Critica della guerra umanitaria
Il dibattito italiano sull'intervento militare della Nato nei Balcani
Alberto Castelli
Gli eventi
I bombardamenti della NATO in Kosovo costituiscono la prima esplicita azione di guerra in cui, per la prima volta, agisce senza un mandato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Tra il 28 febbraio 1998 e i primi tentativi statunitensi di fermare il conflitto, gli scontri hanno coinvolto le forze armate governative e l’UÇK, comportando l’uccisione di internazionali e l’esodo di molti civili, dall’altra parte l’espulsione di famiglie albanesi, la distruzione di interi villaggi e famiglie serbe da alcuni villaggi.
Il 12 ottobre, Milosevic e il diplomatico Holbrooke firmano un accordo che prevedeva l’impegno da parte degli osservatori OSCE in Kosovo, il pattugliamento di aerei della NATO disarmati e l’impegno di Milosevic di concedere maggiore autonomia alla regione. Gran parte delle forze armate vengono ritirate e molti albanesi tornano nelle loro case. Tuttavia, nel gennaio dell’anno seguente, la repressione serba aumenta portando al massacro di molti albanesi, alla loro espulsione dal Kosovo e quindi al loro esodo. Questa politica provoca in pochi giorni 15.000 profughi.
Il 19 gennaio 1999, gli USA decidono di intervenire per mezzo del Segretario di Stato Albright che fa approvare la decisione di imporre alla Repubblica Federale di Jugoslavia lo stanziamento di truppe NATO in Kosovo minacciando bombardamenti in caso di rifiuto. Il 6 febbraio 1999 prendono avvio i negoziati di Rambouillet e di Parigi tra una delegazione albanese e una serba in presenza degli Stati membri del cosiddetto Gruppo di contatto (USA, UK, Francia, Germania e Italia) e della Russia. L’accordo, che venne rifiutato dal governo di Milosevic, prevedeva la riduzione delle forze armate, la smilitarizzazione dell’UÇK e l’occupazione del paese da parte della NATO. Di conseguenza, prendono avvio i bombardamenti da parte della NATO il 24 marzo 1999, concentrandosi all’inizio su obiettivi militari, ma visti gli scarsi risultati politici, vanno poi a colpire i punti nevralgici dell’economia e della politica della Repubblica Federale di Jugoslavia.
L’Italia, guidata dal governo D’Alema, mette a disposizione basi e forze armate e costituisce un luogo di rilievo per la sua posizione geografica. I bombardamenti NATO di fatto non hanno ostacolato le operazioni militari serbe in Kosovo. Infatti, Milosevic, attraverso la cosiddetta operazione ferro di cavallo condotta dall’esercito regolare serbo, ha potuto continuare indisturbato la sua politica di espulsione della popolazione albanese dal Kosovo, portando a stragi e all’esodo di massa di 800.000 kosovari di etnia albanese verso la Macedonia e l’Albania. Si sono quindi combattute due guerre parallele: una tecnologica, da parte della NATO contro la Repubblica Federale di Jugoslavia, e una primitiva, da parte dell’esercito serbo contro l’UÇK e la popolazione albanese kosovara.
La tesi della guerra giusta per ragioni umanitarie
Dirigenti ed esponenti politici che partecipano attivamente all’intervento NATO concordano nell’imperativo morale di fermare le violenze dell’esercito serbo contro gli albanesi. C’è chi la considera giusta, come l’allora PM britannico Tony Blair, o chi invoca la difesa dei diritti come l’allora Ministro italiano del Commercio con l’Estero Piero Fassino. Tra gli intellettuali, Paolo Flores D’Arcais e Daniel Goldhagen accostano Milosevic ad Hitler e su questa motivazione parlano di intervento moralmente giusto il primo e di intervento giustificato il secondo, arrivando anche a paragonare la NATO all’alleanza antifascista e a fare un parallelo con l’olocausto. Ci sono però coloro che, nonostante siano a favore della guerra, rifiutano tali accostamenti, come ad esempio David Grossman e Jean Daniel.
La tesi che la guerra sia giusta è sostenuta anche da altri intellettuali di tradizione politica, democratica e progressista, come ad esempio Ralf Dahrendorf, Susan Sontag e Vaclav Havel, i quali credono che i diritti debbano essere tutelati anche a costo di ledere la sovranità statale. Il principio della sovranità è stato considerato per cinque secoli come il fondamento della politica moderna e come garanzia della convivenza pacifica; viene messo in discussione in occasione dell’intervento NATO.
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