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Riassunto esame Storia dell'archeologia / museologia, prof. Calcani, libro consigliato Patrimonio al futuro, Giuliano Volpe

Riassunto per l'esame di Storia dell'archeologia / museologia, basato sullo studio autonomo del testo consigliato dal docente Calcani: Patrimonio al futuro, Giuliano Volpe, dell'università degli Studi di Roma Tre - Uniroma3, Facoltà di Lettere e filosofia.

Esame di Storia dell'archeologia docente Prof. G. Calcani

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altro suggerimento strategico che la riforma potrebbe attuare consiste nell’ istituzione di una scuola

nazionale del patrimonio (SNP), gestita da MIBACT e MIUR. Volpe ritiene che questa scuola

costituirebbe un luogo che insegni al lavoro interdisciplinare e favorisca un approccio olistico al

patrimonio culturale e paesaggistico; una scuola che oltre a curare formazione e aggiornamento

del personale del MIBACT, ne curi anche il reclutamento. Gli ammessi dovrebbero essere in

possesso di dottorato/diploma specialistico e trascorrere al max 12-18 mesi possibilmente

all’estero di formazione e stages retribuiti con conseguente immissione diretta alla fine del periodo

nei ranghi del MIBACT. In tal modo si supererebbe anche la prassi dei mega concorsi banditi ogni

10-20 anni con migliaia di candidati che hanno provocato immissioni di massa con conseguente

blocco per intere generazioni successive.

Le concessioni di scavo, un retaggio ottocentesco

Lascito di legge del 1939 che dice che il ministro per l’educazione nazionale ha facoltà di eseguire

ricerche archeologiche o opere per il ritrovamento di cose citate nell’ art 1 in qualunque parte del

territorio del regno. Poi il ministro, sentito il consiglio nazionale dell’educazione, può far

concessione a enti o privati di eseguire ricerche archeologiche. Nel 1999 la parola stato si

sostituisce a regno e le ricerche sono riservate allo stato. Nel 2004 invece, col codice dei beni

culturali, le ricerche sono riservate al ministero e ha norme molto restrittive, quasi un ritorno alla

versione della legge fascista. Si ribadisce l’esclusività delle competenze in materia archeologica al

ministero singolo e non allo stato considerato come insieme, ma si prevede anche la possibilità di

revocare la concessione in qualunque momento e di sostituirsi al concessionario nella

prosecuzione di una ricerca archeologica (quindi in teoria un soprintendente può dare il benservito

in qualsiasi momento ad una università che da anni si dedica a quel progetto, sostituendosi nella

ricerca). Negli ultimi tempi molta burocrazia. Ma i veri problemi sono ad esempio la sistemazione

delle aree post-scavo (numerosi i casi di scavi lasciati nel degrado e nell’abbandono), l’obbligo di

fornire esauriente documentazione e pubblicazione in tempi brevi. Molti professori inoltre hanno la

tendenza a moltiplicare all’infinito gli scavi, più per una questione di prestigio personale che per

seri motivi di ricerca. Altro problema riguarda la rigidità con cui si applicano le norme, che a volte

sfocia in decisioni che danneggiano la collettività (caso delle summer school a pagamento fatte

chiudere perché ritenute meri esercizi di sfruttamento commerciale).

Arte e scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento?

Il MIBACT valuta se una ricerca è utile o se è coerente con i propri indirizzi di ricerca. Con quali

criteri? L’arte 33 difende con forza la libertà della ricerca scientifica, ma ai fatti poi sembra che

l’unica che non venga difesa (anzi limitata) sia quella archeologica. Volpe denuncia la logica di

contrapposizione e si auspica un clima di cooperazione per la costruzione di un sistema pubblico

integrato. In sostanza invita alla cooperazione e non al dissidio.

Il conflitto di interessi

Il problema reale non è quindi rappresentato solo dall’aspetto economico e organizzativo, quanto

dall’urgenza di un profondo cambiamento metodologico, politico e culturale. Ma soprattutto va

risolta la separazione della gestione dall’azione di indirizzo/coordinamento/controllo/valutazione.

Uno stato forte e maturo deve saper cedere quote di potere. Troppo spesso si registrano casi di

conflitto di interesse tra gestione e controllo e poco trasparenti rapporti tra imprese che finanziano

lavori e singoli professionisti archeologici posti in posizione subalterna se non di vero e proprio

ricatto. Oggi una legge del codice ha introdotto la possibilità nel campo delle professioni relative ai

beni culturali di redarre un elenco delle professioni non regolamentate, che consenta anche di

precisare protocolli e standard qualitativi che garantiscano trasparenza. Il conflitto è però tra

interesse privato e pubblico (che deve sempre essere difeso). Anche l’alternativa tra

sponsorizzazione e mecenatismo è impropria, perché si deve sempre e comunque scegliere

l’alternativa più conveniente evitando loghi e pannelli pubblicitari troppo ingombranti (ma per

questo bastano regole chiare nei contratti di sponsorizzazione, vedi restauro colosseo

sponsorizzato da tod’s). Volpe è tra quelli che lo ben considera in quanto non è stato invasivo.

Inoltre se uno sponsor è corretto, paga le tasse, crea posti di lavoro, che male c’è? La domanda da

porsi è invece: “lo stato sarà in grado di sobbarcarsi l’onere di gestire interamente e da solo il

patrimonio?”

Dieci, Cento, Mille forme di gestione

Ci sono molte iniziative tra cui cooperative e associazioni che riescono a gestire perfettamente

porzioni di patrimonio culturale con successo e dando lavoro e dignità a molti giovani. Sono

iniziative che stanno offrendo occasioni di lavoro. Decenni fa nessuno avrebbe creduto al mestiere

dell’archeologo al di fuori della ricerca, della formazione e della tutela: oggi soprattutto grazie

all’intensa attività sul web questo è possibile (comunicazione, laboratori, giornalismo, turismo,

videogame e molto altro). Questo ci fa riflettere in 2 modi: negativo se lo si vede come un ripiego,

una sconfitta; positivo se lo si vede per quello che è, ovvero la ricerca e la creazione di ambiti

professionali nuovi grazie all’ingegno per rispondere a nuove esigenze. Queste iniziative

dovrebbero essere presenti nel nostro paese, e lo stato dovrebbe impegnarsi a valorizzarle a

beneficio suo e del pubblico. Uno stato che non deve abbandonare.

Non riusciamo a comunicare con la gente

Un’altra grande innovazione riguarda la comunicazione, campo dove si registra ancora un grande

ritardo. La comunicazione non andrebbe intesa come un privilegio concesso dai più al volgo, ma

come un’azione necessaria e pienamente coerente con il significato reale di tutela e

valorizzazione. Un dovere per mantenere viva la memoria. Quante volte capita di vedere nei musei

gente stordita e spaesata? Colpa dei supporti didattici che il più delle volte sono poco chiari e

concepiti per pochi, che consentono una mera contemplazione acritica. Una storica, Chiara

Frugoni in un’intervista asserisce che molti musei italiani sono organizzati all’antica e in modo poco

amichevole. Luoghi dove il giudizio stilistico è preponderante, giudizio che sfugge al normale

visitatore. Ci si dimentica che queste opere sono fatte per comunicare. C’è quindi una concezione

elitaria sulla comunicazione (diretta ai pochi privilegiati), dall’altra una incapacità tecnica

nell’affrontare una comunicazione matura, utilizzando strumenti e linguaggi disponibili. Solo

attraverso questa cura per la comunicazione si interromperà il circolo vizioso che vede i cittadini

distanti dalla cultura e la classe politica non interessata ad occuparsene in quanto non sentita

necessaria dagli elettori. Perché essere così oscuri? Volpe individua 3 ragioni: 1) narcisismo e

autocompiacimento; 2) pigrizia; 3) affermazione del potere, tipico delle caste. Anche chi si dedica

alla divulgazione il più delle volte è visto come narcisista e cacciatore di protagonismo mediatico;

fatto che spinge molti personaggi “dubbi” a divulgare nozioni antiscientifiche pur di comparire in tv

(giacobbo e voyager).

I Bronzi di Riace: un grande fallimento

Un momento emblematico del mancato rapporto tra archeologi e cittadini fu a inizi anni 80 col

boom dei bronzi di riace, con le code chilometriche per le mostre di Firenze e del quirinale.

Salvatore Settis denunciò il fatto con forti parole, in cui asseriva che gli archeologi non avevano

minimamente previsto un tale impatto. Il circuito nel museo aveva funzionato, quello che invece

era fallito era stato il discorso fuori dal museo, ovvero ciò che avrebbe dovuto innescare quel

clamoroso successo. La situazione odierna è ancora condizionata da un notevole ritardo culturale

e metodologico. Nel 2014 è scoppiata una polemica sulla richiesta di esposizione dei 2 capolavori

all’expo. I vari problemi tecnici connessi al rischio della trasportabilità delle sculture ha indotto il

ministro franceschini a negare l’esposizione all’expo. Ancora una volta mancava un progetto

scientifico e culturale da parte di chi intendeva fare delle statue feticci da esposizione.

Contro una concezione elitaria della cultura

Questo affermava bianchi bandinelli negli anni 70, ovvero la necessità di un’opera di divulgazione

che faccia uscire la cultura dalla elite ristretta alla quale appartiene ancora. Le sfide attuali sulla

divulgazione sono molto più complesse. Le domande da porsi sono: perché accrescere la

conoscenza, effettuare scavi, ricerche, ricognizioni e perché conservare e restaurare se la

comunicazione non ha il ruolo centrale che merita? E poi, come è possibile valorizzare il

patrimonio senza comunicarlo?

Quale comunicazione? Aprire gli accessi, liberare i dati

La domanda principale è: quale comunicazione mettere in campo? Anche la comunicazione entra

nelle categorie di globalità. L’approccio globale è connesso all’analisi dei paesaggi storici. La

comunicazione della complessità del patrimonio in tutte le sue sfaccettature è un obiettivo

essenziale per la conservazione stessa dei paesaggi storici. Solo un approccio globale consente di

affrontare la complessità del patrimonio: la comunicazione sarà pertanto più efficace e

coinvolgente quanto più saprà coniugare il pieno possesso dei contenuti della propria

specializzazione con una visione globale del tema. Rispetto al recente passato, oggi è possibile

superare la comunicazione unidirezionale grazie ai progressi nel campo dell’informatica (social

network, video in tempo reale, ecc.) Se sul piano tecnico non esistono più problemi, il problema

resta su quello metodologico. Troppo spesso prevale l’aspetto esibizionistico dove l’approccio

culturale appare guidato e sottomesso da quello tecnologico.

Libertà di fotografare i beni culturali

L’Italia registra anche nel campo dell’uso delle tecnologie digitali un preoccupante ritardo. L’art

bonus entrato in vigore a maggio 2014 ha cominciato a porre un rimedio autorizzando la libera

riproduzione di qualsiasi bene culturale. Purtroppo però la camera dei deputati ha emesso una

restrizione, ovvero sono esclusi dalla libera riproduzione i beni archivistici e bibliografici. Questo

divieto è figlio di un’idea proprietaria dei beni culturali che ci allontana dall’Europa. La motivazione

alla base del divieto consisterebbe in presunti problemi di tutela, ovvero nel rischio di

danneggiamento dei documenti a causa della manipolazione (motivazione fiacca). Anche Massimo

Federici ritiene questo una sciocca superstizione. Fu la legge Ronchey trasferita nel codice dei

beni culturali a introdurre il divieto lasciando agli istituti ministeriali il diritto esclusivo della

riproduzione dei beni culturali per garantire risorse dalla vendita dei diritti. Lo Stato non dovrebbe

lucrare sullo sfruttamento dei beni culturali, semmai dovrebbe favorire lo sviluppo economico di un

territorio attraverso la valorizzazione del patrimonio culturale. Comunque già il togliere i cartelli

vietato fotografare nei musei è un notevole passo in avanti. Attendiamo ora che spariscano anche

da biblioteche e archivi.

Il racconto del patrimonio culturale

La vera forza della comunicazione risiede nella capacità di racconto. Chi si occupa di beni culturali

non dovrebbe saper solo raccontare i risultati delle proprie ricerche, ma anche la natura stessa del

suo lavoro. Superando una concezione elitaria che tiene separati pubblico e ricerca, gli operatori

dei beni culturali dovrebbero saper trasmettere la passione coinvolgendo tutti. C’è da dire però che

molti musei, tra cui quello di Torino, stanno vivendo una stagione di cambiamento e ripensamento,

valorizzando le loro collezioni divenendo musei con standard di livello internazionale. Anche

restauri e coperture di siti archeologici rappresentano elementi essenziali di un progetto

comunicativo, in grado id facilitare la comprensione di oggetti, monumenti e siti.

Musei e parchi luoghi vivi

Un museo deve fornire risposte ma anche stimolare domande e suscitare emozioni. La

comunicazione deve puntare al potenziamento della funzione laboratoriale di un museo o di un

sito. Carandini, illustrando le attività del FAI, individua 4 categorie di visitatori: a) i curiosi,

interessati; b) bambini (sono molto importanti, perché se un bambino si annoia la famiglia al museo

non ci torna); c) la famiglia che amara esplorare, camminare, fare sport (alla quale offrire una

esperienza anche fisica; d) quelli che amano anche la natura. Il pubblico di un museo o di un parco

non è indifferenziato: si distingue per età, cultura, curiosità. La comunicazione deve tener conto di

questo puntando se possibile a percorsi individuali.

Arena del Colosseo ed (inevitabili?) polemiche

Il 2 novembre 2014 Dario Franceschini con un tweet parla dell’idea di Manacorda di restituire al

Colosseo la sua arena. Questo ha dato il via ad un’eco mediatica straordinaria. Anche Volpe ha

risposto, dicendo di ripristinare l’arena ma senza feticismi. Ci sono stati molti voti a favore del

ripristino dell’arena, ma anche molti contrari, in quanto ritengono che a Roma ci sia ben altro da

fare e che richiede più urgenza. Questo è vero, ma è anche vero che il Colosseo è un monumento

speciale, simbolo di Roma e dell’Italia, visitato da 5 milioni di persone l’anno. Il monumento è privo

di un elemento fondamentale per la comprensione delle sue funzioni. Solo una porzione dell’arena

è ricoperta da tavolato ligneo. Manacorda ha ricordato che l’arena era ancora presente nel 900, e

che sono stati gli scavi successivi a eliminarla. Ripristinarla è perciò un dovere etico. Inoltre il

ripristino potrebbe risolvere i problemi idraulici (infilitrazioni di acqua piovana e protezione delle

strutture sotterranee). Manacorda parla di “archeologia necrofila” che porta a privilegiare una

insana esposizione delle cose morte. E dunque ha proposto di ripristinare l’arena per riportare gli

ambienti sotterranei alla loro originaria condizione, rendendoli accessibili ai visitatori, che così

possono capire l’atmosfera che provavano i gladiatori al momento dell’entrata in scena. I critici

vanno contro tutto questo perché temono l’organizzazione di spettacoli che snaturerebbero il

monumento. Ma perché non farle? Sono molte le possibili applicazioni, come ad esempio

proiezioni serali ricostruttive, come quella del foro di cesare con piero angela. Chi si oppone lo fa

un po’ per feticismo e un po’ per iperstoriscismo, ma anche per mancanza di coraggio. Volpe

inoltre fa presente il fatto che ogni qualvolta qualcuno avanzi una proposta innovativa,

immediatamente scatti la rissa. Potrebbe essere significativo di un certo clima che dda anni

avvelena questo mondo e lo tiene di fatto bloccato?

Beni culturali e pianificazione territoriale

Salvatore Settis denuncia il progresso edilizio che via via divora boschi, prati e campagne. Che

fare? Un’idea puramente di difesa dei beni culturali fondata solo sui vincoli si è già dimostrata

inefficace. E’ un errore contrapporre patrimonio culturale e sviluppo, perché la sfida consiste nel

saper costruire nuove forme di sviluppo durevole e sostenibile anche grazie al patrimonio culturale.

In questo senso un passo in avanti è stato compiuto coi piani paesaggistici regionali che superano

la logica del mero vincolo per adottare strategie progettuali di sviluppo del territorio. Essi sono

quindi una innovazione nel concetto di tutela. Peccato che il codice dei beni culturali del 2004 non

ha previsto né premi né sanzioni; fatto che ha portato ad oggi all’approvazione di solo 2 piani

(puglia e toscana), mentre le altre regioni sono ancora in preda all’interesse degli speculatori che

ha portato di fatto ad uno stupro del territorio.

Partecipazione dei cittadini, coscienza di luogo, ambiente globale

L’aspetto più rilevante è costituito dalla promozione di una partecipazione attiva dei cittadini, fatto


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AUTORE

Shrewa

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+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze dell'archeologia e metodologia della ricerca storica-archeologica
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Shrewa di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'archeologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Calcani Giuliana.

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