Il museo e la sua storia
La nascita del collezionismo
La tomba e il tempio: i primi musei – L’abitudine di collezionare oggetti con l’intenzione di conservarli affonda le sue radici nell’antichità, ma ancor prima è un fenomeno antropologico: conservare le radici con gli oggetti o le reliquie degli antenati è costume già presente nella preistoria. I corredi funerari sono quindi i più antichi esempi di collezionismo. L’accumulo è anche un fenomeno religioso: i templi mesopotamici ed egiziani, ma anche i templi greci possedevano una ricca collezione. La logica collezionistica attingeva anche ai saccheggi in contesti di guerra. I tesori greci sono stati i primi depositi di opere d’arte. Anche il tempio greco divenne un luogo in cui venivano accumulati oggetti. Sull’acropoli di Atene nacque il più antico esempio di pinacoteca. Altre pinacoteche sono attestate nei complessi monumentali di edifici pubblici ad Efeso e Delo. Non esisteva invece un’istituzione speciale per la relativa amministrazione. I templi greci, o santuari, erano luoghi di culto e, solitamente, per giungervi bisogna fare una sorta di pellegrinaggio. Essi funzionavano come delle banche, che all’occorrenza potevano salvare le comunità attraverso l’alienazione dei doni ricevuti dai fedeli.
Nel corso del V secolo a.C. si sviluppò progressivamente la connessione fra il tema del giardino e quello studio, che apre la strada al legame tra le Muse e la collezione. Attalo I, governatore di Pergamo, fu il rappresentante di un nuovo collezionismo basato sull’integrazione dei saperi. Gli elementi strutturali sono: collezione di opere d’arte, biblioteca, giardino, orto botanico. In questo periodo comparvero la figura del mercante d’arte, incaricato dal collezionista di trovare le opere, e quella del critico d’arte.
La biblioteca di Alessandria d’Egitto
Tolomeo fondò il Museo con l’intento di offrire a scienziati e letterati i mezzi per praticare le loro discipline senza doversi preoccupare del sostentamento: era il tentativo di risolvere il difficile problema dei rapporti tra potere e intellettuali. Alessandria divenne quindi patria della scienza pura e applicata. Dal punto di vista architettonico, il Mouseion alessandrino consisteva in un ampio recinto, circondato da un porticato a colonne, collegato ad un’esedra. Nel complesso alessandrino erano presenti anche un giardino botanico, un serraglio, un anfiteatro, sale di lavoro e un refettorio.
Roma: collezioni, immagini e manifestazioni del potere
Le domande e le testimonianze sui primitivi abitanti della città rientravano nel concetto di antiquitates (antichità), nel quale le memorie della storia più remota si fondevano nel mito e trovavano un’immagine concreta – secondo un costume ampiamente diffuso in tutto il mondo classico - nelle reliquie degli antichi eroi conservate nei santuari. Ad esempio, nel VI secolo si conservava intatta, in un apposito antico edificio, la nave di Enea, mitico progenitore di Romolo, il fondatore di Roma.
L’accumulare ed esibire tesori nei templi, nelle chiese e nei palazzi è sempre servito per innalzare il prestigio di chi li possedeva e a impressionare il visitatore con questi segni del potere. La collezione d’arte greca radunata da Verre – o meglio il tendenzioso inventario che ne dà Cicerone nella sua accusa 70. a.C. – può essere sfruttata perciò come un’eccellente testimonianza riguardo alle manifestazioni del lusso privato. Secondo Cicerone, Verre, portò via da Siracusa tutte le pitture che ornavano il tempio di Minerva raffiguranti le imprese del re Agatocle. In più «rubò altresì dal tempio ventisette tavole nelle quali erano dipinte le immagini dei re e dei tiranni di Sicilia. Spogliò le porte di detto tempio artificiosamente lavorate, ne più nobili dove erano incastrati molti preziosi e perfetti lavori d'avorio. Fece schiodare una bellissima faccia di Medusa anguicrinita e la prese. Schiodò tutte le bolle d'oro che molte e grandi erano; lasciando le porte non per ornamento, sì per tenere chiuso il tempio... Rubò dal pritaneo la statua di Saffo... stupenda e perfetta. Dal tempio di Esculapio tolse la statua di Peane, nobilissimo lavoro, sacra e religiosa, ammirata da tutti per la bellezza, riverita per la religione. Dal tempio di Bacco rubò la statua d'Aristeo, e dal tempio di Giove quella di Giove Urio, e dal detto tempio di Bacco una piccola testa che per la sua bellezza ciascuno andava a riguardare». Consapevole di tutto ciò, non solo per le informazioni raccolte durante la preparazione del processo, ma perché sensibile alla manie collezionistiche tanto e forse più del suo avversari, Cicerone ha buon gioco ad insistere fin dall’inizio del suo discorso sulla forte passione artistica di Verre, che rasentava le forme di una malattia pericolosa, e perfino quelle di un’incontenibile follia.
La consuetudine di trasportare le sculture greche a Roma per collocare a ornamento delle ville, determina il venir meno della loro funzione sacra e l’affermarsi di quella estetica e simbolica. Da ciò prese inizio il commercio dell’arte e la replica in copia delle opere. Infatti il desiderio di avere i capolavori greci produce un enorme numero di copie.
Lo scrittore bizantino Procopio mette in luce la consapevolezza dell’importanza della conservazione dei monumenti antichi, in un’età in cui Roma, nel pieno svolgimento della guerra gotica (535-553), viveva uno dei momenti più drammatici della sua storia. Inoltre testimonia come fosse viva, nella tarda Antichità, la coscienza del valore culturale del patrimonio artistico e monumentale della città, eredità collettiva da trasferire ai posteri. Al re goto Totila, che si accingeva a radere al suolo la città di Roma, il generale bizantino Belisario scrive queste parole: “Come dotare una città di nuovi ornamenti è un intento proprio di uomini assennati e civili, così distruggere gli ornamenti che vi sono è cosa da stolti che non si vergognano di lasciare ai posteri un simile documento della loro natura. E Roma fra tutte le città, quante ve ne sono sotto il sole, è riconosciuta la più grande e la più magnifica, poiché essa divenne così grande e bella non per opera dell’ingegno di un sol uomo né in breve tempo, ma perché tale la fecero molti imperatori e la volontà comune di uomini sommi e un lungo periodo di tempo ed ingenti ricchezze che poterono raccogliere in quella città artisti provenienti da tutta la terra, sì che a poco a poco edificarono quella città che tu vedi e la lasciarono ai posteri quale ricordo e testimonianza del valore di tutti. Per questo motivo, inveire contro Roma apparirà una grande ingiuria agli uomini di ogni tempo, poiché ai nostri predecessori verrebbe tolto il ricordo della loro virtù, ai posteri lo spettacolo della loro opera.”. Emerge il tema della memoria: i romani difendono il patrimonio che richiama la gloria del popolo in passato, per sopperire la difficile situazione attuale.
Dai tesori delle cattedrali al collezionismo laico
Nel medioevo la componente religiosa divenne protagonista nelle logiche del collezionismo. Si collezionavano i resti dei martiri, le reliquie e gli strumenti della passione di Cristo, della vita della Vergine e le reliquie indirette o di contato. A essi venivano attribuiti poteri pressoché taumaturgici. Per rendere onore si ricorreva all’uso dei materiali più ricchi: oro, argento, pietre preziose. L’accumulazione di tali oggetti ha dato vita ai cosiddetti tesori. Era caratterizzato nella sua composizione da reliquie nei loro reliquiari, oggetti in oro e argento, pietre preziose, avori, stoffe, tessuti ricamati in oro. Il tesoro non esprime il gusto di colui che temporaneamente ne dispone in quanto è proprietà di istituzioni, e non di un individuo. Il tesoro deve rendere visibile la potenza e la ricchezza. Il tesoro serve talvolta anche come magazzino da cui poter prendere ricchezze e denari. Il contenuto di un tesoro non è mai stato immutabile: si aggiungono nuove opere e si distruggono e fondono quelle danneggiate o passate di moda. I primi tesori veri e propri si fanno risalire al periodo carolingio. L’età delle crociate diede inizio alla seconda fase di formazione dei tesori in occidente. Ad esempio, l’ultima parte del tesoro di San Marco a Venezia si costituì con il bottino della quarta crociata presso Costantinopoli. Suger, abate di Saint-Denis, riuscì ad aggirare la censura della Chiesa nei confronti dell’attaccamento ai beni terreni e alle ricchezze dando alla sua passione una giustificazione spirituale. Egli diceva che la visione della bellezza materiale induceva l’osservatore, il fedele, ad andare oltre, a trascenderla. Le opere d’arte preziose erano dunque un mezzo per elevarsi verso la bellezza immateriale ed eterna. La Chiesa è stata la prima vera custode di oggetti e la prima a dedicare all’allestimento delle raccolte di reliquie e reperti naturali un’attenzione di tipo museografico.
In epoca medioevale i reperti archeologici venivano usati, nella maggior parte dei casi, come riserve di materiale pronto ad essere reimpiegato a scopi edilizi. L’utilizzo nelle chiese di colonne, capitelli e frammenti portò all’annullamento della funzione estetica a favore di quella sacra. Inizia quindi la cosiddetta età degli "spogli", cioè della demolizione degli antichi edifici per riusarne i materiali di pregio. La distruzione sistematica dei monumenti era inutilmente contrastata dagli editti imperiali, che ribadivano il divieto di spoliazione degli edifici a meno che non fossero giudicati irreparabili, e legalizzavano quindi di fatto lo smantellamento. Nei secoli che segnano il passaggio tra tarda Antichità e Medioevo la continua demolizione degli antichi edifici si accompagnava ad intense attività di scavo tra le rovine, per recuperare, almeno, le materie prime per l'edilizia. L’intolleranza manifestata dalla nuova religione cristiana, negava il passato nei suoi aspetti ideologici pagani, ma lo sfruttava nelle sue componenti materiali. Il fascino dell’antico dà impulso a nuovi tipi di scavi e di spoliazioni, praticati con l’intento di recuperare marmi e colonne per abbellire chiese, palazzi e tombe dei manufatti belli o preziosi ancora casualmente conservati oppure volutamente ricercati. Queste però non possono essere considerate vere e proprie forme di collezionismo. Gli oggetti infatti venivano rubati e interpretati in modo diverso o inseriti in contesti diversi.
- Il pretium, ossia il valore del materiale con cui era stato creato;
- L’orgoglio civico, con il quale molte città scelsero l’antichità per incarnarvi la propria storia antica e la discendenza dai romani (un esempio è la statua di Marco Aurelio, che fu inclusa nel complesso di san Giovanni in Laterano e interpretata come Costantino);
- Il spolium politico, ossia la spolia con il significato politico (ad esempio, i cavalli di San Marco, bottino di Guerra della crociata del 1204, sono messi in evidenza nella facciata di San Marco, allora cappella del doge, come simbolo di potenza).
Un esempio importante di reimpiego si trova a Pisa ed è la Piazza dei miracoli. Attraverso i numerosissimi impieghi, Pisa manifestava i suoi legami con l'antica Roma e si proclamava sua legittima erede.
Gli studioli
Intorno ai primi decenni del 1300 l’atteggiamento cambia. Si verifica un nuovo atteggiamento nei confronti degli oggetti, un atteggiamento personale. Nei tesori principeschi il re si interessa personalmente degli oggetti: Carlo V compila personalmente l’inventario di una parte del suo tesoro la sua collezione privata (anelli, intagli antichi, cammei ecc.)
Nel XV secolo si assiste al fenomeno culturale degli studioli. Uno dei primi studioli era appartenuto a Carlo Magno. Gli studioli erano visti come luoghi appartati e destinati alla meditazione: inizialmente voluti come privati o accessibili a pochi eletti, essi costituirono una tappa fondamentale nel fenomeno del collezionismo e nella sua storia, perché è da qui che poi si svilupparono le prime forme di museo privato. L’origine degli studioli è legata al mondo monastico, quando gli eremiti dovevano praticare lo studio, la preghiera e la meditazione da soli e nel massimo silenzio. Il passaggio di questo ideale di vita contemplativa dal mondo degli ordini monastici a quello laico si deve a Petrarca che esaltò la vita solitaria come condizione essenziale per ogni attività legata alla sfera spirituale, sua qualità morale. Lontano dalla confusione della città, affacciato su un giardino, lo studio deve rendere facile l’introspezione e la lettura. Viene esaltato il mito della semplicità: un tavolo e un leggio, scaffali per libri, pochi oggetti In un luogo appartato della casa, camera/studio.
Nello studiolo di Lionello d’Este a Ferrara venne messa in atto la volontà di esibire un programma iconografico teso all’esaltazione del buon governo e dei successi diplomatici del committente, questa volontà sotto la protezione di Apollo e delle Muse. Isabella d’Este scelse invece di collezionare oggetti antichi in rapporto al tema della riappacificazione tra virtù umane e celesti.
Alla fine del Cinquecento subentrò la volontà da parte dei collezionisti di esporre le raccolte ad un pubblico più ampio e in luoghi meno appartati. La galleria, che affonda le sue radici nel mondo classico, fu ritenuta più adatta all’approccio con il pubblico e al bisogno di celebrazione dei committenti. Inizialmente la galleria non aveva funzioni espositive ma solo di collegamento fra parti tra loro distanti dei grandi palazzi. Gradualmente apparve logico utilizzare anche tali locali per l’esposizione di collezioni d’arte. Infatti, solo dopo la metà del Cinquecento la galleria si configura con chiarezza come un luogo da collezione. I precedenti delle gallerie vanno viste nelle logge, perché le gallerie nascono dagli adattamenti delle logge. La galleria, già nella sua forma architettonica, è distintiva di una posizione sociale. L’arredo con antichità aumenta questo grado sociale. Essa coniuga interno ed esterno: infatti si può passeggiare come in giardino tra statue e grandi antichità.
Il collezionismo mediceo fra Quattrocento e Cinquecento
Gli umanisti fiorentini studiavano la civiltà greca attraverso i testi e cercavano contemporaneamente di farla rivivere attraverso il collezionismo. La notevole raccolta di opere antiche della famiglia Medici fu usata sia come strumento per ottenere il consenso della città sia come modo per affermare il proprio prestigio culturale. Il mecenatismo dei Medici, unito al loro nuovo atteggiamento nei confronti dell’antico e del suo recupero e al ritrovato concetto della fruizione pubblica delle opere, ebbe come conseguenza più significativa quella di spianare la strada alla nascita del museo moderno.
Con Francesco I il collezionismo fiorentino cambiò rotta, in ragione delle inclinazioni tecniche e scientifiche del granduca. Francesco aveva privilegiato una dimensione privata fatta di sperimentazione di tecniche e materiali e di raccolte di oggetti preziosi. Egli riorganizzò le collezioni in spazi più ampi riordinando le raccolte all’interno degli Uffizi. Gli Uffizi, opera di Giorgio Vasari, divennero nel giro di un ventennio un complesso comprendente un teatro, una chiesa e una galleria per le esposizioni. Il Rinascimento italiano perfezionò il concetto di museo e di collezione in un’ottica antropocentrica.
Roma: recupero e dispersione dell’antico
A Roma il collezionismo si sviluppò inizialmente in rapporto al recupero dell’antico. Quando però gli umanisti intrapresero gli studi dei testi classici si guardò ai monumenti antichi da un’altra prospettiva, quella storico-documentaria. Papa Sisto IV donò alla città di Roma un nucleo di statue, collocandole sul Campidoglio, luogo carico di significati simbolici. Questo fu un atto di natura politica, per ribadire la supremazia del papato sulle autonomie municipali. Il Campidoglio divenne così il primo museo cittadino aperto al pubblico. Giulio II utilizzò invece i reperti come mezzo per conquistare il potere temporale. Alcuni eventi legati alle sistemazioni urbanistiche della città incrementarono le collezioni delle grandi famiglie.
- Casa di Lorenzo Manilio - La casa di Lorenzo Manilio a Roma venne realizzata da Lorenzo dei Manili, speziale romano, che volle dedicare l’opera a Roma ed alla sua rinascita. Nella facciata si possono trovare varie antichità, tra cui un frammento di sarcofago con raffigurato un leone e un altro frammento con un’iscrizione proveniente dalla via Appia. Nella facciata fu posta anche una grande iscrizione che dichiara le origini antiche della famiglia e celebra la gloria di Roma. La grande iscrizione recita che mentre Roma rinasce all’antico splendore, Lorenzo volle con la sua casa concorrere a questo rinnovamento. Le finestre dal lato verso piazza Costaguti portano incisa la scritta Have Roma. Il modello di riferimento per Manili fu la casa dei Crescenzi, dove pezzi antichi vennero messi ostentatamente sulle pareti esterne delle case.
- Casa dei Crescenzi - La casa dei Crescenzi, che conserva il piano terreno, il primo piano e parte del secondo, è caratterizzata dall'impiego di numerosi frammenti marmorei, per la maggior parte di riutilizzo come mensole, trabeazioni, cornici e un lacunare utilizzato come balaustra della finestra in facciata. Tra i frammenti compare una lunga iscrizione che dà il nome del proprietario, Nicolò dei Crescenzi, senatore di Roma nel 1163 e spiega che: “fece costruire questa casa non per sua propria gloria, poiché ben sa quanto effimera sia
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