Libri di scuola e mercato editoriale
Nei primi decenni del XIX secolo, anche in Piemonte, così come già da tempo in altre realtà europee, si crearono le condizioni favorevoli all'espansione dell'alfabetizzazione e alla scolarizzazione (all'educazione dei ceti popolari) che avrebbero gradualmente portato anche l'Italia verso una società alfabeta. Avvenne così il passaggio da una società in cui l'analfabetismo non era ancora percepito come un problema sociale a una società nella quale le conoscenze elementari del leggere, scrivere e far di conto sono giudicate indispensabili per lo sviluppo della società stessa.
Gli animatori dell'alfabetizzazione
- Gli eredi della cultura illuministica spinti dal proposito di creare una società libera dai pregiudizi e dalla superstizione
- Esponenti del clero desiderosi di conservare nella fede tradizionale i ceti popolari
- Filantropi e benefattori che vedevano nella diffusione delle scuole una possibilità di sottrarre i bambini all’abbandono
- Imprenditori e uomini d’affari che iniziavano a pretendere una manodopera più istruita
- A partire dagli anni '40, anche l'interesse politico di quanti associavano la necessità dell'istruzione agli ideali nazionali e liberali
Ma per sconfiggere l'ignoranza non bastava la lungimiranza dei gruppi dirigenti, occorreva che anche i ceti popolari cogliessero l’utilità dell’istruzione e quanto meno capissero che non se ne potesse fare a meno, convincendosi a mandare i figli a scuola anche se questo significava privare la famiglia di braccia utili al lavoro. Mentre tra i ceti popolari e nelle realtà rurali la frequenza della scuola era ancora vista come inutile e superflua, un crescente numero di famiglie non ricche ma abbastanza decorose (piccoli negozianti, padroni di botteghe artigiane, impiegati pubblici) desideravano far studiare i figli per assicurare loro un buon futuro. E ancora le prime scuole videro insegnare maestri improvvisati con metodi approssimativi, specialmente nelle realtà rurali.
Fu presto evidente che se si voleva incidere sull'istruzione e sull'educazione del popolo non bastava aprire scuole. Bisognava disporre di personale idoneo e di strumenti didattici adeguati, dai libri di testo ai pallottolieri, alle carte geografiche. Non bastava aprire scuole, occorreva convincere i padri di famiglia ad inviare i propri figli a scuola, formare i maestri con la pubblicazione di periodici a loro destinati e predisporre nuovi testi rivolti all’infanzia con scopi scolastici o anche ricreativi ma pensati nell’ottica dell’apprendimento utile (libri di lettura, abbecedari, piccoli manuali di aritmetica).
I manuali in circolazione erano vecchi e spesso ignorati dagli insegnanti che preferivano dettare gli appunti durante le lezioni. Tra il 1830 e il 1850 il mercato del libro scolastico si amplia in ragione del maggior numero dei bambini che frequentavano la scuola elementare e degli studenti dei primi corsi delle scuole secondarie (fenomeni dovuti in parte all’aumento della popolazione e in parte al maggiore desiderio delle famiglie di far studiare i figli).
L'espansione editoriale
Librai e tipografi fiutarono immediatamente le potenzialità di questo segmento editoriale e in pochi anni si attrezzarono per rispondere all'accresciuta domanda di libri destinati alla scuola, aggirando le prerogative concesse alla Stamperia Reale riconosciuta unica impresa abilitata a pubblicare manuali scolastici. Un primo quadro della realtà editoriale piemontese in materia di istruzione è offerto dagli elenchi pubblicati tra il 1835 e il 1846 per iniziativa dell'editore milanese Stella allo scopo di favorire il commercio editoriale: dei 1300 titoli scolastici registrati, circa il 15% del totale usciva dai torchi piemontesi e tra le prime dieci imprese impegnate in questo specifico ambito editoriale ben tre erano torinesi: Marietti, Pomba, Fontana.
Nessuna di queste imprese poteva ancora definirsi scolastica in quanto il libro di scuola costituiva una parte dell'attività tipografica o libraria spesso praticata al solo scopo di assicurare introiti facili e sicuri. In qualche circostanza il libro di scuola rientrava entro una strategia politica o religiosa come nel caso di Giacinto Marietti che intratteneva stretti legami con il mondo ecclesiastico, con i padri gesuiti e con gli ambienti dell’Amicizia Cattolica e il cui catalogo era costituito prevalentemente da libri religiosi e devozionali nel quadro di un progetto di ricristianizzazione della società piemontese dopo i travagli della rivoluzione. In questa strategia rientrava anche la scuola e infatti ad essa Marietti riservò una significativa parte del suo impegno.
L'influenza del mercato scolastico
Nel corso degli anni '30 la frequenza delle scuole da parte di un numero sempre maggiore di bambini e ragazzi accrebbe e dilatò il commercio dei libri di scuola portando altri e nuovi stampatori ad interessarsi a questo settore. In particolare si moltiplicarono testi per l'apprendimento della lingua italiana e testi per lo studio della geografia che andavano in un'unica direzione: l'uso dell'italiano e la conoscenza della propria terra e di quella altrui permettevano il rafforzamento dell'identità dei giovani.
Ma il proliferare di testi scolastici di ogni tipo convinse il Magistrato della Riforma a nominare una commissione per provvedere alla disamina di tutti i libri che erano in uso nelle scuole così da eliminare o modificare i difettosi e ridurne il numero attuale. Dopo un attento esame, la commissione deliberò che nessuno dei libri di testo allora in uso per le scuole elementari era raccomandabile e affidò a Vincenzo Troya (che faceva parte della commissione stessa in qualità di maestro di grammatica ed esperto didatta) di provvedere; egli compilò una serie completa di piccoli manuali affiancati da una guida pratica per il corretto impiego dei testi rivolta ai maestri. Della pubblicazione dei manuali del Troya fu incaricata la Stamperia Reale in quanto tipografia ufficiale. Emerge insomma l'obiettivo di rendere omogeneo l'insegnamento attraverso i vincoli posti dall'esclusivo impiego dei libri approvati e in tal modo assicurare agli allievi una formazione culturale ed etico-civile omogenea.
I provvedimenti ministeriali che tentarono di regolare le adozioni dei libri di testo costrinsero molti librai e tipografi con gli scaffali pieni di opere ormai fuori mercato a defilarsi in quanto non disponevano delle risorse necessarie a rifare il catalogo oppure perché non interessati a dedicarsi ad un settore dai contorni non ancora del tutto delimitati. Dall'altra parte ci furono però nuove imprese che fecero proprio in questo periodo il loro ingresso nel mercato scolastico, in particolare Paravia e la Tipografia Scolastica. Queste imprese non solo arricchirono i loro cataloghi di un gran numero di nuovi libri di scuola, ma andarono connotandosi come veri e propri editori specializzati e dandosi un’organizzazione di tipo imprenditoriale.
Non erano infatti semplici stampatori che pubblicavano qualche libro d’istruzione ma editori veri e propri capaci di fiutare le tendenze, dare vita a un catalogo organico, stimolare gli autori e ricercare nuovi mercati. Giorgio Paravia aveva rilevato nel 1825 l’attività libraria del padre decidendo di incrementare la propria attività di librario con quella di tipografo, orientandosi nei primi anni di attività verso pubblicazioni di carattere religioso e devozionale e successivamente dedicandosi invece alla produzione pedagogica e scolastica iniziando la pubblicazione di un giornale pedagogico e didattico L’Educatore Primario. Erede di questo, il 14 agosto del 1852 cominciò la pubblicazione di un nuovo giornale per maestri L’Istitutore dedicato ai problemi dell’istruzione e interessato a mettere a punto gli strumenti didattici di cui i maestri avevano bisogno attraverso la pubblicazione di modelli di lezioni e di esercizi per le diverse materie.
L'evoluzione del mercato librario
Nel frattempo alla morte di Giorgio Paravia subentrarono nella direzione dell’azienda il nipote Vigliardi e l’esperto tipografo Lorenzo Loux. La Tipografia Scolastica di Sebastino Franco entrò nel mercato librario nel 1853 e divenne una temibile concorrente dell’editrice Paravia soffiandogli il giornale magistrale e costringendola a lasciare, in parte, il mercato delle scuole elementari e a spostare la sua attività verso la scuola classica (scelta che sembrò agli inizi di necessario ripiego ma che si rivelò un fortunato investimento assicurando cospicui profitti soprattutto con la Collezione dei Classici Latini e Greci).
Il Franco che godeva di agganci ancora più solidi di quelli di cui godeva Paravia nelle alte sfere ministeriali, gli subentrò come stampatore di fiducia del gruppo di maestri e professori di pedagogia che si raccolsero nella società di Mutuo soccorso. Il catalogo della Tipografia Scolastica lasciò alla concorrenza, Paravia e Stamperia Reale, l’istruzione classica soddisfacendo piuttosto tutte le esigenze delle scuole elementari e dei corsi tecnici. Scomparso improvvisamente il Franco nel 1861, quando l’attività contava ben 75 dipendenti ed era tra le maggiori imprese tipografiche torinesi, essa non fu in grado di assorbire un così duro colpo e fu successivamente liquidata.
Intanto tentava di resistere la Stamperia Reale che ormai priva degli antichi privilegi era costretta a misurarsi con la concorrenza. Nonostante il tentativo di aggiornare la propria offerta di libri scolastici non riuscì a competere per quantità di testi e intraprendenza con Paravia e la tipografia del Franco F per diverso tempo una temibile concorrente dell’editrice Paravia.
L'egemonia piemontese nel settore didattico
In campo grammaticale e linguistico gli autori e gli editori piemontesi furono a lungo in testa agli elenchi dei testi adottati nelle scuole italiane esercitando una vera e propria egemonia. Fedeli al metodismo e cioè ad una concezione della grammatica di tipo ordinativo e classificatorio, il cui apprendimento era affidato alla memorizzazione di definizioni e lunghi elenchi di nomenclatura, i piemontesi praticavano una didattica abbastanza facile da insegnare ai maestri (anche se ritenuta pedante e insopportabile dal Lambruschini – il cui metodo era più spontaneo e meno nozionistico – e dai Toscani in genere). Lo stesso predominio, la stessa distribuzione capillare su tutto il territorio nazionale investe anche i libri di aritmetica, di storia, geografia, scienze.
Soltanto nel campo dei libri di lettura per le scuole elementari lo strapotere piemontese fu contenuto dalla produzione degli editori milanesi e fiorentini. Le ragioni di una tale fortuna sono da ricercare in quel laboratorio di progetti, proposte e realizzazioni che fu la Società di Istruzione e d’Educazione. Società intorno alla quale si raccolse un nutrito gruppo di intellettuali che non esitarono a mettersi a disposizione della scuola ed uniti dalla convinzione che la scuola dovesse avere un ruolo centrale nel promuovere il rinnovamento politico e sociale e nel garantire l’istruzione anche ai ceti popolari.
Il successo delle edizioni piemontesi era dovuto anche all’impiego di mezzi e strumenti tipografici d’avanguardia che consentivano alte tirature e costi contenuti; la qualità dei libri all’inizio un po’ scadente andò via via migliorando con il sempre più ampio utilizzo, ad esempio, delle incisioni che arricchivano le pagine dei giornali e dei manuali. L’elenco delle tipografie e dei librai torinesi con interessi in campo scolastico andò rapidamente crescendo; rimase in testa Paravia per peso, prestigio e dimensioni della produzione.
Attraverso l’insegnamento della lingua erano veicolate altre conoscenze, molte delle quali facevano diretto riferimento alle esperienze dei fanciulli. Ampio spazio era ad esempio riservato alle letture di argomento rurale che avevano anche lo scopo di veicolare informazioni agrarie più aggiornate rispetto alle consuetudini e tradizioni locali. Molta attenzione era poi riservata all’igiene, alla spiegazione del funzionamento del corpo umano e all’alimentazione allo scopo di vincere pregiudizi e cattive abitudini. Anche lo studio del calcolo e dell’aritmetica si poggiava sull’esperienza della vita agricola e del commercio come suggerivano i programmi ministeriali. Infine in gran conto erano tenute l’educazione religiosa e la morale cristiana. I libri erano ricchi di biografie di personaggi insigni per pietà, virtù domestiche ed azioni eroiche, e di racconti morali a lieto fine che gli scolari dovevano imparare a memoria e riassumere per iscritto. Lo scopo educativo si congiungeva a quello istruttivo.
Un nuovo clima culturale e pedagogico
Testimoni di un nuovo clima culturale e pedagogico furono:
- La pubblicazione, a partire dall’ottobre del 1870 e su iniziativa del maestro Carlo Pozzi, del giornale magistrale L'Unione, destinato a diventare una voce importante nella stampa scolastica italiana. Un giornale rivolto non tanto alle questioni didattiche, ma ai problemi professionali dei maestri e alla loro tutela giuridica ed economica e non più ispirato al connubio cattolico-liberale che contraddistingueva gli altri periodici torinesi, ma animato da una concezione laica dell’esistenza (e dell’insegnamento).
- L’assegnazione della cattedra di fisiologia all’olandese Jakob Moleschott; intorno al quale non si formò soltanto una nuova generazione di medici e scienziati, ma lui stesso si fece divulgatore nei ceti popolari di una visione tutta terrena dell’esistenza ispirata ad una scienza non solo accademica, ma immersa nella vita quotidiana delle grandi masse.
Insieme alla casa editrice Bocca (di Lombroso) e alla Loescher, la UTET (casa editrice nata dall’attività di Giuseppe Pomba) rappresentò uno dei centri editoriali più attivi e qualificati di promozione della nuova cultura scientifica dedicandosi – ad esempio – a partire dal 1871 alla pubblicazione delle opere di Charles Darwin.
Che la situazione stesse cambiando era dimostrato dal fatto che temi e autori espressione del nuovo clima e dei nuovi orientamenti culturali filtravano addirittura attraverso la casa editrice Paravia che fu per lungo tempo la roccaforte dei moderati. Ma la voce più significativa dell’emergere di questa nuova cultura pedagogica laica fu l’editore Tarizzo che nel 1875 diede vita al periodico Il Maestro Elementare Italiano diretto dal Bencivenni (destinato a diventare una delle voci più popolari della pubblicistica magistrale) e che apriva le sue pagine al rinnovamento pedagogico e psicologico che giungeva da Germania e Francia, favorevole all’insegnamento di un’etica laica e avverso a qualsiasi tipo di insegnamento religioso.
Su questa stessa linea culturale si pose anche la tipografia Camilla e Bertolero che aprì una sezione pedagogica in una produzione che era stata segnata fino a quel momento da interessi scientifici ed agrari. Le scelte editoriali di queste due case editrici rompevano con la tradizione moderata piemontese promuovendo una nuova cultura pedagogica e valori funzionali al benessere collettivo, con un netto superamento sia dell’impianto didattico metodistico sia della visione cattolica dell’esistenza.
Se Tarizzo e Camilla e Bertolero si occuparono soprattutto di pedagogia, scuola elementare ed istruzione popolare, fu invece un libraio tedesco Hermann Loescher a dare voce ai nuovi orientamenti nel campo dell’istruzione secondaria e superiore. Egli si trasferì a Torino dove nel 1861 rilevò una libreria e avviò un’attività editoriale che si specializzò nella pubblicazione di testi latini e greci. Il suo nome è legato soprattutto al rinnovamento dell’insegnamento del
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