercializzano.

Nel settore calzaturiero dal secondo dopoguerra le botteghe artigiane iniziano ad essere via via

sostituite da laboratori e piccole fabbriche che fanno fronte al notevole incremento della produzione.

Similmente nel comparto mobiliero l’espansione degli anni ‘50 comporta la trasformazione delle

unità produttive da semplici laboratori a piccole fabbriche in cui, grazie all'impiego di tecnologie

elementari e poco costose, vengono svolte una o poche fasi del processo di lavorazione.

Negli anni del miracolo economico però non si assiste solo a una crescita nel numero delle piccole

imprese ma anche all'ampliamento di alcune di esse che raggiungono livelli dimensionali medi e

operano una sorta di “ricomposizione” delle fasi del ciclo produttivo.

A Bologna dove sin dagli anni fra le due guerre si va concentrando un sistema di piccole imprese

meccaniche dedite alla produzione di cicli e motocicli, fra loro legate da un complesso sistema di

rapporti di subfornitura e di strette relazioni interpersonali, nel corso degli anni ‘50 il comparto della

motociclistica esplode in coincidenza con l’avvio della motorizzazione di massa del Paese e con il

riaprirsi dei flussi d’esportazione.

Si tratta di un'“area-sistema” composta da moltissime piccole imprese, ciascuna specializzata in una

delle fasi del processo di produzione della motocicletta.

E’ soprattutto nel settore alimentare che l’aumento dei consumi ha un effetto vistoso sulla struttura

delle imprese esistenti che ampliano la capacità produttiva, evolvono sotto il profilo tecnologico e

consolidano ed espandono il proprio apparato distributivo.

Nel comparto della birra, la Peroni acquisisce numerose imprese di media dimensione e amplia

ulteriormente la già estesa rete commerciale.

La Galbani, che negli anni fra le due guerre è già un caseificio moderno, allarga negli anni del boom

l’attività rinnovando gli impianti, consolidandosi dal lato della distribuzione ed entrando anche in

nuove aree d’affari (ad es. le conserve di carne).

Barilla e Buitoni, che già dagli anni ’30 potevano considerarsi a tutti gli effetti imprese industriali,

assistono a un aumento quasi esponenziale di fatturato e addetti, aprono nuove e moderne unità

produttive, aggiornano i sistemi di lavorazione.

In campo dolciario, Motta e Alemagna aumentano rapidamente le proprie dimensioni su linee

produttive assai diversificate: gelati, torroni, caramelle, frutta candita, prodotti da forno.

La Ferrero di Alba cresce in modo improvviso e sbalorditivo. Fondata nel 1946 per la produzione del

gianduiotto piemontese, dopo aver invaso il mercato italiano grazie a un articolato sistema di

commercializzazione, in 10 anni l'azienda si internazionalizza con filiali in Germania, Belgio, Francia.

A capo di queste aziende ci sono imprenditori che è possibile definire schumpeteriani, capaci cioè di

innovare in campo tecnologico e commerciale, di cogliere e sviluppare velocemente un’idea di

successo.

Settore degli elettrodomestici

Quello degli elettrodomestici può essere considerato il settore simbolo del miracolo economico.

Frigoriferi, scaldabagni e lavabiancheria circolano in Italia già negli anni fra le due guerre: ma si tratta

di prodotti riservati a una ristretta cerchia di consumatori.

Nel dopoguerra però il settore cambia volto: in poco tempo cresce a dismisura il numero di

frigoriferi, lavatrici, scaldabagni, televisori venduti.

Contestualmente cresce anche il numero dei produttori di elettrodomestici.

Un miracolo all’origine del quale stanno numerosi fattori: una tecnologia matura, impiego di materie

prime semplici, basso costo del lavoro, standardizzazione, il cui risultato è una considerevole

diminuzione dei costi e dei prezzi unitari con conseguente stimolo della domanda.

I protagonisti di questo miracolo sono imprenditori innovatori determinati e geniali, quasi sempre

dalle radici saldamente piantate nel mondo dell'artigianato [è il caso di Ignis (frigoriferi), Candy

(lavatrici), Rex (elettrodomestici), Ariston (frigoriferi), Mivar (tv)].

Determinante in questi percorsi di rapida ascesa imprenditoriale è l’aver imboccato con decisione la

via della crescita, dell’elevata capacità produttiva e delle forti economie di scala investendo in

impianti, ingrandendo gli stabilimenti esistenti o costruendone di nuovi.

In breve tempo aziende di modeste dimensioni, magari poco più che laboratori artigiani, si

trasformano in gruppi industriali di rilievo internazionale con migliaia di dipendenti.

Il successo di mercato non cancella le origini artigiane dei loro fondatori: conoscono e assumono

personalmente i dipendenti, garantiscono per gli operai prestiti personali e mutui per l’acquisto delle

case.

CAPITOLO 19. L’APPRODO MANCATO

Settori dell’energia, dell’elettronica e della chimica avanzata

L’Italia degli anni del miracolo economico è un Paese che sembra cogliere finalmente una grande

occasione di sviluppo, con tassi di crescita nella produzione e nei consumi mai raggiunti in passato,

ottenuti grazie a una serie di elementi favorevoli come la mobilitazione del risparmio pubblico e

privato e la disponibilità di manodopera a basso costo.

Se si era ottenuto il massimo in settori come l’automobile, la siderurgia, gli elettrodomestici, vari

comparti dell’industria leggera, in altri invece, come l’energia, l’elettronica, la chimica avanzata non

si riuscì a cogliere le opportunità di sviluppo.

Il mancato compimento di alcuni progetti di sviluppo contribuì a modellare la fisionomia dell’industria

nazionale attorno alle industrie oggi dominanti del made in Italy, mentre la possibilità di un salto in

una dimensione produttiva e tecnologica più avanzata, mancato allora, non si sarebbe più riproposta

in futuro.

Mattei incarna il progetto di una grande e incisiva politica in campo energetico, indispensabile nella

fase di intensa crescita degli anni ‘50 quando il fabbisogno civile e industriale raddoppia, e petrolio,

metano, gas liquido affiancano e sostituiscono gradualmente le fonti tradizionali (carbone,

idroelettricità).

Alla crescente importanza raggiunta dalle nuove fonti energetiche non corrispondeva tuttavia una

politica di settore coordinata ed efficiente che permettesse di attenuare la minaccia costituita dalla

totale dipendenza dell’Italia dalle importazioni di petrolio.

Mattei si impegnava parallelamente su 2 fronti:

1) sfruttamento delle risorse soprattutto metanifere disponibili nel sottosuolo nazionale,

2) impegno nella costruzione di una fitta rete di alleanze e di rapporti con i Paesi produttori di

metano e petrolio nel tentativo di inserirsi in un mercato fino ad allora monopolio esclusivo delle

33

grandi multinazionali straniere , che la decolonizzazione e l’affermazione di movimenti

nazionalisti rendevano contendibile.

A tal fine, in contrasto con quanto praticato dal cartello petrolifero internazionale, l'ENI offriva

condizioni particolarmente favorevoli, che prevedevano una quota largamente maggioritaria di

profitti per i Paesi produttori, i quali erano parte attiva e non più semplici colonie, dovendosi accollare

parte dei costi di ricerca.

Il fallimento del progetto ENI

Mattei puntava a fare dell’ENI una sorta di ente unico per l’energia, in grado di attuare attività

diversificate di ricerca, approvvigionamento, raffinazione e distribuzione di idrocarburi e gas naturale;

un compito che non poteva essere lasciato alle imprese private ma che doveva essere svolto da un

organismo pubblico che poteva fornire le necessarie garanzie in un campo in cui erano in gioco gli

interessi vitali del Paese.

33 le c.d. “sette sorelle”, così Mattei chiamava le compagnie petrolifere che si spartivano la produzione petrolifera

mondiale e avevano il monopolio del mercato

Tale progetto contemplava anche l’esplorazione delle possibilità offerte dalle nuove fonti energetiche

e in questa prospettiva va collocato l'ingresso nel nucleare, con la nascita (1956) dell'AGIP Nucleare e

a

l'avvio della costruzione della centrale di Latina (1 centrale nucleare europea per potenza).

La morte di Mattei nel 1962 imprime una battuta d’arresto a questi ambiziosi progetti, sebbene già

da qualche tempo l’ENI cominciava a mostrare qualche segno di debolezza dal punto di vista

finanziario per il divario tra i forti investimenti complessivi e i mezzi finanziari disponibili.

Il fallimento del progetto di Mattei fu reso ancor più grave dal contemporaneo insuccesso delle

iniziative italiane nel campo nucleare.

Il suo successore, Cefis, cercò di:

- riequilibrare la situazione finanziaria dell’ENI,

- migliorare i rapporti con le sette sorelle.

Nel 1951 nasce il Comitato nazionale per le ricerche nucleari (CNRN), dal 1959 Comitato nazionale

per l'energia nucleare (CNEN), di emanazione pubblica, allo scopo di promuovere lo sviluppo

dell'energia nucleare per usi civili in Italia.

Nonostante l’interesse manifestato dalla Banca mondiale che individuava nell’Italia un Paese

particolarmente favorevole per l’installazione di centrali elettronucleari e l’avvio del programma

EURATOM a livello comunitario, le richieste di finanziamento presentate dal Comitato alla Banca

mondiale restavano in gran parte insoddisfatte, e per tutti gli anni ‘50 in Italia non si costruì nessuna

centrale elettronucleare.

All'inizio degli anni ‘60 sia lo Stato che i privati avviarono la costruzione di centrali nucleari: a

Garigliano (IRI), a Latina (ENI) e a Trino Vercellese (Edison) per una potenza complessiva di oltre il

10% del totale mondiale.

Dopo il 1962 l’ENEL, che grazie alla nazionalizzazione era entrato in possesso anche delle centrali,

avrebbe potuto costituire il perno per una politica energetica innovativa basata sulla diversificazione

nello sfruttamento di fonti energetiche primarie.

Ciò però provocava le forti opposizioni da parte di chi temeva che un’eccessiva enfasi su una nuova

tecnologia avrebbe finito per porre in discussione consolidati privilegi, come quelli di cui godevano i

gruppi petroliferi privati, italiani e stranieri, divenuti nel frattempo i principali fornitori degli impianti

termoelettrici dell’ENEL.

Così nei 15 anni successivi in Italia fu realizzata una sola centrale nucleare (quella di Caorso, entrata

in attività nel 1982) nonostante le due violente crisi petrolifere degli anni ‘70 spingessero verso la

necessità di individuare fonti alternative.

L’Italia piombò così nelle posizioni di rincalzo fra i produttori mondiali di energia nucleare sino al 1985

quando, dopo l’incidente nella centrale russa di Chernobyl, un referendum dall’esito plebiscitario

sancì l’abbandono definitivo del nucleare.

Il fallimento dell’esperienza Olivetti

Un altro pesante fallimento che riguarda il futuro dell’industria italiana è quello di Olivetti e le sue

scelte di diversificazione nel campo elettronico e della computeristica intraprese già all'inizio degli

anni ‘50.

Nei primi anni ‘60 l’azienda è all’avanguardia nel settore dell’elettronica e lancia sul mercato prodotti

innovativi compreso il primo esemplare al mondo di pc, il “Programma 101”.

La strada dell'informatica richiedeva però risorse che difficilmente la famiglia che controllava

l'azienda, dopo la morte di Adriano, divisa al suo interno e incerta sulla futura attività aziendale,

avrebbe potuto fornire, in seguito anche al calo negli utili dovuto alla difficile fase di metà anni ‘60.

Così alla metà degli anni ‘60 la situazione dell'Olivetti è tale che si creano le condizioni perché un

gruppo di salvataggio coordinato da Mediobanca e composto da FIAT, IMI e Pirelli intervenga con un

programma di risanamento basato sulla cessione delle attività finanziariamente più onerose, tra cui

la stessa Divisione Elettronica acquistata dalla General Electric.

Il settore chimico

A causa dell’incapacità imprenditoriale, ma anche per un perverso intreccio tra potere politico e

sistema economico pubblico e privato viene persa l’occasione di razionalizzare e modernizzare

definitivamente il settore chimico, in cui non esisteva un’impresa predominante.

La nazionalizzazione dell'industria elettrica, avvenuta con il trasferimento delle attività elettriche dei

gruppi privati all'ENEL, aveva fatto affluire oltre 2000 miliardi tra indennizzi e interessi direttamente

alle imprese ex elettriche, e non ai loro singoli azionisti.

Con questi soldi le imprese ex elettriche avrebbero potuto avviare una nuova fase di imprenditorialità

(come sperava l’allora governatore della Banca d’Italia Guido Carli) ma le cose andarono

diversamente.

I capitali che furono affidati ai gruppi ex elettrici furono impiegati in iniziative sbagliate che non

produssero per l'economia italiana nessun beneficio sostanziale.

Il management di queste società mancava infatti dell'esperienza necessaria a gestire attività

totalmente differenti da quelle elettriche, e lasciò la conduzione delle aziende acquisite a chi le aveva

fino a quel momento dirette (e non sempre bene).

Fallimento della fusione tra Montecatini e Edison (Montedison, 1966-69)

Il caso più eclatante di dispersione delle risorse derivanti dalla nazionalizzazione elettrica è quello del

fallimento della fusione tra Montecatini e Edison, che avrebbe dovuto creare un grande gruppo

competitivo a livello internazionale nella chimica avanzata.

Le due imprese si erano indebolite per le iniziative intraprese in campo petrolchimico, e la fusione

nelle intenzioni di Mediobanca (che la ideò), avrebbe eliminato sprechi e duplicazioni consentendo

guadagni d’efficienza.

La fusione sarebbe dovuta avvenire per incorporazione: la Edison grazie alle cospicue risorse

finanziarie di cui disponeva a seguito degli indennizzi avrebbe assunto la funzione di holding

controllante una capogruppo (la Montecatini) cui facevano riferimento tutte le società operative.

Ciò doveva mantenere separati i due ambiti, quello finanziario e quello industriale, evitando quanto

invece si verificò, cioè la creazione di un unico raggruppamento in cui non mancavano forti

sovrapposizioni in campo produttivo e organizzativo che andavano a riflettersi sui risultati economici

del complesso (il conflitto di fatto si trasferì dall’esterno all’interno).

Questo stato di debolezza stimolò il progetto di scalata alla Montedison dell'aggressivo presidente

dell'ENI Eugenio Cefis (successore di Mattei) sostenuto anche da Governo e Bankitalia.

Il rastrellamento dei titoli Montecatini-Edison, avvenuto segretamente nel corso del 1968, porta al

15% la quota del capitale della Montedison detenuta da IRI ed ENI. Nelle intenzioni di ENI vi era quella

di poter esercitare un controllo stabile sul principale concorrente, divenendo in questo modo

incontrastata leader del settore petrolchimico.

Oltre a questi contrasti, contribuì al mancato sviluppo di una chimica avanzata a livello internazionale

anche:

• la politica di incentivi pubblici (agevolazioni fiscali, erogazione di anticipi a fondo perduto),

concessi dallo Stato attraverso la Cassa del Mezzogiorno, per avviare investimenti nelle zone

economicamente depresse del Sud;

• le disposizioni legislative che obbligavano le imprese pubbliche ad allocare il 60% dei nuovi

investimenti al Sud.

Il settore chimico fu quello che più ampiamente fece ricorso a tali misure al fine di incentivare lo

sviluppo industriale nelle aree più depresse (il polo petrolchimico della Montedison a Brindisi, le

raffinerie di Gela dell'ANIC e di Siracusa della SINCAT).

Il risultato di tutto ciò fu, in molti casi, la creazione di impianti la cui localizzazione in aree fino ad

allora estranee al processo di sviluppo industriale e del tutto prive delle necessarie

infrastrutture era fonte di elevate diseconomie.

E’ il caso della Sardegna, dove negli anni ’70 ENI e Montedison avviano in joint venture la costruzione

di due giganteschi stabilimenti che, largamente sottoutilizzati e posti in un territorio in cui

mancavano collegamenti e infrastrutture, fecero registrare in poco tempo perdite considerevoli.

 La sovra-capacità produttiva generatasi a seguito di queste politiche scriteriatamente espansive,

 il generale rallentamento nella domanda,

 le forti tensioni nei prezzi delle materie prime a seguito degli shock petroliferi,

determinarono la crisi di tutte le imprese del settore.

Conclusioni

A 40 anni dalla grande opportunità fornita dalla nazionalizzazione dell’energia elettrica, è stato

mancato completamente l’obiettivo di realizzare una chimica avanzata e competitiva a livello

internazionale, il che ha avuto pesanti riflessi sulla bilancia commerciale del settore che fa oggi

segnare passivi nell’ordine delle decine di migliaia di miliardi.

ENEL (Ente nazionale per l’energia elettrica): ente pubblico istituito nel 1962 con la legge di nazionalizzazione dell’energia

elettrica, approvata durante il Governo Fanfani (centro-sinistra).

La crescita sostenuta degli anni ’50 aveva determinato un’impennata dei consumi elettrici; al fine di ridurre le tariffe

elettriche e di gestire il settore elettrico, fondamentali per lo sviluppo industriale del Paese, seconda una logica di

programmazione e sviluppo, si procede all’unificazione del sistema elettrico nazionale con l’istituzione dell’ENEL.

L’ENEL ha acquisito tutte le attività delle aziende operanti nella produzione, trasformazione, trasmissione e distribuzione di

energia elettrica (salvo le aziende auto-consumatrici di oltre il 70% dell’energia elettrica prodotta e le piccole aziende: ad

es. SIP, Edison, SADE, SME, …), a fronte del pagamento di indennizzi per l’esproprio.

Trasformata in spa nel ’92 e privatizzata, nell’ambito delle liberalizzazioni, nel ’99, lo Stato (MEF) rimane comunque il

principale azionista e detiene il 23,5% del capitale sociale.

CAPITOLO 20. LO STATO IMPRENDITORE DISPERDE I SUOI TALENTI

La formula dello Stato Imprenditore ideata da Beneduce negli anni ’30, che prevedeva la proprietà

statale per aziende operanti come le altre sul mercato, a fronte dei successi ottenuti in settori

industriali ad alta intensità di capitale come il petrolchimico, il siderurgico e quello automobilistico,

veniva invidiata e copiata.

Negli anni del miracolo economico lo Stato imprenditore era avviato alla sua massima espansione.

Nel 1956 nasceva il ministero delle Partecipazioni statali addetto alla supervisione e gestione delle

partecipazioni statali nell'economia italiana. a

Nel 1968 l’ENI, acquisendo il controllo della Montedison, dimostrava di poter assumere il ruolo di 1

impresa chimica del Paese.

Intanto sorgevano due nuove holding pubbliche.

1) Nel 1962 il FIM (Fondo per il finanziamento dell'industria meccanica) attraverso il quale il Tesoro

34

concedeva crediti alle aziende in difficoltà stremate dalla guerra, si trasforma in EFIM e pur avendo

come perno la grande azienda di meccanica pesante Breda, si diversifica nei comparti dell’alluminio,

del vetro e dell’alimentare. 35

2) Nel 1971 diviene operativo l’EGAM (Ente autonomo di gestione per le aziende minerarie) che

aveva il compito di gestire tutte le produzioni minerarie italiane e si distinse in particolare per il

salvataggio di aziende obsolete della vecchia Montecatini, ma che in breve sconfina anch’esso in

settori diversi da quello originario, la metallurgia e la produzione di macchine per l’industria tessile.

Dal 1977 Governo e Parlamento, a fronte delle dimensioni colossali assunte dal sistema delle

Partecipazioni statali (17 mila miliardi di fatturato), crearono numerose commissioni di studio sul

malessere delle Partecipazioni statali.

Nel 1988 la FINSIDER dichiarava bancarotta sotto il peso di 25 mila miliardi di debiti.

Nel 1992 le passività costringevano a porre l’EFIM in liquidazione.

Nel 1992, sotto la pressione di un referendum popolare, veniva soppresso il ministero delle

Partecipazioni statali, mentre IRI ed ENI per rendere possibile una privatizzazione erano trasformate

in spa.

Motivazioni dell’utilizzo di uno Stato imprenditore

Avere uno Stato imprenditore discendeva da diverse strategie.

1) Una prima strategia è rappresentata dal nazionalismo economico, una corrente che non coincide

con un partito, ma che è erede di una lunga tradizione politica ed ideologica nella storia italiana.

Nelle fasi cruciali della storia italiana (Risorgimento, le due guerre mondiali) il nazionalismo ha

coinvolto imprenditori e manager.

- Sinigaglia che sostiene con vigore il dovere dello Stato di affrontare direttamente la più importante

questione industriale del Paese, quella dell'acciaio, data l'incapacità di risolverla da parte dei privati.

34 EFIM (meccanica): finanziaria del sistema delle partecipazioni statali, che si occupa della gestione delle partecipazioni

a

del FIM; 3 finanziaria di proprietà dello Stato, sarà sempre caratterizzata da una situazione finanziaria precaria

(indebitamento > fatturato); sarà soppressa nel ‘92

35 EGAM (minerario): ente pubblico per la gestione di tutte le produzioni minerarie italiane; sarà soppresso nel ‘78

- Mattei che vuole far uscire l’Italia dall’inferiorità economica rispetto alle altre potenze europee e

cerca di inserire l’ENI nel mercato petrolifero, fino a quel momento monopolio esclusivo delle grandi

multinazionali straniere.

2) Una seconda strategia si ritrova all’interno del partito di maggioranza, la DC, al cui interno il più

incisivo supporto all’impresa pubblica viene da Fanfani (segretario del partito dal 1954). Questa

strategia mirava a strumentalizzare l’impresa pubblica, cioè a servirsene per i propri

scopi. Fanfani, che si trovò ad affrontare la concorrenza di un aggressivo ed organizzato Partito

comunista, vide nel sistema delle Partecipazioni statali uno strumento per ottenere consenso

politico (specie al Sud) ma anche una buona fonte di risorse finanziarie per costruire un partito

leninista, cioè composto da professionisti della politica, impegnati in essa a tempo pieno,

un’organizzazione in grado di affrontare con successo la sfida comunista.

I risultati più significativi dell’azione politica della DC in favore dello Stato Imprenditore sono:

• l’istituzione dell’ENI nel 1953,

• la creazione 3 anni più tardi del ministero delle Partecipazioni statali per ottenere un più

stretto controllo delle imprese pubbliche,

• la normativa che imponeva alle imprese pubbliche di collocare nel Mezzogiorno almeno il

60% dei nuovi investimenti industriali.

Di fatto le Sinistre sostennero o almeno non intralciarono queste misure.

La loro unica e decisa opposizione si esercitò nei confronti dell'iniziativa di Fanfani che nel 1958

mirava a trasformare l'ENI di Mattei in un ente unico per l'energia: questa mossa avrebbe attribuito

alla DC un controllo eccessivo dell'economia nazionale.

I gruppi di imprese

Al momento della sua massima espansione, a metà degli anni ‘70, il sistema delle Partecipazioni

statali appariva una gigantesca conglomerata (super-holding quali IRI, ENI, EFIM, EGAM), ossia un

insieme di aziende appartenenti a settori diversi, non correlati.

Grandi gruppi conglomerati di questo tipo sorgono per diversi motivi: per riorganizzare settori in crisi,

non rischiare sanzioni dalla normativa antitrust, diversificare per l’impossibilità di sfruttare le

economie di scala in mercati interni ristretti, o possono essere il risultato della peculiare vicenda di un

Paese, come nel caso dell’IRI.

a

Dalla fine della 2 guerra mondiale due sembrano essere le tipologie più significative di questa forma

d’impresa: a) la conglomerata americana e b) il keiretsu giapponese.

Esse si differenziano per il tipo di controllo esercitato dal vertice.

Nel caso americano l’azienda controllante pretende di determinare la politica dell'intero gruppo e di

riallocare le risorse fra le varie imprese.

La scelta della conglomerata di separare il vertice dai dirigenti operanti nelle aziende costituisce uno

dei punti deboli dell'economia americana.

Nel gruppo orizzontale giapponese invece, l'autonomia delle aziende è quasi totale: decidono su

mercati, investimenti, orizzonti temporali ed un ruolo di primo piano è svolto dalla banca principale

del keiretsu che garantendo la solidità degli assetti azionari assicura la stabilità del management. Il

keiretsu rappresenta la pietra angolare del successo giapponese.

La lezione che si può trarre è che un grande gruppo fortemente diversificato deve essere quanto più

possibile acefalo e lasciare quanto più spazio all'autonomia del management delle imprese che

controlla, mentre il quartier generale deve essere quanto mai leggero.

Infatti negli anni ‘50, l'età dell'oro per le Partecipazioni statali, l'IRI era debole, forti le finanziarie di

settore, ancora più robuste le aziende che si collocavano al livello sottostante; questi erano anche gli

anni in cui l'ENI appariva un'impresa “imprenditoriale”.

Nei primi anni ‘50 le grandi imprese pubbliche sono capaci di competere sul mercato meglio di quelle

private nell’interesse del Paese.

Il punto di svolta in negativo scatta con la creazione del ministero delle Partecipazioni statali e

quindi con la definizione di una precisa catena di comando che va dal ministero alle super-holding, alle

finanziarie settoriali, fino alle aziende.

Al vertice della catena, non previsto dagli organigrammi ufficiali, vi è un azionista occulto, ovvero i

rappresentanti dei partiti politici che formavano la coalizione di Governo.

Dopo la guerra la gara fra i partiti è molto vivace e diviene evidente come un vasto insieme di

imprese controllate dallo Stato possa essere un formidabile strumento da utilizzare dai partiti per

rimanere al potere e raccogliere consensi.

Nel caso dell’Italia poi c’è una particolarità. Dopo il 1948 partito dominante è la DC, maggiore forza di

opposizione il PCI, che per le sue connessioni internazionali (il legame con l’URSS) non può

rappresentare un'alternativa di governo alla coalizione fra la DC e i suoi alleati (fra cui, dagli anni ‘60, il

Partito socialista).

Nasce così un sistema in cui la DC gode di un enorme potere e i cui membri, consapevoli che non

saranno puniti dall’elettorato, cercheranno di occupare il maggior numero di posizioni dalle quali

distribuire poi favori e risorse che a loro volta renderanno più vasto il consenso e quindi più elevato il

grado di potere.

In questa prospettiva il sistema delle Partecipazioni statali si espande senza alcuna attenzione per

eventuali profitti e perdite.

Questo sistema “perverso”, seppur già presente da tempo, divenne esplicito con la crisi economica di

metà anni ‘70, quando le imprese pubbliche si trovarono in una condizione di forte dipendenza dalle

risorse finanziarie erogate da Governo e Parlamento, naturalmente controllati dai partiti.

Gli effetti distorsivi di questo sistema possono essere compresi prendendo ad es. il caso dell’Alfa

Romeo e dell’ENI:

• quando il presidente dell’Alfa, Luraghi, aprì una nuova fabbrica presso Napoli, gli venne

imposto di assumere lavoratori non sulla base delle loro abilità ma secondo criteri politico-

territoriali, e a fronte di altre richieste prive di senso, non poté fare altro che dimettersi;

• l’ENI fu costretta a fine anni ’70 a rilevare prima le attività minerarie e meccaniche dell’EGAM,

poi gli impianti della SIR e della Liquichimica su comando di leggi approvate dal Parlamento.

CAPITOLO 21. GRANDI FAMIGLIE IN AFFANNO

Tra fine anni ‘60 e inizio anni ‘70 vengono meno le condizioni grazie alle quali l’economia italiana

aveva attraversato una fase di crescita intensa.

a) Le tensioni sociali si riflettono in un aumento del costo del lavoro, in precedenza fra i più bassi

d’Europa, e sull’acuirsi della conflittualità sindacale.

b) Vi è un rallentamento generalizzato della domanda.

c) L’inflazione durante gli anni ’70 raddoppia.

36

d) Il primo shock petrolifero colpisce un sistema già in grave difficoltà.

I limiti strutturali dell’impresa italiana (spesso di proprietà familiare, poco diversificata, senza una

struttura multi-divisionale e di dimensioni ridotte) accentuavano gli effetti della crisi.

Il mercato dei capitali

Tale situazione di difficoltà dipendeva anche dallo scarso dinamismo del mercato dei capitali.

Il mercato borsistico si trovava in profonde difficoltà a causa della concorrenza esercitata dalle

emissioni obbligazionarie e dai titoli del debito pubblico.

Dunque l’onere di far confluire le necessarie risorse finanziarie verso l’industria ricadeva sul solo

sistema bancario che assolveva a tale compito in due modi:

1) attraverso la partecipazione ai consorzi di collocamento dei titoli obbligazionari sia delle imprese

che degli istituti di credito, che a loro volta finanziavano a medio termine le aziende (c.d. doppia

intermediazione)

2) mediante la continua concessione di fidi.

Le imprese trovavano sempre maggiori difficoltà nell'adeguare i prezzi agli aumenti dei costi di

produzione (in primis, la manodopera), e così esse erano sempre meno capaci di autofinanziarsi,

dovendo ricorrere all’indebitamento.

Si ha così un ennesimo ribaltamento dei rapporti tra grandi gruppi industriali e banche che alla metà

degli anni ‘70 presentano portafogli appesantiti da obbligazioni a lungo termine e crediti immobilizzati

ma che non possono assumere ruoli e responsabilità imprenditoriali a causa della legge bancaria del

1936.

Emerge in questo contesto Mediobanca che fondata da Enrico Cuccia nell’immediato dopoguerra con

il capitale delle tre banche d’interesse nazionale (COMIT, CREDIT e Banco di Roma) per fornire

credito al sistema industriale, assume a partire dagli anni ‘60 la funzione di banca d’affari

37

sistematicamente legata a poche imprese .

36 grave crisi economico-politica nei paesi industrializzati provocata da un'improvvisa difficoltà di approvvigionamento

energetico. Durante la guerra arabo-israeliana del 1973, gli stati arabi produttori di petrolio (Opec) si autoimposero un

contingentamento alla produzione per punire i Paesi sostenitori di Israele. Mentre il principale di questi, gli Usa, erano

autosufficienti, l’aumento vertiginoso del prezzo del greggio colpì soprattutto i Paesi dell'Europa occidentale e il Giappone,

costringendoli a dure misure di austerità.

37 Mediobanca finì per svolgere una doppia funzione:

1) concessione alle imprese di crediti a medio termine (credito finanziario),

2) collocamento sui mercati finanziari di obbligazioni e azioni emesse dalle imprese (collocamento in Borsa)

Carenza di imprenditorialità e managerialità

Oltre ai problemi derivanti dallo scarso dinamismo del mercato finanziario, con la fine della

favorevole congiuntura del boom economico emergeva un altro problema: la carenza di

imprenditorialità e managerialità che pervadeva tutto il grande capitalismo privato nazionale. Una

situazione che finì per consolidare il ruolo di Mediobanca.

Settore elettrodomestici

I primi a subire pesantemente gli effetti della crisi furono le imprese di elettrodomestici, impegnate a

fronteggiare un calo considerevole nella domanda dei beni di consumo durevole e che sovente si

trovavano nel mezzo di un difficile passaggio generazionale tra fondatori incapaci di adeguarsi al

cambiamento ed eredi non sempre in grado di assumere responsabilità imprenditoriali (Zanussi,

Ignis).

Settore alimentare

Nel settore alimentare molte delle realtà cresciute rapidamente negli anni del miracolo subiscono gli

effetti del rallentamento nei mercati di consumo, particolarmente accentuato nei comparti in cui più

elevata è l’elasticità della domanda rispetto al reddito.

Nel caso del gruppo Buitoni-Perugina le difficoltà degli anni ‘70, che provocano un grave

deterioramento finanziario e una perdita di quote di mercato in Italia e all'estero, sono aggravate dal

fatto che la famiglia, giunta alla quinta generazione, si presenta fortemente divisa al suo interno e

priva di una guida decisa.

Dopo alcuni anni stentati, spesi nel tentativo di recuperare le posizioni perdute attraverso alleanze

internazionali, l'impresa umbra nel 1985 viene ceduta alla CIR di Carlo De Benedetti, dopo oltre 150

anni di proprietà Buitoni.

La milanese Motta, che dal 1958, dopo la morte del suo fondatore, era guidata da un manager di

fiducia della famiglia, con il rallentamento della domanda, l'aumento dei costi variabili insieme

all'inefficienza dei molti impianti di produzione vide crollare vertiginosamente la propria redditività e

infine fu acquisita, nel 1968, dalla SME.

L'anno successivo è la volta de La Rinascente, acquisita da Mediobanca e dall'IFI. Le difficoltà della più

nota catena italiana di grandi magazzini hanno origine interne, cioè nei contrasti tra i proprietari e la

direzione aziendale.

FIAT

Alla fine degli anni ‘60 la FIAT del dopo Valletta sembra trovarsi in ottime condizioni sotto il profilo

industriale e finanziario e Gianni e Umberto Agnelli, rispettivamente presidente e ad, possono

dedicarsi alla necessaria revisione della struttura organizzativa dell'azienda sino a quel momento

rigidamente accentrata.

Negli anni ‘70 però si assiste ad un crollo della domanda; le auto prodotte dagli stabilimenti di

Mirafiori continuano però ad aumentare, di pari passo però al crescere del costo del lavoro e delle

perdite.

Il rapido aumento del passivo e l’incremento esponenziale dell’indebitamento a breve termine

rendono difficile la situazione di un’azienda che fatica ad esprimere progetti e prodotti nuovi.

Tutto ciò richiede alla nuova dirigenza che coadiuva i due Agnelli (Cesare Romiti, giunto a Torino nel

1974 in qualità di direttore finanziario, Carlo De Benedetti nel 1976 e l'anno successivo Vittorio

Ghidella, responsabile della produzione) l'accelerazione del riassetto organizzativo del gruppo.

Tra il 1975 e 1980 la FIAT diviene una holding da cui dipendono una serie di controllate di settore

(IVECO, FIAT auto, Savigliano per le produzioni ferroviarie, Fiat Allis) autonome nella raccolta, sul

mercato borsistico e creditizio, delle risorse di cui necessitano.

Tali trasformazioni, che enfatizzano sicuramente il ruolo chiave detenuto dal top management nella

gestione delle singole parti della holding, non intaccano il potere della famiglia che continua

attraverso l'IFI a detenere saldamente il controllo dell'intero complesso FIAT.

Le risorse necessarie alla ristrutturazione del gruppo torinese non giungono però dal mercato

dell'auto, ancora in forte crisi, né dall'IFI, anch'essa non in floride condizioni.

E’ Mediobanca che si incarica di individuare il partner più indicato per la FIAT, la Lybian Arab Foreign

Investment Company (LAFICO) che, nel 1976, acquista quasi il 10% del capitale della società torinese.

La ripresa di FIAT è in gran parte dovuta all’operato di Cesare Romiti (divenuto ad nel ‘77) e di Vittorio

Ghidella (a capo di Fiat auto) i quali avviano un piano di ristrutturazione imperniato su recuperi di

produttività, taglio degli organici, rinnovo della gamma di prodotti, che permette al gruppo torinese di

riprendersi rapidamente e generare utili crescenti (il 1983 è l'anno in cui si vedono i frutti della ripresa

anche sotto il profilo progettuale, con il lancio della fortunatissima “Uno”).

Pirelli

La Pirelli giunge all’appuntamento con la crisi dopo un lungo periodo di crescita che finisce per

ritardare l’ammodernamento di una struttura organizzativa e gestionale accentrata.

La Pirelli, assistita da Mediobanca, provvede nel corso della metà degli anni ‘70, a ristrutturarsi in

profondità.

Sotto il profilo finanziario le risorse sono ottenute tramite vendite (ad es. attraverso la vendita della

prestigiosa sede milanese (il Pirellone) ceduto alla Regione Lombardia); tramite l'indebitamento

bancario e mediante consistenti aumenti di capitale; parallelamente si rinnova l’intera struttura

organizzativa promuovendo il decentramento delle responsabilità.

L’uscita della Pirelli dalla crisi, avviene a metà degli anni ‘80.

Vi sono poi diverse operazioni finanziarie che coinvolgono la Pirelli sul finire degli anni ‘80, che hanno

come obiettivo quello di aumentarne il peso all’interno del settore a livello mondiale, come l’OPA

sull’americana Firestone e sulla tedesca Continental, tentativi di scalata entrambi falliti. Tali operazioni

hanno come risultato finale quello di aggravare nuovamente le condizioni di un gruppo che nel 1991

ha accumulato 1.500 miliardi di debiti e che vede il suo ad Leopoldo Pirelli, dimissionario, cedere le

redini del comando al genero Marco Tronchetti Provera.

Italcementi

Fondata nel 1865 dalla famiglia Pesenti di Bergamo, l'Italcementi inizia un'ascesa inarrestabile che

prosegue durante il fascismo e negli anni della ricostruzione, quando arriva a produrre più della metà

di tutto il cemento italiano.

Carlo Pesenti, alla guida dell'impresa dal secondo dopoguerra, manifesta una spiccata vocazione

verso la finanza. Crea l'Italmobiliare, una holding controllata saldamente dall'Italcementi stessa, che

possiede partecipazioni azionarie di tutto rilievo in varie imprese.

Un impero vasto e difficilmente governabile, in particolare quando Pesenti si propone di svolgere ruoli

imprenditoriali senza averne le competenze, come accade nel caso della Lancia.

Rilevatala nel 1955 dagli eredi del fondatore, il cementiere bergamasco costruisce un nuovo

stabilimento a Chivasso che, entrato in funzione nel 1963, avrebbe dovuto significare il rilancio della

casa torinese con la produzione di cilindrate medio-alte.

Tuttavia a causa della forte concorrenza della FIAT sul medesimo segmento di mercato e di un

organico sovradimensionato la Lancia subisce perdite enormi e viene ceduta alla FIAT nel 1969.

Nel 1984, alla morte di Carlo Pesenti, il figlio Giampiero si trova a dover sostenere un indebitamento

vicino ai 1.000 miliardi, impegno cui può far fronte solo grazie all'intervento di Mediobanca che

promuove il ritorno dell'Italcementi al suo core business, con la dismissione di larghe parti della

conglomerata.

Conclusioni

Negli anni ‘70 avvengono dei cambiamenti importanti negli assetti strutturali del capitalismo

italiano.

In particolare si assiste ad una riorganizzazione che promuove a posizioni di comando un

management nuovo cui la proprietà lascia ampia autonomia. Ben lontana è però ancora la

separazione tra proprietà e controllo dell’impresa, cui si oppongono consolidate tradizioni

d’imprenditorialità familiare e le convinzioni nella insostituibilità del ruolo delle famiglie.

CAPITOLO 22. IL LUNGO AUTUNNO

Il contesto sociale

Bassi salari e assenza di moderne relazioni industriali costituivano gli elementi caratterizzanti il

modello che aveva provocato l’impressionante crescita degli anni ‘50.

Però nella fase conclusiva del miracolo economico la situazione iniziava a mutare.

38

CGIL e CISL dopo l’aspra contrapposizione successiva al 1948 mostravano segnali di

riavvicinamento. Agli inizi degli anni ‘60, le vertenze sindacali vedono una maggiore partecipazione e

combattività dei lavoratori, che si concretizzano in notevoli aumenti salariali.

Di fronte alla ripresa dei conflitti lo schieramento imprenditoriale appare diviso.

La componente più aperta, cerca di controllare le rivendicazioni:

• sia imponendo accordi sulle qualifiche che le rendano “oggettive” (ad uguali posizioni lavorative

deve corrispondere uguale retribuzione e le differenze retributive tra un lavoro e l'altro devono

trovare giustificazione nella diversa complessità o importanza),

• sia accettando la contrattazione articolata (che prevede la possibilità di una negoziazione a livello

aziendale, con funzione integrativa della contrattazione collettiva nazionale).

Gli imprenditori italiani però non fanno alcune pressione sul Governo per diminuire i gravi disagi

imposti ai lavoratori dal contesto esterno alla fabbrica (casa, trasporti, sanità, previdenza); anzi,

giovandosi di una nuova ondata di immigrazione dal Sud rilanciano la crescita mediante l'esasperata

intensificazione dei ritmi produttivi.

In effetti negli anni ‘60 la produttività aumenta in misura molto superiore sia rispetto alle retribuzioni

sia agli investimenti e ciò è soprattutto riscontrabile in settori quali metallurgia, meccanica, chimica; a

fronte dell’elevata produttività però la crescita dell’occupazione è modesta. In queste condizioni il

conflitto assumeva caratteri potenzialmente esplosivi.

Nel 1968 le tre confederazioni sindacali imboccano la strada dell’unità e dell’autonomia dai partiti e si

impegnano in due importanti vertenze:

1) la riforma del sistema pensionistico 39

2) il superamento delle differenze salariali tra le diverse regioni (le c.d. gabbie salariali ).

Ma anche più importante è il fatto che il sindacato muta nelle sue strutture di base in azienda.

E’ nel ‘68 che in alcune fabbriche del centronord nascono i Comitati unitari di base (CUB),

organizzazioni operaie nate nelle fabbriche, in opposizione alle Commissioni interne dei sindacati

istituzionali, che lottano per l'egualitarismo, contro il super-sfruttamento, per il controllo del-

l'organizzazione del lavoro. Il loro estremismo ne fa un'esperienza breve.

Sorgono così i consigli di fabbrica, assemblee di delegati di reparto, di squadra, di linea che, eletti

senza obbligo di tessera sindacale, travolgono le vecchie commissioni interne. Il sindacato ha l'abilità

di non contrapporsi a questa nuova forma di organizzazione operaia e anzi la rende il proprio

fondamento nei luoghi di lavoro.

38 nel 1948 si assiste alla rottura dell’unità sindacale, con la scissione dalla CGIL della CISL prima (componente

democristiana), della UIL poi (laici e socialdemocratici)

39 sistema di calcolo dei salari in relazione a determinati parametri quali, ad esempio, il costo della vita in un determinato

luogo; in Italia il sistema delle gabbie salariali è stato in vigore tra il 1954 e il 1969

Il lungo autunno

Il lungo autunno ha inizio a Torino nel settembre del ’69 quando 800 operai FIAT scioperano

spontaneamente per un contrasto con l’azienda relativo al passaggio di qualifica e la FIAT risponde

con la cassa integrazione per 25 mila, quanti, secondo la direzione, erano costretti all’inoperosità a

causa della protesta.

Il sindacato (le tre federazioni dei metalmeccanici agiscono congiuntamente) riesce a ottenere la

revoca delle sospensioni, un successo che consente di aprire la vertenza per il contratto nazionale che

sarebbe scaduto a fine anno.

40

E’ l’autunno caldo che costerà all’industria la perdita di 200 milioni di ore di lavoro.

Questa lotta, che si conclude nel dicembre del ‘69, è soltanto l’inizio di una serie di vertenze che si

prolungano fino ai rinnovi contrattuali del 1972-73, un ciclo al termine del quale sono molteplici gli

obiettivi raggiunti dai sindacati:

• inquadramento unico per operai e impiegati (che suddivide i lavoratori subordinati su 7 o 8 livelli

retributivi, in cui rientrano vari profili professionali, talvolta appartenenti a categorie diverse);

• rifiuto della monetizzazione dei rischi e della nocività nei luoghi di lavoro;

• diritto all’assemblea e alla completa manifestazione di opinioni nei luoghi di lavoro;

• diritto all’informazione sulle attività d’impresa;

• diritto alle 150 ore per motivi di studio.

Le reazioni da parte degli imprenditori furono molto limitate e scoordinate.

Le organizzazioni industriali, disorientate dal nuovo clima, non furono in grado di elaborare una

politica alternativa; il loro vuoto d’iniziativa era anche provocato dal c.d. “rischio magistratura” che

l'approvazione dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori portava con sé, punendo, ad es., gli

atteggiamenti “antisindacali”, del tutto normali in azienda sino ad allora.

Sebbene le organizzazioni dei lavoratori sembravano aver ribaltato la loro posizione marginale nella

realtà industriale del Paese, i modi con cui era avvenuta l’ascesa sindacale facevano presagire i chiari

rischi del suo declino.

L’enfasi sul rapporto conflittuale e sulla contestazione al sistema avevano rappresentato uno dei

pilastri del successo sindacale, il prezzo pagato però per questa scelta era stato rilevante: rifiuto di

formalizzazione delle rappresentanze e delle regole di disciplina dei rapporti tra organizzazioni e

rappresentanze dei lavoratori, datori di lavoro e loro associazioni, istituzioni pubbliche.

Si creavano così spazi per delle minoranze violente in assenza di precise regole e limiti ben delineati.

Negli anni ‘70 le grandi fabbriche sono alla mercé di cortei interni, nei quali pochi agitatori riescono a

far confluire migliaia di operai e che spesso si risolvono in atti di aggressione e di intimidazione nei

confronti di capi e impiegati.

E’ un terreno fertile per chi persegue l'obiettivo della lotta armata (come le BR) come strumento per

cambiare l'assetto costituzionale dello Stato, tanto che non mancarono episodi dai quali emerse

chiaramente la capacità dei terroristi di infiltrarsi nei consigli di fabbrica.

Quegli anni di vittorie nei conflitti aziendali, portarono i sindacati a dettare condizioni anche politiche

che però non erano sopportabili dal sistema economico.

40 autunno caldo: periodo segnato da lotte sindacali, che vide l’allearsi tra le rivendicazioni salariali spontanee nelle grandi

fabbriche e le agitazioni studentesche

Le organizzazioni dei lavoratori affrontano direttamente in vertenze con il Governo i grandi problemi

sociali del Paese (casa, fisco, sanità, previdenza ecc.); i problemi erano reali e incidevano

profondamente sulle condizioni di vita dei lavoratori, ma il metodo era senz'altro improprio, perché

scavalcava i partiti e il Parlamento, luogo di composizione degli interessi generali.

Anche per la pressione sindacale, negli anni ‘70 nasce un welfare (previdenza, assistenza sanitaria)

costruito dalla incontrollata espansione della spesa pubblica, una delle cause di fondo di una forte

tendenza inflazionistica.

Ad essa contribuì in modo rilevante la stessa politica rivendicativa del sindacato che nel ‘75 ottenne

dalle associazioni degli imprenditori l'accordo sul “punto unico di contingenza”, ossia un aumento

uguale per tutti per ogni punto di incremento dell'indice del costo della vita, e non una crescita in %

41

della retribuzione . L'inflazione erose una parte considerevole dell'incremento nominale dei salari, e

nel corso degli anni ‘70 una redistribuzione del reddito fra i gruppi sociali fu assai limitata.

Va però riconosciuto che il generale contesto politico non era favorevole all’azione riformatrice del

movimento sindacale, visto che a differenza dei Paesi dove questa si è rivelata efficace (Paesi

scandinavi, Inghilterra, Germania), in Italia un forte sindacato unitario che potesse far riferimento a

un robusto partito riformista non esisteva.

La fine del lungo autunno

La partita del lungo autunno si concluse, come era iniziata, alla FIAT.

Nell'estate del 1980 la direzione pose al sindacato la necessità di un consistente numero di

licenziamenti. La crisi dell'impresa era reale e le banche che sostenevano l'indebitamento chiedevano

con fermezza una robusta ristrutturazione.

Le organizzazioni sindacali non compresero che ormai in azienda prevaleva non solo fra tecnici e capi,

ma anche in vasti strati operai, un forte desiderio di normalità, di ritorno al funzionamento di ben

definite linee gerarchiche.

Così alle richieste della FIAT il sindacato nel settembre del 1980 rispose con 35 giorni di picchetti che

impedirono la produzione a Mirafiori.

Il 14 ottobre 40 mila persone, con in testa il coordinamento dei capi FIAT, marciarono per il centro di

Torino per chiedere alle autorità libertà di lavoro.

Al sindacato, nonostante l'aperto sostegno del segretario del PCI Enrico Berlinguer, non restò che

accettare la cassa integrazione per 23 mila lavoratori.

La marcia dei colletti bianchi della FIAT del 14 ottobre 1980, è considerata un punto di rottura, nella

storia sociale d'Italia, in quanto segnerà una sconfitta del sindacato e cambierà radicalmente gli

equilibri tra industria e lavoratori.

41 indennità di contingenza: parte del salario calcolata in rapporto a un indice del costo della vita. Il metodo di calcolo,

detto "scala mobile", faceva variare l'indennità a ogni variazione % dell’indice dei prezzi. Introdotta nel dopoguerra, era

calcolata periodicamente con punto di valore diverso a seconda di categoria, qualifica, età, sesso, zona geografica del

lavoratore e - dopo il 1975 - con punto unificato per tutti i lavoratori. Tale meccanismo di indicizzazione, accusato di

costituire una delle cause dell'inflazione, attraverso l'aumento del costo del lavoro, è definitivamente cessato nel 1992.

CAPITOLO 23. PICCOLO E’ BELLO

Le aziende di piccole e piccolissime dimensioni costituiscono un carattere permanente del sistema

manifatturiero italiano e si concentrano in assoluta prevalenza nei settori “leggeri” (prodotti per la

casa, per la persona, meccanica strumentale, parte dell'alimentare) a moderata intensità di capitale.

Esse in genere operano nell’ambito di raggruppamenti organizzati di piccole imprese, ciascuna attiva

su una o poche fasi del ciclo di lavorazione di un bene: si tratta dei c.d. distretti industriali in cui

grazie a particolari fattori di natura geografica, sociale e storica si concentra una particolare

specializzazione produttiva.

I distretti industriali

Queste realtà territoriali sono dislocate un po' ovunque sul territorio nazionale e la loro rilevanza è

sancita dalla l. 317/1991 in base alla quale l'oggetto “distretto industriale” è riconosciuto come

meritevole di tutela e attenzione in sede di formulazione di politiche economiche a livello nazionale e

regionale.

I distretti industriali sono principalmente presenti in alcuni comparti: tessile abbigliamento, mobilio,

arredamento, alimentare, calzaturiero, …

Carattere principale di queste specializzazioni produttive è la frammentabilità per fasi del ciclo di

lavorazione, lo scarso rilievo delle economie di scala nella produzione, la bassa intensità di capitale

fisso delle imprese che talora vi operano, l’elevato livello qualitativo e la forte specificità dei beni

fabbricati.

Origini dei distretti industriali

1) Le piccole imprese svolgono un ruolo di notevole importanza negli anni del boom economico in

tutti i settori a medio-bassa intensità di capitale, contribuendo a generare una quota non trascurabile

dell'occupazione totale.

Poi in coincidenza con la crisi degli anni ‘70 le aziende di minori dimensioni affermano con più forza il

loro ruolo attivo nel sistema economico nazionale e sale la % di forza lavoro in esse impiegata: tale

processo è ampiamente legato alle dinamiche di de-verticalizzazione avviate dalle grandi imprese

sotto la spinta di tensioni inflazionistiche e sindacali, che hanno quale effetto la diffusione di sistemi di

subfornitura i cui protagonisti erano operai specializzati che continuavano a svolgere per proprio

conto le medesime mansioni cui erano addetti prima in fabbrica.

2) Molti distretti industriali affondano le proprie radici in tempi lontani. In tali aree infatti molto

spesso esistevano già sistemi proto-industriali e di artigianato urbano e rurale già attivi nella metà del

‘600, e che nel corso degli anni si evolvono a seguito di trasformazioni nelle tecnologie di

fabbricazione le quali permettono l’abbandono dei tradizionali sistemi di produzione artigiana per

accedere a una seppur minima meccanizzazione della produzione e alla nascita di piccole imprese che

curano una specifica fase del processo di lavorazione.

Il ruolo della comunità locale

Un ruolo di primo piano nei distretti è svolto dalla comunità locale, la cui stretta interazione col

sistema delle imprese permette di ridurre i costi di transazione che i singoli produttori devono

sostenere.

Un ruolo di primo piano nel rapporto tra produzione e comunità è ricoperto innanzitutto dalla

famiglia che fornisce risorse lavorative a basso costo, spesso gratuitamente.

Frequente è poi la collaborazione tra unità produttive che fanno riferimento a uno stesso gruppo

parentale (relazioni verticali di subfornitura o orizzontali di cooperazione tra imprese).

Esiste poi un forte senso di comunità, fatto di strette relazioni personali e di una scala di valori

condivisa.

La comunità locale quindi costituisce un elemento rilevante capace di coniugare la concorrenza tra

singole imprese con la cooperazione necessaria a garantire nel lungo periodo la presenza di forti

economie esterne che facilitano l’attività imprenditoriale: consorzi per l’esportazione, centri di ricerca

e innovazione, istituti formativi del capitale umano.

Ruolo delle istituzioni locali

Importanza essenziale rivestono le istituzioni locali: Camere di Commercio, associazioni di categoria, i

Comuni hanno storicamente rivestito una funzione essenziale nel permettere il radicamento e

nell'incentivare lo sviluppo dei sistemi di piccola impresa (ad es. concessione di terreni, finanziamenti

agevolati, organizzazione di mostre ed esposizioni, …).

I distretti riproducono al proprio interno i caratteri tipici delle unità a struttura organizzativa

elementare:

- le imprese del distretto sono realtà aziendali che si identificano totalmente con la figura

dell’imprenditore, con un’attività di delega al massimo limitata all’ambito familiare

- il livello tecnologico è in generale ridotto e i processi innovativi di natura imitativa

- i canali di reperimento delle risorse finanziarie necessarie all’attività produttiva sono quelli

tradizionali (famiglia, possidenti e professionisti locali, banche locali).

Punti di debolezza

Nel modello distrettuale basato su piccole imprese si hanno comunque dei limiti legati alla:

• scarsa o assente capacità innovativa di imprese troppo piccole,

• sottocapitalizzazione,

• incapacità di superare combinazioni prodotto/mercato minacciate o superate dalla concorrenza.

Il risultato di tutto ciò, anche a seguito anche di rilevanti trasformazioni di natura tecnologica, è una

dinamica di ricomposizione del ciclo produttivo in imprese di dimensioni medie che, attraverso un

vasto ricorso alla subfornitura, fanno ampio uso dei piccoli produttori del distretto da cui si distaccano

per capacità strategiche, di innovazione tecnologica, commerciali.

Ad es. negli anni ‘70-80 nell'area dell'occhialeria cadorina si affermano su tutti gli altri alcuni

produttori completamente integrati: Luxottica, De Rio e Marcolin. A Montebelluna, nel Trevigiano, i

colossi della scarpa da montagna (Caber, Lotto, Brixia, Scarpa, Sanmarco e altri) sono sempre più

grandi, tecnologicamente avanzati e integrati.

CAPITOLO 24. DOVE LA FAMIGLIA FUNZIONA

Le trasformazioni dell’industria negli anni ‘90

Nel corso degli anni ‘90 la struttura dell’industria italiana subisce notevoli trasformazioni:

• si intensificano le dismissioni delle imprese pubbliche;

• si evidenziano le difficoltà di alcuni dei maggiori gruppi privati che si erano rafforzati nel corso

degli anni ‘80:

 il crollo della Montedison che nel 1993, incapace di far fronte agli impegni con i propri

creditori per oltre 30 mila miliardi finisce nelle mani di un gruppo di banche;

 l’Olivetti, dopo una lunga e difficile ristrutturazione, ha lasciato definitivamente l'elettronica

per cercare una nuova vocazione nelle telecomunicazioni;

 l’incerto futuro della FIAT all’indomani della presidenza Romiti;

 la Pirelli che, nonostante il rapido risanamento seguito alla crisi finanziaria dei primi anni ‘90,

non ha acquisito una posizione di leadership stabile sul mercato internazionale dei pneumatici,

simboleggiando le difficoltà del grande capitalismo italiano di fronte alle trasformazioni nello

scenario competitivo internazionale.

D’altra parte la piccola impresa caratteristica dei distretti industriali è in generale priva della forza

necessaria ad affermarsi autonomamente sui mercati internazionali, ove la concorrenza dei Paesi in

via di sviluppo che possono contare su un basso costo del lavoro è sempre più accentuata, a cui si

aggiungono gli effetti negativi della politica di rivalutazione monetaria.

Affermazione delle imprese di medie dimensioni

La necessità di un approccio globale al mercato porta ad una trasformazione del sistema industriale

del Paese che vede sempre più spesso l’affermarsi di aziende di medie dimensioni contraddistinte da

una forte propensione a operare a livello internazionale, in termini di localizzazione delle strutture

produttive, mercato di riferimento, raccolta di mezzi finanziari.

Questi nuovi protagonisti del sistema industriale italiano emersi con sempre maggior forza a partire

dai primi anni ‘80 sono presenti in molteplici settori dell’industria manifatturiera, dal tessile-

abbigliamento, agli acciai speciali, alle macchine utensili.

Mostrano spesso percorsi evolutivi comuni, a partire dalle origini che sono nella maggioranza dei casi

a

rintracciabili in modeste esperienze imprenditoriali, avviate poco prima o subito dopo la 2 guerra

mondiale, che sfociano negli anni più recenti in una intensa crescita.

Esempi: la bolognese Beghelli oggi leader mondiale nei sistemi di sicurezza elettronici; l'Aprilia,

produttore veneto di scooter e motocicli; la vicentina Diesel, attiva nel settore dell'abbigliamento

casual; la Natuzzi, impresa pugliese nel settore dell'arredamento col marchio Divani & Divani.

- I distretti industriali costituiscono spesso un terreno fertile per lo sviluppo di tali iniziative

imprenditoriali.

Immerse nel sistema produttivo locale queste aziende crescono, distaccandosi dalla massa delle unità

produttive presenti nell’area distrettuale, costruendo reti di subfornitura che permettono loro sia di

fronteggiare i picchi della domanda senza irrigidire la propria struttura, sia di accedere a risorse di

know how diffuse nell’area.

Benetton. La storia di Benetton inizia a metà anni ’50 quando quattro fratelli si dedicano nel

trevigiano alla produzione casalinga di maglieria con macchinari acquistati con l’appoggio finanziario

di amici e parenti. Un design innovativo e al passo con le mode, la vasta rete di negozi in Italia e

all’estero con elevato grado di rotazione della merce, un intenso sforzo pubblicitario e una strategia di

vendita di massa, in grandi quantità e a prezzi bassi trasformano l’azienda in una multinazionale

presente ovunque nel mondo e quotata in borsa, controllata totalmente dalla famiglia Benetton.

Diesel. Diesel è addirittura priva di una struttura produttiva propria, basandosi solo sulla rete

flessibile di sub-contractors. Nata nel vicentino a fine anni ’60 come piccola impresa produttrice di

abbigliamento casual per conto terzi, dai primi anni ‘80 la Diesel è un'impresa puramente

commerciale. La produzione è affidata per intero a terzisti locali ed esteri; i 200 addetti dell'impresa si

occupano esclusivamente di progettazione, design e gestione della rete commerciale.

Le medie imprese che vanno sempre in maggior numero popolando i distretti traggono sovente la

loro origine:

 dai mutamenti nella tecnologia di produzione che rendono conveniente l’adozione di scale

dimensionali di un certo rilievo;

 da mutamenti della domanda che influenzano direttamente le strategie di decentramento

produttivo.

E’ il caso della Golden Lady, fondata dai fratelli Grassi a fine anni ’60 e che si sviluppa a seguito della

crisi del mercato dei collant: la richiesta di maggiori standard qualitativi spinge a una riduzione delle

quote produttive affidate ai laboratori esterni e l’integrazione a monte e a valle del ciclo di

lavorazione.

E’ il caso di Luxottica: nata nel 1961 come piccola fabbrica che inizialmente svolge lavori su

commissione nel campo dell’occhialeria, il suo fondatore, Del Vecchio, supera il tradizionale modello

d'impresa locale di piccole dimensioni produttrice per conto terzi avviando inizialmente la

fabbricazione di occhiali con il proprio marchio e ampliando progressivamente il nucleo originario

dell'azienda aumentandone la dotazione tecnologica con l'acquisto di moderni macchinari,

sviluppando nel contempo tutta una serie di acquisizioni in Italia e all'estero costituendo filiali

commerciali in Europa, Stati Uniti e Canada.

A fine anni ‘80 Luxottica è il 1° produttore mondiale di occhiali con una quota di mercato del 10%.

Non tutte le imprese che caratterizzano questo medio capitalismo vantano però matrici di natura

distrettuale.

L’operare all’interno di una nicchia di mercato altamente specifica permette a quelle che adottano

strategie produttive e commerciali adeguate di acquisirvi uno stabile predominio.

Ad es. ARTSANA si specializza nel settore degli articoli sanitari e affini, crescendo molto negli anni ‘50.

L'esplosione demografica degli anni ‘60 e l'elevarsi degli standard di vita della popolazione che

aumenta la quota di spese destinate alla cura della persona, spinge l'ARTSANA a una diversificazione

correlata: nascono così la Chicco per gli articoli di puericultura e la Lycia per l’igiene femminile. A 50

anni dalla nascita l’azienda, grazie alla diversificazione correlata e l’espansione all’estero, è un gruppo

internazionale saldamente in mano alla famiglia fondatrice.

La specificità del segmento di mercato prescelto consente talora posizioni quasi monopolistiche a

livello internazionale.

(Es. La Riello specializzata nel settore dei bruciatori e delle caldaie; la Ghirardi-Dallolio nella

produzione di macchine per packaging e per il confezionamento e l’impacchettamento di sigarette; la

IMA che fabbrica macchine per il confezionamento del tè in bustine; la Danieli, specializzata nella

produzione di macchine per l'industria siderurgica).

Comune a tutte queste variegate esperienze è la forte propensione all'internazionalizzazione

dell'attività, data l'elevata specificità delle produzioni che impone di dare alla propria nicchia di

riferimento una dimensione mondiale.

Quando l’autofinanziamento non è più sufficiente, le necessità finanziarie sono reperite ricorrendo al

mercato internazionale sia borsistico che dei capitali (ad es. Luxottica si quota in borsa a Wall Street e

si appoggia al Credit Suisse).

I considerevoli flussi finanziari derivanti da attività in crescita continua hanno permesso a queste

imprese di medie dimensioni di inserirsi con ruoli di primo piano nel processo di privatizzazione in

atto a partire dalla metà degli anni ‘90.

Nel caso del settore siderurgico, ad es., l'alienazione di numerose società del gruppo FINSIDER ha

portato al consolidamento di alcuni fra i più importanti gruppi privati: come la Riva, nata nel 1954

come piccola attività di commercio e lavorazione di rottami e rapidamente ingranditasi con la

produzione di acciaio al forno elettrico e tramite una serie di acquisizioni in Italia e all'estero.

L’assetto principale di queste realtà imprenditoriali è quasi sempre riconducibile allo schema di

gruppo gerarchico formato da società operative legate a una holding direttamente o attraverso

catene di partecipazioni azionarie.

(Es. Il gruppo Benetton si struttura su tre livelli principali: la famiglia detiene oltre il 99% della

capogruppo, la Edizione Holding, che a sua volta controlla due sub-holding industriali entrambe a

capo di svariate società operative).

Grazie a tali strutture societarie i fondatori e i loro eredi mantengono un saldo controllo delle

proprie imprese, con il possesso della quasi totalità delle azioni.

Nel caso di ricorso al mercato borsistico la quotazione non pone mai in discussione il predominio della

famiglia, eventualmente rafforzato da sindacati di blocco.

Le famiglie proprietarie esercitano così un diretto controllo sull’attività dell’impresa concentrando

nelle proprie mani le decisioni strategiche ed operative.

Aspetti problematici

La dimensione familiare di queste imprese porta con sé il rischio di problemi di transizione

generazionale e di suddivisione di compiti tra i membri delle famiglie, mostrando talvolta carenze,

inerzie, duplicazioni e inefficienze organizzative.

La permanenza di sistemi di corporate governance incentrati sulla famiglia, con un limitato ricorso ai

mercati finanziari e al capitale di rischio, una scarsa propensione all’acquisizione di competenze

manageriali esterne e alla delega da parte dei proprietari sono minacce per lo sviluppo multinazionale

di queste imprese.

CAPITOLO 25. VERSO UN CAPITALISMO APERTO?

All’inizio degli anni ‘80 pare aprirsi una nuova stagione per il Paese.

Superata la fase della più accesa conflittualità sociale, gli italiani, in un quadro internazionale che vede

protagonista il liberismo di Ronald Reagan e Margareth Thatcher, sembrano scoprire i valori del

mercato.

Nel 1983 vengono istituiti per legge i fondi comuni di investimento mobiliare, che 3 anni dopo

raccolgono quasi 76 mila miliardi riversandone quasi il 30% a Piazza Affari.

La Borsa di Milano negli anni ‘80 aumenta la propria capitalizzazione e scavalcando Parigi si colloca al

6° posto nel mondo (i titoli quotati passano dal 5% al 25% del PIL).

FIAT

Il risanamento della FIAT provoca l’espansione delle attività che fanno capo agli Agnelli.

Viene riconquistata la Rinascente, ceduta nel momento più critico degli anni ‘70; si acquisisce il

controllo di Toro Assicurazioni, SNIA, Rizzoli, mentre con l’acquisto dall’IRI dell’Alfa Romeo, la casa

automobilistica torinese è l’unica impresa italiana del settore.

Carlo De Benedetti

Pronto a cogliere le nuove potenzialità di sviluppo è Carlo De Benedetti, un giovane brillante

imprenditore che nel 1976 cede la sua azienda produttrice di tubi metallici, la Gilardini, alla FIAT

ottenendone in cambio il 5% del possesso azionario e l'inserimento nel top management quale ad.

Alla FIAT non resiste più di qualche mese per divergenze sulle politiche aziendali con gli Agnelli e per il

timore di questi sui suoi propositi di scalata al controllo dell'impresa.

De Benedetti si fa pagare bene l'uscita, e dal 1977 dà inizio a un programma accelerato di

acquisizioni nel settore delle macchine automatiche, nella componentistica, e soprattutto il 18,5%

dell'Olivetti, quota con cui diviene “azionista di riferimento” della società di Ivrea.

L'azienda viene rivitalizzata, ripresi i vecchi programmi nell'elettronica, impostate efficaci strategie

commerciali, strette importanti alleanze internazionali.

I risultati sono strepitosi e in 5 anni l'Olivetti passa da una perdita di 70 miliardi ad un utile di 350, con

la più alta redditività per un’impresa italiana.

Forte del successo ottenuto a Ivrea, a partire dal 1984 De Benedetti, attraverso una sua holding, la

CIR, si impadronisce di svariate quote di minoranza di società di considerevole rilievo come: la Pirelli,

l'Italmobiliare, la Generale Industrie Metallurgiche (gruppo Orlando), la Sabaudia, la quale a sua volta

diviene azionista della Mondadori e dell'AME (la holding del gruppo Mondadori);

contemporaneamente vengono attuate numerose cessioni di quote di minoranza di società prima

interamente possedute (è il caso della COFIDE, la holding del gruppo).

Alla fine del 1987 la parabola di De Benedetti è all'apice.

Raul Gardini

In questo periodo si assiste anche all’ascesa di Raul Gardini, leader del gruppo Ferruzzi.

Il ravennate Serafino Ferruzzi, durante un trentennio aveva costruito un impero basato sul

commercio dei cereali importati da oltreoceano, ma presto allargatosi alla produzione di mangimi, di

cemento, all'attività armatoriale, alla coltivazione di una vastissima proprietà terriera, al saccarifero

(Eridania).

Alla morte di Ferruzzi nel 1979, Gardini, che aveva sposato la figlia maggiore e con cui collaborava sin

dal 1957, era l'unico in grado di padroneggiare i problemi di una conglomerata così ampia e

complessa.

Nonostante la convenienza ad importare cereali si riduceva (autosufficienza agro-alimentare

dell’Europa e rialzo del tasso di interesse negli USA), Gardini sa muoversi con decisione e abilità e

sposta il centro degli interessi del gruppo dall'America all'Europa, concentrandosi sull'industria, nel

settore saccarifero.

A metà anni ‘80 il gruppo Ferruzzi è un complesso agricolo, industriale, commerciale integrato,

notevolmente ristrutturato e reso più compatto rispetto all'ultima fase di attività del fondatore, tanto

che Gardini ritiene giunto il momento di puntare ai vertici del sistema industriale italiano.

Si inserisce quindi nell'aspra contesa che oppone Mario Schimberni (finanziere e presidente

Montedison) a Enrico Cuccia per il controllo della Montedison.

Schimberni mirava a fare della società una grande impresa ad azionariato diffuso completamente

controllata dal management, ma non può evitare che Gardini, mobilitando 2000 miliardi da tutte le

aziende del suo gruppo, nel 1987 acquisisca il 40% delle azioni, un limite che lo garantisce da qualsiasi

rischio di scalata ostile.

Nuova crisi dei grandi gruppi industriali

L'imprevedibile risanamento della FIAT, la travolgente ascesa di De Benedetti, la spavalda sfida di

Gardini apparivano il segno di un capitalismo che riprendeva slancio.

Ma già la fine del 1987 può essere assunta come spartiacque tra la fase di impetuoso sviluppo e quella

di ridimensionamento e nuova crisi dei grandi gruppi industriali italiani. Essa coincide con l’esaurirsi

della crescita dei mercati azionari internazionali, ma in Italia assume particolare intensità: all'inizio

degli anni ‘90 il valore dell'azione FIAT era ridotto a 1/3, dell'Olivetti a meno di 1/5, della Montedison

a 1/4.

Il fatto è che il capitalismo italiano era caratterizzato da fitti intrecci proprietari fra gruppi, ampia

emissione di azioni di risparmio (senza diritto di voto), società a cascata e “scatole cinesi” che

consentivano a pochi individui il dominio di imprese centrali per il sistema economico di un Paese

avanzato, in un contesto giuridico poco garantista per il risparmiatore che investe in Borsa.

In questo contesto va considerata la fusione tra la Ferruzzi Finanziaria, esausta per le risorse profuse

nella conquista della Montedison, e Iniziativa Meta, la holding che conteneva le attività più redditizie

(Standa, Fondiaria, Technimont (ingegneria e costruzioni), i fondi mobiliari) della società sottomessa,

operazione che recò sollievo ai Ferruzzi.

E’ in questo contesto di supremazia dei grandi gruppi che si collocano anche le iniziative di De

Benedetti per ampliare i confini della propria sfera di influenza oltre i limiti del ragionevole, come il

tentativo di scalata, all'inizio del 1988, della Société Generale de Belgique, fra le maggiori finanziarie

europee, una mossa avventata e costosissima, l’inizio del suo declino.

Dal 1988 Carlo De Benedetti deve rinunciare a numerose attività del suo troppo vasto dominio, dalla

Buitoni ceduta alla Nestlè a condizioni molto vantaggiose, alla Latina, alla Valeo.

Ma è proprio l'Olivetti, la cui attività, richiedeva una totale dedizione, a creargli i maggiori problemi.

A partire dal 1991 i bilanci si chiudono con perdite crescenti, coperte da sostanziosi aumenti di

capitale annunciati insieme a progetti di risanamento che però non si concretizzano mai. Le sorti della

società di Ivrea non si risollevano, il che finisce per provocare nel 1996 l'abbandono da parte di De

Benedetti sia della guida sia del controllo dell'impresa che da allora si orienta con sempre maggiore

decisione verso il settore delle telecomunicazioni.

L'unico successo di De Benedetti dal 1988 è la conclusione della battaglia ingaggiata con Silvio

Berlusconi per la conquista della Mondadori. Il risultato è di parità: nel 1991 al magnate delle

televisioni commerciali spetta la casa editrice, ma a De Benedetti toccano La Repubblica e l'Espresso,

attualmente nucleo centrale di un gruppo ridimensionato ma risanato.

Tragica è invece la vicenda di Raul Gardini che, coinvolto nell'inchiesta Mani Pulite e accusato da uno

stretto collaboratore di gravi scorrettezze e irregolarità, preferisce suicidarsi nel 1993 piuttosto che

vedere mortificata la sua immagine.

Dal 1991 Gardini non era più alla guida della conglomerata Ferruzzi.

Con una liquidazione di 500 miliardi (un peso non da poco per i Ferruzzi) Gardini costituisce un suo

gruppo nel campo dei prodotti di consumo alimentare.

Agli inizi del 1993, la magistratura lo indaga per l’“affare ENIMONT”.

Dopo la scalata e la fusione con la Ferruzzi, la Montedison, nonostante importanti cessioni (come

quella della Standa a Silvio Berlusconi) non si era mai liberata dal suo pesante indebitamento.

E’ una delle ragioni che spingono Gardini a intavolare trattative, nel 1988, con il presidente dell'ENI

Franco Reviglio per dar vita a una azienda comune (joint venture) alla quale conferire gli impianti per

le produzioni chimiche di base, le fibre, e i prodotti per l'agricoltura, premessa ineludibile per

ottenere adeguate economie di scala che in quei comparti nessuno dei due gruppi da solo poteva

raggiungere.

Nasce così nel gennaio 1989 l'Enimont, un'impresa chimica che poteva collocarsi fra le prime 10 del

mondo e che consentiva anche a Gardini di liberarsi di 4 mila miliardi di debiti e al tempo stesso di

conservare la parte migliore della Montedison, poiché le produzioni di polipropilene e la farmaceutica

non entrano a farne parte.

L'accordo presenta tuttavia due punti deboli:

1) il Governo si era impegnato con Gardini a fare approvare una legge che consenta l'abbattimento

degli oneri fiscali sulle plusvalenze derivanti alla Montedison dalla fusione. Ma in Parlamento il

decreto non ottiene mai la maggioranza;

2) in secondo luogo l'intesa prevede che ENI e Montedison possiedano ciascuna il 40% della nuova

società e che il restante 20% sia posto sul mercato con il patto che i soci non ne approfittino per

alterare la pariteticità.

Quando però nell'ottobre del 1989 il titolo esordisce in Borsa, persone vicine a Gardini oltre, alla

Prudential Bache, una banca che spesso operava per lui negli Stati Uniti, iniziano ad acquistarne

quantità tali da squilibrare di fatto i rapporti.

La vicenda ENIMONT si trascinò quindi per quasi due anni fra polemiche e scontri d'ogni tipo, finché

nel novembre del 1990 la Montedison cedette all'ENI il suo 40% che di fatto privò il colosso privato di

quasi tutto il settore chimico che deteneva prima dell'accordo.

Due anni dopo il processo a Sergio Cusani, uomo di fiducia di Gardini, rivelerà aspetti inquietanti

quanto facilmente immaginabili dell'“affare ENIMONT”.

Emerse che l'8,8 % delle azioni ENIMONT era stato rastrellato per conto di Gardini. Così come vari

testimoni ammisero il versamento di diverse decine di miliardi di tangenti ai partiti sia per il decreto

sulle plusvalenze sia per lo scioglimento della società.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia aziendale
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher AnteoAntei di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'industria e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli Federico II - Unina o del prof De Ianni Nicola.

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