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Riassunto esame Storia del libro e dei sistemi editoriali, prof Montecchi, libro consigliato Tutti creano nessuno legge di Gianfranco Tortorelli Appunti scolastici Premium

Riassunto scrupoloso e dettagliato per l'esame di Storia del libro e dei sistemi editoriali, basato su rielaborazione di appunti personali e studio del libro adottato dal docente, Tutti creano nessuno legge studi sulla lettura in Italia di Gianfranco Tortorelli.

Esame di Storia del libro e dei sistemi editoriali docente Prof. G. Montecchi

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ESTRATTO DOCUMENTO

Per quanto concerne la città di Bologna nel 1815 FRANCESCO TOGNETTI, docente di eloquenza

nell’ateneo cittadino e direttore della Gazzetta di Bologna inaugurò il primo gabinetto pubblico di

lettura che ebbe però vita brevissima a causa del pesante controllo delle autorità ecclesiastiche. Un

gabinetto di natura privata fu invece creato dalla SOCIETA’ MEDICO CHIRURGICA nel 1827

ospitandolo inizialmente all’interno della sua sede. Si trattava quindi di un’operazione promossa dalla

cerchia dei medici,chirurghi e accademici del settore, mirata a soddisfare innanzitutto le loro esigenze

di informazione e di aggiornamento non solo professionale ma anche culturale. Anche nel caso in cui

un gabinetto nasceva come espressione di una categoria di professionisti ben definita – come quella

dei medici e chirurghi bolognesi - rispondeva comunque ad un desiderio di conoscenza ad ampio

raggio e non limitata ad un sapere circoscritto all’ambito professionale. Pur nascendo, dunque, per

iniziativa di un’associazione di categoria, il gabinetto si richiamava ad un ideale di massima apertura

culturale e si configurava come spazio di LIBERO SCAMBIO DI IDEE. L’ obiettivo privilegiato di

questo gabinetto di lettura rispondeva all’esigenza di una libertà intellettuale minacciata

dall’oscurantismo del governo pontificio. Il REGOLAMENTO sanciva innanzitutto lo scopo del

gabinetto, dichiarando che esso veniva aperto tutti i giorni per la lettura di giornali e libri, italiani e

stranieri, che ne formavano il catalogo. La sua gestione era affidata ad un direttore scelto tra i soci

residenti in città – il quale doveva essere gradito all’arcicancelliere dell’Ateneo ottenendone

l’approvazione – a cui si affiancavano cinque aggiunti. Per l’ASSOCIAZIONE ANNUALE

effettuabile da chiunque, dopo aver presentato formale domanda al direttore era necessario pagare

una somma di due scudi, e inoltre effettuare il deposito dei fascicoli di un giornale, dei quali il socio

restava comunque proprietario. Se invece un associato non intendeva fornire al gabinetto

l’abbonamento a una rivista , allora era tenuto a sborsare altri tre scudi oltre alla quota ordinaria, e

comunque l’importo complessivo in esubero era destinato all’acquisto di altri giornali, oppure al

mobilio e alla cancelleria. I soci ricevevano una tessera annuale che doveva essere esibita ad ogni

ingresso, mentre i loro eventuali ospiti erano ammessi previa accettazione da parte del direttore e il

loro nominativo restava poi segnalato in un apposito registro. Le pubblicazioni presenti nel gabinetto

dovevano essere rigorosamente lette all’interno della sala ed era esclusa l’eventualità del prestito a

domicilio per chiunque. Era prevista la ricollocazione a scaffale del materiale utilizzato da parte di

ciascun lettore. Si trattava di un gabinetto che pur rendendo esplicita nella sua denominazione

l’appartenenza all’associazione di categoria, in realtà era aperto a chiunque volesse associarsi: un

gabinetto PUBBLICO, accessibile a tutti coloro che amavano leggere e assolveva a un servizio di

lettura non specialistico ma ad ampio raggio grazie all’acquisizione di svariati periodici. Operazione

resa possibile innanzitutto grazie alla forma del deposito coatto. Il direttore del gabinetto era un

personaggio noto e illustre dell’ambiente medico-accademico bolognese della prima metà

dell’Ottocento, ANTONIO ALESSANDRINI, ordinario di anatomia comparata e veterinaria

nell’università cittadina. A questo autorevole personaggio venivano affiancati come previsto dalla

normativa cinque collaboratori, chiamati aggiunti, il cui requisito essenziale ai fini dell’incarico

consisteva nell’essere soci residenti, in modo tale che essi potessero effettivamente prendersi cura del

gabinetto. Appare plausibile che l’iniziativa diretta alla creazione di un gabinetto di lettura all’interno

della Società sia stata principalmente di Alessandrini, animato dal proposito di creare un luogo non

esclusivamente di studio, ma che incoraggiasse la lettura ad un livello più generale, un luogo che

favorisse il confronto e lo scambio intellettuale, dove la classe medica potesse incontrarsi con le altre

componenti del ceto colto bolognese. Da qui il principio che tale centro dovesse mantenere un

carattere di apertura verso l’esterno, frequentabile da chiunque desiderasse associarsi

indipendentemente dalla professione esercitata. Quindi l’obiettivo del gabinetto era quello di allestire

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una raccolta di periodici appartenenti non solo all’area scientifica ma anche a quella umanistico-

letteraria. Il 25 aprile del 1837 veniva emanato un codice normativo specifico per il gabinetto, recante

la firma di Alessandrini. Tale regolamento si componeva di 24 articoli tesi a chiarire le finalità del

gabinetto, le modalità di adesione e di accesso, le regole da osservare per l’utilizzo del materiale e le

cariche da ricoprire. Una novità consisteva nel fatto che il deposito obbligatorio di un giornale presso

il gabinetto non avrebbe più riguardo gli aderenti alla Società medico-chirurgica,la norma restava

valida esclusivamente per i soci esterni. In pratica solo coloro che non appartenevano alla Società

dovevano lasciare in giacenza nel gabinetto i fascicoli di una rivista lì non posseduta, poi restituiti al

proprietario allo scadere di un quadrimestre. Le riviste depositate dai non appartenenti alla società

dovevano rispondere a tre requisiti: l’assenza del giornale nel gabinetto, la testata doveva essere

ritenuta di indiscussa utilità, il costo annuale dell’abbonamento non poteva essere inferiore ai quattro

scudi. Veniva cosi mantenuto quel deposito coatto teso ad assicurare continuità di aggiornamento e

varietà dell’offerta culturale. Oltre che in questo modo, la diversificazione delle testate e dunque la

copertura dei vari settori disciplinari era garantita anche e soprattutto dalla Società stessa che si faceva

carico dell’onere di depositare nel gabinetto copia delle pubblicazioni ricevute. L’ingresso alla sala di

lettura avveniva tramite l’esibizione della TESSERA ASSOCIATIVA PERSONALE rilasciata ogni

anno, ma in casi particolari il direttore godeva della facoltà di autorizzare l’accesso all’accompagnatore

di un socio. Il nominativo del beneficiario veniva sempre annotato nel registro dei frequentatori

occasionali. L’ultima parte del regolamento entrava in merito alle modalità di elezione alle cariche e

delle funzioni richieste ai prescelti. Sia il mandato del direttore sia quello degli aggiunti aveva validità

annuale e la loro elezione avveniva a scrutinio segreto. Dal momento che gli aggiunto divenivano sei,

si specificava che due dovevano essere obbligatoriamente soci residenti, mentre gli altri quattro erano

votati tra tutti gli iscritti. Per quanto concerneva l’orario di apertura al pubblico, esso appariva molto

esteso dal momento che veniva stabilito che il gabinetto doveva restare quotidianamente aperto per

tredici re consecutive. L’orario preciso di apertura e chiusura variava a seconda delle stagioni

dell’anno. La lista degli

aderenti al gabinetto di lettura vedeva iscritte nell’anno 1847 poco meno di un centinaio di persone di

cui circa la metà era costituita da professionisti della medicina e un’altra buona parte – circa un terzo

del totale- era costituita da docenti universitari appartenenti alle varie facoltà; a testimoniare lo stretto

legame fra la Società e l’ateneo. Accanto ad Alessandrini si riconoscono altri nomi di picco, alcuni

dei quali destinati a diventare personalità illustri e celebrate. Un esempio è costituito da GIOVANNI

BRUGNOLI, primario dell’ospedale Maggiore e poi suo direttore, succederà ad Alessandrini nel

gabinetto di lettura. E non mancavano tra i partecipanti al gabinetto patrioti e uomini politici che

svolsero un ruolo importante non solo a livello locale, ma per le sorti generali dell’Italia, per la

conquista della libertà e dell’indipendenza. Tra questi Gabriello Rossi, uno dei fondatori della Società

medico-chirurgica, esule da Bologna e poi protetto dalle famiglie nobili cittadine per le quali fece il

precettore. Dunque un centinaio di aderenti tutti colti ma di diversa provenienza e formazione;

scienziati, professionisti, docenti in gran parte non solo dediti ai propri studi, ma sensibili anche

all’urgenza di una maggiore libertà culturale e di un radicale rinnovamento politico.

Riguardo ai giornali depositati nel gabinetto durante l’anno 1847, l’elenco rivela un patrimonio

quantitativamente ampio costituito da oltre un centinaio di testate sia italiane che straniere. Esse

risultano articolate in sette sezioni: Medicina; Chirurgia e scienze ausiliarie; Scienze naturali e

matematiche; Agricoltura industria e commercio; Scienze religiose,morali e politiche; Lettere,scienze

e belle arti; Politici; Enciclopedici popolari. Complessivamente il gabinetto offriva una raccolta di 116

riviste tra cui la sezione privilegiata e più numerosa era quella medico-chirurgica che comprendeva 35

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giornali, seguita da quella letteraria e artistica. I giornali italiani provenivano in primo luogo da Milano

mentre la quasi totalità delle riviste straniere provenivano da Parigi, poiché l’aggiornamento e la novità

erano ancora prerogative della Francia, tradizionalmente maestra di cultura. Nel filone delle lettere

risultavano presenti in catalogo l’ARCHIVIO STORICO ITALIANO fondato da Viesseux, IL

SAGGIATORE e il GIORNALE ARCADICO, periodico tutto ripiegato sulla tradizione passata e

sulla cultura classica, in aspra polemica con il romanticismo. Nel campo del giornalismo politico –

necessariamente piuttosto esiguo – il gabinetto non poteva che limitarsi a possedere le voci ufficiali,

autorizzate e filo-governative, tra questi la GAZZETTA PRIVILEGIATA DI BOLOGNA e LA

GAZZETTA PIEMONTESE. Un’attenzione particolare era invece significativamente rivolta al filone

dei periodici di genere enciclopedico-popolare, molto ricercati tra i suoi frequentatori: I torinesi le

LETTURE DI FAMIGLIA e IL MONDO ILLUSTRATO, il primo, progressista, sconterà qualche

problema con la censura mentre il secondo risulta meno impegnato ma di buona divulgazione

culturale. Toscane erano invece L’ALBA,LA PATRIA e L’ITALIA, testate che in realtà risultano più

politiche che enciclopediche. Romano era invece IL FANFULLA. Un giornale locale dai toni leggeri

e popolari era invece LA FARFALLA che si proponeva al pubblico come foglio di amena lettura e

che godeva del favore del clero bolognese.

Le pareti della sala destinata alla lettura dovevano essere fornite di apposite scaffalature suddivise in

caselle, ognuna destinata ad accogliere i fascicoli di una testata. Tuttavia non tutti i giornali erano

collocati all’interno della casella assegnata, poiché ad alcuni veniva riconosciuto un carattere di grande

fruibilità tale da richiedere che fossero immediatamente accessibili: questo trattamento era riservato

alle riviste di divulgazione e ai quotidiani. Pertanto tutte le gazzette e i fogli politici e la gran parte dei

giornali enciclopedico-popolari erano lasciati in bella vista sul tavolo della sala in modo da favorirne

un pronto utilizzo da parte degli associati. Si trattava di giornali destinati ad un ampio pubblico, con

notizie di cornaca,politica,spettacolo e attualità, propensi a suscitare un facile interesse in lettori che

volevano confrontarsi con pagine non particolarmente impegnative.

A partire circa dagli anni in cui giungeva a compimento l’unità d’Italia, il gabinetto entrava in una fase

irreversibile di decadenza a causa, innanzitutto, delle mutate condizioni sociopolitiche generai e locali.

Inoltre, proprio nel 1861 la scomparsa di Alessandrini imponeva un cambio anche a livello direttivo.

A capo del gabinetto veniva eletto GIOVANNI BRUGNOLI il quale dovette assistere impotente ad

un progressivo calo degli associati. Il gabinetto di lettura aperto dalla Società medico-chirurgica aveva

degnamente attraversato quasi tutto l’Ottocento configurandosi come un’istituzione culturale

ammirata e invidiata anche dalle città vicine. A Bologna i gabinetti di lettura promossi dalla cerchia

dei medici, pur nascendo all’interno del contesto professionale e con natura privata, andavano in

realtà diventavano veri e propri centri culturali per l’intera classe agiata, aprendosi al pubblico esterno

che ne faceva aperta richiesta e colmando così un vuoto lasciato dalle istituzioni pubbliche. La

comunità colta, infatti, risentendo del rigido clima instaurato dal governo pontificio, cercava di

superare i limiti imposti alla circolazione delle idee, invocando una maggiore libertà intellettuale. Cosi

essa mirava ad avere accesso al maggior numero di voci offerte dalla stampa periodica, canale

privilegiato non solo di aggiornamento scientifico, ma anche di un sapere universale.

I LUOGHI DELA SOCIABILITA’ DELLA LETTURA NELLA PADOVA

DELL’OTTOCENTO: si è cercato di comprendere quali fossero e come siano strutturati quei posti

dove nell’Ottocento tutti i padovani che lo desiderarono ebbero la possibilità di leggere giornali e libri

senza particolari restrizioni, tranne eventualmente quella dell’iscrizione. Risale al primo marzo del

1790 la creazione in città della prima SOCIETA’ PER LA LETTURA dell’intera repubblica di pag. 9

Venezia e probabilmente anche una delle prime dell’intero territorio italiano. A differenza dei

tradizionali ritrovi privati dell’aristocrazia, situati in piccole abitazioni adibite a luogo di svago e

conversazione- quello padovano non era composto da un gruppo molto ristretto di nobili, ma si

trattava di una vera e propria organizzazione privata di cittadini tesa all’acquisizione e alla lettura di

gazzette e giornali provenienti dall’Italia e da alcuni paesi europei. Sicuramente la comodità di poter

usufruire del servizio di ristorazione durante la lettura fece s’ che come sede vennero scelte alcune

stanze poste sopra una bottega di caffè posta vicino al palazzo dell’università. All’atta di apertura i soci

raggiunsero il numero non indifferente di 82 oltre all’ aggregazione onoraria di tre nobili veneziani.

Inizialmente i soci dovevano essere solo padovani (fatta eccezione per i tre nobili) ed erano esclusi

dalla società le donne e i forestieri. Limitazione che venne eliminata solo un anno dopo

l’apertura,quando fu deciso che ogni associato poteva condurre alla Società qualunque forestiero.

L’accesso era subordinato al pagamento mensile di tre lire oltre ad un’iscrizione di dieci lire una

tantum. Nel 1792 la società si spostò in un appartamento proprietà del libraio Pietro Brandolese che

ricopriva i ruoli di affittuario e di custode; era suo compito provvedere affinché gli ambienti fossero

confortevoli, dotati di olio per le lampade, legno per il riscaldamento, carta ed inchiostro. Con

l’esclusione delle donne, la messa al bando dei giochi e l’inibizione a organizzare pranzi, cene e feste

di ogni tipo, l’unica finalità perseguita da tutti gli associati era la visione dei giornali in abbonamento,

che venivano segnati al momento del loro arrivo su un’apposita tabella a disposizione di tutti i soci.

L’arredamento era spartano e poco o nulla concedeva alla comodità e al lusso. D’ altra parte lo scopo

principale degli associati non era quello di frequentare un posto molto accogliente dove poter stare

seduti per lungo tempo e leggere per diletto o per studio, e neanche di avere una sede adatta per

intrattenere conversazioni interessanti. Nel primo caso la propria abitazione rispondeva

maggiormente allo scopo, mentre nel secondo caso erano i salotti più rinomati della città a fungere da

principali punti della sociabilità culturale e mondana. In questo caso lo scopo a cui miravano i soci

era più semplice: l’opportunità di leggere quante più notizie possibile sui fatti che avevano iniziato a

sconvolgere l’Europa. Il numero dei soci nel corso degli undici anni di vita della società non rimase

costante,anzi vide una diminuzione progressiva degli iscritti che andava di pari passo con la

diminuzione dell’interesse dei cittadini per le riviste: passata la curiosità iniziale per gli avvenimenti

che avvenivano nella Francia rivoluzionaria subentrò una sorta di rassegnazione a quanto stava

accadendo. Dopo la chiusura della società di lettura nel 1801 non vi furono più posti deputati a

questa tipologia di lettura per circa trenta anni. Fu necessario aspettare fino agli anni ‘30 perché il

fenomeno dei GABINETTI DI LETTURA prendesse veramente piede nel Veneto. Strutture di

questo tipo sorsero a Padova,Venezia,Schio,Vicenza. Per quanto riguarda Padova, il 20 dicembre

1829 venne presentato all’ufficio centrale di Venezia il progetto di un regolamento per un nuovo

Gabinetto di Lettura a firma dell’abate FRANCESCO MARIA FRANCESCHINIS, consigliere

imperiale e professore di atematica dell’università. In quanto persona gradita al governo asburgico e al

di sopra di ogni sospetto egli era stato designato come PRESIDENTE PROVVISORIO. Venne cosi

autorizzata l’apertura del gabinetto di lettura ed ebbero inizio le operazioni per la ricerca dei soci

mediante la pubblicazione di un manifesto, in cui si assicurava che il ricavato delle associazioni –

detratte le spese per il mantenimento del gabinetto stesso- sarebbe stato convertito nell’abbonamento

ai più accreditati giornali letterari e scientifici, di viaggi e di notizie politiche. Il successo fu immediato

e 160 padovani manifestarono l’intenzione di aderire alla nuova istituzione. L’iscrizione era

subordinata al versamento di trenta lire austriache che dovevano essere pagate al librario ANTONIO

ZAMBECCARI con l’aggiunta di una quota mensile di tre lire. Il librario oltre a riscuotere la quota

associativa era anche il depositario dell’elenco dei soci e della lista dei giornali e, almeno inizialmente,

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ospitò il gabinetto in alcune stanze situate sopra la propria libreria, che era la principale della città. Il

gabinetto voleva essere il punto di informazione e aggiornamento per la borghesia cittadina colta e fin

da subito gli iscritti rivolsero la loro attenzione ai PERIODICI la cui scelta era stata affidata ad una

commissione nominata dalla Presidenza e avveniva sulla base delle proposte dei soci e sempre nel

rispetto della censura. La Censura rappresentò un problema continuo per il gabinetto a causa della

mancata concessione del visto governativo per singoli fascicoli, o per intere annate, dei periodi a cui

era stato effettuato l’abbonamento. Questo comportava l’incompletezza di molte testate e si decise di

compilare il catalogo dei libri e giornali sequestrati dalla censura, da affiancarsi a quello dei libri

posseduti. Una delle riviste tenute maggiormente sotto controllo era L’ANTOLOGIA di Viesseux

(Per evitare di rendere la censura ancora più sospettosa si decise di bloccare le iscrizioni degli

studenti, visti come potenziali esaltati, con il pretesto che l’elevato numero delle richieste di iscrizione

avrebbe causato un affollamento eccessivo nelle sale). La crisi iniziò ad investire il gabinetto di lettura

a partire dalla fine della seconda guerra di indipendenza. Esso non era più l’unico luogo di

aggregazione della borghesia colta perché nel frattempo si erano formate associazioni con finalità più

specificatamente legate alle esigenze di sviluppo economico della società, come ad esempio la Società

di incoraggiamento per l’agricoltura, l’industria e il commercio e il Gabinetto d’Arti e MESTIERI,

che avevano sottratto molti soci al gabinetto che decise, in seguito ad una crisi di liquidità, di confluire

nella SOCIETA’ D’INCORAGGIAMENTO. Un forte limite presente nel regolamento del

gabinetto padovano consisteva nella proibizione del prestito dei libri e delle riviste ai suoi membri.

Questo limite fu aggirato e superato da NATALE AVANZI; assunto come custode del gabinetto nel

1835 e alloggiato in un piccolo appartamento attiguo alle sale con l’obbligo di essere presente in sede

ogni giorni per garantirne l’apertura. Il ruolo di custode permetteva all’Avanzi di essere

quotidianamente in contatto con gli associati e le loro esigenze di lettori, tanto che a partire dalla sua

assunzione iniziò a formare una BIBLIOTECA CIRCOLANTE per dare in prestito volumi dietro

un piccolo compenso anche a persone non appartenenti al gabinetto di lettura. In tal modo attirò

l’attenzione della delegazione provinciale di Padova che lo accusò di dare illegalmente in lettura

giornali e libri del gabinetto a estranei e per giunta a pagamento. Per regolarizzare la sua posizione nei

confronti dell’ufficio di censura, Avanzi dovette presentare la domanda di poter aprire ufficialmente

una biblioteca circolante nella propria abitazione. In questo modo per la prima volta vi fu a Padova la

possibilità per chiunque di prendere in prestito dei libri. Tuttavia l’Avanzi incappò in un sequestro di

libri piuttosto considerevole, a testimonianza di quanto questa attività fosse considerata pericolosa

dalle autorità austriache e soggetta a continua sorveglianza: nel 1837 gli vennero sequestrati trecento

volumi di opere stampate in Francia inserite nel proprio catalogo, probabilmente si trattava di

romanzi, genere estremamente apprezzato e ricercato dai lettori. Risultò in seguito che Natale Avanzi

non era stato altro che il pretesto per un regolamento di conti all’interno dell’amministrazione: la

delegazione provinciale di Padova accusava il Censore provinciale De Grandis di aver dato il

permesso censorio ad opere proibite sconfessando così il suo operato. Ad ogni modo questa

situazione causò un notevole danno economico all’Avanzi che si trovò costretto a porre fine

all’esperienza di custode del gabinetto di lettura e all’esistenza della biblioteca circolante.

L’entrata del Veneto nel regno d’Italia nel 1866 consentì finalmente la realizzazione di una serie di

iniziative considerate di primaria importanza e relative al problema dell’altissimo numero di analfabeti

tra la popolazione. L’amministrazione comunale decise di agire sostenendo l’apertura di scuole serali

per gli adulti e l’istituzione di una BIBLIOTECA POPOLARE a spese dell’intera comunità. La

nuova biblioteca popolare nasceva come una sezione staccata della Biblioteca civica. A differenza di

quest’ultima, il cui fine costitutivo fu di raccogliere soprattutto le memorie storiche della città insieme

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al Museo e all’archivio con cui costituiva un corpo unico, lo scopo della biblioteca popolare era

invece quello della diffusione delle letture utili al popolo per l’esercizio delle arti, delle industrie e

dell’agricoltura e per il suo miglioramento civile e morale. Fu aperta nel novembre del 1867 con un

orario pensato per un’utenza formata essenzialmente da lavoratori e vide numerosi visitatori a

testimonianza dell’interesse suscitato nella società padovana da questa nuova istituzione. Nel primo

anno i maggiori frequentatori furono gli studenti e i professionisti, mentre sensibilmente minore

risultò essere il numero di artigiani, operai e commercianti. I visitatori prediligevano le cosiddette

LETTURE AMENE e le letture di EDUCAZIONE, mentre erano poco ricercate le opere

riguardanti le ARTIE INDUSTRIE. Nel giro di dieci anni si riscontrò un continuo aumento delle

presenze, la novità consisteva nel prestito, che veniva concesso a tutti i cittadini. Non si trattava più di

un’iniziativa proveniente direttamente d un gruppo di cittadini, come era stato sempre fino a quel

momento, ma frutto di una decisione politica presa per promuovere il progresso civile non solo della

propria città, ma dell’intera nazione, che era percepita in grave ritardo rispetto alle nazioni europee

maggiormente evolute. La biblioteca popolare non riuscì però a mantenere nel tempo il buon

successo iniziale a causa della mancanza di un progetto che andasse oltre il semplice prestito dei

volumi. Cosi chiuse definitivamente dopo la fine del primo conflitto mondiale.

LA LETTURA NELLE ASSOCIAZIONI PRIVATE DELLA CREMONA

DELL’OTTOCENTO: in seguito all’allargamento del numero di lettori, attorno alla metà del

Settecento, iniziano a sorgere in Europa Gabinetti e Società di Lettura, istituzioni culturali private e a

carattere associativo che si fanno portatrici della rivoluzione della lettura. Diversamente dalle

biblioteche statali cittadine ancora fossilizzate su un modello di sapere antico e ferme ad un

patrimonio librario obsoleto, questi nuovi centri di diffusione del sapere ambiscono, invece, a

rappresentare nelle loro collezioni, l’intera gamma del mercato librario contemporaneo. Cercano di

assecondare i nuovi gusti del pubblico che si spostano dalla tematica religiosa alle trattazioni relative a

scienze moderne come la geografia, le scienze naturali, la politica e la pedagogia. Il settore più ampio

dell’offerta libraria è però rappresentato dalla novellistica, dai romanzi e dalla stampa periodica, la

quale, informando il pubblico sugli eventi dell’attualità, viene reputata uno strumento indispensabile

per la maturazione di una coscienza politica che incoraggi le tendenze antifeudali, antiecclesiali e

antiautoritarie. Mentre reazionari, conservatori ed esponenti del clero cercano di contrastare il furore

di leggere, i rivoluzionari e repubblicani individuano in questa pratica uno strumento indispensabile

per favorire l’acculturamento del popolo e gettare le basi per un legame politico nazionale. La lettura

autonoma rappresenta un’attività emancipatoria in grado di ampliare l’orizzonte morale e culturale

dei lettori. Questi gabinetti e società di lettura che iniziano a sorgere in Italia già sul finire del XVIII

secolo si configuravano come luoghi di socialità dotati di una collezione di libri o periodici destinati

alla consultazione in sede e/o al prestito dietro retribuzione. Non si trattava soltanto di un locale in cui

avere accesso a libri e periodici, ma costituiva anche un punto di ritrovo in cui sviluppare idee liberali

e nazionali e maturare una propria opinione politica. Gabinetti di lettura di stampo associativo, che

non appartenevano ad un singolo imprenditore o ad una ristretta cerchia di eruditi, ma ad un gruppo

di soci aperto a nuove iscrizioni perché intenzionato a promuovere la lettura in quanto bene collettivo

indispensabile al progresso civile e ad incentivare la diffusione di informazioni sull’attualità politica.

All’inizio dell’ottocento a CREMONA la grande maggioranza della cittadinanza non era in grado di

leggere e scrivere, e il primo importante stimolo al diffondersi della pubblica istituzione a Cremona

viene attribuito alle idee di FERRANTE APORTI,pedagogista,patriota e primo fondatore degli Asili

per l’Infanzia in Italia, che contribuì largamente a risvegliare la coscienza civile e la cultura cittadina,

pag. 12

favorendo anche l’istituzione di gabinetti di lettura e biblioteche circolanti. Nel 1845 a Cremona viene

fondata una Biblioteca circolante di educazione rivolta ai maestri e agli insegnanti della città con

l’intento di recare innumerevoli vantaggi all’istruzione popolare procurando agli insegnanti il mezzo

per arricchire le loro menti. Nel 1869 viene fondata la Biblioteca circolante degli Asili Infantili

Ferrante Aporti rivolta al personale insegnante, ma disposta ad accogliere anche soci esterni. Dal

momento che il numero dei soci si manteneva piuttosto basso si decise di cambiare la collezione

libraria e mutare il target di lettori rivolgendosi unicamente ad un pubblico femminile perché

consapevoli che il vero sostegno della biblioteca era rappresentato dalle donne. Anche dopo questi

mutamenti il numero degli scritti non aumentò e questo costrinse la circolante a chiudere. Intanto

Cremona a favorire la diffusione della cultura contribuiva anche un’esigenza politica, legata alla

necessità di diffondere nel popolo l’idea dell’indipendenza e dell’unità italiana. Due protagonisti delle

lotte risorgimentali cremonesi, i mazziniani ERIZZO E ROBOLOTTI, decidono di dar vita nel 1848

ad un gabinetto di lettura allo scopo di dare accesso ai principali periodici della penisola e perché

convinti che mettere a disposizione i migliori giornali italiani potesse apportare un grande beneficio

alla popolazione cremonese, propagandando in tutti i ceti le idee nazionali. Oltre a queste iniziative,

attorno alla metà del XIX secolo vengono fondate a Cremona circa una quindicina di biblioteche

private volte ad incentivare la circolazione del libro anche al di fuori dell’ambiente scolastico. Di

particolare interesse è il caso della biblioteca circolante istituita nel 1862 dalla società di Mutuo

Soccorso con lo scopo di far avvicinare il popolo ai buoni libri atti ad educare lo spirito ed

indirizzarlo verso sani e retti principi morali. Al fine di assecondare tale proposito edificante, la

Società cerca di allestire una collezione di LIBRI DI PRATICA UTILITA’ la cui lettura potesse

giovare e istruire gli operari e di ostacolare la presenza di opere romanzesche, giudicate pericolose

perché accendono le fantasie dei lavoratori distogliendoli dall’assiduità del lavoro. Il romanzo era

accusato di istigare alla trasgressione sociale e di indurre ad astrarsi in mondi paralleli fatti di miraggi

ed illusioni. Così la Società del Mutuo soccorso si impegna a non acquistare con i propri fondi

nessun’opera iscrivibile a questo genere, limitandosi ad accoglierle sui propri scaffali solo quando

proposte sotto forma di donazioni. Nonostante queste cautele i risultati di questa campagna contro il

romanzo sono piuttosto scarsi. Nel corso del XIX secolo sono state istituite in città numerose

biblioteche private. la più importante e longeva fu senza dubbio quella della Società di lettura che

viene istituita sul finire del 1875 grazie all’impegno dell’insegnante cremonese Carlo Fumagalli e

dell’Avvocato Ettore Sacchi. Constatando che a Cremona si legge poco non per via della deficienza di

volontà, ma in seguito alla mancanza dell’occasione di leggere, i due intellettuali decidono di fondare

un circolo di lettori che possa divulgare tra i soci le principali novità letterarie italiane o francesi. Dare

impulso alla diffusione della lettura significava incentivare la presa di coscienza politica e nel

contempo per ingentilire lo spirito. Sacchi e Fumagalli ritenevano che le amene letture costituissero

un passatempo onestissimo e proficuo perché stimolano una maggiore gentilezza dell’animo.

Inizialmente, in seguito alle difficoltà di sostenere le spese necessarie ad una sala di lettura, rinuncia al

progetto di dotarsi di opere periodiche e si limita ad una collezione di libri da dare a prestito. La

società mantenne saldo questo proposito e successivamente acquisì anche i periodici. La sezione più

consistente del catalogo è costituita da opere romanzesche . Già nel primo regolamento del 1875

l’iscrizione era stata dichiarata aperta, senza distinzioni di ceto sociale, a tutti coloro disposti a versare

una tassa d’ingresso di due lire e a mantenere un contributo trimestrale di tre lire, necessario ad

acquistare le migliori opere. In seguito al continuo aumento degli associati, la società decise di

intensificare la propria attività attraverso l’organizzazione di letture serali e conferenze su argomenti di

carattere artistico,letterario,scientifico,politico richiamando a Cremona personalità di spicco. Il pag. 13


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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in lettere moderne (letteratura, linguistica, filologia italiana e romanza)
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Università: Milano - Unimi
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher swanrhcp di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del libro e dei sistemi editoriali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Montecchi Giorgio.

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