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Tutti creano nessuno legge

Introduzione

Raccolta di saggi che vogliono costituire un contributo alla ricostruzione dei molteplici percorsi che hanno portato gli italiani ad accostarsi alla lettura. Accanto ai modi di leggere sono indagati i luoghi dove la lettura era praticata e diffusa: biblioteche popolari, gabinetti di lettura, salotti, biblioteche private convivranno fino a lasciare il posto all’intervento pubblico nel Novecento. Il motivo per il quale è stata scelta la frase di Anna Maria Ortese “In Italia tutti creano nessuno legge” come titolo da dare a questa raccolta di saggi, non è tanto una totale condivisione del suo messaggio quanto la capacità di raccogliere in poche parole una fase storia durata a lungo in questo paese.

Leggere per sovvertire. Biblioteche, lettori ribelli e potere nel Mezzogiorno d'Italia

L'indagine sul controverso rapporto degli italiani con la lettura ha potuto beneficiare di alcuni recenti studi sulla censura. La strategia della Chiesa di Roma, volta a contenere la lenta, ma sicura espansione del numero di lettori, seguita ad un primo momento di euforia determinato dall’affermazione della stampa e poi avviata con la frattura religiosa dell’Europa provocata dalla riforma protestante, ha inciso in profondità sulle abitudini culturali del paese, con effetti che si sono protratti dal XVI secolo fino al Novecento. Dalla sola condanna della produzione protestante si passò alla condanna di ogni forma di devianza dell’Ortodossia: opere letterarie, scientifiche, filosofiche, storiche, giuridiche e politiche vennero vietate o espurgate per i contenuti licenziosi e anticlericali e per la commistione di sacro e profano.

Soprattutto l’attenzione riservata alla lettura volgare, il cui dilagare consentiva di estendere il pubblico dei lettori e di rendere più facile l’accesso al libro da parte di coloro che non padroneggiavano il latino, ha portato a riflettere sulle gravissime ripercussioni della politica repressiva della chiesa sul processo di alfabetizzazione e di unificazione linguistica dell’Italia. Nel mirino degli organi censori vi erano quindi soprattutto i non professionisti (uomini e donne di ogni strato sociale, di livelli di cultura non omogenei ma accomunati dalla mancata conoscenza del latino) e i libri da loro frequentati; testi di formule magiche, preghiere superstiziose, testi teatrali scandalosi ed eretici. Tuttavia i frequenti inceppamenti degli ingranaggi del sistema - disfunzioni, lentezze e decisioni contraddittorie – dovuti principalmente alla pluralità di istituzioni ed organi coinvolti nel controllo della stampa e alla conflittualità nata tra di esse - rendendo obiettivamente impraticabile una sorveglianza capillare e favorendo il commercio librario clandestino, consentirono l’accesso alla produzione proibita, portando a correggere o ad attenuare la tesi dell’isolamento culturale dell’Italia rispetto al resto d’Europa.

A tutto ciò si aggiungeva la capacità della censura di acuire la curiosità e funzionare da stimolo alla lettura rendendo involontariamente l’indice un ottimo veicolo di pubblicità. Una sorta di catalogo contenente, proprio per la sua natura proibitiva, qualcosa di buono e di piacevole. Studiosi e professionisti, laici ed ecclesiastici, poterono accedere al materiale proibito per via di speciali licenze di lettura rilasciate dall’autorità ecclesiastica. Le norme regolanti il rilascio erano teoricamente rigide, in quanto il permesso di lettura dei libri proibiti doveva essere concesso, su richiesta avallata dalla presentazione di un ecclesiastico, solo ad individui particolarmente affidabili, capaci, per fede, di non cadere nelle trappole insite nelle letture, e per periodi non superiori a tre anni. Nella pratica, però, gli ordini centrali potevano essere aggirati localmente, ottenendo il consenso illegale da inquisitori e vescovi, a voce. E con il tempo sarebbe divenuto sempre più semplice ottenere il permesso.

In realtà il rilascio delle numerose licenze di lettura di libri espurgabili, voluto per supplire alle carenze della politica espurgatoria della Chiesa e per cercare di porre rimedio ai tanti disagi procurati soprattutto ai professionisti (medici, docenti, giuristi), avveniva in cambio della disponibilità del lettore a trasformarsi in correttore. Tuttavia la diffusa inosservanza dell’impegno a collaborare, nel triennio stabilito, all’opera di espurgazione – abbondantemente testimoniata dalle lettere di lamentela di vescovi e inquisitori – smentisce la tesi di un rapporto di collaborazione tra censori ed intellettuali, per i quali la licenza costituiva l’unico mezzo a cui ricorrere per poter leggere opere indispensabili all’esercizio delle professioni liberali.

Altre volte a favorire la circolazione clandestina dei libri proibiti furono i lunghi dibattiti tra Chiesa e Stato sugli ambiti di competenza e sul diritto di censura, i quali resero più facile l’elusione delle leggi stimolando la produzione di contraffazioni e stampe clandestine. Così avvenne nel Regno di Napoli dove la problematica censoria fu regolata da diverse norme specifiche, tanto ecclesiastiche quanto civili, contraddittorie ed ambigue, perlopiù emanate separatamente da Chiesa e Stato e senza alcuna volontà di coordinamento, rendendo così l’azione di controllo meno efficace. Insomma il confronto, ma soprattutto lo scontro, tra potere regio e potere ecclesiastico – offrirono spesso varchi alla circolazione libraria clandestina.

E nonostante il cambio di strategia messo in atto dalla Chiesa nel corso del Settecento al fine di governare stampa e cultura – puntando più sulle tecniche persuasive che su quelle repressive, anche attraverso il diffuso utilizzo di strumenti atti ad educare i fedeli nei loro percorsi di lettura (dalle prediche ai catechismi; ai manuali di comportamento) - ancora il XVII secolo registrò l’ampia diffusione delle opere vietate e la grande difficoltà della chiesa nell’arginarla. Il sistema delle licenze consentì anche qui, ad alcune categorie sociali o professionali, di avvicinarsi legalmente al libro proibito, ottenendone il rilascio in base a considerazioni di interesse di ceto o di utilizzo professionale. Nel Regno di Napoli ad usufruirne furono soprattutto gli ecclesiastici, i quali inoltrarono richieste di lettura concernenti principalmente i libri di diritto ed in particolare di diritto ecclesiastico.

Ma a godere di questi privilegi furono anche i nobili (interessati dai libri di duello, di letteratura, di storia) e i giuristi, i medici (autorizzati a leggere testi funzionali alla loro professione) e i dotti. Ma all’interno di questo sistema, che consentiva di identificare e schedare il lettore e di conoscere l’uso che egli avrebbe potuto fare dei libri, a preoccupare gli organi ecclesiastici era la trasmissione ereditaria dei testi espurgabili concessi in lettura, i quali, alla morte del beneficiario – che spesso dimenticava di riconsegnarli alla scadenza dei tre anni – divenivano proprietà degli eredi, privi di dovute licenze. Anche le norme statali in materia di stampa e di circolazione dei libri non vennero quasi mai osservate, soprattutto da parte di tipografi e di scrittori napoletani che per evitare ostacoli e ritardi nella pubblicazione delle loro opere ritennero più semplice eludere la sorveglianza ricorrendo alla stampa nelle meno esposte case private.

Da un lato, dunque, la Chiesa che fu intenta a scongiurare la lettura di opere dai contenuti licenziosi, anticlericali, magici o ricchi di dottrine erronee, dall’altro lo Stato che proibì opere ostili al governo e tentò di frenare le illecite censure praticate dagli ecclesiastici, con una certa discontinuità e incostanza. Due poteri che cercarono di disciplinare e controllare una società ricca di fermenti e di voci importanti. Dopo la parentesi di relativa libertà di stampa del periodo napoleonico – che se aveva abolito la censura preventiva sui testi da pubblicare non aveva però attenuato il controllo di polizia sulle stamperie, sulla circolazione libraria e sui periodici – si ebbe il ritorno nel Regno di Napoli delle misure restrittive sia sulla produzione che sulla circolazione libraria. E l’esigenza di rendere più incisiva l’azione di controllo – per evitare il diffondersi della propaganda liberale - portò lo Stato a limitare progressivamente le proprie rivendicazioni giurisdizionaliste e ad uniformare le linee censorie ai dettami della Curia Pontificia, nell’interesse di una comune battaglia per la difesa dell’assetto istituzionale esistente.

Ad essere guardate con sospetto dalle autorità di controllo furono opere contenenti affermazioni contrarie alla religione, esplicitamente anticlericali o antiecclesiastiche, quelle storiografiche e filosofiche e, soprattutto, quelle di argomento politico. E poi romanzi, testi teatrali, opere su Napoleone, periodici e tutti i testi contrari al buon costume e alla pubblica decenza. Le energie delle autorità censorie ottocentesche furono indirizzate soprattutto al controllo della circolazione libraria: nel 1815 fu ripristinata la commissione per la revisione delle opere provenienti dall’estero, fu vietato lo spaccio di libri e opuscoli per mezzo di venditori ambulanti e di botteghini, i librai e i direttori di gabinetti di lettura furono obbligati a presentare i cataloghi dei libri presenti nelle loro botteghe o magazzini, furono aumentati i controlli alle frontiere per impedire la diffusione clandestina dei libri proibiti.

E a partire dal 1822 proprio nel Regno Borbonico fu pesantemente innalzato il dazio di introduzione dei libri stranieri, tanto per motivi protezionistici (al fine di proteggere le stamperie napoletane dalla concorrenza straniera), quanto per il timore che le idee sovversive e sediziose diffuse dai moti carbonari del 1821 potessero penetrare e scardinare il potere legittimo. In seguito vennero presi altri numerosi provvedimenti come ad esempio il divieto di circolazione per le opere filosofiche, per gli Inni di Manzoni, del Foscolo, le tragedie dell’Alfieri e i classici non purgati.

Nonostante la severa politica censoria, a Napoli, il gusto per i libri ed il loro consumo si diffuse in tutti gli strati sociali con una dinamicità tale da entrare in contrasto con un mercato devitalizzato dal protezionismo e dalle proibizioni. A testimoniare questo diffuso interesse le ricche biblioteche private custodite nei palazzi nobiliari della capitale. Numerose e ricche di opere anche le biblioteche appartenute alla borghesia intellettualizzata: funzionari, avvocati, medici, ecclesiastici.

Malgrado il complesso armamentario messo in atto dal governo borbonico ed all’apparato ecclesiastico, i libri pericolosi continuarono a circolare nel territorio attraverso le vie della diffusione legale e della clandestinità: oltre alle licenze di lettura ottenute dalla Santa Sede e riconosciute valide dal potere regio erano stati istituiti i permessi di lettura governativi, i quali – rilasciati anche essi generalmente ai ceti privilegiati – rappresentavano perlopiù l’esplicitazione di un privilegio e sancivano uno status sociale. Esisteva una linea politica tendente a dirigere e selezionare l’accesso alla lettura: se agli appartenenti alle classi superiori (che detenevano il potere civile, accademico e religioso) essa veniva permessa in forma estesa; ai lettori sprovveduti o incolti era severamente vietata o concessa solo in forma ridotta e controllata, sulla base del principio che “il popolo doveva restare nell’ignoranza”. Ma i libri proibiti pervenivano nelle mani dei lettori attraverso la circolazione clandestina. Al centro di un processo tenutosi tra il 1857 e il 1860 ci fu Antonio Spagnolo, sacerdote di Sava, condannato per il possesso di diversi libri tra cui la Storia del Reame di Napoli di Colletta, le Poesie di Giusti, Istoria d’Italia di Botta. Per i libri vietati in suo possesso lo Spagnolo esibì una licenza di lettura rilasciata da Pio IX e concessa non per la lettura di un singolo libro ma per tutti i libri proibiti fatta eccezione per quelli osceni o contro la religione. Tale permesso – che per il giudice manteneva comunque illegale la detenzione dei testi attaccanti direttamente il governo e l’ordine pubblico e politico e che probabilmente servì allo Spagnolo, ritenuto seguace dei principi del liberalismo – per scopi contrari a quelli per i quali gli fu concesso – non riuscì ad evitargli la condanna, consistente nel pagamento di una multa e nella perdita di tutti i libri sequestrati. La sentenza di appello lo prosciolse da ogni accusa e ordinò la restituzione dei libri. Da qui si capisce la necessità di intrecciare la storia della censura con quella della lettura.

Libri per fanciulli e giovinetti nella Milano della Restaurazione

L’espansione dell’editoria nell’Ottocento, frutto di un’accresciuta alfabetizzazione, ha visto affermarsi nuovi generi letterari, nati proprio per soddisfare le pretese di un rinnovato pubblico di lettori. Di questi generi recenti, quello per l’infanzia e per l’adolescenza fu tra i più favoriti dall’accresciuta espansione della cultura. Se in Inghilterra la letteratura per bambini era già diffusa in pieno Settecento, in Italia il fenomeno ha raggiunto la sua massima espressione soltanto dopo l’unità nazionale. A dire il vero già all’inizio dell’Ottocento prese vita in Italia una produzione editoriale per i giovani che, con caratteristiche rigidamente didattiche, è pur sempre la manifestazione di una letteratura per l’infanzia. Questi nuovi prodotti videro la luce soprattutto a Milano, dove i principi illuministici avevano permesso una più estesa divulgazione della cultura e che si connotava come la struttura portante dell’industria editoriale italiana.

In una fase di transizione da una produzione artigianale ad iniziative di impronta imprenditoriale, a Milano si stava concretizzando una nuova figura professionale, quella dell’editore moderno che, sostituendosi al vecchio tipografo di bottega, agiva con una chiara strategia di profitto, basando le sue scelte sull’attenta osservazione dei gusti del pubblico. Nei decenni successivi la letteratura per l’infanzia, ormai con una propria fisionomia narrativa e libera da legami strettamente pedagogici, acquistò piena dignità nella vita letteraria nazionale. Le avventure di Pinocchio di Collodi e Cuore di De Amicis fanno parte a buon diritto dei classici della nostra letteratura. La letteratura per l’infanzia e la gioventù conobbe due filoni principali: i testi scolastici e i libri di lettura.

I testi scolastici

L’espansione di questo settore del mercato librario rispose all’aumento della domanda d’istruzione che si verificò nei primi decenni dell’Ottocento. Al riguardo risulta esemplare il caso del Regno Lombardo-Veneto dove il governo di Vienna si impegnò nella riorganizzazione delle scuole perché comprendeva che l’istruzione e l’ammodernamento dei metodi di insegnamento potevano avere un ruolo fondamentale nella dominazione assolutistica esercitata sulle province lombarde e venete. Il centro di questa riforma fu proprio Milano dove furono aperti vari tipi di scuole pubbliche, fu rinnovato il corpo docente, furono introdotte nuove discipline, nuovi libri di testo e, infine, furono nominati due ispettori generali responsabili rispettivamente delle scuole elementari e di quelle ginnasiali della Lombardia. La frequenza della scuola elementare divenne obbligatoria e tale obbligo scolastico veniva assolto dal 70% dei bambini in età scolare. Questa forza pose il lombardo-veneto ai primissimi posti in Europa per ciò che concerneva l’insegnamento primario e secondario e spiega le ragioni per cui la produzione destinati all’istruzione scolastica si sia tanto sviluppata a Milano dove proliferavano abbecedari, sillabari, grammatiche elementari, manuali di storia e geografia, catechismi e libri di aritmetica.

Su questi testi il governo di Vienna effettuava un controllo che gli riservava la scelta dell’opera da adottare e la sua gestione nel ciclo produttivo e commerciale. Con la conseguenza che il successo di un’opera era determinato dal suo inserimento nell’elenco ufficiale dei testi per le scuole pubbliche, la cui stesura era affidata all’Imperiale Regia Aulica Commissione per gli Studi di Vienna. Questa uniformità del sistema asburgico applicata a tutte le province del regno portava a sottrarre questo settore editoriale all’iniziativa delle società tipografiche milanesi. La era prerogativa della tipografia ufficiale che agiva, a tutti gli effetti, in regime di monopolio. Il privilegio venne assegnato all’Imperiale Regia Stamperia di Governo che non fu però in grado di soddisfare pienamente la domanda.

Inoltre non tutti i titoli erano oggetto di privativa ufficiale e così questa produzione editoriale ebbe modo di entrare anche nei cataloghi di altre tipografie che avevano saputo riconoscere le forti potenzialità economiche offerte da un mercato che richiedeva la messa in circolazione di una grande quantità di libri: Maspero & Boucher, Andrea Molina, i Fratelli Pirola, la Ditta Pogliani che a partire dagli anni '40 fu una delle tipografie più attive nel campo educativo e scolastico. Tra i libri adottati dalle scuole elementari e ginnasiali ricorrono quelli del padre somasco Francesco Soave. Le sue grammatiche hanno avuto un ruolo fondamentale nell’insegnamento delle regole della lingua latina ed italiana; una di queste è la Grammatica delle due lingue italiana e latina ad uso dei ginnasi uscita per la prima volta nel 1785 e ristampata senza rilevanti modifiche in tutta Italia per tutto il secolo.

Soave ha proposto una...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/08 Archivistica, bibliografia e biblioteconomia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher swanrhcp di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del libro e dei sistemi editoriali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Montecchi Giorgio.
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