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La nascita dell'economia

Generalmente la nascita dell’economia si attribuisce ad Adam Smith nel 1776, ma la scienza economica esisteva anche prima (nonostante non ci fosse un’analisi economica sistematica ed indipendente dalla politica e dalla filosofia). Già in Aristotele vi erano cenni sulla necessità di una moneta, sulle necessità di scambi equivalenti. Le osservazioni erano sparse e vi era l’assenza di trattati specifici.

Il diritto naturale e l'economia medievale

Con il passare degli anni si afferma il diritto naturale quale filosofia secondo cui il mondo si debba modellare sull’ordine di natura, cioè l’idea di uomo/individuo che cerca il proprio interesse.

La scienza economica nasce con il passaggio tra economia medievale e società moderna-capitalistica-commerciale.

Economia medievale

Era il rapporto tra il padrone della terra e lo schiavo che la lavora. Non c’era retribuzione e i prezzi non erano liberi; il padrone era il proprietario del servo ed era l’unico titolare della libertà. Vi erano da entrambe le parti diritti e doveri consuetudinari. La produzione non era la massima possibile in modo da evitare l’abbassamento dei prezzi; la popolazione invece doveva crescere per avere più lavoratori, e quindi salari più bassi, e più soldati. Motto importante era il messaggio cristiano, era quello che i signori dovevano distribuire protezione ai viveri ai contadini, in ogni caso. Non c’era l’idea dello sviluppo.

Si trattava di un modo pre-economico. Non si immaginavano miglioramenti nella produzione e per questo il mondo era fermo e non progrediva. Non c’era l’idea del massimo profitto in economia.

Società moderna

La società moderna è la società della concorrenza, il self-interest, i ruoli possono mutare e le relazioni vengono regolate da contratti. È una società commerciale basata sullo spirito d’intrapresa; c’è una nuova etica con un focus economico.

Per Weber, la società moderna si distingue dalla precedente per il calcolo razionale; il mercato va lasciato operare perché è esso che regola l’economia e non le attività. Per lui nel capitalismo c’era qualcosa di assurdo: la gente risparmia molto più di quanto consuma. Il denaro viene visto come fine e non come mezzo. La razionalità si fa strumentale e la scienza economica si distacca dai valori.

Espansione economica tra il 1600 e il 1750

Tra il 1600 e il 1750 vi è l’espansione dell’attività economica. Il feudalismo faceva dei passi indietro lasciando il posto a traffici sempre più numerosi; le città crescevano e gli Stati nazionali si consolidavano. Gli uomini assumevano un atteggiamento più laico con numerosi economisti che ebbero una concezione più complessa dell’economia. In questi 150 anni si sviluppano tre importanti correnti di pensiero:

  • Mercantilismo
  • Scuola classica
  • Fisiocrazia

Il mercantilismo

Mercantilismo è il nome con il quale viene solitamente indicato un intero periodo sia nella letteratura, sia nell’attività economica, durato circa 250 anni, tra il 1500 e il 1750. Al contrario della scolastica, la cui letteratura economica era opera di monaci medievali, la teoria economica del mercantilismo era elaborata da mercanti e uomini d’affari.

Si dice spesso che l’epoca mercantilista fosse un’epoca in cui ognuno riteneva di essere un economista; tali e tante furono le differenti opinioni che i vari scrittori proposero. Ogni scrittore aveva la tendenza a concentrarsi su un solo argomento, e non vi fu nessuno che fosse in grado di compiere una sintesi sufficientemente significativa da influenzare i successivi sviluppi teorici.

Con il declino del feudalismo e la crescita dello stato nazionale, i mercantilisti tentarono di individuare le politiche più appropriate per favorire la potenza e la ricchezza della nazione. Proprio come Machiavelli, teorico politico italiano autore del Principe (1513), aveva fornito ai governanti i criteri per la strategia politica più confacente alle diverse situazioni, così i mercantilisti ora fornivano i criteri per le strategie economiche più indicate a consolidare e aumentare il potere delle economie che si andavano sviluppando.

L’ipotesi fondamentale da cui essi muovevano era che la ricchezza globale del mondo fosse fissa, nel commercio tra individui il guadagno di qualcuno è necessariamente la perdita di qualcun altro. Si concentrarono sul ruolo del commercio internazionale e della bilancia commerciale come strumenti per favorire la crescita economica. Secondo la maggior parte di questi autori lo scopo dell’attività economica era la produzione, non il consumo. Essi argomentavano che l’aumento della ricchezza nazionale poteva essere ottenuto incoraggiando la produzione, aumentando le esportazioni e al tempo stesso contenendo il consumo interno: un modo elegante per dire che la ricchezza della nazione era basata sulla povertà della maggior parte dei suoi abitanti.

I salari dovevano essere bassi in modo da avere un vantaggio competitivo sulle altre nazioni. Di conseguenza, una volta che l’obiettivo dell’attività economica fosse stato definito in termini di output nazionale piuttosto che di consumo nazionale, la povertà dei singoli avrebbe rappresentato un beneficio per l’intera società. La potenza di una nazione era data dalla disponibilità di metalli preziosi e ciò era possibile solo se la bilancia commerciale era in attivo (esportazioni > importazioni). Quest’ultima dottrina della bilancia commerciale comportava una politica doganale fortemente protezionistica. La produzione, quindi, doveva essere stimolata dall’intervento pubblico sul mercato interno e sulla regolamentazione del commercio estero.

Il mercantilismo e la moneta

La teoria quantitativa della moneta si spiega con l’equazione di Fischer: MV = PT (M: moneta; V: velocità; T: transazioni; P: livello dei prezzi). Per i mercantilisti, a causa dei ritardi del sistema economico, aumentando la moneta nel breve periodo aumenta la produzione, mentre nel lungo periodo la moneta influenza solo i prezzi. Solo in seguito si dimostrò come il livello dell’attività economica dipendesse dalla quantità di moneta e dalla sua velocità di circolazione.

Se M ha effetti solo su P, vuol dire che la bilancia commerciale è sempre in attivo. Questa idea viene criticata da Hume (1750), il quale disse che avere una bilancia commerciale sempre in avanzo era priva di senso, perché l’afflusso di metalli preziosi avrebbe determinato un aumento dei prezzi del paese in avanzo e una diminuzione dei prezzi nei paesi in disavanzo. L’attivo di bilancia di un paese significava per forza di cose il passivo di un altro paese; quindi, secondo Hume, bisognava cambiare subito politica, lo stato doveva astenersi in modo da favorire un assestamento automatico del mercato. Hume pose fine, quindi, all’idea di una bilancia commerciale sempre in attivo.

Una delle caratteristiche principali della letteratura mercantilista è data dalla convinzione che le principali determinanti del livello di attività economica e del suo saggio di crescita sono i fattori monetari, in particolare, viene sottolineato il ruolo essenziale di un’adeguata offerta di moneta per la crescita del commercio, così che variazioni della quantità di moneta dovrebbero comportare variazioni nel livello della produzione reale (misurata, ad esempio, in metri di stoffa o quintali di grano).

Tutta questa costruzione analitica venne poi abbandonata con l’avvento di Adam Smith e dell’economia classica in generale, quando le spiegazioni del livello e del tasso di crescita dell’attività economica furono ricondotte a una serie di fattori reali quali la quantità di lavoro, le risorse naturali, i beni capitali e la struttura istituzionale. Per gli economisti classici una qualsiasi variazione della quantità di moneta si sarebbe quindi tradotta direttamente in variazioni del livello generale dei prezzi senza affatto influenzare né la produzione né la crescita.

Parecchi mercantilisti credevano in una casualità quasi automatica dell’economia che se capita poteva controllare l’economia e anche una legislazione saggia avrebbe potuto raggiungere determinati obiettivi. Anche se i mercantilisti si rendevano conto che l’interferenza da parte del governo nel funzionamento del sistema economico non avrebbe dovuto essere esercitata in modo casuale, senza mettere in dubbio la legge della domanda e dell’offerta. Alcuni di loro dedussero correttamente che stabilire un limite superiore ai prezzi, che fosse al di sotto del livello di equilibrio, avrebbe comportato un eccesso di domanda e una carenza di approvvigionamenti. Tanti autori proponevano la riduzione dell’intervento pubblico nell’economia.

Differenze tra il pensiero mercantilista e classico

I mercantilisti erano convinti dell’esistenza di un conflitto fondamentale tra gli interessi privati e il benessere pubblico, e, quindi era necessario che il governo incanalasse gli interessi individuali verso il vantaggio competitivo. Gli economisti classici vedevano un’armonia di fondo del sistema, immaginavano che il bene pubblico scaturisse dalla ricerca dell’interesse personale.

Il periodo che va dal 1500 al 1750 fu senz’altro notevole per la diversità e la qualità degli scrittori di lingua inglese, tra di essi Thomas Mun, un mercantilista di spicco criticato da Smith nel libro IV, dal titolo “Ricchezza delle Nazioni” (1776). Era un dirigente della Compagnia delle Indie Orientali criticato perché: 1) l’Inghilterra importava dalle Indie più di quanto vi esportasse e 2) vi inviava, come mezzo di pagamento, metalli preziosi. Mun riteneva che la ricchezza dell’Inghilterra derivasse dal commercio estero confondendo la ricchezza di un paese con le sue riserve di metalli preziosi: la bilancia commerciale in attivo con un afflusso di oro e argento. Il governo doveva regolare il commercio estero così da mantenere un attivo di bilancia, incoraggiando l’importazione di materie prime a basso costo e l’esportazione di beni manufatti, adottando misure che favorissero la crescita della popolazione e il mantenimento di bassi salari.

Fisiocrazia

Era una corrente di pensiero che si sviluppò in Francia prima della Rivoluzione. I principali esponenti furono Mirabeau e Quesnay. Il punto di partenza dei fisiocratici fu il punto di arretratezza della Francia rispetto all’Inghilterra. La Francia aveva dazi sia interni che esterni e non c’era uno stimolo a produrre di più perché la popolazione era povera e le tasse erano alte.

La loro esigenza era rilanciare l’agricoltura ritenuta unica nel produrre un sovrappiù sfruttando le virtù della terra. Il ruolo dello Stato doveva essere minimo, doveva solo garantire la piena tutela dei diritti di proprietà. I fisiocratici affermano l’idea che solo l’agricoltura poteva produrre ricchezza, perché la terra aveva delle speciali caratteristiche moltiplicative.

Quesnay ci mostra come il reddito circola tra le varie classi: proprietari terrieri, contadini e artigiani. Mirabeau nella sua opera proponeva di tassare solo la rendita e di togliere tutte le altre tasse. La sua era un’affermazione rivoluzionaria. Lui distingue tra capitale e sovrappiù, infatti la tassa colpisce proprio il sovrappiù.

L’idea che solo l’agricoltura sia produttiva e gli altri settori siano sterili attraversarono molte critiche, ad esempio da Galliani. Nel 1763 i fisiocratici hanno un grande potere, riescono ad imporre l’idea del libero commercio. Il prezzo del grano aumenta, allora il popolo si incarica dell’idea del protezionismo, perché il popolo vede aumentato il prezzo di un bene primario che provoca le prime rivolte dell’età moderna. Alla fine del 1770 ritorna il protezionismo del grano. Nel 1774 Turgot diventa ministro delle finanze e viene ristabilito il libero scambio del grano.

Adam Smith e l'economia classica

Adam Smith (1723–1790) è considerato il primo degli economisti classici. Smith fondò la propria posizione a favore del laissez faire su di un modello teorico del funzionamento dei mercati, ma le sue argomentazioni rappresentano qualcosa di più che semplice teoria, in quanto contestualizzate, cioè basate sull’osservazione di circostanze storiche ed istituzionali effettivamente verificatesi.

Smith era disposto ad ammettere che i mercati spesso non raggiungono risultati ideali dal punto di vista del benessere sociale, ma per realismo era anche convinto che le conseguenze dell’intervento pubblico fossero ancora meno accettabili di quelle del libero mercato. Egli invocava il laissez faire non perché pensava che i mercati fossero perfetti, ma che si ottenevano risultati migliori senza regolamentazione.

L’economia smithiana presenta alcuni tratti in comune con quella mercantilista. Entrambi pensavano che gli esseri umani sono calcolatori e razionali, guidati dal proprio interesse personale. Per Smith i mercati erano concorrenziali e vi era mobilità dei fattori produttivi per cercare la migliore remunerazione possibile.

Se ogni essere viene lasciato libero di agire in modo autonomo, allora tutti cercheranno di soddisfare il proprio interesse e anche quello della società. Il governo dovrebbe astenersi dall’interferire in questo processo, adottando una politica del laissez faire. Smith dimostrò che i capitalisti non sono spinti da motivazioni altruistiche, ma dalla ricerca del profitto.

  • Producono beni richiesti dalla popolazione per incrementare i guadagni
  • La concorrenza fa sì che i beni vengano prodotti a un costo che garantisce al produttore un ricavo appena sufficiente a coprire i costi-opportunità dei vari fattori impiegati (un profitto normale in un certo settore dell’economia attirerà infatti nuove imprese, finché il prezzo sarà sceso a un livello tale per cui siano eliminati gli extraprofitti)

Il funzionamento dei mercati concorrenziali

Nel lungo periodo il prezzo determinato in condizioni di concorrenza uguaglia il costo di produzione. Egli definì i prezzi di breve periodo “prezzi di mercato” (oscilla intorno a quello naturale in base alla variazione di domanda e offerta), e quelli di lungo periodo “prezzi naturali”.

Nella sua costruzione teorica il processo di concorrenza si fonda:

  • Sulla presenza di un gran numero di venditori e di un gruppo di possessori di risorse
  • Le risorse possano muoversi liberamente da un impiego all’altro

Così i detentori delle risorse, mossi dall’interesse personale, assicurano la convergenza dei prezzi verso il loro livello naturale di lungo periodo, quello cioè che uniforma i saggi di profitto, i salari e le rendite nei vari settori dell’economia.

I mercati concorrenziali senza regolamentazione da parte del governo garantirebbero non solo un’allocazione ottima delle risorse (attraverso la quale i consumatori riceverebbero i beni che desiderano al costo minore possibile), ma anche il massimo saggio di crescita possibile. Smith passa poi a costruire la sua critica ai monopoli e agli interventi pubblici nell’economia tanto sostenuti dai mercantilisti e che Smith li percepiva come la classe dei commercianti che strumentava il governo per arricchirsi.

L’unico intervento del governo che Smith proponeva erano le tariffe volte a proteggere le industrie nascenti (regolamentazione del commercio internazionale). Smith raccomandava il laissez faire, ma incaricava il governo di provvedere a quei beni che sono di grande utilità sociale, ma che non sono prodotti dal mercato in quanto non sufficientemente profittevoli. Tale politica era valida, e la mano invisibile funzionava, nel collegare interesse pubblico e interesse privato, solo quando esistevano delle forze concorrenziali che indirizzavano l’interesse personale verso il bene collettivo.

Il capitale e i capitalisti

Ruolo del capitale: la ricchezza corrente di una nazione dipende dall’accumulazione del capitale, dato che è l’accumulazione a determinare la divisione del lavoro e la produzione della popolazione che è impiegata nei lavori produttivi; l’accumulazione di capitale fornisce lo sviluppo economico; l’interesse individuale, abbinato all’accumulazione di capitale, favorisce un’allocazione ottimale del capitale tra le varie industrie.

Smith riteneva che i lavoratori non potessero accumulare capitale (risparmio), poiché il livello dei salari da loro percepiti permetteva soltanto la soddisfazione degli immediati desideri di consumo; i proprietari terrieri, pur avendo redditi sufficienti, li spendevano per soddisfare la loro propensione per il lusso; solo le classi industriali mettevano in atto comportamenti tesi all’accumulazione di capitale tramite il risparmio e l’investimento, meritevoli, di essere considerati come i veri benefattori della società, con conseguente distribuzione diseguale del reddito a favore dei capitalisti che faceva sì che non tutto il prodotto annuale venisse consumato, in modo da consentire la crescita economica.

A differenza dei mercantilisti, indica come scopo dell’attività economica il consumo e non la produzione. A differenza dei fisiocratici, enfatizza il lavoro come la fonte della ricchezza della nazione invece che nella terra, per i mercantilisti i metalli preziosi. La gran parte del libro di Smith è dedicata alle cause della ricchezza, è diviso in cinque libri:

  • Il Libro I tratta la teoria del valore, la divisione del lavoro e la distribuzione del reddito (produzione)
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Scienze economiche e statistiche SECS-P/04 Storia del pensiero economico

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