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I bassifondi del barocco

La Roma del vizio e della miseria

Saggi sotto gli auspici di Bacco. La Roma dei bassifondi, da Caravaggio ai Bentvueghels. Che cos’hanno in comune il Mendicante di Ribrera e lo Scherzo di Nicolas Régnier, i Bentvueghels in un’osteria romana di Roeland van Laer e i Mendicanti fra le rovine romane di Sébastien Bouron, la Veduta di Roma con una scena di prostituzione di Claude Lorrain e il Concerto con bassorilievo di Valentin de Boulogne, la Festa e rissa nei pressi dell’Ambasciata di Spagna di Jan Both e il Bacco e un bevitore di Manfredi?

A prima vista, non sembrerebbe esserci un collegamento diretto. Sono capolavori di caravaggeschi, bamboccianti o paesaggisti italianizzanti, artisti di nazionalità e tradizioni diverse. Queste opere rimandano tutte a un immaginario insolito, quello di una Roma volgare e ordinaria, una “Roma ridicola” e meschina, teatro dei bassifondi. Esse celebrano il rovescio della medaglia: la Roma dei bassifondi, interpretata attraverso stili e generi diversi.

Queste opere utilizzano una fonte di ispirazione condivisa, liberatoria e trasgressiva: il mito di Bacco. Bacco viene scelto da Caravaggio, appena giunto a Roma, per rappresentare sé stesso e al contempo celebrare la propria arte.

L’ispirazione creativa: la scelta di Bacco

  • Cosa conduce da Caravaggio ai Bentvueghels alla scelta di Bacco e non di Apollo? Sin dall’antichità, secondo una tradizione ben nota nel Rinascimento, fra Apollo e Bacco esiste uno stretto legame. Divinità dell’eterna giovinezza capaci di guarire e salvare l’anima umana, essi condividono in primo luogo il potere di ispirare l’immaginazione creativa. L’associazione di Bacco all’ispirazione creativa risale originariamente a Platone.
  • In quanto divinità dell’ispirazione mistica, Bacco è associato a uno dei quattro furores, i deliri divini descritti dal filosofo; in Apollo, Platone individuava invece il dio dell’ispirazione divinatoria. Sotto gli auspici di Bacco, il buon uso del vino è insieme fonte di ispirazione, di elevazione e di gloria poetica. Bacco è associato all’oscurità della notte e ai suoi misteri, alle pulsioni, all’ebbrezza e all’estasi. Egli promuove l’esaltazione dei sensi, la perdita della ragione, la libertà e la trasgressione. Poiché permette di esprimere gli istinti primordiali, Bacco è onorato come liberatore: “Libero Padre”.
  • Alle orge notturne e all’ubriachezza creativa di Bacco risponde la luminosità sfolgorante di Apollo, figlio di Giove e di Latona, il dio Apollo è fonte di razionalità, di una saggezza misurata, di una serenità distaccata, di un ordine tranquillo e di una poetica dell’armonia.
  • L’Accademia di San Luca fa riferimento ad Apollo come dio solare della musica, della poesia e delle profezie. È il primo che sul Parnaso fa danzare al suono della sua lira il gruppo delle nove Muse, secondo un’allegoria che si rifà al mito antico, costruitasi un poco alla volta sino al Rinascimento.

Nel Parnaso si ritrovano, dopo la morte, gli eroi e i saggi che sono in grado di ascoltare questa musica non percepibile dai comuni mortali e che possiedono il dono di rendere visibile l’invisibile. Tuttavia la scelta di Caravaggio ricade proprio su Bacco, l’altra divinità dell’ispirazione creativa. Ciò accade proprio nel momento in cui si consolida l’immagine di una Roma trionfale sotto gli auspici di Apollo, dove si avvia un processo di condanna del dio del vino e dei suoi compagni.

Caravaggio-Bacco ovvero l’arte della sregolatezza

Verso il 1593, appena arrivato a Roma, un Caravaggio poco più che ventenne prende esplicitamente posizione e dichiara la sua “filiazione bacchica” con un gesto emblematico: dipinge il proprio autoritratto in veste di Bacco. Il gesto sarà riaffermato in una serie di opere celebri, tutte ispirate al tema dionisiaco.

Il gesto lievemente contratto del braccio che tende i muscoli per spremere delicatamente l’uva con le dita, in direzione della bocca del dio, è parallelo al piano del quadro ed è stato evidentemente studiato a lungo. Lo si potrebbe interpretare altresì come un atto di “riverenza” verso il Bacco di Michelangelo Buonarroti.

Sin da questo primo autoritratto e manifesto bacchico, Caravaggio intende scombinare i vari registri codificati della pittura e annunciare contemporaneamente le proprie ambizioni e le proprie posizioni future, innovatrici, sull’intreccio fra la vita quotidiana e la storia, fra la pittura “dal naturale” e l’onnipotenza dell’arte pittorica.

Il pittore lombardo introdurrà a Roma un immaginario iconografico nuovo, derivato non dalla ricerca del Bello ideale, ma da un quotidiano meschino e comune, teatro delle umane vicissitudini. Caravaggio inventa nuove icone ispirate all’universo della strada e delle taverne, ai loro vizi e pericoli, è il caso de I bari e de La buona ventura: egli dà ai quadri una forma inedita, con modalità, significato ed estetica rinnovati. Vi rappresenta i personaggi dei bassifondi di Roma, tra caricatura e ritratto, che appaiono come attori su un palcoscenico: zingare, bari e le loro prede. La narrazione rivela i vizi e i pericoli di questo universo, i suoi retroscena e la simulazione, l’inganno dei sensi e la contraffazione.

Oltre ad alludere alla parabola del figliol prodigo, soggetti, messe in scena e interpretazioni richiamano temi letterari allora in voga. Accanto a una messa in scena teatrale il pittore si sforza di creare un effetto dal naturale con l’illusionismo virtuosistico ostentato nella resa dei particolari degli oggetti dei materiali e degli effetti di luce come della presenza fisica delle figure.

Caravaggio grazie alle scelte tematiche ed estetiche, ai soggetti dell’inganno e della seduzione incarnati da bari zingare, dimostra il potere della sua arte, l’onnipotenza della finzione mimetica di una pittura che manipola l’osservatore, inganna la verità e rivela la sua vera natura.

La “schola del Caravaggio” ovvero rinnovare l’audacia bacchica

I temi, i riferimenti e le scelte estetiche di Caravaggio, suscitano una vera e propria infatuazione: tra il 1610 e il 1630, italiani, francesi, fiamminghi, olandesi e spagnoli interpretano le innovazioni del maestro lombardo.

Nutrirsi di Bacco

La prima cosa che si nota è che la mitologia è dominata da Bacco e dai suoi seguaci. Nascono così composizioni emblematiche, a cominciare dal bizzarro Fauno osceno di Nicolas Régnier; segue il bellissimo Pan di Dirck van Baburen. Il modello che incarna Pan, che si tratti o meno di Baburen, sembra ridere, nel suo abbigliamento, insieme all’osservatore. Ibrido e mostruoso, associato alla lussuria e alla frenesia selvaggia, Pan sarà sempre più demonizzato fino a diventare un anti modello, maledetto da una triplice condanna religiosa, morale e sociale.

In un rapporto più immediato, le numerose tele “bacchiche”, esteticamente vicine a Caravaggio, riprendono l’immagine del gesto inaugurale dell’invenzione del vino, affermato talora da un Bacco plebeo panciuto, volgare e sarcastico. Il gesto dell’invenzione del vino, in queste composizioni, evoca l’eccesso e la tentazione del vizio.

In una tela esemplare di Manfredi - Bacco e un bevitore - è presente una più esplicita evocazione dell’ispirazione creativa bacchica, stimolata, come abbiamo visto in precedenza, da Caravaggio. Alla maniera di Caravaggio, Manfredi gioca su un miscuglio sconcertante, in cui sarebbero volutamente intrecciate mitologia poesia e scena di genere realtà e fantasia. Il mito è messo in scena, attualizzato e reso imperituro dall’introduzione di un “attore”, il bevitore, scelto dall’ambiente quotidiano del pittore, vestito con un abito dell’epoca.

Dalle bizzarrie buffonesche all’arte dell’insulto

Anche Ribera, Manfredi, Tournier, Honthorst, Paolini e tanti altri riprendono la scelta caravaggesca, allora in voga, di dipingere figure meschine e soggetti ignobili associati alla sua nuova estetica, che prende in prestito i “canoni” della commedia. Esse mirano a illustrare la panoplia dei vizi e della disonestà del mondo dei bassifondi, legati a pratiche allora condannabili: il tabacco, l’alcol, il gioco e i piaceri di Venere. Si può riconoscere l’evocazione dell’immagine tradizionale della taverna che simboleggia il mondo terreno, il luogo per eccellenza delle tribolazioni umane. In questo immaginario vi ritroviamo le tipiche figure di questo universo: un soldato avvezzo alle razzie, un contadino, un artigiano o un mendicante, una cortigiana, una ruffiana e una zingara, un bevitore, un giocatore, un ladro e un gentiluomo corrotto nonché la rappresentazione dei piaceri terreni.

Vi è però un motivo ricorrente, mai preso in considerazione finora: il gesto osceno e provocatorio della fica. Il gesto della fica, cioè il pollice inserito fra l’indice e il medio, è ispirato al nome del frutto. Il fico è carico di significati antichi che vanno dalla metafora del sesso femminile ai simboli di rigenerazione e di fecondità. Alle soglie del Seicento, esso si impone nella cultura italiana come uno dei più gravi e ricorrenti gesti ingiuriosi, insieme al gesto di fare le corna.

La connotazione erotica del gesto della fica è quella che ritorna più sistematicamente: è il caso dell’Uomo delle tartarughe; il gesto volgare compare sia nella celebre Buona ventura di Palazzo Barberini, sia in Giovane con fichi e la Ragazza che suona il tamburello.

Il carnevale romano: ingiurie e sonetti

Il carnevale è un avvenimento molto atteso a Roma da tutte le classi sociali. La maggior parte sono persone comuni, che camminano per la città, si incontrano agli angoli delle strade, mettono in scena delle specie di commedie, si scambiano mille ingiurie e sonetti. Si raggiunge l’acme quando l’ingiuria diventa il soggetto stesso dell’opera. Il gesto popolare della fica viene ormai messo al centro della composizione e assume tutt’altra dimensione.

Ciò avviene in due sorprendenti quadri di formidabile efficacia: il Fauno osceno di Nicolas Régnier e il Bravo che fa il gesto della fica (non si sa se è di Simon Vouet). Lo straordinario Fauno di Régnier ricorda l’antica origine del gesto e ristabilisce, ancora una volta, la filiazione bacchica. Secondo le fonti, infatti, Bacco sarebbe l’inventore dell’albero di fico, il cui frutto è fra gli attributi specifici del dio. Oltretutto, i significati suscitati dalla gestualità del fauno, l’oscenità, lo schema e l’ingiuria rispecchiano senz’ombra di dubbio gli esaltanti eccessi dei riti bacchici.

Nel Bravo che fa il gesto della fica, l’assenza di contesto ha molteplici significati che lo spettatore è libero di scegliere, per riderci su o sentirsi indignato. In questi due casi estremi, il gesto della fica viene messo esplicitamente in scena, il suo effetto è calcolato con cura e ottenuto con artifici diversi, ma con lo stesso scopo: accentuare il faccia a faccia provocatore con chi osserva il quadro.

I Bentvueghels e il culto della licenza

Nicolas Régnier, Dirck van Baburen e Pieter van Laer sono i maggiori protagonisti della Bent. Questa associazione di artisti si è posta sotto la protezione di Bacco. I Bentvueghels inaugurano, si direbbe, una nuova ed estrema fase, al limite dell’esasperazione, in cui la parodia sarcastica, l’ambivalenza e la trasgressione creano uno sconcerto ancora maggiore. Questi artisti scelgono di nuovo di eleggere come protettore della loro arte una divinità antica, Dioniso stesso, padre della libertà.

La Bent figura tutelare supera i confini tra le arti e i generi e accoglie pittori e incisori di ogni specie, oltre a scultori e orafi e, in casi eccezionali, poeti e collezionisti; tutti hanno in comune la provenienza dal Nord. Fin dalla sua fondazione vi convergono i rappresentanti nordici della pittura caravaggesca e i principali paesaggisti italianizzanti. S’impone fin da subito una notevole eterogeneità di correnti artistiche e non solo un orientamento stilistico dominante.

La produzione dei membri della Bent ottiene un vivo successo, tale da suscitare, da parte di alcuni omologhi italiani, una feroce gelosia e una violenta condanna. Tuttavia i Bentvueghels non costituiscono una comunità emarginata: ricercati e spesso protetti dai più importanti cultori d’arte della Città eterna, tra i principali affiliati della Bent ricevono spesso prestigiose commissioni pubbliche. La Bent non è né un club popolare, né una gilda, né esattamente una “banda accademica” o una contro-accademia. Con l’obiettivo di stabilire tra i membri una relazione di fratellanza, la Bent riserva a ogni nuovo affiliato un’accoglienza calorosa, un rapporto permanente di mutuo soccorso e occasioni per condividere i momenti di festa.

È impossibile negare l’esistenza di un rapporto di emulazione artistica e di codici estetici condivisi, che derivano da Dioniso. Non esiste alcuno statuto o regolamento scritto. L’assenza di una gerarchia ufficiale è emblematica quanto i luoghi di ritrovo, che non sono altro che le taverne romane.

La cerimonia di accoglienza dei nuovi membri viene organizzata dal gruppo dei Bentvueghels al completo, e inizia con un tableau vivants animato da alcuni confratelli: si tratta generalmente di commedie burlesche a tema mitologico dominate dalla figura di Dioniso. La seconda fase del rito di iniziazione consiste in un battesimo per aspersione, celebrato nel nome di Bacco, in cui l’acqua viene sostituita dal vino. Il rito sacrilego si conclude con l’assunzione del nettare “sacro”, che sancisce l’ingresso del novizio in seno alla società e la sua devozione al protettore.

Il nuovo affiliato riceve una lettera di ammissione, sottoscritta da tutti i membri, e un soprannome di natura mitologica, ironica, spesso ispirato al suo aspetto fisico. Un banchetto orgiastico, tradizionalmente offerto dal gaudente novizio, si protrae fino a tarda notte e si prolunga talvolta per oltre ventiquattro ore, come assicurano i detrattori degli allegri Bentvueghels. La cerimonia termina all’alba, con un solenne pellegrinaggio diretto alla tomba di Bacco, identificata con un prezioso sarcofago in porfido, con decorazioni a motivi bacchici, conservato nella chiesa di Santa Costanza e all’epoca comunemente noto come “Sepolcro di Bacco”.

Qui gli affiliati celebrano un ultimo rituale che consiste nell’incidere il proprio nome e soprannome di Bentvueghels nelle nicchie poste sui due lati della tomba di Dioniso. L’iscrizione non aspira a celebrare una prestigiosa eredità artistica, è testimonianza di un rituale comunitario e ribadisce la devozione e affiliazione bacchica, aspetti pregnanti e condivisi da tutti i membri della “setta”.

Nel suo ruolo di divinità tutelare, Bacco domina i tableaux vivants, i ritratti di gruppo e le invenzioni allegoriche. L’iconografia di Bacco coltivata dalla Bent è ambigua e trae ispirazione sia dalle fonti visive tradizionali, sia dal singolo Bentvueghel travestito e raffigurato dal vivo; il dio è nudo, col ventre pingue e l’espressione spesso beffarda, coronato di viti e assiso su una botte di vino. Quanto agli altri membri della Bent, si ritraggono, individualmente o in gruppo, come attivi protagonisti della vita delle taverne romane e come adoratori di Bacco. In nome del dio del vino essi tessono, in vivo e sulla tela, un’ironica difesa dei piaceri terreni, in particolare alcol e i piaceri carnali con tutte le loro trasgressive conseguenze. Il vino è celebrato in ogni forma, in botti, boccali, coppe e bicchieri.

Un gioco di parole visivo

Per quanto riguarda l’uso che i Bentvueghels fanno della toga e nella pratica di attribuire un nome ai nuovi membri si deve forse vedere un riferimento ai Liberalia, le feste organizzate nella Roma antica in onore di Bacco, Liber Pater. Al centro della “sua” taverna, Pieter van Laer inserisce un sottile “gioco di parole” visivo e autobiografico, che suggerisce una delle possibili chiavi di lettura dell’opera: quella di un ironico elogio del pittore e della sua arte. Il personaggio alla sinistra del disegno, in cui si potrebbe identificare il locandiere (forse lo stesso Pieter van Laer), invita col gesto a osservare l’opera più da vicino; potrebbe suggerire un doppio senso: vuole forse indicare che esistono “due bambocci in uno”, il fantoccio e il genio, il pittore e il locandiere, il Bentvueghel e l’artista ispirato? L’opera potrebbe trattare il tema dell’ispirazione artistica che si esprime nell’ebbrezza dionisiaca degli artisti, qui rappresentati da personaggi visibilmente ubriachi in una taverna romana, cui lo spirito di dissolutezza va di pari passo con quello di estasi creativa.

Queste molteplici allusioni andrebbero a comporre, al di là di un primo discorso moralistico sulla taverna e i suoi pericoli (alcol, tabacco, gioco e la fine ineluttabile annunciata dalla Morte e dal diavolo), una sorta di comica lode dell’arte dei Bentvueghels. Si potrebbe quindi dedurne che la conclusione sia il conseguimento della salvezza verso l’arte.

“Stupenda e misera città”

Luoghi celebri, personaggi di poco decoro e una nuova idea della pittura nella Roma del primo Seicento. C’è stato un momento, all’inizio del Seicento a Roma in cui vagabondi, mendicanti, emarginati, persone, comunque, di un infimo livello sociale, sono stati al centro della riflessione di un gruppo di artisti che si mostravan...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/02 Storia dell'arte moderna

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher layla95 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'arte fiamminga e olandese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Ferrara o del prof Cappelletti Francesca.
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