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Immanuel Kant: Critica della capacità di giudizio

Analitica del bello – Analitica della capacità di giudizio

Immanuel Kant, pensatore tedesco, considerato uno dei filosofi più importanti di tutti i tempi. Critica della ragion pura, Critica della ragion pratica, Critica della capacità di giudizio, 1790. Il volume di studio è solo la prima parte.

In quest’opera Kant si occupa della nostra capacità di giudizio: in che modo giudichiamo? Attraverso quali principi? Per Kant il funzionamento della nostra capacità di giudizio, in generale, ha la sua espressione più pura e ideale nel giudizio di gusto-estetico.

L’opera in esame ha 22 paragrafi, divisi in titoli. Il bello per Kant è uno dei due predicati del giudizio di gusto, che può avere a che fare:

  • Bello, caso più puro del giudizio di gusto;
  • Sublime.

Il libro è diviso in 4 momenti dell’analitica del gusto:

  • 1° momento, il giudizio di gusto secondo la qualità. Che tipo di giudizio è un giudizio di gusto;
  • 2° momento, quantità. Il numero: il giudizio di gusto è singolare o universale;
  • 3° momento, il giudizio di gusto secondo la modalità. Modalità significa quale è la funzione modale del giudizio (necessità, possibilità o esistenza);
  • 4° momento, il giudizio di gusto secondo la relazione, tra soggetto e giudizio.

Prg. 1 – Il giudizio di gusto è estetico

Che tipo di giudizio è il giudizio di gusto? Il giudizio di gusto è un giudizio estetico. Non è molto diverso da Hume: Kant distingue:

  • Giudizio che ha a che fare con la rappresentazione tramite l’intelletto e dell’oggetto, ai fini della conoscenza. È un giudizio conoscitivo, che ha a che fare con una conoscenza dell’oggetto. Per questo funziona tramite l’intelletto, chiamato giudizio logico-conoscitivo, tramite il quale esprimiamo una conoscenza dell’oggetto. In questo giudizio io mi baso sull’oggetto, es. Il tavolo è di legno -> il fondamento di determinazione è l’oggetto;
  • Giudizio che ha a che fare con il soggetto, tramite l’immaginazione, ai fini del sentimento di piacere e dispiacere. È il giudizio estetico, che non è conoscitivo, es. Il tavolo è bello -> mi baso sul sentimento di piacere/dispiacere che l‘oggetto provoca in me.

Pensiamo ad un edificio: si può fare un giudizio logico-conoscitivo -> È stato costruito nel 1500. Qui parlo dell’oggetto. Oppure dire -> Questo palazzo è bello. Adesso parlo del soggetto. Il giudizio estetico non contribuisce alla conoscenza del soggetto: dire che qualcosa è bello non dice niente sulla natura dell’oggetto.

Nel giudizio estetico c’è un incontro tra la rappresentazione, mi rappresento il palazzo nella mente e lo immagino tramite l’immaginazione, e l’immaginazione, che provoca un sentimento di piacere, che non ha a che fare solo con i sensi, ma anche con l’intelletto. Kant distingue due facoltà principali conoscitive dell’uomo:

  • Sensibilità, ha a che fare con l’immaginazione, forma di sensibilità. L’immaginare qualcosa, intende che vedo qualcosa nella mia testa, è una sensazione;
  • Intelletto, ha a che fare con la ragione.

Kant cerca di combinare e superare anche la disputa tra empiristi, sensi, e razionalisti, ragione. Date le nostre due facoltà principali, conosciamo quando abbiamo l’unione delle due facoltà. Questo tavolo è di legno -> ho una sensazione del tavolo + ho il concetto tavolo, concetto astratto prodotto dall’intelletto. Io faccio così un giudizio conoscitivo, esprimo una conoscenza sul tavolo, formulato tramite l’interazione di un momento sensibile, vedere, toccare il tavolo, e momento intellettuale, incasellare il tavolo al di sotto di certi concetti -> l’essere fatto di legno. Qui abbiamo una sensazione dell’immagine, che è nella sensazione, ed è incasellata sotto un concetto = giudizio conoscitivo. Abbiamo esperienza e la mettiamo sotto categorie. È una cooperazione delle due fonti della conoscenza.

Anche nel giudizio estetico sensibilità e intelletto entrano in relazione, ma non nel senso di una conoscenza, ma nella relazione di libero gioco: Kant pensa che se vediamo un tramonto e diciamo “Che bello” abbiamo una sensazione, un’immagine. Quando vediamo il tramonto, sensibile, possiamo:

  • Nel caso del giudizio conoscitivo -> incasellarlo;
  • Nel caso del giudizio estetico -> non lo incasello. Non c’è un concetto sotto il quale mettere il tramonto ed è per questo che il tramonto è bello. Quella sensazione mi dà da pensare, stimola la mente, stimola l’intelletto: è un gioco di sensibilità e intelletto. Le due facoltà si attivano e si stimolano a vicenda. In questo stimolarsi abbiamo un sentimento di piacere. È come se il tramonto stimolasse le mie capacità mentali e le mettesse in un gioco reciproco -> fonte del nostro apprezzamento estetico.

Nel giudizio logico affermiamo una conoscenza dell’oggetto, al contrario il giudizio estetico non ci porta a dire niente sull’oggetto, ma a dire qualcosa su noi stessi. La nostra mente è stimolata. Abbiamo una rappresentazione data, tramonto, che viene confrontata con la mia capacità rappresentativa, sensibilità e intelletto. È come se un’immagine bella mi dà tanto da immaginare e pensare, ma non riesco a dire esattamente cosa, perché io sto parlando del mio sentimento e non dell’oggetto, è quel non so che! Se dobbiamo definire cosa è bello, è difficile dare una definizione concettuale! Il non so che stimola la nostra mente, perché immaginazione e intelletto sono in rapporto di vivificazione, stimolazione reciproca.

L’immaginazione cerca concetti, ma non ne trova di adeguati: non posso formulare un giudizio, ma parlo del mio sentimento di piacere e dispiacere.

Il giudizio di gusto è estetico! Non ha a che fare con determinazione conoscitiva, ma con sentimento di piacere/dispiacere del soggetto.

Prg. 2 – Il compiacimento che determina il giudizio di gusto è senza alcun interesse

Se voglio che un oggetto esista, significa che ho un interesse per quell’oggetto. Ogni volta che mi compiaccio per l’esistenza di qualcosa, vuol dire che ho un interesse in qualcosa. Se non mi piacciono le mele, significa che non mi interessano le mele. L’interesse fa riferimento alla facoltà appetitiva, il volere: ho un interesse per le mele e mi compiaccio della loro esistenza.

Il compiacimento per il bello non è legato ad un interesse. La mia immagine di un palazzo stimola il libero gioco a prescindere dal fatto che esso esista o meno. Un romanzo o film, che ha a che fare con temi immaginari, non è meno bello perché parla di cose che non esistono: nel caso del giudizio di gusto, l’esistenza dell’oggetto non ha alcuna importanza! Es. La Gioconda è bella, ma se domani viene distrutta, essa continua ad essere bella nella mia rappresentazione. Il giudizio di gusto ha a che fare col compiacimento, che non è legato all’esistenza dell’oggetto, interesse. Ciò distingue il giudizio di gusto da altri giudizi non estetici.

Il mio giudizio estetico deve avere indipendenza rispetto all’interesse: posso apprezzare la Gioconda perché l’ho rubata e vale molto = apprezzamento collegato all’esistenza dell’oggetto, interesse all’esistenza dell’oggetto. Ma questo non è un giudizio estetico! Al contrario nel giudizio estetico deve essere indipendente dal fatto che l’oggetto esista o meno: giudizio disinteressato.

Affinché il giudizio di gusto sia puro e sano, dobbiamo essere indifferenti rispetto all’esistenza dell’oggetto. Se siamo interessati alla sua esistenza, non diamo un giudizio di gusto puro.

Contrapponiamo il giudizio di gusto, che non ha a che fare con l’esistenza, col concetto del gradevole.

Prg. 3 – Il compiacimento per il gradevole è collegato con l’interesse

Bello = non interesse, indipendente dall’esistenza dell’oggetto, prescinde dalla sua esistenza;

Gradevole = l’interesse per l’esistenza dell’oggetto è determinante. Ha a che fare con qualcosa che stimola immediatamente i miei sensi, il consumo tramite i sensi.

Importante che, affinché possa definire qualcosa gradevole, quella cosa deve esistere e devo avere interesse nella sua esistenza. Es. Quando mangiamo la pizza diciamo che è gradevole, non perché la contempliamo, ma perché piace ai sensi nella sensazione. Se la pizza non esistesse o se esistesse ma noi non la possiamo mangiare, non diciamo che è gradevole! L’apprezzamento per il gradevole ha a che fare con l’interesse per l’esistenza di un oggetto: la pizza è gradevole –> voglio che la pizza esista e mi soddisfi, soddisfi il mio palato.

Non è una questione solo estetica! L’apprezzo ma la voglio consumare, voglio che soddisfi il senso del gusto corporeo. Se l’oggetto non esiste non possiamo chiamarla gradevole, ma posso dire “bella” una rappresentazione di una pizza, anche se non esiste.

Visto che non c’è nessun elemento intellettuale nel compiacimento per il gradevole, esso è puramente individuale. Io sono interessato all’esistenza di quella cosa, ma altri magari no! Se a me piace una piazza, e ad un altro non piace non discutiamo su ciò.

Ripasso – Analisi del giudizio di gusto secondo la qualità

Che tipo di giudizio è un giudizio di gusto? Distinzione tra giudizio estetico, di gusto, ha a che fare col sentimento di piacere/dispiacere del soggetto, e giudizio logico/conoscitivo, che ha a che fare con l’oggetto. Successivamente Kant analizza la questione della mancanza di interesse: il compiacimento puro è senza interesse. Se esprimiamo un giudizio di gusto, non dobbiamo essere interessati all’esistenza dell’oggetto ma al mio sentimento di piacere/dispiacere. Infine Kant, per chiarire cosa sia il giudizio di gusto, distingue il bello dal gradevole: entrambi i termini possono essere predicati di un giudizio: x è bello; x è gradevole. Esempio:

  • Giudizio sul gradevole -> Questo piatto di pasta è gradevole. Mi piace -> non mi aspetto la condivisione del giudizio da parte degli altri. Se qualcuno non condivide, non mi aspetto sia necessaria una discussione. Questo tipo di piacere è collegato ad un interesse: non posso apprezzare un piatto di pasta se questo non esiste;
  • Giudizio estetico -> È bello, mi aspetto la condivisione di questo giudizio. Se qualcuno non è d’accordo, mi aspetto che se ne possa discutere, che ci possa essere un dialogo.

Prg. 4

Kant distingue il giudizio sul bello dal giudizio sul buono. Per Kant esistono tre tipi di predicati, e a ciascuno di essi è legato un tipo diverso di compiacimento. Questo tipo di compiacimento è collegato ad un interesse: il buono è un predicato di tipo morale. Per Kant la morale ha una base puramente razionale: a decidere ciò che è buono o cattivo, non è il sentimento ma la ragione. Ciò significa che se esprimiamo un giudizio morale, questo deve essere necessariamente universale e per avere l’universalità bisogna che la base del giudizio sia razionale.

Esempio -> mentire è sbagliato. Perché è sbagliato? Non perché provoca cattivi sentimenti, ma il problema della menzogna è che la regola secondo la quale è lecito mentire non può essere universalizzata. Se dico -> la menzogna è lecita moralmente, significa che chiunque può lecitamente mentire. Se ciò accadesse, la menzogna non avrebbe senso, e la menzogna come concetto verrebbe distrutto e nascerebbe una contraddizione razionale. Se dico “Mentire è legittimo”, esprimo un principio che si contraddice da solo, perché direi “Potrei vivere in un mondo dove tutti mentono”, dove non c’è più distinzione tra menzogna e verità, e di conseguenza la menzogna non esiste più. È il concetto dell’imperativo categorico: dobbiamo agire sempre secondo ciò che ci detta la ragione e mai in base a ciò che ci dettano gli interessi o preferenze particolari. Quando agiamo, se vogliamo sapere se facciamo qualcosa di morale o no, bisogna chiederci se potreste desiderare se quell’azione diventi una regola universale. Quando stiamo per mentire, chiediamoci se potreste volere un mondo nel quale la menzogna è una legge universale. La risposta è NO: se mento lo faccio per interesse o guadagno. Ma in un mondo in cui tutti mentono, non avrei più quell’interesse. Da un punto di vista logico e razionale la menzogna è moralmente sbagliata!

Ci sono due tipi diversi di buono:

  • Buono per -> utile. Buono che non ha a che fare con la morale ma col raggiungimento di un obiettivo. Esempio -> Andare in palestra è buono per dimagrire. Qualcosa che è utile, buono per un fine, ma non regolato da nessuna legge;
  • Buono in sé -> piace per se stesso. È questo il buono morale. Esempio -> Aiutare il prossimo è buono, non diciamo che c’è un fine, ma è buono in sé.

In entrambi i casi abbiamo un fine:

  • Buono per qualcos’altro -> il fine è esterno all’azione. Vado in palestra per dimagrire, non per andare in palestra -> ho interesse nel dimagrire;
  • Buono per sé -> il fine è nell’azione stessa. Nell’aiutare. Ho interesse che vi sia solidarietà nel prossimo.

Il giudizio sul buono si riferisce sempre all’esistenza di un oggetto morale, es. solidarietà, verità, giustizia. Se io agisco moralmente, è perché ho interesse che esista la giustizia e il mio giudizio morale è collegato all’esistenza di qualcosa.

Per poter formulare un giudizio morale, devo sempre avere conoscenza del concetto: devo sapere cosa sia la giustizia per formulare un giudizio morale, es. x è giusto. Al contrario per la bellezza non ho bisogno di un concetto. Kant isola la nozione di bello da altre nozioni vicine: rispetto al buono e al gradevole, che sono diversi a loro volta, ma sono accomunati dal fatto che in entrambi i casi c’è l’interesse per l’esistenza di un oggetto.

Pg. 163

Quando proviamo compiacimento per un fatto morale? Quando esso esiste. Esempio -> In un tribunale viene condannato un criminale. Ciò lo vediamo come un atto di giustizia, fatto moralmente buono e ci compiacciamo per questo fatto. Ci compiacciamo anche di una rappresentazione fantastica di un oggetto che non esiste.

Prg. 5

Kant ricapitola e fa un confronto tra le forme diverse di compiacimento. Nei tre casi colleghiamo ai predicati un sentimento di piacere/dispiacere, morale, bello e gradevole.

Per Kant l’uomo è l’unico animale razionale. I tre predicati valgono per tutti gli uomini ma:

  • Gradevole è per tutti gli animali non razionali, cani e gatti apprezzano il cibo;
  • Bello, vale solo per gli animali razionali. Il bello vale per gli uomini. Gli animali non si compiacciono per il bello. Secondo Kant l’uomo ha due facoltà principali ossia ragione e sensibilità: è un essere sensibile come gli animali, ma ha anche la ragione, diverso dalle entità razionali perché ha corpo. L’uomo è l’unico animale con aspetto spirituale e aspetto corporeo/sensibile. L’incontro delle due dimensioni, che per Kant sono separate, solo l’uomo apprezza la bellezza. Neanche Dio può apprezzare la bellezza, perché Dio non ha sensibilità;
  • Buono per ogni essere razionale in genere, ossia entità trascendenti, es. Dio, spiriti razionali. Anche se non crediamo in Dio, immagina un essere razionale senza sensibilità e corpo.

Il compiacimento per il bello è libero: se apprezziamo un atto morale, es. giustizia, lo facciamo perché ce lo impone la ragione. Se fossimo enti razionali senza interessi umani vorremmo vivere in un mondo giusto, in cui funziona solo razionalità. Per il compiacimento per il buono abbiamo una legge morale razionale che ci trasmette questo compiacimento. Nota:

  • Es. sul buono: Perché provi piacere? -> Perché esiste una legge morale di giustizia;
  • Es. sul gradevole: Perché ti piace questo piatto di pasta e non un altro -> Perché è il mio particolare gusto, i miei sensi mi dicono che mi piace di più;
  • Es. sul gusto: qui manca riferimento che spiega perché ci piace qualcosa, perché troviamo bello qualcosa.

Vale solo per l’uomo, e nell’esperienza del bello l’uomo si sottrae sia al dovere morale, legge che impone di fare qualcosa -> es. Non rubare, legge che costringe le nostre azioni, sia alla legislazione fisica che fa sì che determinate cose ci piacciano, giudizio sul gradevole con l’istinto, una forma di imposizione dei sensi.

L’unico caso senza imposizioni è il caso del bello: è compiacimento libero disinteressato e libero, senza interesse di sensi e ragione.

Siamo nel 1790, un anno prima c’era stata la Rivoluzione Francese, che secondo Kant fallisce perché si tenta di imporre un culto razionale, es. Robespierre. Kant dice che sia ragione che sensi ci impongono qualcosa, una legge, e l’unico momento dove siamo liberi da legislazioni di doveri e istinti è il momento della contemplazione estetica. Definizione del bello derivato dal primo momento – Ogni volta che diamo una valutazione che non è connessa ad interesse, né razionale o fisico, diamo una valutazione di gusto.

Es. Un’azione &

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/04 Estetica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher claudia.caleca495 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'estetica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Siani Alberto Leopoldo.
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