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ESTRATTO DOCUMENTO

-responsabilità

-collegialità

-elettività

-onorarietà

1= I magistrati erano temporanei, restavano in carica per un periodo di tempo limitato,

in genere un anno. Facevano eccezione alla regola dell’annuità il dittatore, che non

poteva stare in carica per più di 6 mesi,e i censori che potevano stare in carica per un

massimo di 18 mesi. Conseguenza della temporaneità è la responsabilità: una volta

caduti di carica erano chiamti a rispondere del mandato, tranne dittatore, censori e

tribuni della plebe

COLLEGIALITA’= Tutte le ,magistrature ad eccezione del dittatore erano collegiali, cioè

ricoperte da due o più membri.

N.B Questo regime trova un interessante parallelismo nel diritto privato romano, ed in

particolare nell’istituto del “consurtium ercto non cito”, cioè “dominio non diviso”, che

consisteva in una comunione del patrimonio ereditario che si costituiva

automaticamente alla morte del pater tra i suoi eredes. CONPROPRIETA’= fenomeno

per cui più soggetti sono proprietaridella stessa cosa per quota. La comunione deriva

dal diritto romano, però la forma più antica di comunione, comportavo una comunità

plurima integrale, per cui ciascuno era comproprietario di tali beni per l’intero, e ne

poteva disporre con effetti che si producevano nella sfera giuridica di tutti i consorti.

-se il soggetto del consortio ercto non cito era uno schiavo apparrtenente ad A,B,C= A

senza B e C poteva manometterlo o alienarlo con effetti che si riproducevano nella

sfera giuridica di B e C.

- così come per le magistrature, ciascun collega era titolare per l’intero potere che

faceva capo all’ufficio, e dunque poteva compiere da solo ogni atto rientrante nella

competenza dell’ufficio.

Questo regime però trovavA un contrappeso nell’attribuzione degli altri membri del

collegio di un IUS INTERCESSIONIS= ciascun collega aveva il diritto di veto, in forza

del quale poteva opporsi ad una qualunque attività degli altri colleghi. Poiché nessuna

attività pubblica poteva essere compiuta se non dopo aver preso gli auspicia, ciascun

collega poteva intervenire bloccando l’attività degli altri colleghi con la OBUNTIATIO=

una sorta di veto religioso che si faceva valere mediante l’annuncio di auspicia

favorevoli al compimento di una determinata attività.

Questo regime però operava solo in linea teorica, perché di fatto per evitare un abuso

di ricorso all’intercessio ci si regola diversamente: 58

A seconda del tipo di attività da compiere i colleghi in certi casi agivano

- congiuntamente, in altri casi singolarmente secondo 2 sistemi:

SISTEMA DEL TURNO= I colleghi si alternavano nell’esrcizio di determinate funzioni

- definendo i turni o per COMPARATIO(accordo) o per SORTITO(sorteggio).

Il sistema di operare singolarmente alla fine finì per essere il solo in concreto

- praticabile, perché con la progressiva espansione di Roma i magistrati, i consoli e i

pretori si trovano ad operare in zone molto distanti tra loro.

SISTEMA DELLA DIVISIO= i colleghi si dividevano i compiti inerenti all’ufficio sempre

- per accordo o per sorteggio.

Si sviluppa così il sistema delle PROVINCE: tale termine designò la sfera di

competenza di ciascun magistrato munito di imperio; solo dopo il termine passò ad

indicare quei territori situati al di fuori della penisola italica che erano sottoposti

all’imperium di un governatore. Oggi invece le province sono enti territoriali intermedi

tra regioni e comuni, dotati di autonomia amministrativa.

ELETTIVITA’: fatta eccezione per il dittatore che veniva nominato da uno dei due

- consoli, i magistrati di regola erano elettivi, eletti dal popolo o dalla plebe riunita in

assemblea. Probabilmente questa caratteristica non fu originaria, ma si affermò a

seguito di una lenta evoluzione.

In origine si pensa che i magistrati non siano stati eletti ma designati dal

- predecessore( cioè dal magistrato uscente in carica);

Successivamente il magistrato uscente in carica avrebbe cominciato a comunicare la

- sua designazione al popolo, per vedere se essa risultasse o meno gradita;

Dopo ancora il popolo non sarebbe più stato chiamato ad esprimere un gradimento, ma

- ad approvare o meno questi nomi; ancora dunque non si parlava di elezione popolare,

al quale si sarebbe pervenuti solo quando si sarebbe affermato il principio per cui

ciascun cittadino, in possesso dei requisiti prescritti, poteva candidarsi alle

magistrature, e il popolo poteva liberamente scegliere la persona dai nomi dei

candidati.

Per assicurare la continuità della successione alle magistrature, all’elezione dei

successori si procedeva nell’anno precedente a quello in cui essi sarebbero dovuti

entrare in carica, in modo che all’inizio dell’anno i magistrati eletti si trovavano già

pronti a sostituire quelli uscenti in carica. Quelli eletti sono anche detti magistrati

designati, una particolare categoria era quella dei magistrati suffecti, che per il venir

meno di un magistrato ancora in carica prima della scadenza lo subentravano.

Entravano quindi in carica prima dell’anno magistratuale per cui erano stati eletti, e

restavano in carica fino alla fine dell’anno magistratuale in corso. A partire dalla metà

del II sec a.c in genere alle elezioni si procedeva nel luglio dell’anno precedente. 59

ONORARIETA’= le magistrature sono onorarie in due sensi:

Nel senso che ricoprire una magistratura già di per sé costituiva un onore e comportava

- onori, tanto che la carriera magistratuale era detta cursus honorum

Nel senso che erano gratutite: i magistrati non venivano retribuiti, non ricevavano un

- compenso per le loro funzioni ma anzi, secondo la mentalità roman, dovevano

sostenere spese notevoli perché dovevano essere grati ai loro elettori e dovevano

ricompensarli in vari modi, come tramite l’abbellimento dela città con vari monumenti e

l’organizzazione di giochi. Ma i magistrati che si recano nelle province percepiscono

alte indennità per sé e per il loro seguito, e finivano spesso per conseguire guadagni

illeciti sottoponendo le popolazioni amministrative a vessazioni di ogni genere.

Come si classificano le magistrature romane?

-ordinarie-straordinarie

-patrizie-plebee

-curuli-non curuli

-maggiori-minori

-cum imperio-sine imperio

• MAGISTRATURE ORDINARIE:

Funzionano stabilmente, o perché elette ogni anno o perché elette ad intervalli

periodici. Seppur queste non regolari(la durata della loro carica non poteva

essere fissa e variare di volta in volta) si rendeva incerta la data delle

successive elezioni per i censori che venivano eletti ogni 5 anni, e restavano in

carica per un periodo di tempo non definito.

• MAGISTRATURE STRAORDINARIE:

Se ne fece ricorso una sola volta(decemvirato) o anche più volte(dittatura), ma

comunque soltanto occasionalmente ed eccezionalmente senza alcuna

regolarità.

• MAGISTRATURE PATRIZIE-PLEBEE

Questa distinzione si affermò una volta che i capi della plebe, i tribuni, furono

riconosciuti dallo Stato e considerati veri e propri magistrati. Le magistrature 60

patrizi erano riservate ai patrizi, anche se poi furono rese agibili anche ai plebei

e divennero magistrature popolari:

CENSURA, CONSOLATO, PRETURA, EDILITA’ CURULE, QUESTURA,

DITTATURA

Mgistrature plebee=sorte come cariche proprie dei plebei e riservate sempre a

loro; TRIBUNATO e EDILITA’ PLEBEA.

Tra le 2 ci sono 3 differenze:

1 COMPOSIZIONE= in origine le magistrature patrizie erano riservate solo a

quest’ultime ma poi aperte anche ai plebei; le magistrature plebee furono

sempre composte da plebei.

2 AUSPICIA= gli auspicia oblativa potevano mostrarsi a tutti i magistrati(patrizi e

plebei), quelli imperativa solo ai magistrati patrizi

3 LEX CURIATA DE IMPERIO= aveva luogo soltanto per i magistrati patrizi in

età repubblicana, consisteva in una solenne cerimonia di presa del potere. In

origine si compiva davanti ai comitia curiata, davanti lo stesso magistrato che

doveva personalmente prendere il potere; poi a partire dagli inizi del II sec a.c. i

comitia curiata non si riunivano più e furono sostituiti da 30 littori(30 curie).

Sebbene qualificata de imperio, la lex era richiesta per tutti i magistrati patrizi

compresi quelli che non erano muniti di imperium ma della semplice potestas,

fatta eccezione per i censori per cui aveva luogo un’altra cerimonia: LEX

CENTURIATA DE POTESTATE, con cui si riunivano i censori investiti dei loro

poteri e si compiva innanzi i comitia centuriata.

La lex curiata, seppure richiesta per tutti i magistrati, conservava un significato

solo per quelli muniti di imperio, perché ancora, fino all’ultima età repubblicana,

era considerata una formalità necessaria per prendere gli auspicia ed esercitare

l’imperium militiae.

• MAGISTRATI CURULI-NON CURULI

CURULI= Tutte le magistrature patrizie tranne la questura

NON CURULI= magistrature plebee+questura

I magistrati curuli erano considerati di rango più elevato, e si distinguevano

esteriormente per due segni:

1 esercitavano le loro funzioni seduti sulla sella curulis, quelli non curuli invece

su una sedia; i plebei su un sub sellum, cioè una panca in comune più bassa

rispetto alla sedia degli altri magistrati. Comunque tutti i magistrati, sia curuli che

non, esercitavano le loro funzioni seduti perché investiti di pubblici poteri, e la

posizione di essere seduti è sinonimo di potere. 61

2 indossavano la toga praetexta(speciale toga bianca ornata di porpora) e in

occasione di cerimonie solenni la “toga purpurea”, tutta porpora che a partire dal

III sec a.c. divenne una “toga picta”, cioè finemente ricamata e tessuta di fili

d’oro.

• MAGISTRATURE MAGGIORI-MINORI

Questa divisione non si riferiva in generale a tutte le magistrature ma alle sole

patrizie, e questo perché si fondavano sugli auspicia imperativa, propri dei

magistrati patrizi.

MAGGIORI= erano quelle aventi auspicia “maiora o maxima”, più forti;

CENSURA, CONSOLATO, PRETURA, DITTATURA

MINORI= aventi auspicia minora, cioè più deboli; EDILITA’ CURULE,

QUESTURA

I magistrati maggiori avevano anche la “maior potestas”, ma non avevano pari

potestà tra di loro:

-il dittatore aveva una maior potestas rispetto ai consoli, i consoli una maior

potestas rispetto ai pretori

-i censori per laparticolarità delle loro funzioni erano titolari di una speciale

potestas, la maxima potestas

I magistrati minori avevano una minor potestas, ma non avevano pari potestà tra

di loro

-gli edili curuli avevano una maior potestas rispetto ai questori secondo

l’opinione prevalente

Secondo altri una graduazione di potestas sarebbe stata ammessa solo nel

rapporto tra magistrati maggiori esclusi i censori e non anche nel rapporto tra

magistrati minori. Ma se fosse così come si risolvevano lem questioni tra edili

curuli e questori? Quindi questa tesi è scartata.

Chi prevaleva tra magistrati maggiori e minori?

La regola prevedeva che un magistrato avente maior potestas rispetto ad un

altro prevaleva su quest’ultimo, nel senso che poteva bloccarne l’attività

mediante il ricorso all’intercessio o all’abnuntiatio

Inoltre il magistrato con maior potestas rispetto ad un altro poteva sospendere

quest’ultimo a titolo di sanzioni dall’esercizio della relativa funzione, e poteva

arrecare a sé il compimento di certi atti. I magistrati maggiori venivano eletti dai

comitia centuriata, quelli minori dai comitia tributa. 62

• MAGISTRATURE CUM IMPERIO-SINE IMPERIO

A seconda se avessero imperium o potestas.

POTESTAS= era un potere più debole; secondo Corbino non avrebbe indicato

un tipico potere magistratuale ma uno status di tutti i magistrati, conseguente al

fatto di avere poteri e quindi potior, superiore rispetto agli altri cittadini. Ma la

condizione di preminenza dei magistrati rispetto ai cittadini era già indicata dallo

stesso nome “magistratus”: magister, capo.

IMPERIUM= potere più forte che spettava soltanto ad alcuni magistrati

INTERCESSIO= potere magistratuale di opporsi all’attività di altri magistrati,

porre il veto

Interna: fatta valere reciprocamente nei rapporti tra una stessa magistratura(dal

collega nei confronti di un altro collega), si fondava sulla pari potestas dei

membri del collegio e costituiva un contrappeso importante al principio per cui

ciascun collega, in quanto titolare dell’intero potere facente capo all’ufficio,

poteva compiere da solo ogni atto rientrante nella competenza dell’uffico.

Esterna: fatta valere unilateralmente nei rapporti tra le diverse magistrature; in

particolare poteva essere fatta valere dai magistrati aventi maior potestas nei

confronti di quelli aventi minor potestas, e dai tribuni della plebe, nei limiti del

pomerium, nei confronti di tutti i magistrati meno il dittatore e i censori.

CUM IMPERIO= furono tutte le magistrature maggiori tranne la censura.

Secondo alcuni anche i censori sarebbero stati muniti dell’imperium, ma non ha

fondamento. Furono sicuramente magistrature cum imperio: decemvirato e

tribunato militare con podestà consolare, solo che queste magistrature non

erano più operanti all’epoca del compiuto assetto della Costituzione rep.

SINE IMPERIO= furono la censura, magistrature minori,e plebee.

Solo a quelle cum imperio spettano determinati poteri= comando militare, ius

coercitionis di carattere generale, ius agendi cum populo in senso stretto, ius

agendi cum patribus, potere di proclamare iustitium.

Il comando militare= il potere di imperio all’inizio fu un comando solo militare, e

conservò questa natura anche dopo che all’imperium militiae venne ad

affiancarsi l’imperium domi(soggetto a 2 limiti, la provocatio e l’intercessio),

l’imperium militiae si esercitava fuori il pomerium ed era illimitato. 63

Lo ius coercitionis= potevano costringere all’obbedienza tutti i cittadini mediante

pene o misure coercitive non solo patrimoniali(multa- sequestro), ma anche

personali(arresto). Nelle sine imperio lo ius era più limitato perché potevano

costringere all’obbedienza soltanto infliggendo pene o misure coercitive

patrimoniali. I tirbuni della plebe, pur essendo muniti di una semplicepotestas

avevano la summa coercendi potestas.

Ius agendi cum populo in senso stretto= potere dei magistrati di convocare i

comitia e sottoporre al loro voto proposte legislative, elettive o giudiziarie per

sollecitarne una deliberazione. In senso stretto si riferisce ai comitia centuriata e

spetta ai magistrati cum imperio; in senso ampio ai comitia tributa e soetta ai

magistrati cum imperio

Quest’ultimi detenevano anche lo iustitium= provvedimento straordinario

consistente nella sospensione di ogni attività giurisdizionale, poteva essere

proclamato in circostanze particolari di pericolo, di festa o lutto, dal magistrato

più elevato in possesso di imperium presente a Roma con autorizzazione del

senato o del dittatore.

Tumultus= provvedimento straordinario che consiste nella sospensione di ogni

esenzione dal servizio militare. Poteva essere proclamato in situazioni di

emergenza dal magistrato più elevato munito di imperio presente a Roma con

autorizzazione del senato o del dittatore.

Si parla di altri poteri per i titolari dell’imperium, come l’auspicium che

sicuramente era connesso all’imperium(auspicium imperumque); però

l’auspicium spettava a tutti i magistrati patrizi; in origine invece una prerogativa

dell’imperium fu la iurisdictio, ma poi divenne una funzione autonoma e attribuita

ai magistrati sine imperio.

Gli organi iusdicenti furono:

-pretore urbano, creato nel 367 per le controversie tra cittadini romani

-pretore peregrino, creato nel 242 per le controversie tra peregrini o tra peregrini e cittadini

-edili curuli, per le controversie nascenti nei mercati della compravendita di schiavi e animali

-governatori delle province senatorie, competenti per le controversie per le quali avevano

giurisdizione a Roma il pretore urbano e peregrino 64

- questori, nelle province senatorie per le controversie per cui avevano giurisdizione a Roma

gli edili

curuli.

Si parla di organi di magistrati invece perché pur essendo tutti magistrati, i governatori delle

province furono poi pro-magistrati, che a rigore non furono magistrati. Altri poteri che si

ricollegano alla titolarità della potestas sono:

-ius edicendi, potere di emanare editti, ordinanze vincolanti; potevano essere generali, quindi il

magistrato enuncia il programma e le direttive cui si sarebbe ispirato nell’esercizio delle sue

funzioni; o speciali. Ogni editto è affisso su tavole dealbate in modo da poter essere

consociuto.

-ius contionem habendi= potere dei magistati di convocare il popolo in contionem.

LE PROMAGISTRATURE

Cariche ricoperte dai promagistrati, non propriamente magistrati, ma soggetti che esercitavano

l’imperio pro magistrati al posto di un console o di un pretore. Si cominciò a fare ricorso a loro

per esigenze di carattere militare: a partire dall’inizio della seconda guerra sannitica(326 a.c.)si

avvertì l’esigenza che consoli e pretori impegnati in operazioni belliche continuassero ad

esercitare l’imperium anche dopo l’uscita dalla carica dato che le cose andavano bene;per cui

si escogitò a tal fine l’espediente della PROGATIO IMPERIO= il senato tramite un senato

consulta, seguito per i primi tempi da un plebiscito, prorogava l’imperio a consoli e pretori alla

scadenza dell’anno di carica. Normalmente l’imperium era prorogato per un altro anno, ma

talora anche a tempo indeterminato, per tutto il tempo necessario che occorreva per portare a

termine l’operazione.

A partire dalla seconda guerra punica, il ricorso alla prorogatio divenne sempre più frequente,

l’imperio pro magistratuale fu dato anche a soggetti che in precedenza non avevano ricoperto

alcuna magistratura cum imperio.I promagistrati vennero utilizzati anche per il governo delle

province, governo prima affidato a pretori ad hoc. Prorogatio imperium significa letteralmente

“proroga dell’imperio”, ma questo è un significato derivato; propriamente consisteva in un

procedimento di attribuzione dell’imperium sostitutivo di quello cui si faceva ricorso per i

magistrati cum imperio. Poiché il procedimento di creazione dei magistrati cum imperio si

fondava su una ROGATIO, cioè una proposta di elezione sottoposta all’approvazione dei

comitia centuriata, si parla specularmente di prorogatio per indicare il sistema di attribuzione

dell’imperium a soggetti non magistrati. Ma siccome l’imperium promagistrauale fu in orgine

attribuito ai magistrati uscenti dalla carica, quindi già titolari di un imperio che si vedevano

rinnovato, l’espressione prorogatio imperi acquisì il significato di proroga dell’imperium,

significato derivato.

I COMITI 65

Tre furono i comiti di età repubblicana:

Comitia curiata

- Comitia tributa

- Comitia centuriata= Organizzazione particolarmente complessa.

- NOZIONE: assemblea del popolo romano riunito per centurie. Le centurie erano

derivate dalle riforma serviana dell’esercito(570 a.c.)

ORIGINE: Secondo la tradizione i comitia centuriata, come l’esercito centuriato,

sarebbero stati creati da Servio Tullio; la storiografia moderna, mentre reputa

attendibile la notizia di un’origine serviana dell’esecito centuriato, non crede che anche

i comitia siano stati creati da Servio, ma suppone che siano stati creati solo più tardi a

seguito di una graduale trasformazione dell’esercito centuriato in un’assemblea politica

deliberante. In particolare si pensa che l’esrcito centuriato ad un certo punto sarebbe

stato consultato prima su questioni militari, poi pian piano su questioni politiche, con la

conseguenza che le centurie, in origine reparti di 100 uomini, sarebbero state chiamate

gradualmente a svolgere funzioni deliberative. Da questa trasformazione avrebbero

avuto origine i comitia centuriata.

Circa i tempi di tale trasformazione in unità votanti la dottrina non è concorde:

-alcuni pensano ad epoca successiva a quella di Servio Tullio, ma anteriore alle XII

tavole

-altri pensano all’epoca delle XII tavole

-altri ancora ad epoca successiva a quella delle XII tavole

In ogni caso appare plausibile l’ipotesi di una trasformazione dell’esercito centuriato in

assemblee votanti, perché ancora nel loro assetto evoluto i comitia centuriata si

presentavano come un’assemblea militarmente organizzata, confermata dal rituale

delle loro adunanze.

Vengono convocati da magistrati cum imperio, potere di origine militare, e conservò la

sua natura militare pure dopo che all’imperium militiae venne ad affiancarsi l’imperium

domi;

Sono convocati tramite il lituo e il corno, strumenti tipici dell’adunata militare. Possono

riunirsi soltanto extrapomerium, solitamente nel campo Marzio, così come l’imperium

militiae. Per tutto il tempo della riunione veniva innalzato un vessillo rosso sulle mura, e

un gruppo di uomini armati stazionava sul gianicolo.

STRUTTURA

Nel loro assetto più maturo, i comitia constavano di 193 centurie, sistribuite in 3 gruppi:

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I GRUPPO: 18 centurie di cavaleri

II GRUPPO: 170 centurie di fanti

III GRUPPO: 5 centurie di inermi(2 di fabbri erari+ ignavi; 2 di tubicines e cornicines; 1

di proletari)

1= In una posizione di preminenza, fuoriclasse, erano i cavalieri. A queste centurie

erano iscritti i “primores civitates”, cittadini appartenenti alle famiglie più importanti, più

rappresentative della nobilitas, titolari di un censo molto elevato, censo che non viene

riportato dalle fonti, non inferiore certamente a quello richiesto per la prima classe dei

fanti. Tra queste centurie ebbero una posizione privilegiata 6 centurie, chiamate a

votare per prime e dette “sex suffragia”, suffragium è il voto. Gli appartenenti alle prime

3 centurie dei sex suffragia, corrispondono ai primi 3 originali contingenti della

cavalleria, e siccome nell’esercito centuriato i cavalieri erano reclutati tra i discendenti

delle 3 antiche tribù( titolari di censo alto), gli appartenenti alle 3 centurie presero il

nome di RAMMNES/TITIES/ LUCERES PRIMI/PRIORES, mentre quelli delle altre 3

centurie RAMNES/TITIES/LUCERES SECUNDI/POSTERIORES.

2= centurie di fanti distribuite in 5 classi:

I CLASSE= 80 centurie

II- III- IV CLASSE0 20 centurie ciascuna

V CLASSE= 30 centurie

Alle varie classi i cittadini venivano iscritti in base al censo:

I CLASSE: cittadini con censo pari o superiore a 100.000 assi; secondo altre fonti

120/125.000 assi

II CLASSE: censo tra 100.000 e 75.000

III CLASSE: 75/50.000

IV CLASSE: 50 e 25.000

V CLASSE: 25 e 11.000 assi(Livio); 25 e 12.500 secondo Dionigi

Ogni classe ha un numero eguale di centurie di iuniores e seniores:

I CLASSE:40 centurie di iuniores e 40 di seniores

II-III-IV: 10 di iuniores e 10 di seniores

V: 15 di iuniores e 15 di seniores 67

SISTEMA DI VOTAZIONE

Le unità votanti sono le centurie, ogni centuria può esprimere un voto, risultato dalla

maggioranza dei voti espressi al suo interno dai suoi componenti.

Modalità di manifestazione del voto=in origine il voto fu orale e palese, poi scritto in tabelle nel

corso del terzultimo decennio del II sec a.c., per evitare indebite pressioni, divenne quindi

segreto da una serie di LEGES TABELLARIE, plebisciti che imposero che il voto doveva

essere segnato su tabelle cerate, che poi vengono deposte in un’urna, dapprima per i comiti

elettorali con una LEX GABINIA(139), peri comiti giudiziari LEX CASSIA(137 a.c), per i comiti

legislativi una LEX PAPIRIA(131 a.c.)

ORDINE DELLA VOTAZIONE

Per prima a votare furono i sex suffragia, poi le 12 centurie di cavalieri, poi la prima classe dei

fanti e aggregate alla prima classe dei fanti le 2 centurie di fabbri; le centurie di fanti, proletari,

tubicines e cornicines furono aggregati alla quinta classe di fanti.

Alla votazione si procede fino a quando non si raggiunge la maggioranza più uno dei voti,

quindi 97 voti in tutto. Tuttavia, ai fini della formazione della maggioranza, il voto dei cittadini

che partecipavano ai comitia centuriata non aveva lo stesso peso: aveva un maggiore peso il

voto dei cittadini più ricchi e più anziani. Quindi si dice che i comitia centuriata fossero

organizzati su base TIMOCRATICA,dal greco” τιμή”(censo), e GERONTOCRATICA dal greco

“γέρων”(potere); contava di più il loro voto, perché dal momento che bastavano 97 centurie

per la maggioranza, cavalieri+ prima classe di fanti disponevano in tutto di 98 centurie,

disponevano da soli della maggioranza, rendendo così inutile un’ulteriore protrarsi della

votazione; ecco perché le altre centurie votano solo teoricamente.

Nel caso in cui i cavalieri e la prima classe di fanti non raggiungessero un accordo, votavano

le centurie della seconda classe di fanti e quasi mai si scese ad infimos, dopo la seconda

classe di fanti.

Contava anche di più il voto degli anziani: ciascuna delle 5 classi in cui si dividevano le

centurie di fanti era costituita da un numero pari di iuniores e seniores, per cui all’interno delle

centurie che costituiscono le varie classi di fanti, gli anziani, pur essendo meno numerosi dei

giovani, disponevano di un egual numero di centurie, e quindi dal momento che si votava per

centurie, proporzionalmente concorrevao in misura maggiore per la formazione della

maggioranza.

Nell’assetto descritto i comitia centuriata subirono delle modifiche:

Una prima modifica riguardò il numero delle centurie della prima classe di fanti= nel

- 241 a.c venne portato a 35 il numero delle tribù territoriali(31 rustiche e 4 urbane), le

centurie della prima classe dei fanti da 80 passarono a 70. Ciò ebbe come

conseguenza un’attuenazione del potere timocratico, cioè della prevalenza assegnata

al voto dei più ricchi, perché gli appartenenti a tale classe, più quella dei cavalieri, 68

insieme disponevano di 88 centurie, non erano cioè più in grado di formare la

maggioranza.

Una seeconda conseguenza riguardava il raccordo tra ordinamento centuriato e

- ordinamento tributo, perché le tribù erano 35, le centurie della prima classe dei fanti 70,

per cui per ogni tribù si avevano all’interno della classe dei fanti 2 centurie.

PROCEDIMENTO DI CONVOCAZIONE

Solo convocati dai soli magistrati cum imperio. Il magistrato che intendeva convocare i

comiti emanava un editto, con cui fissava la data. Tra l’emanazione dell’editto e la data

fissata dove intercorrere almeno un trinundium, periodo in cui cadevano tre nundine, cioè

mercati che svolgevano ogni 8 giorni, quindi dovevano intercorrere almeno 24 giorni. Il

giorno fissato doveva essere segnato come “dies comitialis”(non potevano essere dies

comitialis né i dies fasti né i dies nefasti in senso stretto= nefasti in cui non è lecito

compiere attività giuridicamente rilevanti; fasti erano riservate al compimento di attività

diverse da quelle comiziali, soprattutto quei giorni riservati all’esercizio della iurisdictione).

Alla data fissata, il magistrato che aveva convocato i comitita, “post mediam noctem e

tantem lucem”(dopo la mezzanotte e prima dell’alba), prendeva gli auspicia; se erano

favorevoli il popolo si raggruppava per centurie, e su invito solenne del magistrato

convocante votava.

LE FUNZIONI

Tre funzione deliberative: legislativa, elettiva, giudiziaria

Funzione legislativa= I comiti sono chiamati a votare le rogationes legislative, cioè

proposte di legge che ad essi venivano sottoposte dai magistrati- votazione delle proposte

di legge.

PROCEDIMENTO LEGISLATIVO

Il magistrato che presenta la proposta è detto “legislator”, cioè portatore di legge; il testo

della proposta all’atto nell’emanazione dell’editto doveva essere promulgato, affisso al

pubblico per almeno un trinundium, in modo che chiunque potesse prenderne conoscenza

e rifflettere sul suo contenuto in vista della successiva votazionne. Durante il trinundium

potevano aver luogo dei dibattiti, ed ogni cittadino poteva emettere “suasiones e

dissuasiones”, discorsi a favore o contro la proposta di legge, vantaggi e svantaggi.

Al momento della votazione, la proposta poteva essere approvata così com’era, senza la

possibilità di apportare emendamenti o essere rigettata. Tuttavia, se in base alle

discussioni che si erano svolte durante il trinundium, il magistrato si rendeva conto che la

sua proposta così com’era stata formulata difficilmente sarebbe stata approvata, e che

invece opportunamente modificata in qualche punto, avrebbe avuto maggiori possibilità di

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successo, egli poteva ritirarla, emandarla e ripresentarla. In questo caso ricominciava da

capo l’iter legislativo.

Come veniva votata?

Fin quando il voto fu orale, il voto favorevole veniva espresso con una formula rivolta al

magistrato “uti rogas”, come chiedi; il voto contrario con la formula “antiquo”, rimando

all’antico, sta per “antiquo iure utor”, mi servo del diritto di prima, preferisco mantenere le

cose come stanno. Da qui l’espressione “legem rogationem antiquariae”, per indicare la

volontà di rigetto della proposta di legge.

Quando il voto divenne scritto con la Lex Papiria del 131, il voto favorevole è espresso

sulle tavole con la sigla “ur”, il voto contrario con la sigla “a”,

Se veniva approvata, la proposta diventa “lex rogata comitiale” un tipo di lex publica che

consiste in generale in una deliberazione adottata dal popolo, e una volta equiparati i

plebisciti alle leggi, Ateio Capitone, giurista dell’età augustea, definisce la lex rogata come

“iussum populi aut plebis rogantem magistratum”, cioè come generale comando del popolo

o della plebe su proposta di un magistrato.

L’altro tipo di lex publica è la “lex data”, lex emanata da un magistrato su delega del

popolo, ed entrava immediatamente in vigore senza essere pubblicata. A Roma le leggi

non venivano pubblicate perche:

-si pubblica la proposta

-la democrazia romana è diretta.

STRUTTURA DELLA LEX ROGATA

Nel suo testo definitivo consta di 3 parti:

parte inziale, prescriptio

parte centrale, rogatio

parte finale, sanctio

PRESCRIPTIO= indica tutti gli elementi necessari per identificare la legge(il nome, la

carica del magistrato preponente, l’assemblea votante, il luogo e la data della votazione, la

prima unità votante, il cittadino che vota per primo).

ROGATIO=Proposta di legge da parte di un magistrato

SANCTIO=consta delle clausole, dette “capita”, che servono a garantire l’osservanza della

nuova legge e a regolare i rapporti tra quest’ultima e l’ordinamento in cui si inserisce. 70

Una clausola particolarmente diffusa è il “caput travaticium de impunitate”, clausola per cui

si autorizzano i cittadini a trasgredire le vecchie leggi per rispettare quella nuova, non

poteva ritenersi responsabile della violazione delle leggi precedenti chi avesse osservato la

nuova legge( la legge posteriore prevale su quella anteriore).

Funzione elettiva= eleggono i magistrati maggiori, quindi censori, consoli e pretori, escluso

il dittatore chen on veniva eletto ma nominato da uno dei due consoli.

Possono essere convocati per l’esercizio della funzione elettiva solo da un magistrato che

avesse un imperio pari o superiore non solo a quello del magistrato da eleggere, ma anche

di quello dei magistrati dei quali il magistrato da eleggere sarebbe stato un collega. Quindi

se si eleggeva un pretore, i comiti non potevano essere convocati da un pretore, bensì da

uno dei due consoli, o eccezionalmente dal dittatore se è in carica. L’eleggendo pretore

sarebbe diventato collega dei consoli, per cui i comitia centuriata non potevano essere

convocati da un altro pretore, perché il pretore aveva un imperio inferiore a quello dei

consoli. Inoltre, dopo l’elezione, il magistrato che aveva convocato i comitia e li presiedeva

attua la “renuntiatio”, proclama il risultato elettorale e dopo di che procedeva alla “creatio”

dell’eletto. Il magistrato creato, all’atto di assumere la carica, normalmente il giorno in cui

l’assumeva, e comunque, pena la decadenza dellamagistratura, non oltre i 5 giorni dalla

data dell’entrata in carica, deve IURARE IN LEGIS, prestare giuramento di fedeltà alle

leggi, viste come tutte le norme che componevano l’ordinamento giuridico romano. Così

pure l’ultimo giorno di carica, il magistrato deve giurare nihil contralegem se fecisse, di

aver cioè rispettato le leggi.

Funzione giudiziaria= i comitia giudicano sulla colpevolezza o l’innocenza di un cittadino

che avesse provocato ad populum quando gli fosse attribuito un crimine capitale.

IL SENATO

E’ l’organo che accompagna maggiormente la storia romana, organa politico dell’età

repubblicana. Fu l’organo d’indirizzo politico, cioè l’organo che decide l’azione di governo

da seguire, il fulcro della Costituzione repubblicana.

Cicerone rappresenta il senato come “custos praeses propugnator rei publicae”=custode

governante difensore dello Stato. Significativo è il fatto che le legioni romane, pur essendo

71

poste sotto il comando dei magistrati e dei promagistrati, recavano sulle loro insegne

“senatus populusque romanus”, in cui il senato èancor prima menzionato dal popolo, a

conferma della sua preminenza.

Composizione del senato nella costituzione repubblicana

In età repubblicana si mantiene il numero di 300 senatori fino all’epoca di Silla(quando

erano 600), poi Cesare ne introdusse altri 300, per un totale di 900, provenienti dal rango

equestre(in origine i militari e poi la borghesia commerciale; nell’ultima fase dell’età

repubblicana abbiamo 3 ceti: equestre, senatorio(dirigente), populares). Con Augusto il

numero dei senatori tornò a 600; era una carica vitalizia. Inizialmente i senatori vengono

scelti dai consoli, poi con il plebiscito Ovinio si attribuì la lexio senatus ai censori, e questi

dovevano scegliere i senatori curiatim(x curie) tra gli uomini migliori di ogni ordine. Fu

interpretata nel modo che i censori dovessero scegliere i senatori tra gli ex magistrati.

In origine i senatori erano soltanto patrizi, poi Tarquinio prisco li aumentò, scegliendone

altri 100-15 tra i plebei. Con il passaggio dal regnum alla res publica avvenne la serrata del

patriziato e i plebei vennero esclusi fino alle leggi Liciniae Sestiae, quando anche i plebei

potevano divenire consoli e quindi far parte del senato. Tuttavia all’inizio la posizione dei

plebei fra i senatori fu inferiore a quella dei senatori patrizi perché eran sicuramente esclusi

dalla gestione dell’interregnum e probabilmente dall’auctoritas patrum; i plebei senatori non

potevano esprimere in senato un parere autonomo; anche da un punto di vista

terminologico erano tenuti distinti dai patrizi perché solo i patrizi erano detti “patres”, i

plebei invece “conscripti”(cum+scrivere, con riferimento alla conscriptio, operazione di

scrittura consistente nella registrazione di nuovi membri in aggiunta ai precedenti).

Presto tutte le differenze vennero meno e tutti i senatori furono designati come “patres

conscripti”, sostantivi coordinati per asintoto. Quasi ogni differenza venne meno: alcune

funzioni erano e continuavano ad essere esercitate solo dai patrizi.

Il senato si riunisce sempre in un luogo chiuso ed inaugurato, in genere nella Curia

Hostilia, ma talora anche altrove, dentro e fuori il pomerium, in delle date precise, cioè

durante le “calende”(primo giorno di ogni mese), le “none”(nono giorno di ogni mese), le

“idi”(quindicesimo o tredicesimo).

Le sedute si svolgevano normalmente a porte aperte, ma potevano anche svolgersi a

porte chiuse se lo ritenevano opportuno. Era un dovere partecipare alle riunioni del senato,

e se non veniva rispettato veniva sanzionato, il magistrato che aveva convocato il senato

poteva multare gli assenti ingiustificati e disporre a loro carico un pegno. I censori vigilano

sulla condotta dei senatori, escludendo dal senato chi già era senatore per indegnità, o

sempre per indegnità può chiamare al senato chi ne aveva i requisiti.

PROCEDIMENTO DI CONVOCAZIONE E CONSULTAZIONE DEL SENATO 72

Il senato nella prima fase repubblicana è convocato da consoli, censori e pretori; a sviluppo

compiuto può essere convocato dai magistrati muniti del “ius agendi cum patribus”, che

inizialmente spettò ai soli magistrati muniti di imperio, poi divenne prerogativa anche dei

tribuni della plebe(agli inizi del II sec a.c). Il magistrato che lo convoca, lo presiede, apre la

seduta e si rivolge ai presenti con la formula “patres conscripti”, li saluta e fa la cosiddetta

“relatio”, espone la questione che deve essere sottoposta secondo l’ordine del giorno alla

votazione dei senatori. La votazione è presieduta da una discussione: il magistrato che

aveva convocato la seduta interpella i singoli senatori e li invita a “dicere sententiam”, cioè

ad esprimere la propria opinione secondo il rispettivo ordine di rango, perché nel senato,

dove vi erano ex magistrati, si riproduceva la stessa graduatoria che si era venuta

stabilendo tra le varie magistrature= i primi ad esprimere il proprio parere erano gli ex

censori, e tra questi il primo era l’ex censore patrizio più anziano, che assume il titolo di

“princeps senatus”(primo tra i senatori), e fungeva da portavoce ufficiale del senato. Dopo

gli ex censori, ci sono i “consulares”(ex consoli ed ex dttatori), pretori, edilii, tribunicii,

questori. Ciò avveniva solo formalmente, in quanto di fatto solo i senatori di rango più

elevato(censori, consoli e dittatori) esprimevano un parere autonomo e lo motivavano con

una certa ampiezza.

Per quanto riguarda contenuti e tempi della discussione, ogni senatore può “dicere

quidquid vellet et quod vellet”, può parlare di tutto ciò che voleva, anche di questioni

diverse ma ritenute più importanti di quella dell’ordine del giorno; famoso è il caso di

Catone il censore, convinto che bisgonava a tutti i costi distruggere Cartagine e su

qualunque quetsione venisse interpellato, concludeva dicendo “ceterum censio Cartagine

delenda est”(d’altronde penso che Cartagine debba essere distrutta). Ogni senatore

poteva parlare per tutto il tempo che voleva, senza essere interrotto ed eventualmente per

l’intera seduta; ogni seduta doveva terminare entro il tramonto del sole e, se non

terminavano dovevano essere riconvocate. Per questi motivi erano possibili frequenti

pratiche ostruzionistiche, volte ad esaurire l’intera seduta con pochi, noiosi e lunghissimi

interventi. Quando un senatore voleva evitare che si discutessero in senato argomenti per

lui scogni o voleva impedire ad un altro senatore di esprimere il suo parere, prendeva la

parola e parlava per l’intera seduta. Conclusa la discussione, la votazione avveniva “per

discessione”, cioè per divisione: il magistrato che convoca la seduta si trova al centro

dell’aula, e i senatori abbandonavano i propri seggi e si disponevano a destra o a sinistra

dell’aula, a secondo dell’opinione a cui accedevano.

I senatori di rango inferiore furono detti “Pedali”, in senso dispregiativo, perché si

spostavano nel settore dell’aula in cui si trovavano i senatori dopo aver spresso il parere a

cui essi aderivano. L’età minima per divenire senatore era di 31-32 anni, con Augusto 25

anni. Per accedere alle magistrature invece l’età minima fu fissata a 27 anni dalla lex

Villia(180 a.c) che stabilì che per accedere alla questura, il grado più basso del cursus

honorum, bisognava aver prestato almeno 10 anni di servizio militare che si cominciava a

17 anni. Questo limite fu poi innalzato da Silla a 30 anni.

FUNZIONI DEL SENATO

Consilium

- 73

Gestione dell’interregnum

- Auctoritas patrum

- 1= Fu La funzione più importante del senato; il senato, su richiesta dei magistrati,

rilasciava consigli e pareri detti tecnicamente “senatus consulta”, prima espressi

oralmente e poi redatti per iscritto, il cui testo ufficiale è custodito dagli edili plebei

presso il tempio di Celere sull’Aventino. Una copia scritta del senatus consulta veniva

affissa in pubblico, a cura del questore.

Come in età regia, i pareri non erano obbligatori né vincolanti, ma solo formalmente; di

fatto chiedevano puntualmente pareri al senato, e non si discostavano da essi perché,

sia per l’autorevolezza del senato, sia peerchè quest’ultimo aveva mezzi per far valere

la sua responsabilità politica nei confronti dei magistrati che non seguivano il suo

parere. Ad esempio: il senato controlla l’erarium populi romani, la cassa dello stato con

cui si autorizzavano le spese pubbliche, pteva dunque tagliare i fondi ai magistrati

recalcitranti e porli nell’impossibilità di operare; poteva far rilevare dagli auguri eventuali

vizi intervenuti nel loro processo di creazione, e costringerli ad abdicare dalla carica,

poteva rifiutarsi di approvare la relazione che ogni magistrato presentava alla scadenza

del mandato. In punto di fatto i pareri erano ordini travestiti da consigli, e attraveerso lo

strumento tecnico dei senanus consukta, il senato orientava tutta l’azione di governo. Il

senato erano organo permanente, quindi anche in grado di dare continuità a

quest’azione.

2= Risale all’età regia, nome anacronistico. In età repubblciana divenne una funzione

straordinaria del senato, in quanto si apriva nel caso difficile a verificarsi di vacanza di

tutte le magistrature supreme.

L’interregnum si apre nel caso di vacanza, quando vengono a mancare entrambi i

consoli, senza che siano stati eletti i consoli per l’anno successivo, perché altrimenti

spettava a quest’ultimi, designati ma non ancora entrati in carica, oppure non c’era

neppure il dittaotre. Si apre l’interregnum, gli auspicia tornano al senato, il quale

provvedeva alla “proditio interregis”, nomina all’interno un interrex secondo un sistema

descritto da Livio: i senatori si dividono in decurie(gruppi di 10 membri), all’interno del

quale ciascun senatore esercita l’imperium a turno per 5 giorni, quindi

complessivamente trascorsi 50 giorni, l’imperium passava alla decuria successiva e

così via, fino a quando, accertati i segni favorevoli del volere divino(religione come

segno di potere) non fosse stato nominato l’interrex. Come nell’età regia, il primo

interrex non poteva rimanere in carica più di 5 giorni, ed entro 5 giorni doveva

convocare i comitia centuriata per l’elezione dei consoli. Dopo 5 giorni senza che i

comitia centuriata venissero convocati, il primo interrex avrebbe dovuto nominare tra i

senatori un secondo interrex e così via fino alla convocazione dei comitia centuriata per

l’elezione dei consoli. Normalmente era il secondo interrex a convocare i comitia, ma

se vi erano difficoltà si arrivò anche ad 8, 11 o 14 interreges. 74

3=Consiste inizialmente nella ratifica delle delibere legislative ed elettive dei comitia

centuriata e tributa. Specificamente riguarda le delibere legislative, una Lex Pubilia

Philonis(339), Lex de auctoritate patrum, trasform l’auctoritas da successiva a

preventiva, stabilendo che essa doveva intervenire non più post suffragium, ma prima

della votazione della proposta di legge, come autorizzazione ai magistrati perché

presentassero la loro proposta ai comiti. Più tardi, la Lex Maenia, successiva al 290

a.c. trasformò l’auctoritas patrum da successiva a preventiva anche per le delibere

elettive dei comitia centuriata; per le delibere legislative ed elettive dei comitia tributa

non abbiamo attestazioni, ma si può presumere che l’auctoritas patrum abbia subito

analoga trasformazione. La trasformazione diminuì il potere del senato, perché prima

l’auctoritas era requisito di validità della delibera comiziale, ora è solo un parere

obbligatorio ma in linea di principio non vincolante

Altre funzioni

Si estendevano a settori nevralgici della vita pubblica

COMPETENZE FINANZIARIE: controlla la gestione da parte dei questori dell’erarium

populi romani/saturni

-suprema direzione della guerra

-autorizza la leva

-vigila sull’amministrazione delle province

-cura rapporti internazionali(ambascerie, trattati di pace)

- sovraintende il culto pubblico

-nei periodi di difficoltà interne emanava il senatus consultum ultimum(alla fine usato

per distruggere gli avversari) con cui si autorizzava il consolato ad adottare le misure

necessarie per ripristinare l’ordine pubblico che si riteneva violato. La forma tipica del

senatus consultum ultimum era “provvedano i consoli affinchè la res publica non riceva

alcun danno”. E’ legge marziale con cui si sospendono le garanzie costituzionali,

provvedimento straordinario con la quale si sopsende la provocatio e l’intercessio per

ripristinare l’ordine.

In dottrina è discussa la questione se il senato avesse un potere analogo a quello della

Corte costituzionale( oggi può annullare una legge ordinaria, se in contrasto con la

Costituzione). A Roma si discute se il senato potesse annullare leggi ritenute in

contrasto con l’ordinamento giuridico romano. Alcuni, come Mancuso, propendono per

una soluzione positiva. Secondo D’angelo, posizione negativa, perché a partire dalle

XII tavole non esistevano principi fondamentali dell’ordinamento che non fossero

modificabili per leggi, e che pertanto si ponevano alla base dell’intero sistema, al di 75

sopra delle leggi, perché a valere come diritto era l’ultima deliberazione del popolo,

quindi l’ultima deliberazione era in grado di abrogare o no le precedenti norme.

Il senato nell’ultima età repubblicana cercò di cassare le leggi, soprattutto quelle

popolari che erano in contrasto con l’ideologia senatoria, visto che il senato era la

roccaforte dell’oligarchia di governo; tuttavia il senato cercò di arrogarsi questo potere

solo in punto di fatto, sul piano della concreta prassi politica, senza essere formalmente

investito. Cercò di cassare le leggi rilevando vizi formali che inficiavano il procedimento

legislativo, come il mancato rispetto delle norme in materia di auspicia.

ORGANIZZAZIONE PERIFERICA

E’ l’organizzazione data da Roma ai territori via via conquistati. Si distinguono : i territori

della penisola italica- territori al di fuori della penisola italica.

I primi erano organizzati come

-coloniae civium romanorum

-municipia

-civitates foderatae

1=Comunità di cittadini romani fondate nei territori conquistati. Le prime risalgono al IV sec

a.c., furono composte da pochi elementi, in genere 300 familiae, fondate in genere per

scopi militari. Colonie marittime, dislocate per la difesa di porti e approdi. Successivamente

divennero più popolose e fondate per diffondere la coltivazione di certi prodotti, e er

supplire ad esigenze di esubero. La fondazione era detta “deductio colonarum”, regoalta

da un senato consulto seguito da un plebiscito, che fissavano gli elementi essenziali: il

luogo, il numero dei coloni, le assegnazioni di terra a ciascun colono, magistrati che

dovevano presiedere alla fondazione di colonie e assegnazioni di terre. 76

La commissione di magistrati era in genere composta da 3 membri, “Tresviri coloniae

deducendae agroque dividundo” e fissava l’ordinamento della colonia con una lex data,

una lex coloniae.

Organizzate sul modello di Roma, vere e proprie parti distaccate al di fuori del territorio di

Roma; come Roma, avevano propri magistrati, assemblee, senato, autonomia

amministrativa. I coloni disponevano di tutti i diritti della cittadinanza romana.

2= Comunità assoggettate da Roma, private della loro sovranità e incorporate nell’ager

romanus; entravano a far parte dello stato romano, “minus+capere”:assumere un dovere.

Infatti gli abitanti dei municipia assumevano gli stessi obblighi dei citadini romani, come il

servizio militare.

Ordinamenti municipali molto diversi tra di loro: ad alcuni muicipia viene conservata la

precedente organizzazione interna, ad altri ne veniva imposta una nuova; alcuni

continuarono ad applicare il loro diritto, ad altri invece posto il diritto romano; alcuni

godevano della “civitas optimo iure”, cioè della piena cittadinanza romana, iscritti alle tribù

rustiche ed esercitare il diritto di voto nei comiti; altri invece godevano di una cittadinanza

non completa, “civitas sine suffragium et iure honorum”, non esercitano il diritto di voto, né

di essere eletti a cariche pubbliche.

Tuttavia tutti i municipi godevano di autonomia amministrativa= propri magistrati,

assemblee, senato, autonomi nella repressione criminale, nel censimento ma a differenza

delle coloniae, erano sottoposte alla iurisdizione dei prefetti iure dicundo, delegati del

pretore urbano ed esercitavano la iurisdizione civile nelle prefetture, distretti territoriali di

più municipia.

3= Come i municipia, comunità assoggettate da Roma che formalmente restavano

sovrane: avevano propria indipendenza, conservano il loro territorio, l’ager

peregrinus( territorio più prossimo all’ager romanus e pacificato da Roma). Vi erano popoli

in pace con Roma, ma allecondizioni imposte dai romani. Chiamate così perché con Roma

stipulano un trattato(foedus) in base al quale le civitates foederatae si impegnano ad

osservare determinate condotte, soprattuto a seguire la politica estera di Roma, e a

formulare contingenti militari di mare e di terra. Gli abitanti sono “socii”, alleati tra i socii

italici, una categoria privilegiata furono i latini; essi si distinguevano in:

Prisci-Veteres: abitanti del Lazio legati a Roma da un’antica alleanza, godono di

- trattamento giuridico sia nel diritto pubblico che in quello privato. Per quello pubblico:

Partecipano alla divisione dell’ager publicus, del bottino di guerra

- Se si trovavano occasionalmente a Roma potevano votare in una tribù estratta a sorte

- 77

Avevano il “ius migrandi”, con cui potevao acquistare la cittadinanza romana

- trasferendosi a Roma stabilmente, iscrivendosi ad una tribù

Per il diritto privato invece:

Ius commerci: negoziare con cittadini romani, utilizzando forme solenni del ius civile,

- soprattutto alienavano e acquistavano mediante il ricorso alla “mancipatio”, con

l’impiego di un metallo e una bilancia e fu in origine una vendita.

Ius connubi: iuste nuptiae con cittadini romani

- Latini coloniali: abitanti delle colonie latine, colonie fondate prima dei latini e poi anche

da roma in varie parti della penisola, composte da ex cittadini romani che per avere

terre da coltivare, perdono la cittadinanza romana, assumono lo status dei latini

coloniali, analogo a quello dei latini prisci ma si differenziavano da questi perché non

avevano il ius connubium. Stato inferiore rispetto allo status dei cittadini romani. Le

colonie latine furono più numerose e più popolose delle colonie civium romanorum e,

come dice lo storico francese Nicolè, costituirono focolari di romanizzazione, perché

composti da ex cittadini romani.

Territori al di fuori della penisola italica: territori con cui Roma non aveva comunanza di

costumi, di storia. Non era facile né conveniente applciare il sistema dell’incorporazione

o dell’annessione, né la federazione. Si adottò il sistema delle PROVINCE= territori siti

al di fuori dellaa penisola italica amministrati da un governatore. In origine il termine

“provincia” indicò la sfera di competenza attribuita ai magistrati cum imperio, e

promagistrati ogni anno. Le prime 4 province: Sicilia e Sardegna 227 a.c. Spagna

Citeriore e Spagna Uteriore(197 a.c.), furono governate da pretori ad hoc, ma poi ci fu

la prassi di utilizzare i promagistrati. Il governatore è munito di imperium, coadiuvato da

diversi collaboratori. Nell’amministrazione finanziaria era coadiuvato dai questori, uno

per ogni provincia, che esercitavano anche la giurisdizione civile e le materie per cui a

Roma erano competenti gli edili curuli.

Secondo una concezione tipica delle monarchie orientali per cui il regnum è bene

privato del sovrano , le province furono considerate di proprietà del populus romanus,

per cui i privati che possedevano un fondo provinciale, di cui avevano “l’uti fruor” e la

“possessio”( un vasto godimento, quasi proprietario), erano dovuti al pagamento di una

imposta. L’imposta era un tributo fisso(stipendium) in genere, che gravava sulle singole

città che potevano poi rivalersi sui possessori dei fondi. In alcune province(Sicilia)

l’imposta era la “decima”, cioè la decima parte. Oltre al pagamento dell’imposta, i

provinciali(non cittadini ma sudditi) venivano vessati dai pubblicani, appaltatori delle

imposte, soggetti privati del ceto equestre che con contratto di appalto assumevano il

servizio di riscossione delle tasse= anticipavano allo Stato le somme dovute e

recuperavano ottenendo il doppio, e a volte il triplo delle somme. Subivano mal

versazioni da parte dei governatori; situazione dura e solo eccezionalmente alcune

città, o perché dichiarate libere o “libere et immunes”(esenti da imposte), o perché 78

legate a Roma da foedus, godevano di un trattamento di favore e si sottraevano alla

giurisdizione e l’amministraziine in tutto o in parte dei governatori.

PROCESSO PRIVATO

Al sistema delle leges ationes in età repubblicana si sostituì il Processo formulare.Il

problema della genesi del processo formulare è molto discusso; secondo la tesi

prevalente, tale processo cominciò ad affiancarsi alle leges actiones a partire dal IV-III

sec a.c. per tutelare nuove situazioni che erano sorte nella prassi nel rapporto

commerciale tra stranieri o cittadini e stranieri.

Genesi del processo formulare:

La genesi va proiettata sullo sfondo di un cambiamento di Roma: Roma da piccolo

villaggio era diventata fiorente centro commerciale, e vi confluivano peregrini che

negoziavano tra loro o con i cives, con il sorgere di liti. Come tutelare queste

situazioni?

Non con le leges che erano personali, e come tali accessibili ai singoli cittadini romani,

quindi il pretore per colmare questo vuoto di tutela, in forza del suo imperium, cominciò

a organizzare processi in cui si litigava per “concepta verba”,con l’uso di formule.

Tra il III e il II secolo il processo formulare cominciò ad essere utilizzato in concorso

anche per le controversie tra cittadini romani, quando a venire in considerazione erano

situazioni giuridiche soggettive attive, che avevano fondamento nel ius civile arcaico.

Le leges actiones, per il loro eccessivo formalismo( Gaio, per 30, libro 4)decaddero

poiché vennero in odio. Con la Lex Ebuzia(data incerta, forse seconda metà del II sec

a.c., intorno al 130) abolì la legis actio per condictionem. Secondo Passac invece la

Lex Ebuzia avrebbe istituito un doppio binario processuale, consentendo ai cittadini

romani per latutela delle pretese riconosciute dal ius civile arcaico di poter scegliere tra

legis actiones e processo formulare.

L’opinione prevalente, secondo cui tale lex abolisce la legis actio per condictionem, ha

un appiglio nei testi, perché Cicerone ricorda tutte le legis actiones in vigore al suo

tempo, eccetto quella per condictionem. Nel 17 a.c, una Lex Iulia iudiciorum privatarum

abolì le legis actiones, fatto salvo per due casi(liti ereditarie e danno temuto), e la lex

iulia legalizzò il processo formulare, che divenne processo privato ordinario; restò in

vigore per tutto il principato e verrà formalmente abolito solo nel 342 d.c. con la

Costituzione di Costantino e Costante.

CARATTERI STRUTTURALI DEL PROCESSO FORMULARE

Ebbe carattere unitario, un solo procedimento per l’esercizio di varie actiones, che

erano tipiche. Come le leges dichiarative, il procedimento del processo formulare era

bipartito: 79

-IN IURE, davanti il pretore che esercita la iurisdictio

-IN IUDICIO, con un giusice che provvede alla iudicatio.

L’elemento di raccordo fra le due fasi era la FORMULA, che da il nome al processo. Il

termine formula è diminuitivo di forma, aspetto esteriore, modello, schema. Consiste in

una “conceptio verborum”, uno schema verbale, da “concipere”= un insieme di parole

non più fisse, ma parole opportunamente combinate, parole con le quali si nomina il

giudice e poi si enunciava il “programma di giudizio”, si indicavano cioè i criteri in base

al quale il giudice avrebbe dovuto decidere la controversia. La formula indica al giudice

cosa avrebbe dovuto fare, ripartiva le istruzioni per il giudizio. Il giudice era vincolato

alla formula, non poteva discostarsene e non poteva far altro che non fosse specificato

nella formula. La formula rappresentava il limite invalicabile dei poteri del giudice. Ad

ogni formula corrispondeva un’azione.

La FORMULA ASTRATTA/FORMULA TIPO veniva esposta nell’editto del pretore, in cui

predisponeva i modelli dei mezzi giudiziari di cui disponeva al verificarsi di certe

situazioni- FORMULA

La FORMULA CONCRETA era quella adottata nelle singole controversie di volta in

volta sulla base della formula tipo- IUDICIO.

La formula concreta era concordata tra attore e convenuto e concessa dal ppretore.

Questo accordo costituiva la “Litis contestatio”, nelle legis dichiarative era l’atto solenne

con cui si invitava a testimoniare quanto avvenuto, nel processo è invece accorso tra le

parti sulla formula concessa dal pretore, che consta di 3 atti:

DARE IUDICIUM: del magistrato iusdicente, il pretore che concede la formula

- DICTARE IUDICIUM. Dell’attore, legge il testo della formula

- ACCIPERE IUDICIUM: del convenuto, accetta la formula

- Era il momento più importante del processo perché costituiva il punto di riferimento di

ogni effetto che si attribuiva all’esercizio dell’azione, era l’atto costitutivo del rapporto

processuale. Gli studiosi tedeschi definiscono “prepocedimento” tutto quello che viene

prima della litis contestatio.

La litis contestatio produceva un effetto preclusivo/esclusorio, cioè dopo la litis non era

più possibile compiere la lite tra le stesse parti e in ordine allo stesso rapporto.

Nell’istitutio oratoria Quintiliano:”non vi sia azione due volte in ordine allo stesso

rapporto”

La formula= in che modo venivano combinate? Struttura sintattica della formula: nella

maggior parte dei casi era un discrso ipotetico, duplice ed alternativo, contenente

l’ordine rivolto al giudice di condannare o assolvere il convenuto a seconda che

verificasse o no l’esistenza delle condizioni della condanna indicate nella formula

stessa. 80

Era duplice e alternativo perché composta da due coppie di protasi e apodosi fra loro

contrapposte, una escludeva l’altra. Schema : se A allora X, se non A allora Y, perché

l’ipotesi è contraria.

Esempio di formula astratta

Titius iudex esto. Si paret Numerium Negidium Aulo Agerio centum dare oportere iudex

Numerium Negidium Aulo AGerio centum condennato. Si non paret absoluto

“Tizio sia giudice. Se pare che Numerio Negidio debba dare 100 ad Aulo Agerio, il

giudice condanni Numerio Negidio a dare 100 ad Aulo Agerio. Se non risulti, lo assolvi.”

E’ la formula dell’”actio certe creditae pecuniae”, azione di una determinata somma di

denaro data in prestito. Azione concessa a chi avesse dato una somma di denaro e

non avesse ottenuto dal mutuatario la restituzione.

“oportere”: significato tecnico con cui si indica l’obbligazione del ius civile

-Titius iudex esto:

1 IUDICI NOMINATIO, parte introduttiva di ogni formula, nomina del giudice. Titius è

nome convenzionale

2 PROGRAMMA DI GIUDIZIO. Aulo Agerio è l’attore, Numerio Negidio il convenuto e

non sono nomi a caso.

Aulo= aio, affermare, colui che afferma ed agisce

Agerio= agere, agire, l’attore

Numerio=numerare, dare ad altri una somma di denaro

Negidio=negare

Il giudice nell’actio certe creditae pecuniae avevano un pizzino con queste parole,

vincolato alla formula rigorosamente. Doveva accertare la situazione descritta. Se il

giudice non rispettasse la formula, se c’è colpa potrebbe essere ucciso; se non è

volontario era un problema, perché non poteva essere appellato pechè il giudice era

privato e non c’erano organi gerarchicamente superiori(al contrario del processo extra

ordine). 81

LE FONTI DELLA RES PUBLICA

Tra le fonti di produzione del diritto ricordiamo:

• Mores maiorum

• Leggi pagate comiziali

• Plebisciti che poi vengono equiparati alle leggi comiziali

• Editti dei magistrati giudicanti

• Senato consulti cosiddetti “normativi”

• Giurisprudenza

I senato consulti normativi furono degli organi ai quali, dopo iniziali perplessità, si riconobbe

un’efficacia pari a quella della lex pubblica: gli si riconobbe forza di legge. Ciò può datarsi già

alla fine dell’età repubblicana. Cicerone stesso le annovera tra le fonti di produzione del diritto.

Tale fenomeno va posto in relazione soprattutto con il conferimento della cittadinanza romana

agli italia, in seguito al bellum sociale. Una volta aver concesso questa ai soci italici, tutta

l’Italia peninsulare diventa un’enorme città-stato e i comizi entrano in crisi, poiché dal momento

che continuavano a tenersi a Roma, ormai la maggior parte dei cittadini romani risiedeva fuori

e quei cittadini che distavano centinaia di metri da Roma non potevano lasciare

sistematicamente le proprie occupazioni per recarsi a Roma e partecipare ai comizi. Segno

evidente del fatto che le antiche istituzioni repubblicane diventano inadeguate alle nuove

dimensione dell’impero. Di conseguenza, anche le tradizionali funzione dei comizi subiscono

un mutamento per quanto riguarda la funzione legislativa, al suo progressivo inaridirsi, supplì il

senato mediante i senato consulti normativi che in pratica man mano vennero a sostituirsi alle

leggi comiziali. Il fenomeno si accentuerà ancor più nell’età del principato.

La giurisprudenza in età regia, come scrive Lino, era rappresentata dai pontefici che avevano

il monopolio della conoscenza e dell’interpretazione del diritto. Anche in età repubblicana la

giurisprudenza pontificale restò a lungo vitale: continuò per lungo tempo ad operare anche

dopo la pubblicazione nel 44 a.c. della legge delle XII tavole. Ciò non determinò la fine del

monopolio pontificale della conoscenza e dell’interpretazione del diritto, perché è vero che le

XII tavole avevano fissato per iscritto i “mores maiorum” ponendo limiti agli arbitri interpretativi

dei pontefici ed assicurando una maggiore certezza del diritto ma, nonostante ciò, le norme

delle XII tavole dovevano essere interpretate e via via costantemente adeguate alle nuove

esigenze che la società poneva e solo i pontefici disponevano dell’ornamentario tecnico

necessario per poter assolvere questo compito. Per cui presto le XII tavole finirono per

perdere la loro stessa autonomia e per essere riassorbite entro i binari tradizionali

dell’interpretatio pontificale, con la conseguenza che l’importante passaggio dall’interpretatio

orale a scritta veniva vanificato e i pontefici tornavano al centro della scena come gli unici veri

depositari del sapere giuridico, come i protagonisti indiscussi della produzione dello ius. Ma a

partire dalla fine del IV secolo alla giurisprudenza pontificale cominciò timidamente ad

affiancarsi una “giurisprudenza laica”: non più composta da sacerdoti. Secondo Pomponio,

questo accadde per due eventi che avrebbero avviato un processo di pubblicazione del sapere

giuridico. Nel 304 a.c. Gneo Flavio, figlio di un liberto e scriba del giurista Appio Claudio Geco,

82

avrebbe pubblicato il calendario giudiziario dove erano segnati i “dies fasti”, così da permettere

ai cittadini di conoscere i giorni in cui era possibile esercitare l’ammisdictio. Avrebbe poi

pubblicato il liber actionum, una raccolta di formule processuali scritta dallo stesso Appio

Claudio che Gneo Flavio gli avrebbe rubato e avrebbe consegnato al popolo dando origine

così allo ius flavianum. Quindi nel 254 a.c. Tiberio Coruncanio, il 1° pontefice massimo plebeo,

avrebbe inaugurato la prassi del publice profiteri e dato i responsi pubblicamente , mentre fino

ad allora questi erano stati rilasciati dai pontefici in segreto e proprio la loro segretezza era

stato il mezzo attraverso il quale avrebbe potuto conservarsi il monopolio pontificale della

conoscenza e dell’interpretazione del diritto. Questi due furono gli eventi che, secondo il

racconto tradizionale, avrebbero concorso alla nascita di una giurisprudenza laica. Di entrambi

gli eventi si dubita l’idea di furto, per esempio il furto di Gneo Flavio è stato inventato dalla

tradizione per addolcire il carattere antipontificale e antipatrizio della politica di Appio Claudio

Geco, però è incontestabile che fra la fine del IV secolo e gli inizi del III secolo a.c. il

monopolio pontificale, quindi patrizio della conoscenza e interpretazione del diritto, cominciò

seriamente ad inclinarsi. Tant’è vero che nel 300 a.c. il plebiscito Vulnio aumentò il numero dei

pontefici da 5 a 8 e degli auguri da 5 a 9, riservando i nuovi posti alla plebe.

LE CONSEGUENZE DELLA LAICIZZAZIONE DELLA GIURISPRUDENZA

Una prima conseguenza fu la separazione del diritto dalla religione. Nella Roma

- arcaica ius e fas erano strettamente connessi perché i giuristi erano pontefici. Con la

nascita della giurisprudenza laica, il diritto diventò un sapere tecnico razionale e ciò

rappresenta la più grande eredità che il diritto romano ha lasciato alle civiltà europee;

La nascita dello ius controversum: in passato il diritto si era prodotto all’interno dei

- collegi dei pontefici composti da pochi membri, dunque si era prodotto in tempi rapidi e

anche in modi sostanzialmente uniformi perché si trattava semplicemente di

raggiungere un accordo fra i pontefici intorno ad una determinata soluzione. Ma con la

nascita di una giurisprudenza laica l’interpretatio iuris era stata aperta potenzialmente

ad una cerchia molto ampia e indeterminata di soggetti: a tutti coloro i quali, ritenendo

di avere le competenze necessarie, volessero dedicarsi alla scienza iuris. Per cui le

soluzioni giuridiche proposte dai vari giuristi, potevano essere diverse e fra loro

contrastanti. Proprio queste pluralità di contrastanti soluzioni giurisprudenziali ,

caratterizzò il diritto romano fino a tutta l’epoca del principato come un diritto

controverso, aperto al confronto tra le varie opinioni giurisprudenziali, quindi come un

diritto per sua natura instabile di cui ogni soluzione giuridica poteva essere avanzata

da presunzioni giurisprudenziali col prevalere alla fine di quella soluzione che per il

maggior consenso ottenuto apparisse la più autorevole.

La giurisprudenza laica rappresentò una vera e propria rottura con il passato, ma per altri

aspetti si registrano elementi di continuità tra la giurisprudenza pontificale e quella laica.

In primo luogo, le attività pratiche svolte dai giuristi restarono quelle del “respondere”,

1. “agere” e “cavere”.

In secondo luogo, il sapere giuridico, fino alla seconda metà del II sec. a.c., restò un

2. sapere fondamentalmente orale: non furono scritte opere giuridiche con le sole

eccezioni di Appio Claudio Geco e Sesto Elio Peto Cato. Al primo si attribuiscono 2 83

opere: il LIBER ACTIONUM e un’opera di cui non si sa praticamente nulla, di contenuto

incerto, il “DE USURPATIONIBUS”, che alcuni studiosi vanno ad identificare con lo

stesso liber actionum. Al secondo invece si attribuiscono: i TRIPERTITA e lo IUS

ELIANUM, che sarebbe stata una raccolta di nuovi formulari processuali che avrebbe

sostituito il vecchio “ius flavianum”, ma coinciderebbe anche, secondo altri studiosi, con

gli stessi tripartita.

A partire dalla seconda metà del II sec. a.c. i giuristi cominciarono a scrivere con regolarità e

sistematicamente opere giuridiche; si ebbe quindi una “letterizzazione del sapere giuridico”, da

cui fiorirono generi letterari che si trasmisero ai giuristi successivi (dell’età del Principato), i

quali aggiungeranno altri genere letterari. Un altro elemento di continuità fu rappresentato dal

perdurante carattere aristocratico della professione del giurista. Come in passato restò una

professione fondamentale aristocratica in duplice senso:

Per quanto riguarda l’estrazione sociale dei giuristi, essi precisamente appartenevano

- alla “nuova nobiltas” (fusione del patriziato con l’alta plebe);

Nel senso che continuò ad essere svolta gratuitamente. I giuristi laici, seppure non

- retribuiti, traevano vantaggio dalle attività che svolgevano gratuitamente a favore dei

privati. Proprio perché non si facevano retribuire legavano a sé i loro assistiti da un

sentimento di gratitudine che li ripagava molto in termini di voti in periodo di elezioni

magistrali.

Un altro elemento ancora fu dato dal carattere non settoriale della formazione culturale del

giurista. Non furono giuristi nel senso moderno del termine, cioè in senso specialistico, non

furono esperti del solo diritto, ma anche dell’oratoria, dell’arte militare e dell’impiego politico.

LE PRINCIPALI FIGURE DI GIURISTI LAICI

Il primo fu Sesto Elio, vissuto a cavallo tra il III sec. e il II sec. a.c. A Sesto Elio seguirono nella

seconda metà del II sec. a.c. tre giuristi: Mario Manlio, Marco Giunio Bruto e Publio Mucio

Scevola. Di questi 3 giuristi, Pomponio ci dice che nell’ “Enchiriduon” che fondarono lo IUS

AVICE, diritto scaturente dall’interpretatio giurisprudenziale. Il senso in cui l’avrebbero fondato

non è chiaro; ovviamente il verbo “fundaverint” non può essere preso alla lettera, nel senso

che questa interpretatio non si ebbe per la prima volta grazie a loro tre, perché già esisteva

molto tempo prima. Pomponio evidentemente voleva alludere al fatto che essi riformularono lo

ius civilie, ma è comunque difficile stabilire in cosa consistette quest’opera di riformulamento.

Secondo alcuni studiosi i tre a differenza di Sesto Elio Peto Cato si sarebbero allontanati dal

modello delle XII tavole, quindi avrebbero svolto un’interpretazione più libera e meno

formalistica. Quindi lo avrebbero riformulato allontanandolo dal formalismo tipico delle “liges

actiones”.

Dopo i tre, vi fu Quinto Mucio Scevola, che venne considerato il più grande giurista

repubblicano. Figlio e allievo di Publio Mucio Scevola, oltre che giurista, fu pontefice massimo,

ricoprì numerose magistrature, fu tribuno della plebe, edile, console, proconsole. Rappresentò

l’ultima figura rilevante di giurista tradizionale di estrazione aristocratica che associava attività

politica e giurisprudenziale. 84

A partire dal I sec. a.c. questa figura tradizionale di giurista, entra in crisi perché da un lato

cominciano ad esercitare la professione di giurista anche soggetti appartenenti all’ordine

equestre e talora anche soggetti di umili origini e dall’altro, per effetto della crisi della

repubblica, l’originario nesso tra diritto e politica si spezza, perché la scienza giuridica

comincia a proporsi come una scienza autonoma in grado di auto legittimarsi esclusivamente

attraverso la fiducia dei suoi cultori nelle loro dottrine e competenze specialistiche a

prescindere dall’aggancio con la politica. Molti giuristi infatti rifiutarono la carriera politica per

dedicarsi esclusivamente al diritto e Cicerone nel “De Oratore” , nel tracciare la figura ideale

dell’uomo di governo , teneva nettamente distinti giuristi e governanti.

Quinto Mucio fu l’ultimo grande esponente della figura tradizionale del giurista aristocratico

che esercitava funzioni sia nell’ambito politico che in quello giurisprudenziale. Scrisse un liber

honor, raccolta di regole e fu anche autore di un trattato “ius avile”di 18 libri, che ebbe tanta

fortuna tanto da dare vita ad un nuovo genere letterario: quello dei commentatori ad quintum

mucium ,che ancora in età classica sarà coltivato come da Gaio e Pomponio. Di Quinto Mucio,

Pomponio tramanda che “ius civile primus constituit generatim in libros decem et octo

redigenso”: compose per primo il diritto civile per generi redigendo 18 libri. Infatti per primo

Quinto Mucio applicò la sua tecnica della Dieresi, tecnica definitoria di origine greca, per cui

nel definire un determinato concetto ci si muove prima dal genus prossimo, cioè del genere più

alto di cui il concetto da definire è compreso e si passa poi a suddividere il genere prossimo

nelle sue species, in modo da arrivare a cogliere l’assenza peculiare e caratteristica del

definendum ( il concetto che si vuol definire mediante individuazione della sua differenza

specifica rispetto a tutti gli altri concetti compresi nello stesso genus ). Tuttavia, sulla base

delle citazioni pervenute dal trattato di Quinto Mucio, sembra che egli si sia avvalso della

“diaresis” solo limitatamente a singoli e circoscritti contesti di discorso e non anche per

costituire l’impianto complessivo dell’opera che non può dirsi strutturata secondo un ordine

sistematico nel senso moderno. Sembra che i vari argomenti si succedano l’uno all’altro senza

un preciso nello logico. Si tratta, innanzi tutto, del diritto ereditario, del diritto di famiglia, e a

questo nucleo più antico si sovrappongono schemi contrattuali della compravendita e della

società.

Quinto Mucio ebbe numerosi discepoli e tra questi il più importante fu Aquilio Gallo, al quale si

deve la “stipulatio aquiliana”e le formule “de dolo mano”.

Un’altra personalità di spicco fu Servio Sulpicio Rufo, contemporaneo di Cicerone ed esortato

agli studi dallo stesso Quinto Mucio, con il quale poi entrò in polemica. Fu autore soprattutto di

responsi che riuscì esemplarmente a concatenare in modo logico tra loro mediante il ricorso a

schemi concettuali generali. Per questo fu molto apprezzato da Cicerone; ebbe numerosi

allievi che rappresentavano l’ultima generazione dei giuristi repubblicani. Aulio Filio, amico di

Cesare, scrisse un commento all’editto, inaugurando così il genere letterario dei

commnentaria edictum e Alferio Varo, che raccolse i responsi del maestro Servio in un’opera

di 40 libri, intitolata “Digesta”.

IL PROCESSO CRIMINALE

In età repubblicana si susseguirono due tipi di processo criminale:

Processo comiziale, noto anche come sistema degli IUDICIA POPULI;

1. 85

Processo delle quaestiones, prima straordinarie e poi perpetue;

2.

il processo criminale trae origine dalla provocatio ad populum. La tradizione parla di varie leggi

sulla provocatio ad populum. Innanzitutto, una lex valeria del primo anno della repubblica (509

a.c.) avrebbe introdotto “la provocatio”; secondo altre versioni la porvocatio risalirebbe all’età

regia (regno di Tullio Ostilio) con l’espisodio dell “orazio superstite”. La lex Valeria, secondo

l’ipotesi più attendibile, avrebbe vietato al magistrato di condannare a morte un cittadino

romano che avesse provocato ad populum. Una lex Valeria Orazia del 449 a.c. avrebbe

vietato invece la creazione di nuove magistrature, poiché esenti da provocatio. I decemviri

erano stati magistrati “sine provocatione” e il governo era infatti degenerato in trammide. Più

tardi, sempre una lex Valeria del 300 a.c., avrebbe confermato la prima lex Valeria del 509 a.c.

e in più avrebbe qualificato come azione riprovevole il comportamento del magistrato che

avesse fatto fustigare e mettere a morte un cittadino romano nonostante la provocatio.

Infine, 3 leges porciae, di data incerta comunque della prima metà del II sec. a.c. avrebbero

ampliato il campo dell’applicazione della provocatio e ne avrebbero sanzionato la violazione in

modo più efficace.

Una prima lex Porcia avrebbe ammesso la porvocatio anche contro la fustigazione

1. irrogata come pena autonoma disgiuntamente della messa a morte.

Una seconda lex Porcia avrebbe ammesso la provocatio, consentita fino allora solo

2. dentro il pomerium, anche oltre, dunque anche a favore dei cittadini romani residenti

nelle porvince italiche.

Una terza lex Porcia avrebbe previsto una gran pena (pena di morte) per quei

3. magistrati che non avessero osservato le norme sulla provocatio.

La provocatio ad populum era l’atto che dava impulso al processo comiziale. Fu un prcesso di

tipo accusatorio. I processi accusatori si distinguono da quelli di tipo inquisitorio soprattutto

perché il giudice e accusatore erano due persone distinte , mentre nel processo inquisitorio la

due figure coincidevano. Nei processi comiziali l’accusatore era un magistrato, il giudice il

popolo o la plebe riuniti in assemblea. In particolare, gli organi giudicanti erano i comitia

centuriata (per i crimini puniti con pena capitale), i comitia tributa (per i crimini piniti con multa

quando a promuovere l’accusa fosse un magistrato patrizio), i concilia plebis (per i crimini

puniti con multa quando a pronunciare l’accusa fosse un magistrato plebeo).

Il processo comiziale constava di 2 fasi: una sempre necessaria, l’altra solo eventuale. La

prima fase, detta “Anquisitio” era destinata all’istruttoria (assunzione dei mezzi di prova) e si

svolge in forma dibattimentale nel corso di tre cantiones. Nella prima cantio il magistato

esponeva le ragioni a favore della sua accusa, nella seconda cantio l’accusatosi difendeva

sviluppando le sue difese contro l’accusa. Nella terza cantio venivano escussi, cioè interrogati

i testimoni a carico e a discarico dell’accusatio. Al termine della terza cantio il magistrato

accusatore poteva:

Ritirare l’accusa perchè accortasi che dall’inquisitoria non erano emerse prove

- necesarie contro l’accusato; 86

Poteva porporre all’assemblea competente nel giudicare la condanna dell’accusato che

- così veniva rinviato a giudizio;

Nel primo caso il processo si estingueva, nel secondo caso ( seconda fase eventuale)

continuava e con l’assemblea giudicante si procedeva ad una quarta riunione. Questa riunione

era però formale perché il popolo si raggruppava o in centurie o in tribù e non si poteva tenere

se non fosse passato almeno un trinundium della conclusione della fase istruttoria. L’accusato

però poteva rinunciare a questo intervallo di tempo e chiedere di essere giudicato subito dopo

la fase istruttoria. Durante la quarta riunione l’assemblea si pronunciava dichiarando la

colpevolezza o l’innocenza dell’accusato, quindi o lo condannava o lo assolveva.

Fino a quando il voto fu orale, il voto favorevole all’innocenza dell’accusato veniva espresso

con “libero”, cioè assolto, o con “damno”, cioè condannato. Quando poi con la lex Cassia (137

a.c.) il Voto divenne scritto e fu segnato su tavolette cerate (tabelle), per il voto favorevole

all’assoluzione seguiva la sigla “L”, per il voto contrario “D”. Prima che intervenisse l’ultimo

voto necessario per la condanna, l’accusato, sempre se a suo carico era prevista la pena di

morte, poteva sottrarsi alla pena abbandonando il territorio cittadino e andando

volontariamente in esilio presso un’altra comunità legata a Roma con un accordo

internazionale e che quindi gli riconoscesse il diritto di esilio. In questo caso, se optava per

l’esilio, l’accusato subiva l’ “interdictio et igni”: un provvedimento in forza del quale perdeva la

cittadinanza romana, subiva la confisca dei suoi beni e non poteva rientrare in patria , pena la

morte, perché chiunque lo avrebbe potuto uccidere senza subire il processo.

Il processo comiziale funzionò in modo soddisfacente fino agli inizi del II sec. a.c. Dopo entrò

in crisi e cominciò a subire un’involuzione, soprattutto per ragioni politiche e anche per ragioni

tecniche. Queste ultime derivavano dal fatto che la procedura era in effetti particolarmente

complessa: le prime 3 fasi informali e la quarta formale, per cui vi era il rischio che alla quarta

riunione partecipassero cittadini che non avevano partecipato alle prime tre fasi,che in

particolare non avevano assistito all’escussione dei testimoni nella terza Cantio e quindi non

erano in grado di giudicare con sufficiente ponderatezza. Furono comunque le ragioni

politiche a rendere sgradito il processo comiziale. A giudicare era il popolo riunito in

assemblea, quindi molti cittadini erano in contrasto con l’aristocrazia senatoria. Questa era la

classe dirigente del Governo e spesso nel gestire le cariche pubbliche si rendeva responsabile

di crimini e ovviamente all’aristocrazia non andava bene che a giudicarla fosse l’assemblea del

popolo, per cui a partire dagli inizi del II sec. a.c. il Senato cominciò a servirsi nella repressione

criminale istituendo di volta in volta, caso per caso, con un apposito Senato consulto

quaestiones extraordinariaeo extraordinem: tribunali straordinari aventi il compito di perseguire

determinati crimini. Lo strumento della quaestiones fu utilizzato soprattutto per perseguire le

repetunse (approvazioni illecite).

Nel 171 a.c. una delegazione di spagnoli si presentò in Senato denunciando gravi abusi

commessi dai governatori delle 2 province spagnole. È in questa occasione, valendo come

precedente per casi analoghi, che il Senato instituì una quaestio straordinaria con il compito di

accertare fatti e ordinare la restituzione del mal tolto ai provinciali danneggiati.

Nel 149 a.c. una Lex Capurnia de repetundis instituì una quaestio non più straordinaria ma

“perpetua”, ma non era ancora una quaestio di carattere criminale. I crimina erano illeciti 87

penali pubblici quindi sanzionati con pena pubblica nell’ambito sempre di un processo

pubblico.

In forza della lex Calpurnia, invece, le repetunse venivano sanzionate non con una pena, ma

con una decisa sanzione consistente o nella restituzione del mal tolto ai provinciali

danneggiati, o nel risaricomento del danno. Non solo, la procedura seguita per perseguire le

repetunse non si svolgeva in forma pubblicistica, ma privatistica, ricalcando il procedimento

dalla legis actio sacramenti in rem.

Però nel 123 a.c. una Lex acilia repetundarum, emanata su iniziativa di Gaio Gracco, sanzionò

le repetunde con una pena pubblica nella misura del doppio valore del mal tolto e la stessa

attribuì “carattere pubblicistico” alla procedura seguita per perseguire le repetunde. Per cui, a

partire da questa lex Acilia le repetunde assunsero al rango del crimen repetundarum.

Sempre nel 123 a.c. una Lex Sempronia de capite cives, sempre su inizativa di Gaio Gracco,

vietò l’istituzione delle quaestiones per Senato consultio e proprio in ragioni di garanzia stabilì

che la quaestiones, almeno per i crimini puniti con pena capitale , dovevano essere istituite

con legge. Quindi sul modello della quaestio repetundis con legge furono via via restituite altre

quaestiones perpetue.

Il processo delle quaestiones perpetue venne a generalizzarsi con Silla, il quale con una serie

di leggi da un lato riordinò le quaestiones che già esistevano, dall’altro istituì nuove

quaestiones. A partire da Silla, il processo delle quaestiones perpetue in punto di fatto finì per

sostituire il processo comiziali con una lex iulia iudiciorum publiciorum, fatta approvare da

Augusto nel 17 a.c., il processo comiziale fu anche formalmente abolito e il processo delle

quaestiones perpetue divenne il processo criminale ordinario.

Nell’utlima età repubblicana operarono nuove quaestiones perpetue: 9 tribunali stabili, 5

competenti per crimini politici e 4 competenti per crimini comuni. I crimini politici erano lesivi

nei confronti degli interessi politici (Stato, i suoi organi e le sue funzioni), i crimini comuni erano

lesivi nei confronti degli interessi diversi da quelli politici.

I crimini politici furono:

• Il crimen repetundarum

• Il crimen maiestatis

• Il crimen ambitus

• Il crimen ius

• Il crimen peculatus

Il CRIMEN MAIESTATIS ebbe un’evoluzione complessa. Inizialmente indicò solo l’offesa nei

confronti della maestà dei tribuni della plebe, poi una volta superato il conflitto patrizio-plebeo,

si trasformò in un’offesa alla maestà dell’intero popolo romano. 88

Il CRIMEN AMBITUS era l’imbroglio elettorale, si rifaceva a una serie di fattispecie che ancora

oggi sono presenti nell’ambito elettorale: compravendita di voti, voto di scambio, accordo

elettorale di due candidati a discapito di altri.

Il CRIMEN IUS fu introdotto della Lex Plotia/Platue de vi, di data incerta ma comunque della

prima metà del I sec. a.c. e poi disciplinata in modo organico da una “lex iulia”, non si sa se sia

di Cesare o di Augusto. Dalla Lex iulia si distinguono:

La ius publica, che consisteva o nell’esrcizio abusivo di pubblici poteri oppure

- nell’impiego della violenza fisica per impedire il regolare svolgimento di pubbliche

funzioni e veniva punita con l’interdictio aqua et igni.

La ius privata, che consisteva nel compimento di azioni violente e veniva punita con la

- confisca i un terzo dei beni.

Il CRIMEN PECULATUS, di origine incerta, ma comunque anteriore al 75 a.c., fu disciplinato

da una lex iulia in modo organico (o di Cesare o di Augusto ) che contempla 3 fattispecie:

Il peculato in senso stretto

1. Il sacrificium

2. Il crimen de residuis

3.

Il primo consisteva nell’uso indebito di cose pubbliche, il secondo in cose sacre e religiose

(sacre erano le cose consacrate alle divinità e le cose religiose erano i sepolcri): un pezzo di

…. diveniva religioso con la sepoltura di un essere umano sia libero che schiavo, purchè a

provvedere alla sepoltura fosse il proprietario del fondo; il crimen de residuis consisteva,

invece, nella ritenzione indebita di denaro o altri beni ricevuti dall’erario populi romano rum per

lo svolgimento di funzioni pubbliche e distanti dal fine a cui erano destinati.

Il peculato in senso stretto e il sacrificium erano anch’esse puniti con l’interdicto aqua et igni, il

crimen de residuis con una pena pecuniaria pari al valore delle cose ritenute però aumentate

di un terzo. Il crimine comuni tra quelli politici furono: CRIMEN OMICIDI, CRIMEN PARRIADI,

CRIMEN FALSI, CRIMEN INIURAE.

Il crimen omicidi fu disciplinato da una lex cornelia di Silla de sicaris et beneficis (81 a.c.),

che assorbì l’antico parricidio e anche ad altre ipotesi di attentati lesivi dell’integrità fisica dei

cives punito con l’interdicto aqua et igni.

Il crimen parriadi, antico parricidio, fu trasformato nell’uccisione di prossimi congiunti e

configurato come un crimen autonomo da una lex Pompeia de parricidi (55 a.c.). Veniva

utilizzata la pena interdicto aqua et igni, ma se il parricida veniva colto sul fatto si applicava

l’antica pena “cullea del sacco”.

Il crimen falsidisciplinato da una lex cornelia de falsaris consisteva nella falsificazione di

documenti (soprattutto testamenti e monete) ed era punito anch’esso con l’interdicto aqua et

igni.

Il crimen iniuriaeera una specie particolare di iniuria (illecito penale privato consistente alla

fine dell’età classica nella lesione dell’integrità moral, dell’onore e del decoro, e marginalmente

89

anche nella lesione fisica della persona ). Una lex Cornelia de iniuris attribuì carattere

pubblicistico ad alcune ipotesi di iniuriae ritenute particolarmente gravi e integrano appunto il

crimen iniuriae. Queste fattispecie erano: pulsore (percosse), verberae (frustate) e denum vinti

introire (violazione di domicilio). La pena era pecuniaria.

IL PROCESSO

La legge istitutiva della quaestiones perpetue prevedeva il “crimine” e la relativa pena,

regolando anche laa procedura che sostanzialmente era simile nei vari casi. Il processo della

quaestiones perpetue, come quello comiziale, era un processo accusatorio: l’accusatore di

regola poteva essere qualunque cittadino maschio che avesse raggiunto la pubertà e che

godesse di buona reputazione. A questa regola faceva eccezione solo la “quaestio de iniuris” e

la “quaestio de repetundis”. Nella quaestio de iniuris l’accusatore poteva essere soltanto

l’offeso, invece nella quaestio de repetundis poteva essere il provinciale danneggiato.

L’accusa non poteva essere proposta da più soggetti, per cui se più soggetti intendevano

promuovere l’accusa, bisognava istituire un procedimento, detto “divinatio”, per scegliere

l’accusatore ritenuto più affidato e tenendo conto soprattutto della sua maggiore onorabilità,

ma i soggetti esclusi potevano aderire all’accusa in qualità di subscrictores.

A giudicare era una corte di cittadini il cui numero variava a seconda dei casi, da 30 a 50. Nei

processi di natura politica la composizione della giuria fu un processo particolarmente

impegnativo. Nell’età repubblicana, diramata dalle opposte fazioni, la fazione , che di volta in

volta risultava vincente, primeggiava nelle giurie che erano composte ora da cittadini

provenienti dalla classe senatoria , ora da cittadini appartenenti all’ordine equestre, ora da

cittadini appartenenti ad entrambi di questi ordini. Ogni anno il pretore urbano compilava un

album iudicum: una lista di giudici da cui, a partire da Silla, veniva estratto a sorte un numero

di cittadini pari al doppio dei membri che avrebbero dovuto comporre la giuria. Dopo di che,

l’accusatore e l’accusato, procedendo ad alternative negli actiones, escludevano i membri che

non erano di loro gradimento, finchè non si raggiungeva il numero di giurati necessari per

comporre la giuria.

Il processo della quaestiones perpetua si articolava in 3 fasi:

PRIMA FASE = una fase introduttiva. Questa si apriva con la postulatio, istanza con cui

- chi intedeva promuovere l’accusa chiedeva al presidente del tribunale di riconoscere la

sua legittimazione ad accusare. Se il presidente riconosceva la legittimazione ad

accusare, nell’istante aveva luogo l’accusa vera e propria, detta nominis delata.

L’accusatore, quindi, intimava l’accusato di comparire innanzi al presidente della

quaestio e, di fronte a quest ultimo, lo incolpava del crimen che gli attribuiva. In seguito

vi era lo ius iuranro de caluniae, in cui l’accusatore doveva prestare giuramento e

dichiarare solennemente di non promuovere l’accusa dolosamente, cioè nella

consapevolezza dell’innocenza dell’accusato al solo fine di recargli danno.

Successivamente, il presidente procedeva alla Nominis receptio: accettazione formale

dell’accusa e quindi dell’iscrizione dell’accusato nel ruolo degli imputati. Infine, fissava il

giorno in cui si sarebbe avuta l’udienza; 90

SECONDA FASE = in seguito a questa fase introduttiva, si costituiva la giuria e si

- passava al dibattimento. Era detto Altercatio e veniva diretto e moderato dal presidente

del tribunale. Al dibattimento non era necessaria la presenza dell’accusato, invece si

per quella dell’accusatore. Se egli non compariva il giorno fissato per l’udienza

dibattimentale, il processo si estingueva.

In genere, il dibattimento cominciava con le ringhe di difesa pronunciate di regola da

avvocati, dopo si passava all’escussione dei testimoni. I testimoni prima venivano

interrogati dalla parte che li aveva indicati, poi dalla controparte. Se schiavi, i testimoni

venivano torturati, non si poteva chiedere l’escussione di testimoni che non fossero

stati indicati dalle parti, né si poteva interloquire nell’esame di escussione dei testimoni.

Al termine del dibattimento, il presidente della quaestio, chiedeva ai giurati se

ritenessero esaustiva l’altercatio. Se più di un terzo dei membri della giuria dichiarava

che quanto avvenuto non bastava per formare un convincimento, il dibattimento doveva

essere rinnovato. Anzi, nei processi de repetundis, dato il particolare rilievo di questo

crimine, la regola era sempre quella del doppio dibattimento, del cosidetto Ampliatio.

TERZA FASE = al dibattimento seguivano i giudizi, quindi la giuria, votando, si

- pronunciava sulla colpevolezza e sull’innocenza dell’accusato e, a seconda di come

venisse giudicato, lo condannava e lo assolveva. Come nel processo comiziale anche

in quello delle quaestiones perpetue, prima che intervenisse l’ultimo voto necessario

per la condanna, l’accusato, se a suo carico fosse stata prevista la pena capitale,

poteva sottrarsi alla pena andando in consilio. Se invece l’accusa veniva respinta,

quindi l’accusato veniva assolto e risultava che l’accusa era stata presentata

dolosamente, il calunniatore veniva condannato dallo stesso presidente della quaestio

perché si rendeva responsabile del crimen calunniae: presentazione di un’accusa

dolosa al presidente della quaestio. Per questo crimen non era prevista un’apposita

quaestio e dal momento che veniva incriminato di fronte allo stesso tribunale, veniva

incriminato con la stessa pena che avrebbe subìto l’accusato se non fosse stato

assolto.

Le quaestiones perpetue erano componenti soltanto dei crimen commessi a Roma. Per

quelli commessi nelle coloniae cinum romanorum o nei muniapra o nelle cintates federatae

esistevano tribunali simili, ma è incerto se questi trubunali fossero competenti per tutti i

crimini, inclusi quelli puniti con pene di morte o solo per crimini minori di interesse locale.

Per quanto riguarda i crimini commessi nelle province, dobbiamo distinguere:

Crimini commessi dai sudditi provinciali

1. Crimini commessi dai cittadini romani residenti nelle province

2.

Per i primi era competente il governatore assistito da un consilium. Per i secondi

sembra fossero competenti gli stessi tribunali esistenti a Roma, per cui l’accusato

doveva essere inviato sotto scorta nella capitale perché fosse giudicato dalla quaestio

91

competente , anche se le fonti recano tracce di processi criminali svoltisi nelle province

e innanzi ai governatori , nonostante solo per crimini commessi da non cittadini romani.

92

MAGISTRATURE PATRIZIE

Il cursus honorum era la carriera magistratuale. Per evitare forme di potere personale,

esisteva innanzitutto un divieto di cumulo, cioè una stessa persona non poteva cumulare o

ricoprire la stessa magistratura se non dopo che fosse trascorso un certo tempo dalla data in

cui era usato di carica. Questo tempo fu fissato di regola in 10 anni, per i censori c’era un

divieto assoluto di interazione della carica . Si poteva essere censori una sola volta nella vita

(questo divieto venne sancito nel 265 a.C. dopo che un certo Marcio Rutilo ricoprì la censura

per due volte), questo divieti fu sancito anche per i consoli. Poi una lexVillia Annales del 180

a.C. stabilì un intervallo di almeno due anni tra la fine della carica di un magistrato e la sua

nuova candidatura e questo per evitare che un magistrato ancora in carica possa candidarsi

ad altre magistrature ed influenzare il voto degli elettori.

CENSURA

Stava al di sopra e al di fuori del cursus honorum, al di fuori perché non era prevista come una

tappa della carriera magistratuale, al di sopra perché per dignità e rango era considerata la

magistratura più elevata, superiore allo stesso consolato. Non a caso secondo una prassi che

si affermò a partire dagli inizi del III secolo a.C. per rivestire la censura occorreva prima aver

rivestito il consolato, per cui di regola i censori venivano eletti tra gli ex consoli.

Per quanto riguarda le origini della censura, secondo la tradizione nasce nel 443 a.C. come

magistratura riservata ai patrizi e composta da due membri, i quali avrebbero dovuto

provvedere al censimento in luogo dei consoli che incaricati prima di questo compito non

avrebbero potuto più espletarlo perché impegnati in campagna militari.

Poco più tardi, nel 433 a.C., con la lexaemilia de censura minuendaavrebbe limitato a 18 mesi

la durata massima della carica.

Parte della storiografia moderna dubita di questo racconto tradizionale e ha avanzato 2

diverse ipotesi sull’origini della censura:

-secondo alcuni studiosi i censori sarebbero stati creati dalla lexaemilia nel 434 a.C.

- secondo altri i censori sarebbero stati creati sempre dalla lexaemilia ma nel 366 a.C.

Questa seconda ipotesi si fonda su un dato che nei fasti consolari per il periodo successivo

all’aumento a 6 del numero dei tribuni militum consolari potestate che va dal 405 al 367 a.C.

Compaiono in alcuni anni 8 nomi di tribuni militum anziché 6, altri anni i nomi di 6 tribuni

militum più il nome di altri 2 membri, ai quali sono attribuite le funzioni censorie. Sulla base di

questo dato si è supposto che le funzioni censorie affidate prima ai consoli sarebbero state

attribuite in seguito a dei tribune militumcensuriapotestate fino a quando, cessato il tribunato

militare di potestà consolare, nel 366 a.C. la censura sarebbe stata istituita come magistratura

autonoma della lexaemilia rogata dal console EnuliusManeranus che per omonimia sarebbe

stato scambiato con Aemilius del 434 a.C.

Questa ipotesi appare poco plausibile perché se davvero i censori fossero derivati da tribuni

militari di potestà consolare si crederebbe che i censori come i tribuni militum fossero muniti

dell’imperium e invece i censori erano muniti della semplice potestà. Certo, è vero che resta il

fatto che nei fasti consolari, dal 405 a.C. al 367 a.C. compaiono in alcuni anni i nomi di 6

tribuni militum membri investiti delle funzioni censorie. Però questa indicazione non è decisiva

per escludere la data tradizionale del 443 a.C. Tenendo ferma questa data infatti possiamo

suppore che in alcuni casi, dal 405 al 367 a.C., in occasioni particolari si sia preferito anziché

eleggere i censori, che esistevano già da tempo come magistrati autonomi. Sin dal 443 a.C., 93

affidare le funzioni dei censori a 2 tribuni militari e così il racconto torna. Certo è che la

censura sorse come magistratura riservata ai patrizi; fu resa poi accessibile ai plebei con la

lexPublicaPhilonisdel 339 a.C. de censori plebis creando, avrebbe stabilito che uno dei due

censori doveva essere plebeo.

Caratteristiche della censura

-In primo luogo i censori non venivano eletti ogni anno ma ogni 5 anni. Restano in carica per

un periodo a priori non determinato; stavano in carica per il tempo necessario all’espletamento

delle loro funzioni; questo tempo poteva eccedere la durata di 18 mesi.

-I censori non entravano in carica ad una data fissa, ma entravano in carica subito dopo

essere stati eletti, quindi non potevano mai trovarsi nella condizione di magistrati designati.

-Per i censori vigeva un divieto assoluto di interazione della carica.

-Non potevano subire l’intercessotribunicia o da parte dei tribuni della plebe e nemmeno da

parte di magistrati maggiori perché erano titolari di una speciale potestat (maxima); perciò

potevano opporsi solo con altri censori nei loro rapporti interni.

-La collegiabilità fra censori era così intensa che se uno di essi veniva a mancare l’altro

doveva dimettersi, doveva abdicare o per continuare doveva ottenere l’elezione suppletiva di

un altro censore.

-I censori non erano soggetti al principio di responsabilità.

Funzioni dei censori: - il censimento;

- la lex verdetto senatus;

- cura regimenmorum.

Censimento : oggi è un’operazione di ricognizione corografica della popolazione. A Roma

consisteva in una ricognizione periodica quinquennale della posizione non solo personale ma

anche patrimoniale del cittadino, anzi consisteva principalmente in una stima da parte dei

censori del patrimonio di ogni cittadino. Serviva infatti da censire (stimare, valutare). A Roma

un’operazione di notevole potere politico perché in base al censo, cioè in base alla ricchezza

stimata, i cittadini venivano assegnati dai censori alle varie centurie e tribù, e l’attribuzione ad

una centuria o tribù anziché un’altra dipendeva dallo statu di diritto pubblico di goni cittadino. Il

censimento perciò stabiliva i diritti e i doveri pubblici di ciascun cittadino.

Oltre che ai fini dell’inquadramento dei cittadini nell’ordinamento centuriato e nell’ordinamento

tributo, il censimento rileva anche come base per l’eventuale imposizione del tributum ex

censore: tributo straordinario che poteva essere imposto dal senato in casi eccezionali,

soprattutto lo si imponeva per far fronte ad esigenze belliche e il suo ammontare poteva

essere restituito in tutto o in parte se le finanze dello stato lo avessero permesso.

Il tributo era proportionecensum, cioè era proporzionale alla ricchezza di ogni cittadino, per cui

a determinare la base imponibile e i criteri per calcolare erano i censori.

In generale i censori nell’operare il censimento potevano valutare discrezionalmente i beni del

cittadino e stimarli di un valore anche superiore rispetto al normale. Nel 184 a.C., in cui fu

censore Marco Porcio Catone, passato alla storia come Catone il censore proprio per il suo

rigorismo morale, alcuni beni considerati di lusso furono stimati per un valore 10 volte

superiore a quello reale.

I censori, non appena investiti dei loro poteri, con la lex centuriata de potestate, emanavano

un editto: formula census o formula censenx o lexcensiodicta. In questo editto i censori 94

rendevano noti i criteri ai quali si sarebbero ispirati nel fare il censimento e fissavano la data

dello stesso censimento convocando per questa data il popolo, raggruppato per centurie nel

campo Marzio. Alla data fissata i cittadini, prestando giuramento, rendevano le proprie

dichiarazioni circa la propria posizione personale e patrimoniale. I censori, dopo aver fatto

controllare queste dichiarazioni, le accoglievano e registravano i cittadini nelle Tabule

censorie. Il censimento si concludeva con il lustrum: solenne cerimonia che si concludeva con

il sacrificio di un maiale, di una pesca o di un toro. Secondo alcuni “lustrum” deriverebbe da

luere (lavare, purificare); secondo altri da lustratre (illuminare). Da lustrum dipendeva

un’attività dei censori e comportava la lustratiopopuli, una sorta di rigenerazione periodica

della comunità; tanto è vero che il compimento del lustrum a cui procedeva solo uno dei

censori, normalmente designato per sorteggio, era detto lustrumcordere.

Lex verdetto senatus: La scelta dei senatori. Questa scelta affidata prima ai consoli, fu

attribuita ai censori da un plebiscito Ovinio emanato tra il 313 a.C. e il 312 a.C., fissò anche i

criteri in base ai quali la scelta dovesse essere effettuata.

Secondo quanto ci riferisce Festo, il plebiscito stabilì che i censori dovevano scegliere i

senatori tra gli uomini migliori di ogni ordine e questa indicazione fu interpretata nel senso che

i senatori dovevano essere scelti tra gli ex magistrati. Inizialmente furono scelti fra gli ex

censori, ex dittatori, ex consoli, ex pretori, poi furono scelti anche fra gli ex edili curuli e infine

anche tra gli ex magistrati non curuli, quindi ex edili plebei, ex tribuni plebei e con Silla anche

ex questori.

Regimenmorum : Grande controllo della moralità, dei costumi, della condotta privata e

pubblica dei cittadini, per cui a Roma i censori furono guardiani della morale: se reputavano

immorale la condotta di un cittadino, i censori esprimevano un giudizio di riprovazione.

e appunto da questo giudizio di riprovazione deriva il nostro impiego del termine “censura”, per

alludere alla disapprovazione di un comportamento giudicato immorale.

Le conseguenze di un giudizio negativo da parte di un censore erano:

- la nota censoria: nota motivata che veniva segnata nelle liste del censo accanto al nome del

cittadino che ne era colpito e dava luogo all’abbassamento della sua stima sociale (questa era

una prima conseguenza).

- i censori nell’assegnare i cittadini alle varie centurie e tribù potevano trasferire il cittadino

colpito dalla nota censoria da una centuria di cavalieri (una posizione privilegiata) ad una

centuria di fanti (in una posizione inferiore) o da una classe superiore di fanti ad una classe

inferiore, o da una tribù di maggior peso politico ad una di minor peso, da una tribù rustica ad

una tribù urbana.

- nei casi più gravi i censori potevano escludere il cittadino da ogni tribù o centuria privandolo

totalmente dello IUS SUFRAGI.

- introduzione di questi nella lista degli erari: cittadini che a titolo sanzionatorio erano obbligati

a pagare le imposte in misura maggiore rispetto agli altri contribuenti.

I censori avevano anche delle competenze nel campo dell’amministrazione finanziaria:

amministravano l’AGER PUBLICUS, gestivano gli appalti pubblici, predisponevano il

regolamento delle entrate e delle spese pubbliche e risolvevano le controversie che potevano

scaturirne.

La censura cessò di funzionare nel 50 a.C. e poi eccezionalmente fu riesumata da Augusto

che la riaprì nel 18 a.C. e da Domiziano che la ricoprì a vita. 95

CONSOLATO

Secondo la tradizione i consoli,detti prima “praetores” e poi anche “iudices”,sarebbero

subentrati al re in due sin dal 509 a.C. cioè sin dalla fondazione della Repubblica, come i

supremi magistrati dello Stato.

Molti studiosi non reputano credibile questa notizia e avanzano una serie di ipotesi sui

magistrati supremi che sarebbero subentrati al re al posto dei consoli quindi su una successiva

nascita del consolato.

I consoli comunque, qualunque sia stata la loro origine, sono stati i capi, i magistrati supremi

nell’assetto della Repubblica.

I consoli erano innanzitutto i supremi comandamenti dell’esercito, tant’è vero che in origine

erano dettipraetores; erano residualmentecompetenti per ogni funzione che non fosse

specificatamente attribuita alla cura degli altri magistrati e potevano anche assumere le

funzioni proprie di altri magistrati quando questi venissero a mancare o per un qualunque

motivo non fossero in grado di esercitare provvisoriamente le loro funzioni.

Erano i capi della Repubblica ed erano magistrati.

Eponimi: cioè davano il proprio nome all’anno che si faceva iniziare con la data della loro

entrata in carica. A partire dalla metà del II secolo a.C. venivano eletti a luglio ed entravano in

carica il 1° gennaio. Venivano eletti dai comitia centuriata, perché erano magistrati maggiori.

Uno dei due consoli poteva nominare il dittatore. I consoli potevano porre il veto nei rapporti

interni ai propri colleghi, nei rapporti esterni potevano porre l’intercessio a tutti gli altri

magistrati minori non ai censori, non al dittatore, ma soltanto ai pretori.

PRETURA

Leggi LiciniaeSestiae, in occasione di queste leggi vi fu l’ammissione dei plebei al consolato,

fu creato il pretore. Pomponio nell’Enchiridion (manuale di storia del diritto romano) ci

tramanda le origini del diritto romano fino ad Adriano, articolandole in 3 parti:

- nella prima parte si trattava dell’origine e dell’evoluzione del diritto romano in particolare

riguardo le sue fonti di produzione.

- nella seconda parte si tratta della storia della costituzione romana in particolare riguardo le

magistrature.

- nella terza parte si tratta della storia della giurisprudenza romana dai pontefici fino a Salvio

Giuliano.

Nei Digesta di Giustiniano si è parlato dell’opera di Pomponio come composta ora di 2 libri, ora

di 1 soltanto (Libro singularienchiridii, Libri duo enchiridii). L’opera pertanto si crede dover

essere composta da 2 libri ridotti, poi da uno, e in effetti in un lungo frammento

dell’Enchiridion, riportato nei Digesta di Giustiniano, ci sono in più punti evidenti segni di

successive alterazioni.

Pomponio dice che il pretore viene creato con il compito di amministrare la giustizia, esercitare

la iurisdictio civile. A partire dal 366 a.C., la pretura fu resa accessibile anche ai plebei, e nel

242 a.C., siccome un solo pretore non era più sufficiente per l’esercizio della giurisdizione

civile, fu creato un secondo pretore con il compito di esercitare la iurisdictio civile, per lo più

nelle controversie inter peregrinos, cioè tra stranieri cioè tra stranieri, o inter cives et

peregrinos.

Questo secondo pretore, appunto perché competente nelle controversie in cui almeno una 96

parte fosse uno straniero, fu detto praetorperegrinos, e per contrapposizione il più antico

pretore fu detto praetorurbanus.

Nel 226 a.C. furono create le prime due province: la Sicilia e la Sardegna al governo di tali

province furono riposti due pretori.

Nel 197 a.C. furono istituite altre province, la Spagna anteriore e la Spagna inferiore, per cui

furono creati altri due pretori. Quindi in questo anno il numero dei pretori salì a 6: il pretore

urbano, il pretore peregrino, più quattro governatori provinciali, e da allora il numero dei pretori

rimase invariato fino a Silla, che ne inserì altri 4 preposti alla giurisdizione criminale.

Per quanto riguarda le fonti di produzionedel diritto particolarmente importante fu l’editto dei

due pretori giusdicenti: il pretore urbano e peregrino.

L’editto è una fonte dello IUS PRETORIUM: nucleo principale dello IUS HONORARIUM che

era il diritto scaturente dagli editti dei magistrati giusdicenti.

Nel suo nucleo principale fu IUS PRETORIUM ed ebbe la sua fonte soprattutto nell’editto del

pretore urbano. L’editto era un’ordinanza. All’inizio dell’anno di carica il pretore emanava un

editto con cui autoregolamentava la sua giurisdizione ed elencava i modelli dei mezzi giudiziari

che avrebbe concesso al verificarsi di determinate situazioni. L’editto del pretore era quindi

un’autoregolamentazione di giurisdizione.

Formalmente non era un atto normativo perché non dettava norma. È chiaro però che

indirettamente il pretore finiva per creare IUS: il pretore, nel momento stesso in cui concedeva

un’azione, veniva a configurare una sottostante situazione giuridica sostanziale protetta da

quell’azione. Lo IUS HONORARIUM fu anzitutto un diritto privato processuale prima che un

diritto sostanziale, perché è chiaro che in una situazione giuridica soggetta poteva venire ad

esistenza soltanto se e nei limiti in cui il pretore contemplava nell’editto lo strumento giudiziario

che era idoneo a tutelarla. Questo diede al diritto romano il carattere di un sistema di azioni più

che di diritti soggettivi.

Oggi il diritto privato è innanzitutto un diritto sostanziale, un sistema di diritti soggettivi. A Roma

il diritto privato, fino a tutta l’epoca del principato fu un sistema di azioni. L’azione logicamente

precedeva il diritto soggettivo a livello di una forma mentale.

L’editto era destinato a volere per tutto l’anno di carica del pretore che lo aveva emanato.

Spesso però i pretori nell’amministrare la giustizia si discostavano dall’editto che essi stessi

avevano emanato con conseguenti arbitri nell’esercizio delle loro funzioni. Ad esempio,

scandaloso fu l’esercizio delle funzioni di Verre in Sicilia; per cui per fronteggiare questa

situazione, nel 67 a.C. una lex Cornelia stabilì l’imposizione ai pretori di non allontanarsi

nell’esercizio delle loro funzioni dall’editto che essi stessi avevano emanato. Formalmente

l’editto scadeva al termine dell’anno magistratuale, in punto di fatto poi il pretore che

succedeva prendeva a modello tale editto, eventualmente aggiungendo poche modifiche e

quindi con il tempo si formò gradualmente un nucleo edittualestabile che si trasmetteva

inalterato da pretore a pretore, a cui fu dato il nome di EdictumTralaticium(Editto Tralatizio).

Intorno al 130 d.C. un giurista, Salvio Giuliano, su incarico di Adriano, compose il testo

definitivo dell’editto del pretore urbano e di quello degli altri organi giusdicenti. Il testo fu

sottoposto dall’imperatore Adriano all’approvazione del senato che lo approvò, e si stabilì che

se fosse stata trovata qualche lacuna nell’editto, soltanto l’imperatore sarebbe stato legittimato

a colmarla sulla base di principi e criteri che devono essere desunti dallo stesso editto.

CODIFICAZIONE DELL’EDITTO, destinato a valere nel tempo e non sottoposto a mutamente

o discostamenti. A partire da allora i pretori continuarono ad esercitare la giurisdizione civile 97

ma dovevano ormai attenersi al testo definitivo dell’editto.

Il pretore fu una figura fondamentale nella storia del diritto privato romano. Interveniva nei

confronti dello IUS CIVILE in tre direzioni: o per agevolare l’applicazione dello IUS CIVILE, o

per supplirne le lacune, talora interviene anche a correggere lo IUS CIVILE quando la sua

applicazione appariva iniqua. L’editto del pretore fu il manifesto di una società e di un diritto

che cambieranno. Tutto questo venne meno con la codificazione dell’editto.

Equità curule: come la pretura, viene creata nel 367 a.C. come magistratura riservata solo ai

patrizi e composta da 2 membri detti edili curuli, in contrapposizione agli edili plebei che già

esistevano da molto tempo (dalla prima successione della plebe), ma nel momento in cui fu

resa accessibile anche ai plebei sostanzialmente l’edilità curule venne a fondersi con quella

plebea. Formalmente, però, edili plebei ed edili curuli restavano magistrati distinti, non furono

propriamente colleghi. Dalla fine del IV secolo, gli edili curuli potevano essere sia patrizi che

plebei e venivano eletti dai comitia tributa. Gli edili plebei potevano essere solo plebei o

venivano eletti dai concilia plebis. Non solo gli edili curuli godevano di un maggior prestigio e

avevano anche una specifica competenza giurisdizionale ed in occasione di questa attività

giurisdizionale (risolvere le controversie nel campo della compravendita degli schiavi e degli

animali) emanarono un editto che fu forte anch’esso, seppure in misura modesta, di IUS

HONORIUM. Con quest’editto regolavano soprattutto i vizi occulti della cosa nella

controversia: quei difetti della merce non manifesti al compratore al momento della

conclusione del contratto, per cui a tutela del compratore, gli edili curuli introdussero nel loro

editto due azioni che si sono poi trasmesse nel nostro codice civile: actiovenditoria,

actioaestimatoriao quanti minoris.

Con l’actiovenditoria il compratore poteva ottenere in sostanza la risoluzione del contratto,

quindi la restituzione del prezzo pagato, previa restituzione della merce; con l’actioaestimatoria

o quanti minoris, il compratore poteva scegliere tra l’una e l’altra di queste azioni.

Tre furono le principali funzioni degli edili: cura annonae, cura ludorum, cura urbis.

Cura annonae: gli edili si occupavano dell’approvvigionamento della città e per far ciò

disponeva di diverse multe nei confronti dei quali commettevano atti illeciti.

Cura ludorum: nell’esercizio di questa organizzavano i giochi pubblici, che erano

particolarmente graditi al popolo, così da ottenere i giusti consensi per poter le tappe del

cursus honorum in vista delle selezioni alle più alte magistrature.

Cura urbis: esercitavano un’alta sorveglianza della città organizzavano i servizi antincendio e

della rettezza urbana.

Essi erano proprio della IURISDICTIO e della COERCITIO: poter magistratuale che spettava a

tutti i magistrati solo che i magistrati cum imperio potevano non solo infliggere multe o disporre

un sequestro ma anche arresti.

I magistrati cumpotestate potevano solo infliggere pene patrimoniali, con l’unica eccezione dei

tribuni della plebe che avevano una “summa coercendipotestas”.

QUESTURA

Vi sono fonti incerte. Probabilmente diede origine ai quaestores parricidi. La questura fu la

magistratura più modesta, il primo grado del cursus honorum; anzi inizialmente i quaestores

non furono neppure magistrati ma ausiliari dei magistrati supremi, i consoli. Venivano eletti dai

98

comitia tributa, prima solo fra patrizi, poi a partire dal 409 a.C. anche fra plebei.

In origine i questori furono due e gestivano l’ erariumpopuli romani, detto anche erarium

saturni poiché conservato nel tempio di Saturno che vigilavano.

Nel 421 a.C. divennero 4: furono creati due nuovi questori con la funzione di assistere i consoli

nelle funzioni militari. Per cui i due questori più antichi furono preposti a compiti

esclusivamente civili (quando invece prima avevano anche quelle militari) e furono detti perciò

quaestores urbani.

Nel 267 a.C. divennero 8: 4 questori detti classicis. Siamo tre anni prima dell’inizio della

Guerra Punica; Roma si preparava ad affrontare Cartagine che era la più grande potenza

navale del Mediterraneo, e doveva combattere per mare, quindi era necessario allestire una

flotta. Quindi classici perché preposti all’allestimento dellaclassis, cioè della flotta, e alla

vigilanza sulle coste italiche. In seguito il loro numero fu ancora aumentato, fino all’epoca di

Silla quando diventano 20. Furono utilizzati soprattutto nelle province come ausiliari dei

governatori nel campo dell’amministrazione finanziaria e, sempre nelle province senatorie,

esercitavano la giurisdizione civile nelle materie per cui a Roma erano competenti gli edili

curuli.

DITTATURA: Magistratura patrizia straordinaria.

Secondo la tradizione, la dittatura sarebbe stata creata per i primi anni della Repubblica con

una lexdictatorecreandi. Sarebbe stato creato in questa occasione il magisterpopuli, la più

antica denominazione del dittatore (501 a.C.). Molti studiosi non reputano attendibile questa

notizia e vorrebbero riportare la figura del magisterpopuli all’età regia o, quanto meno, alla

monarchia etrusca identificandolo con un ausiliare subordinato del re o cui il re avrebbe potuto

delegare il supremo comando dell’esercito, avente a sua volta il magisterequitum alle sue

dipendenze come comandante della cavalleria. Secondo alcuni studiosi il magisterpopuli

sarebbe stato l’immediato successore del re: il ponte di passaggio dalla carica regia a quella

consolare, per cui, secondo questo indirizzo storiografico, il dittatore non sarebbe stato in

realtà un magistrato straordinario ma anzi, fino alla creazione dei consoli il supremo magistrato

ordinario, in quanto successore del re. Qualunque sia stata l’origine della dittatura, è certo che

nel compiuto assetto della costituzione repubblicana fu una magistratura straordinaria a cui si

fece ricorso solo in casi straordinari.

Al dittatore si fece ricorso per due scopi:

-Rei gerunde o belli gerundi causa/sevitionissedande causa;

- o in causa di guerra, per sedare sommosse interne.

Quindi in momenti di gran pericolo o interno o esterno per le sorti della Repubblica.

Successivamente fu utilizzato anche per lo svolgimento di compiti specifici ai quali non

potevano provvedere i magistrati ordinari; esempio, il dictatorsenatuilegendo, che aveva il

compito di scegliere i senatori al posto dei censori; il dictatorcomitiarumhabendorum, che

aveva il compito di convocare e presiedere i comizi elettorali; il dictatorludorumfacendarum

causa, che aveva il compito di organizzare i giochi pubblici, normalmente organizzati dagli edili

curuli; il dictatorferariumcostituendarum causa, che aveva il compito di organizzare

determinate festività; il dictator clavi fingendi causa, che presiedeva ad una solenne cerimonia

che si teneva ogni anno alle idi di settembre e nel corso della quale, forse a scopo apotropaico

( cioè per scongiurare gli influssi maligni), si infliggeva un clausus, cioè un chiodo nelle mura

del tempio di Giove. 99

Molti studiosi, sulla base di un passo di Festo, sono soliti contrappore il dittatore per i casi

normali e il dittatore assegnato a compiti specifici, designando il primo come dictatoroptime

iure o optima legiscreatis, e il secondo come dictator in minuti iure.

Però il passo di Festo non autorizza una simile contrapposizione: egli riferisce semplicemente

che il dittatore poteva dirsi optime iure o optima legiscreatis fino a quando il suo potere

punitivo non fu soggetto alla provocatio ad popolum e aggiunge che il suo potere divenne in

minute iure una volta che fu limitato dalla provocatio. Inoltre la designazione del primo e del

secondo, oltre ad essere priva di alcun fondamento nelle fonti, di per sé potrebbe far credere

che i secondi godessero di minori poteri quando in realtà si trovavano sullo stesso piano e da

un punto di vista giuridico costituzionale avevano poteri del tutto identici, con la differenza che,

in quanto destinati a compiti specifici, avevano un ambito di competenze rispetto a quelle del

normale dittatore. Innanzitutto la dittatura non era elettiva, il dittatore non veniva eletto dai

comizi ma veniva nominato da uno dei due consoli. La nomina del dittatore era detta dixio, da

cui si fa derivare il nome di dictator.

La dixio era un rito solenne che poteva avvenire solo in agra romano da uno dei due consoli

dopo aver preso gli auspicia ed aver constatato che fossero favorevoli, rivolto ad oriente di

notte, quando tutt’intorno regnava il silenzio, nominava il dittatore.

Dopo essere stato nominato, il dittatore doveva nominare un magisterequitum, e dopo di che

procedeva a convocare i comitia curiata per il compimento della lex curiata de imperio.

La dittatura non era collegiale: era una carica monocratica, intesa quasi come una

reminiscenza dell’antico monarca. Era un magistrato unico, sine collegio. Il magisterequitum

non è infatti da considerare come un collega, era un suo luogotenente, il suo ausiliare

subordinato, tant’è vero che una volta nominato il dittatore avrebbe potuto in qualsiasi

momento revocarlo e sostituirlo con una persona di maggiore fiducia.

La dittatura era temporanea ma non era la temporaneità. Egli restava in carica per il tempo

necessario all’espletamento dei suoi compiti, tempo che comunque non poteva eccedere i 6

mesi, e in ogni caso anche quando non fossero trascorsi i 6 mesi dalla sua entrata in carica e

non avesse ancora esaurito i suoi compiti usciva di carica con l’uscita di carica del console che

lo aveva nominato.

Famoso il caso di Lucio Quinzio Cincinnato, che nominato dittatore nel 458 a.C. per condurre

una guerra contro gli equi, riportò una vittoria schiacciante e dopo appena 6 giorni abdicò dalla

carica per tornare a coltivare i suoi campi.

Una volta uscito dalla carica, il dittatore tornava ad essere un privato cittadino come tutti gli

altri magistrati, però, essendo alla pari del tribuni della plebe e dei censori, non poteva essere

chiamato a rispondere del suo operato. Se si trattava di un dictator belli gerundi causa non

doveva rendere conto delle somme che gli erano state preferite per lo svolgimento della

campagna militare.

Vi è una motivazione che porta a rigettare al tesi secondo cui il dittatore non sarebbe stato un

magistrato dal momento che il primo dittatore fu il magisterpopuli, quindi il dittatore fu

l’archetipo del magistrato.

Il dittatore era titolare del summumimperium e di una summa potestas: quindi occupava una

posizione di assoluta superiorità a tutti gli altri magistrati e ciò si manifestava nei segni esteriori

dell’imperio; il dittatore era infatti accompagnato da 24 lettori, il numero doppio rispetto ai 100

lettori che accompagnavano ciascun console. Il dittatore non era soggetto

all’intercessiotribunicia e in origine neppure alla provocatio ad populum alla quale fu

assoggettato solo dopo.

In positivo poteva proclamare iustitiume tumultus senza il bisogno dell’autorizzazione del

Senato.

Fu utilizzata soprattutto nel V e nel VI secolo, e già nel corso del III secolo.

IL PRINCIPATO

Nuovo regime di governo instaurato da Ottaviano Augusto, va dal 27 a.c fino al 284 d.c(anno

in cui prende il potere Diocleziano, considerato il fondatore del dominato).

Principato e Dominato sono i due sottoperiodi dell’impero, che dunque va da Augusto fino alla

morte di Giustiniano nel 565 d.c. Possiamo distinguere per quanto riguarda il principato 3 fasi:

1 principato: va da Augusto a Traiano, dal 27 a.c al 117d.c(morte di Traiano, ascesa al trono di

Adriano)

2 principato: va da Adriano a Commodo, dal 117 al 192, anno della morte di Commodo

3 principato/ principato dei severi: dal 193(ascesa al trono di Settimo Severo, fondatore della

dinastia) fino al 235(anno della morte di Alessandro Severo, ultimo esponente della dinastia).

Alla morte di Alessandro Severo segue un periodo di anarchia militare che dura quasi 50 anni,

nel corso del quale vi sono 24 imperatori legittimi senza considerare gli usurpatori.

QUADRO ANALITICO DEI VARI IMPERATORI

-Augusto(25 a.c-14 d.c)

-Tiberio(14 d.c-37) primo esponente della dinastia giulio-claudia

-Caligola(37-41)Negli ultimi anni mostrò gravi segni di squilibrio intellettuale, come la nomina a

senatore del proprio cavallo, in disprezzo dell’autorità del senato che non lo riconosceva

-Claudio(41-54) Fece emanare un senatusconsultuClaudianum per consentire le nozze tra zio

e nipote, prima considerate incestuose, e potè sposare la nipote Agrippina, che poi lo avvelenò

per preparare la successione al trono del figlio Nerone.

-Nerone(54-68) Uno dei più discussi imperatori romani; si dice che abbia fatto incendiare

Roma nel 64, anche se la più recente storiografia scredita e rende inattendibile la notizia. Nei

primi anni governò bene, ma perché a governare non fu lui ma la madre Agrippina, il prefetto

del pretorio Afranio Burro e Seneca, suo precettore. Alla fine Nerone si suicidò.

Alla morte di Nerone seguì un breve periodo di anarchia militare dal 68-69 nel corso del quale

si susseguirono 3 principi: Galba, Otone, Vitellio. Alla morte di Vitellio succede Vespasiano.

-Vespasiano(69-79) fondatore della dinastia dei flavi, a cui susseguono i due figli 101

-Tito(79-81) Definito “amore e delizia per il genere umano”, per le sue spiccati doti umanitarie

-Domiziano(81-96) con lui si conclude la dinastia dei Flavi

-Nerva(96-98) vecchio senatore imposto come principe dal senato

-Traianno(98-117) definito “optimusprinceps”; sotto Traiano l’impero conobbe la sua massima

espansione terriotoriale

-Adriano(117-138)

-Antonino Pio(138-141) fondatore della dinastia degli Antonini, soprannominato pio sia per la

sua indole buona ma soprattutto per il profondo rispetto che ebbe della memoria del

predecessore Adriano.

-Marco Aurelio(161-180) Fino al 169 governò in corregenza con il fratello Lucio Vero, non

fratello di sangue, entrambi erano stati adottati da Antonino Pio, per cui sono noti come

“divesfrates”. E’ noto anche come “l’imperatore filosofo”, scrive un’opera intitolata “pensieri-

colloqui con se stesso”, pervasa da una morale stoica, di cui era seguace.

-Commodo(180-192) figlio di Marco Aurelio, con lui termina la dinastia degli antonini

Alla morte di Commodo, come a quella di Nerone, seguì un periodo di anarchia militare nel

corso del quale si succedono vari principi: Pertinace, Didio Giuliano, Flavio Sulpicio,

PescennioNigro.

-Settimo Severo(193-211) fondatore della dinastia dei Severi

-Caracalla(211-217) inaugura il suo impero con un delitto; uccide tra le braccia della madre il

fratello Geta, e si dice anche che abbia fatto uccidere Emilio Papiniano, che è considerato il

più grande giurista romano e si rifiutò di giustificare il fraticidio

-Macrino(217-218) primo imperatore a non aver rivestito prima la carica di Senatore

-Elio Gabalo(218-222) così chiamato perché in Siria era sacerdote del Dio sole(ElGabal)

-Alessandro Severo(222-235) Termina la dinastia dei Severi

Segue un periodo di anarchia militare che porterà al dominato con Diocleziano. Nel corso di

queste tre fasi il potere del principevenne atteggiandosi in un senso sempre più marcatamente

autoritario, fino a degenerare in potere assoluto e dispotico e a preparare così il passaggio dal

principato al dominato.

Quali furono le vicende che portarono all’instaurazione del principato?

Si risale alla morte di Cesare; morto Cesare, due uomini essenzialmente si presentarono sulla

scena politica per raccoglierne l’eredità. Il suo più stretto collaboratore Marco Antonio,

esponente principale del partito cesariano, e il figlio adottivo Ottaviano. Egli si chiamava

propriamente Ottavio, ed era pronipote di Cesare; Cesare lo aveva adottato nel suo 102

testamento, ed Ottavio aveva fatto confermare l’adozione con una lex curiata, in forza della

quale aveva aggiunto il nome di Caio Giulio cesare Ottaviano.

Antonio ed Ottaviano, in un primo tempo avversari, furono indotti ad allearsi per ragioni di

opportunità politica, e formarono con Lepido, il quale era stato magisterequitum di Cesare, un

“triumvirato rei publicaecostituendae”, per provvedere ad una nuova sistemazione dello Sato.

A differenza del primo triumvirato(Cesare-Crasso-Pompeo nel 60 a.c) il secondo ebbe una

consacrazione ufficiale perché fu sancito dal una lextitia(43 a.c), che attribuì ai triumviri poteri

straordinari, poteri sostitutivi di quelli spettanti ai magistrati ordinari per un periodo di 5 anni

fino al 31 dicembre del 38.

Nel 37 il triumvirato venne rinnovato, prorogato per altri 5 anni ma non giunse a compimento.

Nel 36 Ottaviano indusse Lepido, che contava ben poco, a deporre la carica di triumviro,e nel

32, sostenuto dalla “coniuratioitaliae et provinciarum”, un giuramento di fedeltà dell’Italia e

delle province occidentali, venne a guerra aperta con Antonio, il quale, amante di Cleopatra

regina d’Egitto, voleva spostare il baricentro politico dell’impero da occidente ad oriente, e

assegnare le province orientali a Cleopatra e ai figli voluti da lei.

Quindi abilmente Ottaviano prospettò la guerra contro Antonio non come una guerra civile, ma

come una guerra contro un nemico esterno, il che gli valse l’appoggio dell’Italia e delle

province orientali.Definitivamente Ottaviano sconfisse Antonio il 28 settembre 31 a.c nella

battaglia navale di Azio. Dopo Azio Ottaviano restava il dominus incontrastato di Roma e del

suo impero, sia dell’occidente che dell’oriente. D’altra parte però Ottaviano si rendeva conto

che la tradizione repubblicana era ancora viva, come insegnava l’assassinio di Giulio Cesare,

e che per governare era essenziale mantenere buoni rapporti con il senato. Per cui il 13

gennaio 27 a.c, nel corso di una famosa seduta del senato,Ottaviano depose i poteri

straordinari di cui era ancora titolare in forza della lextitia e della coniuratio, e dichiarò di voler

restituire il governo dello stato al senato e al popolo, con un atto qualificato dai moderni

“traslatio rei publicae”. Il senato in segno di riconoscenza lo invitò a mantenere la carica di

console fino al 23, gli attribuì un imperium decennale su tutte le province non ancora pacificate

e gli conferì il titolo di “augustus”(comandante) e al cognome adottivo Cesare, diventando così

Imperator Caesar Augustus.

Tali fatti sono ricordati dallo stesso Augusto nelle “Res gestae divi Augusti” o “Iudex rerum a se

gestarum”. Sono una breve e solenne cronaca delle sue imprese, che Augusto redasse di

proprio pugno poco prima di morire, nel 14 d.c. Il testo originale è andato perduto, ma ciè noto

grazie al ritrovamento di alcune copie, la più importante delle quali proviene da Ancyra,

l’odierna Ankara in Turchia, ed ènota perciò come “monumentumanciranum”. Augusto,

parlando in prima persona, dopo il 27 fu superiore a tutti per auctoritas, ma in quanto console

non ebbe un potere superiore a quello di cui gli fu collega nel consolato.

L’AUCTORITAS PRINCIPIS è considerata da molti studiosi, tra cui anche Cerami, il supremo

potere costituzionale del principe. Qualcuno efficacemente ha definito il principato come lo

stato dell’acutoritas. Ma in effetti l’auctoritasprincipis non era un potere, bensì uno status, uno

status carismatico; alludeva cioè ad una posizione di superiorità, di preminenza morale e 103

politica del principe rispetto a tutti gli altri cittadini e organi costituzionali. Ma in sé non era un

potere.

Questo assetto, che ancora non era del tutto eversivo, della costituzione repubblicana, non

durò a lungo perché nel 23 Augusto depose la carica di console, che fino ad allora aveva

ammantato di legalità repubblicana la sua posizione, e il senato gli conferì a vita due poteri

che come dice Cerami costituiranno i “fundamenta rei publicae”, ciè i pilastri istituzionali del

nuovo regime: la TRIBUNICIA POTESTAS( complesso di poteri di cui erano titolari i tribuni

della plebe, auxiliilatio, intercessiotribunicia, summa coercendipotestas, iusagendicum plebe,

iusagendicumpatribus), e l’”IMPERIUM PROCONSOLARE MAIUS ET INFINITUS”.

In forza della tribuniciapotestas, Augusto ottenne tutti i poteri e le prerogative proprie dei

tribuni: la sacrosantitas, cioè l’inviolabilità, e il potere di intercessio, grazie al quale poteva

paralizzare qualunque atto dei pubblici poteri, magistrature, comizi e senato. E’ da notare che

Augusto aveva la tribuniciapotestas a vita ma non era un tribuno. Con quale vantaggio?

Poteva opporre l’intercessio ai tribuni ma, non essendo un loro collega, non poteva a sua volta

subire l’intercessio dai tribuni, ponendolo così in una posizione di privilegio rispetto ai tribuni.

L’imperium proconsolare maius et infinitus era appunto un imperio proconsolare atipico e

speciale, perché superiore a quello di ogni altro proconsole, ed esteso a tutto il territorio

dell’impero. In forza di tale potere, Augusto aveva la direzione e il controllo di tutte le province

e il comando supremo degli eserciti. Quindi la tribuniciapotestas gli conferiva il sommo potere

civile, l’imperium proconsolare maius et infitus il supremo potere militare. Nasceva così il

principato.

Come qualificare dal punto di vista istituzionale il principato? A quale forma di governo

corrispondeva?

Il problema della qualifica istituzionale del principato in storiografia è stato ampiamente

dibattuto e sono emerse varie posizioni;

- Sulla scia di alcuni storiografi augustei, in particolare Patercolo, hanno considerato il

principato augusteo come una “revocatio rei publicae”, una restaurazione della repubblica. In

effetti questa fu l’apparenza, la facciata del principato. Abilmente Augusto presentò ai

contemporanei la sua costituzione come un ripristino della repubblica, assunse poteri atipici,

soprattutto per la loro durata vitalizia, ma che risalivano all’età repubblicana, il che dava l’idea

di continuità con il precedente regime, non di una rottura. Augusto evitò innovazioni radicali ed

operò secondo la logica anti-gattopardiana, cioè solo apparentemente non cambiò nulla ,ma di

fatto cambiò tutto. Nella sostanza il nuovo regime divergeva profondamente da quello

repubblicano per l’innesto nell’apparato tradizionale di un nuovo organo individuale, stabile,

permanente, che sovrasta tutti gli altri, in posizione di superiorità rispetto agli altri organi. Se

guardiamo alla sostanza sicuramente non è una restaurazione della repubblica.

- Altri studiosi considerano il principato come una monarchia. La tesi è però chiaramente

contraddetta da Tacito, il principale storico romano di età imperiale che in un passaggio

significativo, riferendosi ad Augusto, afferma che Augusto non aveva ricostituito la comunità

politica col regno né con la dittatura, ma semplicemente con il nome di principe. Il principe,

come il re, era un capo unico e vitalizio ma fino al primo e al secondo principato, prima della

svolta autoritaria dei Severi, in cui si può vedere in effetti un regime sostanzialmente 104

monarchico, il principe non era titolare di un potere regio incontrollato e assoluto, ma come

dice cerami era titolare di un potere decisionale de utilitatepublica, un potere ordinante diretto

ad indirizzare tutti gli altri organi costituzionali verso il perseguimento dell’utilitas(interesse)

pubblica. Al riguardo particolarmente significativo è un messaggio che Tiberio rivolse al senato

nel 22: il senato lo aveva interpellato su una materia, quella dell’obbligatorietà o meno delle

leggi contro il lusso(le leges suntuarie) che in realtà era di competenza dello stesso senato. Al

che Tiberio risponde che compito del principe non è quello di sostituirsi ad altri organi

costituzionali, ma di esprimere il proprio parere in caso di divergenza di vedute su ciò che

doveva ritenersi conforme all’interesse pubblico. Anche se poi questo potere venne

evolvendosi in modo sempre più autoritario nel 2° principato, ancor più nel 3° fino a

degenerare del tutto durante il periodo di anarchia militare, che infatti da Cerami e altri autori

non viene neppure considerato come appartenente al periodo del principato, ma come una

fase di transizione dal principato al dominato.

- Secondo Momnes, soprattutto argomentando della divisione delle provincie in senatorie

e provinciali, definì il principato augusteo una DIARCHIA, un governo a due, una duplice

signoria del principe e del senato. Questa tesi è da rigettare perché il principe, in forza

dell’imperium proconsolare maius et infinitus, aveva la direzione e il controllo di tutte le

province comprese quelle senatorie. Ciò è confermato anche dagli editti di Cirene, 5 editti

pervenuti attraverso un’epigrafe in lingua greca scoperta nel 1926. Con questi editti Augusto

disciplinò la materia del processo criminale, della giurisdizione criminale nella Ciremaica, una

provincia senatoria nella provincia proconsolare d’Africa, che conferma che il potere del

principe si estendeva alle stesse province senatorie.

- Secondo ArangioRuiz il principato augusteo sarebbe da inquadrare entro lo schema del

protettorato. In diritto internazionale con il termine protettorato si fa riferimento ad uno stato

controllato e protetto da uno stato più forte, lo stato protettore, al quale lo stato protetto affida

la gestione degli affari internazionali, conservando invece almeno formalmente una propria

autonomia interna. Per ArangioRuiz, gli organi della costituzione repubblicana, con a capo il

senato, le province senatorie avrebbero costituito lo stato protetto, mentre il principe, con i suoi

funzionari e le province imperiali, avrebbero rappresentato lo stato protettore.; si tratta però di

una tesi artificiosa, se non altro per la difficoltà che sta a monte di concepire un ordinamento

protettore integrato nello stesso ordinamento protetto. Secondo lo schema del protettorato,

stato protettore e stato protetto sono entri distinti, qui invece coincidono. In definitiva egli

guarda al principato attraverso la lente deformante dell’esperienza dei suoi tempi, in cui lo

strumento del protettorato era ancora utilizzato dalle grandi potenze coloniali; propone una tesi

artificiosa e distorta dello schema dello stesso protettorato.

- Per altri studiosi, tra cui Cerami, e come già dichiarava Svetonio(visse tra il primo e il

secondo secolo, fu segretario di Adriano, ebbe quindi accesso agli archivi imperiali, da cui

attinse notizie per comporre la sua opera principale “Vita dei Cesari”, una serie di biografie da

Cesare fino a Domiziano), il principato augusteo fu un “novus status rei publicae”, nuovo

regime di governo incentrato sulla figura del princeps e non inquadrabile entro schemi

appartenenti all’esperienza moderna o classica. Fu frutto del capolavoro diplomatico di

Augusto, creazione originale di Augusto che, come attesta Svetonio, dichiarava egli stesso di

esserne l’auctor, il fondatore.

Come si consolidò il principato? 105

Morto Augusto nel 14 d.c, il principato venne consolidandosi nel corso del I secolo in forza di

un atto denominato “Lex de imperio”. La lex de imperio era un senato consulto sottoposto

all’approvazione dei comizi e quindi seguito da una legge comiziale, quindi atto complesso

perché risultante dalla fusione di due atti, con cui senato e popolo investivano il principe dei

suoi poteri. Su questa forma della lex e sul suo contenuto siamo informati grazie ad

un’epigrafe su tavola di bronzo scoperta nel 1346 presso la basilica del Laterano da Cola Di

Rienzo, che oggi si trova custodita a Roma nel museo Capitolino, cioè la Lex de imperio

Vespasiani, così denominata perché relativa all’investitura di Vespasiano, avvenuta nel 69. La

lex de imperio Vespasiani consta di una serie di 8 clausole che autorizzavano Vespasiano

all’esercizio di una serie di poteri. Le 8 clausole sono costruite con utique+congiuntivo,

secondo la tipica forma concessiva dei senato consulti. Dopo le 8 clausole segue la

sanctio(tipica della legge comiziale). Quindi sulla base delle caratteristiche esteriori della lex

de imperio si può dire in generale che almeno per il I secolo la lex de imperio fu un senato

consulto seguito da una legge comiziale. La lex de imperio era formalmente necessaria per

l’investitura del principe e per ratificare eventuali atti che il principe avesse compiuto prima di

essere investito dei suoi poteri, ma di fatto a scegliere la persona del principe non erano il

popolo e il senato con la lex de imperio. Il popolo e il senato si limitavano in sostanza a

ratificare una scelta che era già stata operata da altri, in linea di massima o dalle truppe o dal

principe in carica. In linea di massima il principe o veniva acclamato dalle truppe, spesso dai

pretoriani, o adottato e associato al potere come coreggente del principe in carica che lo

scelse spesso nell’ambito della propria cerchia familiare e si formavano così vere e proprie

dinastie imperiali:

-Giulio-Claudia: Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone

-Flavia: Vespasiano, Tito, Domiziano

-Antonini: Antonino Pio, Marco Aurelio, Lucio Vero, Commodo

-Severi: Settimo Severo, Caracalla,Geta, Macrino, Alessandro Severo. Solo Nerva per primo

scelse il futuro principe, Adriano, al di fuori della sua cerchia familiare, in ciò seguito da

Traiano, Antonino Pio, ma con Marco Aurelio si torna al principio dinastico, perché sceglie

come successore il proprio figlio Commodo.

Cosa ne fu dell’apparato tradizionale? Dei magistrati, del senato e dei comizi?

MAGISTRATURE

Continuarono ad essere ambite sia per il loro prestigio sia per l’avere percorso il cursus

honorum era presupposto necessario per poter accedere ai posti di vertice

dell’amministrazione imperiale. Tolto questo però, le magistrature furono private delle loro

funzioni più importanti, assunte o dallo stesso principe, o attribuite dal principe ai propri

funzionari. Ovviamente risentirono di più il colpo del passaggio al nuovo regime quelle

magistrature chiamate ad esercitare funzioni incompatibili con la posizione di egemonia e

supremazia assunta dal principe, in particolare il consolato e il tribunato della plebe.

Il consolato conservò l’eponimia, l’antica dignità onorifica, ma venne privato di tutte le

- funzioni di indirizzo politico, di tutte le funzioni di governo. La sua durata venne limitata

106

prima 6 mesi, poi a 4 e infine a sotto i Severi a 2, per cui ci furono 12 consoli in un

anno, anche se solo i primi due, i “consules ordinari”, erano eponimi;

I tribuni conservarono le loro funzioni, ma la loro intercessio era ormai vanificata dalla

- tribuniciapotestas del princeps;

La censura scomparve del tutto, assorbita nei poteri imperiali. Formalmente venne

- abolita da Domiziano, che assunse a vita il titolo dei censori. Risentirono meno del

mutato assetto costituzionale quelle magistrature chiamate ad esercitare funzioni

tecniche, giurisdizionali e amministrative, cioè quelle che non avevano grossi riflessi

sull’ordine politico generale.

I pretori continuarono ad esercitare a giurisdizione civile, ad amministrare la giustizia e

- furono creati nuovi pretori con specifiche competenze giurisdizionali, come il

FIDECOMMISSARIUS, competente ad esercitare la giurisdizione in tema di

fedecommessi, disposizioni di ultima volontà per la cui esecuzione in favore del

beneficiario, detto FEDECOMMISSARIO, il disponente si rimetteva alla fides

dell’onerato, o l’erede o il legatario; il pretorfiscalis con Nerva, il pretor de

liberalibuscausis e altre figure minori

Gli edili per tutto il primo sec d.c. conservarono le loro funzioni giurisdizionali, mentre

- nelle loro funzioni amministrative(cura urbs, cura annonae, cura ludorum) furono

sostituiti da 3 prefetti: il prefectus urbi, prefectusannonae, prefectusvigilum, e dai

procuratori

La questura sostanzialmente non fu toccata, almeno fino a Nerone, che poi sottrasse

- ai questori la gestione dell’erario populi romani.

COMIZI

Furono l’organo che decadde più rapidamente; in età repubblicana svolgevano funzioni

deliberative:

Funzione legislativa: aveva subito un’interruzione negli ultimi anni della res publica per

- l’accentrarsi del potere normativo nelle mani dei triumviri; conobbe poi un nuovo

impulso, una ripresa sotto Augusto, il quale, in forza della sua tribuniciapotestas,

sottopose all’approvazione dei concilia plebis numerose proposte di plebisciti, ormai

equiparati alle leggi, e altre proposte di leggi fece presentare dai consoli. Dopo

Augusto, i comiti si riunirono sempre più raramente: da Augusto a Nerva si contano

complessivamente una ventina di leges e la funzione legislativa si esaurì del tutto.

L’ultima legge comiziale di cui abbiamo notizia è del 98, del periodo di Nerva e, guarda

caso, è una lex agraria, ripercorrendo il filone ideologico tipico della legislazione

comiziale.

Funzione elettiva: Augusto riformò il procedimento per l’elezione dei consoli e dei

- pretori, articolandolo in 2 fasi(fasi del procedimento elettorale)

I FASE, DESTINATIO= consisteva nella scelta dei candidati da sottoporre

all’approvazione dei comiti, scelta effettuata da 10 centurie estratte a sorte, di senatori

e cavalieri, le centurie destinatrici. 107

II FASE, CREATIO= consisteva nell’approvazione da parte dei comiti dei candidati

scelti dalle centurie destinatrici. Però negli ultimi anni del principato di Tiberio, dal 32 al

37, il numero dei candidati da sottoporre all’approvazione dei comizi, il numero dei

candidati da eleggere venne a coincidere con il numero dei candidati scelti

preventivamente o dal principe o dal senato, per cui la funzione elettiva si ridusse ad

una farsa, a una mera ratifica e acclamazione da parte dei comiti dei candidati o

“commendati”, cioè raccomandati in modo vincolante dal principe, o “destinati”, scelti

preventivamente dal senato. Per cui Tacito, con specifico riguardo ai senatori

destinati,affermava che negli ultimi anni del principato la funzione elettiva, in particolare

dei consoli e pretori, passava dal Campo Marzio(dove erano soliti riunirsi i comitia

centuriata) al senato.

Con i Severi si andò oltre perché i magistrati furono eletti direttamente dal principe;

viene meno anche ogni apparenza.

Funzione giudiziaria: si era già esaurita con Silla, perché il processo delle

- quaestionesperpetuae di fatto finì per sostituire il sistema degli iudiciapopuli, che anche

formalmente fu abolito da Augusto nel 17 con una Lex Iulia iudiciorumpublicorum.

SENATO

Era stato il fulcro della costituzione repubblicana e la roccaforte dell’aristocrazia

senatoria, per cui Augusto formalmente mostrò grande rispetto per il senato, non

intaccò i privilegi di base dell’aristocrazia senatoria. Come mai il senato si lasciò privare

della sua funzione di guida? Perché abilmente Augusto lasciò intatte le loro posizioni

sociali ed economiche, non venne intaccata la grande proprietà fondiaria, cercò

l’appoggio delle grandi famiglie senatorie. Quando era in senato era sempre tra gli

ultimi a prendere la parola, non interveniva mai per primo, lasciava parlare, non fece

perseguire gli autori del libelli ingiuriosi scritti contro di lui; in questo senso si è parlato

di un LIBERALISMO di Augusto, che va inteso con tutti i limiti del caso, perché Augusto

asservì il senato al suo volere e ne fece uno strumento della politica del principe:

-ridusse a 600 il numero dei senatori che dopo Cesare erano diventati circa 1000

-esercitò un controllo sulla composizione del senato, sia nominando direttamente a

titolo straordinario alcuni senatori con lo strumento dell’ADLECTIO, nomina di un

senatore direttamente da parte del principe; sia procedendo ad un revisione ogni anno

delle liste dei senatori, escludendo i membri ritenuti indegni o comunque non graditi. In

questo modo Augusto si assicurava un senato, se non del tutto compiacente,

comunque disposto e aperto a collaborare. Inoltre, formalmente per snellire la

procedura della discussione in senato ma di fatto per controllarla a monte, Augusto

ogni 6 mesi sorteggiava una commissione di senatori, una sorte di commissione

referente ante litteram, con i quali discuteva in precedenza le questioni che sarebbero

state poi trattate in senato in seduta plenaria.

-Per quanto riguarda il regolamento interno, Augusto inasprì le multe nel caso di

assenteismo, mancata partecipazione ingiustificata alle sedute del senato; stabilì il 108

numero legale necessario per la validità delle delibere; distinse tra “senatuslegittimus e

senatusindictus”, cioè tra sedute ordinarie del senato, che dovevano tersi 2 volte al

mese, alle calende e alle idi di ogni mese, e le sedute straordinarie. Eccezionalmente

per i mesi di settembre e ottobre il numero dei senatori veniva estratto a sorte.

Per quanto riguarda le funzioni del senato:

Sopravvisse solo la funzione consultiva nei confronti dei magistrati perché la funzione

- consultiva nei confronti del principe fu esercitata da un nuovo organo, il

conciliumprincipis;

L’auctoritaspatrum e la gestione dell’interregnum vennero del tutto meno;

- Il senato inoltre fu costretto a dividere con il principe l’amministrazione delle province;

- Perdette ogni ingerenza in campo militare, nel campo della politica estera e, a partire

- da Nerone, anche in campo finanziario;

Continuò ad emanare senato consulti normativi a cui fu riconosciuta forza di legge;

- anzi, dopo l’esaurirsi della funzione legislativa dei comizi e prima del pieno affermarsi

delle costituzioni imperiali, che erano atti normativi dello stesso principe, il fenomeno

dei senato consulti normativi si intensificò in misura assai maggiore rispetto all’ultima

età repubblicana, solo che, a partire da Adriano, i senato consulti normativi se pure

formalmente provenivano dal senato, nella sostanza si ridussero a una espressione

della volontà normativa del principe; nella sostanza divennero costituzioni imperiali

perché si limitavano ad una mera acclamazione da parte del senato delle orationes in

senatuhabite= “discorsi tenuti in senato”, discorsi con il quale il principe in senato

sottoponeva all’approvazione dei senatori una proposta di legge. Questi discorsi o

venivano tenuti personalmente dal principe, o venivano comunicati per iscritto, o come

avvenne più spesso a partire da Claudio venivano eletti da un delegato del principe.

Ad ogni modo il senato approvava sempre la proposta senza mai emendarla, tanto è

vero che i giuristi citavano più spesso l’oratio piuttosto che il senato consulto, cioè

citavano la proposta anziché l’atto con cui formalmente essa veniva approvata o, al

limite, citavano insieme l’oratio e il senato consulto, solo quando il senato consulto

offriva una formulazione più precisa rispetto l’oratio.

LE NUOVE FUNZIONI DEL SENATO

Il senato designa i candidati alle magistrature, ma nel farlo doveva tenere conto della

- “commendatio”, raccomandazione vincolante che il principe faceva di alcuni candidati.

La lex de imperio infatti attribuiva al principe il potere di commendare i candidati alle

magistrature e anche di suffragarli, cioè di dare il suo appoggio elettorale a certi

candidati;

Intervenne anche nella giurisdizione criminale, con la cognitio senatoria. Nel III sec

- però questa funzione giudiziaria cedette il posto alla iurisdictio imperiale che divenne

assorbente ed esclusiva, 109

Investiva il principe con il popolo dei suoi poteri con la lex de imperio, la quale però si

- riduceva ad una ratifica di una scelta già operata o dalle truppe, o dal principe in carica;

Morto il principe, esprimeva un giudizio politico sulla sua condotta; questo giudizio

- portava o alla “consecratio”, cioè alla divinizzazione del principe, che diventava “divus”,

o alla “damnatio memoriae”, condanna della memoria, come Nerone, comportava la

cancellazione del nome del defunto principe da tutti i luoghi pubblici, il divieto di funerali

solenni, erigere statue e concedere altri onori al defunto, il divieto di pronunciare

giuramenti in suo onore.

NUOVO APPARATO AMMINISTRATIVO

Con l’avvento del principato, già a partire da Augusto, all’apparato tradizionale venne

ad affiancarsi, per poi gradualmente sostituirsi ad esso in gran parte, un nuovo

apparato amministrativo formato dai FUNZIONARI IMPERIALI= titolari delle cariche

imperiali, dette”Nova officia”, in contrapposizione alle vecchie magistrature. I funzionari

imperiali coadiuvavano il principe nell’esercizio delle sue funzioni, e in origine erano

dipendenti privati del principe in molti casi. Con Adriano però furono tutti

istituzionalizzati, vennero tutti trasformati in pubblici funzionari. I funzionari imperiali si

distinguevano dai vecchi magistrati sotto vari profili:

-erano titolari di un potere delegato, derivavano il loro potere direttamente dal principe; i

magistrati invece erano titolari di un potere originario; i funzionari quindi

rappresentavano il principe e non la res publica, rispondevano al principe solamente, e

se erano eccezionalmente impediti ad esercitare le loro funzioni non potevano delegare

ad altri il loro potere, perché si dice “delegatus delegare non potest”, il delegato non

può a sua volta delegare.

-A differenza dei magistrati, i funzionari non venivano eletti dal popolo o dalla plebe, ma

venivano nominati direttamente dal principe

-i funzionari non erano temporanei, non restavano in carica per un periodo di tempo

limitato ma restavano in carica a tempo indeterminato, senza limiti di tempo, finchè il

principe che li aveva nominati lo riteneva opportuno e non rimuovesse dall’incarico;

decadevano dalla carica con la morte del principe che li aveva nominati, salvo se

fossero confermati dal successore

-i funzionari non svolgevano gratuitamente le loro funzioni ma erano stipendiati ed

erano inquadrati in una rigida gerarchia

FUNZIONARI DELL’AMMINISTRAZIONE IMPERIALE

Prefetti- curatori- procuratori- funzionari della cancelleria imperiale- funzionari del

conciliumprincipis 110

PREFETTI: furono i più importanti funzionari dell’amministrazione centrale; erano altri

dirigenti della burocrazia imperiale; avevano tutti sede a Roma e ad essi erano affidati

in generale i servizi di sicurezza personale dell’imperatore e sicurezza pubblica della

capitale. La categoria comprende: prefetti del pretorio- prefectus urbi-

prefectusannonae- prefectusvigilum

-Prefetti del pretorio: venivano scelti solitamente in numero di 2 o di 3 tra i cavalieri ed

avevano il comando delle corti pretorie; queste erano formate dai pretoriani, le guardi

del corpo del principe. Con il tempo svolgevano anche altre funzioni:

- il comando delle truppe stanziate in Italia oltre le 100 miglia da Roma

- esercitavano in primo grado la giurisdizione criminale su tutta l’Italia, sempre oltre le

100 miglia da Roma

- potevano giudicare “vice sacra”, cioè in luogo dell’imperatore in grado di appello in

caso avverso alle sentenze emanate dai governatori provinciali, sia in materia civile che

in materia criminale.

Con Alessandro Severo i prefetti del pretorio potevano emanare veri e propri

provvedimenti normativi, ordinanze dette “Forme”. Queste ordinanze non potevano

essere in contrasto con le costituzioni imperiali e le leggi comiziali già emanate.

Per la loro vicinanza al principe spesso i prefetti del pretorio ebbero un ruolo

fondamentale nelle vicende della successione alla carica imperiale; molti principi infatti

furono assassinati proprio dal prefetto del pretorio. Per la rilevanza giuridica di alcune

delle funzioni loro affidate, la carica dei prefetti del pretorio fu attribuita nell’età dei

severi ad importanti giuristi(Papiniano, Paolo, Ulpiano) che sono i 3 principali giuristi

dell’età serviana. Si ritrovano con Gaio e Modestino nella cosiddetta “legge delle

citazioni”, una costituzione imperiale del 426 con cui Valentiniano III disciplinò la

produzione in giudizio degli iura, scritti della giurisprudenza classica.

Prefectusannonae= sostituì gli edili nel sovraintendere l’approvvigionamento della città

- di Roma, con poteri di giurisdizione criminale e anche poteri di giurisdizione civile per

quanto riguarda le controversie relative al commercio di grano.

Prefectus urbi= veniva scelto tra l’ordine senatorio; aveva il comando della milizia

- cittadina, delle corti urbane; aveva funzioni di polizia e anche poter di giurisdizione

criminale relativamente alle materie di sua competenza, e poteri di giurisdizione civile in

alcune specifiche controversie: relative alla reintegrazione nel possesso di immobili da

cui il possessore fosse stato violentemente spogliato, controversie in cui erano coinvolti

gli argentai, cioè i banchieri; controversie tra schiavo e padrone, tra liberti e patroni, tra

filii e patresfamilias; controversie concernenti le richieste di sospensione o rimozione di

opere eseguite legittimamente. 111

Prefectusvigilum= aveva il comando delle corti dei vigili; sostituendosi agli edili aveva

- compiti di prevenzione e spegnimento degli incendi, di polizia stradale notturna con

connessi poteri di giurisdizione criminale.

Curatori=venivano nominati dal principe d’intesa con il senato tra gli appartenenti

- all’ordine senatorio; erano tra i pochi funzionari di appartenenza all’ordine senatorio,

perché in genere i funzionari imperiali furono nominati tra gli appartenenti all’ordine

equestre, fanno eccezione i curatori, il prefectus urbi, i governatori della maggior parte

delle province imperiali, i legati Augusti propretore.

I curatori esercitavano funzioni tecniche che un tempo spettavano soprattutto ai

censori; i principali servizi loro affidati furono quelli dell’acquedotto, della

regolarizzazione del corso del Tevere, della conservazione dei pubblici edifici, della

sorveglianza e manutenzione delle grandi vie di comunicazione. In origine era affidato

ad un curatore l’esercizio di approvvigionamento dell’urbs, poi fu affidato al

prefectusannonae.

Procuratori= furono i più numerosi tra i funzionari dell’amministrazione imperiale. In

- origine era dipendenti privati del principe, che li sceglieva tra i propri liberti in genere,

ma con Adriano furono trasformati in pubblici funzionari; furono tratti dall’ordine

equestre e furono inquadrati in classi stipendiarie. Solitamente i più esercitavano

funzioni di carattere finanziario nelle province sia imperiali che senatorie. Sempre nelle

province, potevano essere impiegati come sostituti dei governatori, quando quest’ultimi

erano impediti ad esercitare le loro funzioni; talora furono preposti al governo

direttamente di alcune province, le province procuratorie.

FUNZIONARI DELLA CONCELLERIA IMPERIALE

Erano funzionari di corte che coadiuvavano il principe nel preparare ed emanare gli atti.

La cancelleria imperiale constava di una serie di uffici, detti “Scrinia”, indicati ciascuno

con la preposizione a/ab seguita dall’indicazione dell’ablativo della mansione che

veniva affidata. Gli uffici più importanti furono:

Scrinium ab epistulis: ufficio della corrispondenza

- Scrinium a libellis: ufficio delle petizioni

- Scrinium a cognitionibus: ufficio delle inchieste

- Scrinium a rationibus: ufficio della ragioneria

- Scrinium a memoria: ufficio della documentazione

- Lo scrinium ab epistulis era addetto alle corrispondenze ufficiali del principe; era

incaricato di rispondere per epistulam alle consultazioni rivolte al principe dai funzionari

e dai governatori delle province senatorie. Aveva anche altri compiti minori: curava le

pratiche relative alla nomina dei funzionari e degli impiegati e anche la concessione di

112

privilegi. Con Adriano, che riorganizzò in generale la cancelleria imperiale, lo scrinium

ab epistulis fu diviso in 2 sezioni: quella latina, la più importante, e quella greca(Ab

epistulislatinis, ab epistulisgrecis). Entrambe le sezioni erano dirette dai MAGISTRI: il

magister era un impiegato di concetto, un impiegato con mansioni prevalentemente

intellettuali e il capo della sezione latina. Era equiparato ai TRECENARI, che erano i

procuratori più elevati ede erano cosiddetti perché ricevevano uno stipendio di 300 mila

sesterzi.

Lo scrinium a cognitionibus istituiva le cause sottoposte alla cognitio del principe;

raccoglieva gli elementi probatori necessari per la decisione delle cause

Lo scrinium a rationibus fu istituito da Claudio, poi Adriano lo trasformò in una

procuratio e ne affidò la direzione al PROCURATOR A RATIONIBUS, che aveva il

compito di coordinare tutta l’attività finanziaria che faceva capo al principe.

Lo scrinium a memoria preparava i discorsi del principe, custodiva gli atti e i documenti

imperiali e predisponeva tutti gli atti che non rientravano nella competenza di altri uffici.

IL CONSILIUM PRINCIPIS

Era l’organo di consulenza del principe; fu creato da Augusto, ma aveva precedenti

nella storia antica: sia precedenti ellenistici( i ιλοι, gli amici di cui si circondavano i

ϕ

successori di Alessandro Magno) sia precedenti romani( se pensiamo alle consortorie

che gravitavano intorno ai grandi personaggi della repubblica o anche al consilium di

giuristi da cui solitamente si faceva coadiuvare il pretore. I giuristi erano i veri autori

delle formule nell’editto del pretorio). Anche Augusto era solito riunire amici e persone

fidate per avere consigli su questioni giuridiche e politiche di particolare rilevanza. I

successori di Augusto fino a tutto il primo principato ne seguirono l’esempio e non era

un’istituzione stabile, con una propria organizzazione e competenze ben determinate,

veniva costituito dal principe di volta in volta ed era riunione informale di amici et

comitesprincipis. Adriano nel quadro di una generale istituzionalizzazione della

burocrazia imperiale lo trasformò in un organo permanente dell’amministrazione

centrale, in una sorta di consiglio di Stato, ai gabinetti dei presidenti americani. Ne

chiamò a far parte illustri personaggi dell’ordine senatorio ed equestre, e soprattutto i

più eminenti giuristi del suo tempo la cui nomina era sottoposta all’approvazione del

senato.

Il consiliumprincipis veniva presieduto dallo stesso principe, o in sua vece da un

prefetto del pretorio, perché furono chiamati a far parte del consilium anche i prefetti del

pretorio e i capi dei principali uffici della cancelleria imperiale, e consigliava il principe

su tutte le questioni che gli venivano sottoposte. 113

Nel III sec divenne la massima espressione della burocrazia imperiale e sostituì il

senato quale organo consultivo del principe per ogni questione di pubblico interesse.

Era l’organo che assicurava la continuità della politica imperiale, perché molti funzionari

continuarono a farne parte anche dopo la morte del principe che li aveva nominati, e

quindi consigliavano più principi, dando un indirizzo unitario alla loro politica.

ORDINAMENTO FINANZIARIO DEL PRINCIPATO

L’ordinamento finanziario del principato, da Augusto fino agli Antonini, fu costituito da 3 casse

pubbliche:

Erariumpopuli romani/ erarium saturni

- Erariummilitiae

- Fiscuscaesaris

- 3 distinte casse pubbliche che però sotto i Severi furono unificate, perché il

fiscuscaesaris assorbì sia l’erariumpopuli romani che l’erariummilitiae

Erariumpopuli romani: risaliva già all’età repubblicana e veniva amministrato e

custodito dai questori sotto l’alta sorveglianza del senato che in fondo ne aveva il

controllo. Però Nerone sottrasse ai questori la gestione dell’erario pupuli romani e la

affidò a prefetti di nomina imperiale, i PREFETTI SATURNI. Quindi con Nerone il

senato perse anche la gestione dell’erario. L’erariumpopuli romani era alimentato dalle

entrate:

STIPENDIUM: imposta fondiaria a carico delle province senatorie

- VICESIMA MANUMISSIONUM: imposta sulle manomissioni, era la ventesima parte,

- quindi imposta del 5% sul valore degli schiavi manomessi. Era stata introdotta nel 357

da una Lex Manlia.

BONA VACANTIA: erano i beni ereditari senza un successore. Quando qualcuno

- moriva e non lasciava eredi, i suoi beni venivano devoluti allo Stato, così come ora

CADUCA: cespiti ereditari delle persone celibi/ di stato libero o coniugate senza figli,

- che fossero stati istituiti eredi o legatari, non potevano acquistare, ai sensi della

legislazione matrimoniale augustea(Lexiulia et papia= testo unico in materia

114

matrimoniale che risultava dalla fusione di due distinte leggi: una Lexiulia de

maritandisordinibus del 18 a.c. e una Lexpapiapoppaeanuntialis del 9 a.c.)

Erarium militare: fu creato da Augusto nel 6 d.c.per provvedere ai bisogni dell’esercito,

- ed era amministrato da 3 prefetti di rango inferiori ai prefecti saturni. Veniva alimentato

da 2 imposte, oltre che da elargizioni del principe:

VICESIMA HEREDITATUM: imposta sulle successioni, in particolare sulle successioni

- testamentarie; imposta del 5 % sul valore delle successioni. Era stata introdotta da

Augusto nel 6 per cercare di perequare il carico tributario tra cittadini romani e sudditi

provinciali. Cercò di perequarlo perché i fondi italici fino a Diocleziano nel 292 furono

esenti da imposte, al contrario dei fondi provinciali(senatorie e imperiali) che erano

assoggettate all’imposta dello STIPENDIUM nelle province senatorie, e il TRIBUTUM

nelle imperiali( imposte fondiarie). Inoltre tutti i provinciali, anche i cittadini romani

residenti in provincia, pagavano un TRIBUTUM CAPITIS, imposta personale.

CENTESIMA RERUM VENARIUM: imposta dell’1%( la 100esima parte) sulle vendite

- all’asta, sulle vendite pubbliche all’incanto.

Fiscuscaesaris: la cassa imperiale. Fiscus letteralmente è “cesto”. Fu istituito da

- Augusto ma in realtà, durante il principato augusteo, non si ebbe solo un

fiscuscaesaris, tanti fiscicaesaris quante erano le province imperiali le cui rendite

alimentavano soprattutto i vari fisci. All’unificazione dei vari fisci si pervenne con

l’unificazione di Augusto, e in particolare il processo di centralizzazione della finanza

imperiale e il momento conclusivo di tale processo si ebbe con Adriano, che trasformò

lo scrinium a rationibus in una procuratio, ne affidò la gestione ad un procurator con il

compito di coordinare le RATIONES IMPERI, i conti generali dell’impero, ivi inclusi i

redditi derivanti dalle province senatorie. Lo stesso Adriano istituì gli AVVOCATI DEL

FISCO, che intervenivano come difensori in ogni causa in cui era coinvolto il

fiscuscaesaris. Nei primi tempi del principato il fiscuscaesaris fu alimentato dai:

Dazi doganali: tributi che colpiscono le merci importate alle frontiere

- Proventi dalle miniere

- Tributa: imposte a carico dei fondi siti nelle province imperiali. Sotto i Severi il

- fiscuscaesaris assorbì del tutto le entrato dell’erario saturni e quello miltiare. 115

Dal fiscuscaesaris vanno distinte sia il PATRIMONIO CAESARIS sia la RES PRIVATA

PRINCIPIS

-Patrimoniumcaesaris= patrimonio della corona, amministrato da procuratori e

comprendeva tutti i beni necessari per lo svolgimento delle funzioni imperiali

-Res privata principis= patrimonio personale del principe, comprendeva quei beni di cui

il principe poteva liberamente disporre.

L’AMMINISTRAZIONE PERIFERICA

Con la concessione della cittadinanza ai soci italici, in seguito al bellum sociale, le

differenze di stato giuridico che prima esistevano tra le colonie civiumromanorum,

municipia e civitatesfoederate vennero meno, perché tutta la penisola italica divenne un

enorme città-stato, quindi tutti i territori della penisola italica, anche quelli che

formalmente continuavano a conservare il nome di colonie, furono sostanzialmente

municipalizzati, furono assoggettati ad un ordinamento uniforme che si può descrivere

genericamente come ORDINAMENTO MUNICIPALE. In realtà ogni municipio aveva un

proprio ordinamento interno regolato da un’apposita legge, la LEX MUNICIPALIS, detta

LEX COLONIAE, in quelle comunità che erano appunto insignite del titolo di colonie,

considerate più onorifico rispetto a quello di municipi. Ma se prescindevano differenze

di dettaglio, l’ordinamento dei vari tipi era sostanzialmente uniforme.

CARATTERISTICHE DEL MUNICIPIO( territori della penisola italica)

-ogni municipio comprendeva una città capoluogo e un territorio più o meno esteso

comprensivo di villaggi e borgate che non avevano una propria autonomia, ma

dipendevano da un punto divista amministrativo e giurisdizionale dal capoluogo;

-la popolazione del municipio era composta da CIVES ROMANI e INCOLAE, cioè da

cittadini romani e stranieri domiciliati. Entrambi erano obbligati alle prestazioni e agli

oneri civili, ma solo i cives romani potevano rivestire alcune cariche pubbliche;

-ogni municipio aveva propri magistrati, proprie assemblee e un proprio senato;

-I MAGISTRATI MUNICIPALI di regola erano 4, i Quattroviri= erano i Duoviri iure

dicundo(erano magistrati supremi, avevano la gestione amministrativa e finanziaria del

municipio, avevano il comando dell’esercito ed esercitavano la limitata giurisdizione sia

in materia civile che criminale) e i Duoviriediles( che svolgevano funzioni analoghe a

quelle degli edili romani)

I magistrati municipali venivano eletti almeno fino a un certo momento del principato dai

comiti, ma il vero organo di governo era il senato. 116

-Il senato era detto “Curia”, e i suoi membri “Decurioni”; i decurioni costituivano la

classe più elevata della città, anche se venivano onerati di molte prestazioni, secondo il

tipo del binomio romano potere-responsabilità. I decurioni venivano nominati dai duoviri

iure dicundo, o eccezionalmente erano immessi in senato per privilegio imperiale. I

cittadini del municipio, per poter rivestire la carica di decurione, dovevano possedere

determinati requisiti:

-essere ingenui, essere nati liberi/liberti, cioè liberi per affrancazione

-età compresa tra i 25 e i 55 anni

-titolari di un certo censo, non dovevano aver riportato condanne penali, dovevano

pagare una speciale imposta

I municipia quindi godevano di una larga autonomia amministrativa, si

autogovernavano, ma questa loro posizione di privilegio rispetto alle province non durò

a lungo, perché a partire dagli inizi del II sec d.c. e forse già da Nerva, nei municipi

finanziariamente più dissestati furono inviati i CURATORES REI PUBLICAE CIVITATIS,

che erano funzionari di nomina imperiale e avevano il compito di riordinare le finanze

locali. Adriano istituì 4 speciali magistrati, i CONSULARES, sostituiti poi dai IURIDICI

con Marco Aurelio, con compiti di alta giurisdizione civile e controllo sulle

amministrazioni municipali. Nel corso del III sec divenne sempre più frequente il ricorso

a CORRECTORES, una sorta di reggenti con funzioni di controllo su singole regioni o

su gruppi di regioni. Infatti Augusto a fini amministrativi, soprattutto a fini censitari,

fiscali e giudiziari, aveva suddiviso tutto il territorio della penisola italica in distretti detti

REGIONI.

LE PROVINCE(territori fuori la penisola italica)

Augusto suddivise le province in senatorie e imperiali. Le province senatorie erano

quelle più antiche e ormai pacificate, quelle imperiali più recenti e non ancora

pacificate. Augusto dichiarava di voler affidare al senato la gestione delle province più

antiche e ormai pacificate, e riservare a sé le province più recenti e non ancora

pacificate perché il senato diceva, potesse disporre della parte migliore dell’impero,

quando egli invece si addossava tutti i pericoli e le avversità. Questo a parole, perché

come intuiva bene Dione Cassio, storico romano vissuto a cavallo tra II e III sec, autore

di una storia romana dalle origini fino al 229, in 80 libri, il vero intento di Augusto era

quello di avere il controllo esclusivo degli eserciti, dal momento che nelle province

pacificate non c’era bisogno di tenere eserciti permanenti.

Con Traiano, quando l’impero raggiunse la sua massima espansione, le province erano

45, ma solo una decina dipendeva dal senato(Sicilia, Africa, Asia, Macedonia…). Le

province senatorie erano amministrate dal senato per mezzo di ex magistrati, ex

consoli ed ex pretori che assumevano entrambi il titolo di proconsoli, quindi anche a

quelli che prima non avevano gestito il consolato ma solo la pretura. I proconsoli

117

venivano nominati dal senato; restavano in carica per un anno in genere, salvo proroga

per un altro anno, e in questo caso era necessario un apposito senato consulto;

avevano poteri solo civili, non anche militari, infatti non potevano indossare la divisa

militare ma solo abiti civili; venivano coadiuvati nell’amministrazione della giustizia da

uno più LEGATI, e nell’amministrazione finanziaria da un questore.

Le province imperiali erano amministrate dal principe non per mezzo di ex magistrati

ma per mezzo di propri funzionari. I funzionari normalmente preposti al governo delle

province imperiali erano i Legati Augusti pro pretore. Venivano nominati dal principe tra

gli appartenenti all’ordine senatorio, restavano in carica senza limiti di tempo, a tempo

indeterminato finché il principe che li aveva nominati non li rimuovesse dalla carica;

avevano poteri sia civili che militari, avevano l’imperium e venivano coadiuvati nell’

amministrazione della giustizia dai COMITES, assessori, e nell’amministrazione

finanziaria dai PROCURATORI che esercitavano funzioni di controllo anche in quelle

senatorie.

PROVINCE PROCURATORIE= Erano province che il principe per ragioni di

opportunità politica preferiva amministrare, anziché per mezzo di funzionari tratti

dall’ordine senatorio, per mezzo di funzionari scelti tra l’ordine equestre, prima prefetti e

poi procuratori(da qui il nome dato dai moderni a questa categoria di province).

Uno statuto speciale ebbe l’Egitto, annesso a Roma nel 31, dopo la sconfitta di Antonio

e Cleopatra, che si suicidarono nella battaglia navale di Azio. Formalmente l’Egitto non

faceva parte dell’impero, si considerava aggregato a Roma in quanto proprietà

personale del principe; infatti, proprio per sottolineare l’appartenenza strettamente

imperiale, al suo territorio nessun senatore poteva mettere piede in Egitto se non fosse

stato prima autorizzato dal principe, che in Egitto si presentava come successore dei

faraoni e degli altri re, i Tolomei. L’Egitto era amministrato per questo da uno speciale

prefetto, il PraefectusAegipthi/ Augustalis, che era inferiore di rango solo ai prefetti del

pretorio, assumeva il ruolo di vice re in rappresentanza del principe e veniva

coadiuvato nell’amministrazione della giustizia da un IURIDICUS.

Nelle province imperiale e senatorie esistevano “civitatesromanae” e

“civitatesfoederatae”:

-CIVITATES ROMANAE= facevano parte dell’impero romano

-CIVITATES FOEDERATAE= e anche quelle LIBERE, cioè tutte le civitatespregrine,

erano formalmente sovrane. Però, le civitatesfoederatae erano indipendenti sulla base

di un foedus(trattato) che li legava a Roma ed impegnava Roma. Le civitataeliberae

erano autonome solo per volontà unilaterale del popolo romano, per cui a partire da

Traiano furono assoggettate a controlli per la loro amministrazione finanziaria, controlli

prima saltuari, poi sempre più frequenti fino a diventare stabili in età serviana.

LA CITTADINANZA 118

In generale si può dire che con l’avvento del principato la condizione dei provinciali

migliorò notevolmente perché sì che i fondi provinciali continuavano, a differenza dei

fondi italici, ad essere assoggettati al pagamento di un’ imposta(stipendium- tributum)

ma a provvedere alla riscossione dell’imposta fondiaria, come anche del

tributumcapitis, non erano più i pubblicani, i quali spesso si rendevano responsabili di

abusi, ma direttamente i procuratori in quelle imperiali e le amministrazioni locali, in

quelle senatorie, che dovevano poi versare il relativo gettito nelle casse imperiali.

Con Claudio la cittadinanza romana fu concessa a singoli provinciali ed anche ad intere

comunità di provinciali; veniva inoltre regolarmente concessa a tutti i provinciali che

avevano prestato servizio nell’esercito al momento del loro congedo, quando si

congedavano come veterani; inoltre veniva concessa agli ex magistrati e ai membri dei

senati locali delle comunità latine che si trovavano in provincia. Per favorire la

romanizzazione in molte province furono fondate municipia e

coloniaeciviumromanorum. A completamento di questo processo di romanizzazione,

nel 212 Caracalla emanò un editto noto con il nome di Costitutio Antoniana, con cui

concesse la cittadinanza quasi a tutti gli abitanti dell’impero, quasi perché dalla

concessione della cittadinanza furono esclusi i DEDITICII, anche se non si sa con

certezza chi fossero. Alcuni pensano ai pregrininulliuscivitatis, stranieri che non

appartenevano a nessuna comunità cittadina; altri ai barbari, ai quali era stato

permesso di stanziarsi nel territorio dell’impero, ma la questione rimane aperta. Certo è

che la cittadinanza romana fu concessa a quasi tutti gli stranieri stanziati nel territorio

dell’impero, e Caracalla giustificò il suo provvedimento su basi religiose, affermando di

volere estendere il culto degli dei romani a tutti gli stranieri che vivevano nel territorio

romano. Questo solo a parole, perché, come bene intuisce Dione Cassio, l’intento era

quello di accrescere le entrate pubbliche; una volta estesa la cittadinanza romana a

tutti gli abitanti dell’impero, ai municipia venivano automaticamente estese la

vicesimamanomisssione e quella hereditatum, che infatti Caracalla portò dal 5% al

10%. Per effetto della Costitutio Antoniana veniva meno ogni distinzione tra sudditi

provinciali e cittadini romani, il diritto romano era esteso a tutti gli abitanti dell’impero e,

dal modello istituzionale della città-stato si passò al modello di un impero

sovranazionale e universale.

Per quanto riguarda il diritto privato, una conseguenza dell’editto di Caracalla fu la

formazione di un diritto romano volgare, risultante dalla fusione del diritto romano con i

diritti consuetudinari locali. L’editto di Caracalla ci è pervenuto mutilo, in forma

frammentata, attraverso un papiro che si trova conservato in Germania, nel museo di

Ghissen, pubblicato nel 1910, e prende il nome di Papiro Ghissen 40.

ULTIMA LEGGE COMIZIALE:

Gaio Cesare istituì la pena pecuniaria contro coloro che dolosamente spostavano i

ceppi di confine dalla loro posizione o i confini stessi. Nerva stabilisce che, se il fatto è

compiuto dolosamente all’insaputa del padrone da uno schiavo, la pena sia capitale,

salvo che il padrone preferisca pagare una multa. 119

120

PRINCIPATO

Fonti di produzione del diritto

Anche dopo l’esaurirsi della funzione legislativa dei comizi la legge comiziale assunse

parametro di normatività, perché alla sua efficacia i giuristi commisurarono l’efficacia delle altre

fonti di produzione del diritto, comprese le costituzioni imperiali, esclusi però gli editti dei

magistrati giusdicenti perché fonte di iushonorarium e questo si contrapponeva allo ius civile

che aveva nella legge comiziale il suo punto di riferimento. Come le leggi comiziali, anche gli

editti dei magistrati giusdicenti cessarono di essere una fonte di produzione del diritto nell’età

del principato a partire dalla codificazione dell’editto, con la formazione di un editto perpetuo

da parte di Salvio Giuliano su richiesta dell’imperatore Adriano. Il testo definitivo dell’editto fu

approvato con un senato consulto, e si stabilì che se qualche lacuna fosse stata ritrovata

nell’editto, solo l’imperatore sarebbe stato legittimato a colmarla, sulla base di principi che

dovevano essere riportati dall’editto stesso.

I senato consulti normativi erano senato consulti ai quali si riconosceva forza di legge.

1) A partire da Adriano, seppur formalmente divennero una costituzione imperiale, in

espressione della volontà normativa del principe perché si ridussero ad una mera

acclamazione da parte del senato delle “orationes in senatuhabita”: discorsi con cui il

principe presentava in senato una proposta di legge; proposta che il senato approvava

sempre senza mai apportare cambiamenti tant’è vero che i giuristi citavano più

l’orazione anziché il senato consulto: la proposta quindi, anziché l’atto con cui la

proposta veniva approvata.

Tra le fonti dell’età repubblicana certamente la giurisprudenza fu quella più importante.

2) Era quella, si dice, che dava certezza agli altri fattori di produzione e garantiva il

progredire del diritto grazie all’attività giornaliera da parte del giurista. E di ciò i principi

erano consapevoli, cioè che dietro tutte le fonti di produzione del diritto stava la regia

dei giuristi, per cui cercarono di assumere il controllo della giurisprudenza. Già Augusto

introdusse il “iusrespondendi ex auctoritateprincipis”: privilegio concesso ad alcuni

giuristi che consisteva nella responsabilità di dare responsi sulla base della stessa

auctoritas del principe. Augusto lo introdusse innanzi tutto per controllare la

giurisprudenza, ma anche per ridurre il iuscontroversum, tant’è vero che Augusto stabilì

che i giuristi muniti del iusrespondendi dovevano dare responsi in forma scritta e

sigillata, dal momento che il iuscontroversum scaturiva dall’incertezza di certi responsa

che venivano adottati in tribunale. Da un punto di vista formale il iusrespondendi non

comportava, contrariamente a quanto alcuni ritengono, una discriminazione tra i giuristi

che ne erano muniti e quelli che ne erano sprovvisti, perché anche quest’ultimi

potevano liberamente dare responsi, solo che in punto di fatto soltanto i responsi dei

giuristi che ne erano muniti, essendo un po’ come se li avesse rilasciati lo stesso

principe, avrebbero avuto realmente valore nella prassi giudiziaria. Difficilmente un

giudice avrebbe tenuto conto del parere di un giurista non munito del iusrespondendi.

121

Alcuni studiosi, fra i quali Cerami, distinguono dal iusrespondendi ex

auctoritateprincipis, un iuspublicerespondendi, potere di dare responsi pubblicamente,

che sarebbe stato introdotto, in sostituzione del primo, da Tiberio, e per la prima volta

sarebbe stato concesso a Masurio Sabino, giurista del I sec d.c.

Pomponio nell’Enchiridion non risulta chiaro nel delineare le differenze tra i due tipi di

ius, tanto che sembrano coincidere. Un’ interpretazione più mediata del passo deve

portare a credere che i due tipi di diritto in fondo erano la stessa cosa. D’altronde è

chiaro che i giuristi muniti del iusrespondendi ex auctoritateprincipis non rilasciavano

responsi in privato ma in pubblico, dal momento che la giurisprudenza era ormai stata

laicizzata. Questo tipo di ius viene implicitamente abolito da Adriano, che introdusse la

prassi secondo la quale qualsiasi giurista che avesse fiducia del proprio sapere

giuridico poteva liberamente dare responsi in pubblico. Adriano inoltre attribuì forza di

legge ai pareri dei giuristi comunque espressi non solo in sede respondente, ma anche

in sede di scritti scientifici, a patto che si trattasse di pareri fra loro concordi,

diversamente il giudice avrebbe potuto liberamente scegliere uno dei pareri tra loro in

contrasto; ma soprattutto Adriano sostituì al criterio della collaborazione esterna nei

rapporti tra principi e giurisprudenza quello della collaborazione interna o organica.

Adriano inserì i migliori giuristi del suo tempo nel consiliumprincipis e in tutti gli uffici

che trattavano questioni giuridiche. Per cui a partire da Adriano si afferma una nuova

figura del giurista, quella del giurista burocrate, il giurista funzionario ormai pienamente

assorbito dentro la burocrazia imperiale. Scriverà forse in modo troppo enfatico

Papiriano, giurista dell’età dei severi, per ciò considerato il più grande giurista romano,

che i giuristi stavano accanto i principi senza limiti di spazio e di tempo.

Le attività pratiche dei giuristi erano il respondere, l’agere e il cavere. Il respindere a

partire da Adriano perse la propria autonomia, dal momento che i giuristi furono

pienamente assorbiti dalla burocratizzazione imperiale,e così i responsi furono sostituiti

dai rescritti, che altro non erano che costituzioni imperiali. Erano pareri che il principe

rilasciava su questioni dubbie o controverse di diritto. Formalmente gli autori dei

rescritti erano i principi, ma in realtà sappiamo bene com’erano i giuristi inseriti nel

consiliumprincipis e negli uffici della cancelleria imperiale.

Anche l’agere e il cavere subiscono un’involuzione: l’agere consisteva nella

predisposizione di schemi processuali che via via erano stati stabilizzati, si era formato

l’editto tralaticium( massa edittale che si trasmetteva inalterata di pretore in pretore, e

questo processo era culminato con la codificazione dell’editto ad opera di Salvio

Giuliano). Quindi il giurista non era più inventore di formule perché ormai erano

stabilizzate. Non solo, al processo formulare a partire da Augusto si era venuto ad

affiancare un nuovo tipo di processo privato (cognitio extra ordinem) che non esigeva

più la presenza del giurista per l’emanazione della formula, dal momento che nemmeno

esistevano più.

Si esaurisce anche il cavere, che consisteva nella predisposizione di schemi negoziali,

perché anche questi via via vanno standardizzati; così nella maggior parte dei casi si

trattava di compilare semplicemente le parti in bianco, e dal II sec a.c. in questa attività

122

di compilazione si specializzò una nuova figura di operatore del diritto: i tabellaris, in cui

possiamo vedere i predecessori dei moderni notai.

A fronte di questa notevole riduzione delle attività pratiche conobbe notevole sviluppo

l’attività didattica durante l’età del principato. Attività che non venne esercitata solo in

funzione dell’attività pratica, così come era successo nell’età repubblicana, quando gli

allievi del giurista lo seguivano proprio naturalmente nell’attività respondente, ma

l’attività didattica si era via via autonomizzata, veniva svolta anche a prescindere

dall’attività pratica.

Questo perché nell’età del principato sorgono due importanti scuole di diritto fondate in

età augustea fra loro in contrasto, da Augusto fino ad Adriano:

Scuola dei Sabinari o Cassinai, l’altra scuola dei Proculiani.

1Fondata da Ateio Capitone, giurista che si dedicò maggiormente al diritto pubblico,

famoso perché dà la definizione di lex rogata come comando generale del popolo o

della plebe su proposta del magistrato. La scuola prende il nome non da Ateio ma dagli

allievi Masurio Sabino e Cassio Longino, che successe a Sabino stesso nella direzione

della scuola.

2Fondata da Labeone, il quale ci dice Pomponio introdusse tantissime novità ma come

nel primo caso prese il nome dell’allievo Proculo.

La scienza canonistica si è interrogata a lungo sulle differenze che potevano

intercorrere tra queste due scuole con varie opinioni:

-per alcuni ad esempio i sabinari avrebbero rivolto la loro attenzione al iusgentium e i

proculari al

ius civile nella sua accezione rigorosa;

-per altri i sabinari avrebbero seguito un metodo sistematico e i proculari un metodo

casistico;

-per altri ancora quanto allo stile letterario i sabinari sarebbero stati analogisti e i

proculari anomalisti;

-ovvero i sabinari sarebbero stati conservatori e i proculari innovatori, ma in realtà

come ha messo in rilievo la più recente storiografia non possiamo individuare almeno

sul piano scientifico e metodologico una netta distinzione. L’opinione ormai prevalente

è quella per cui l’appartenenza ad una o ad un’ altra scuola era determinata da

tradizioni familiari o rivalità personali magari legate al diverso orientamento politico dei

due fondatori: Capitone fu filo-imperiale anche se conservatore in diritto, Labeone fu

avverso al nuovo regime tanto da essere nostalgico delle istituzioni repubblicane anche

se innovatore in diritto. 123

Dopo Adriano, forse anche grazie all’abile opera di mediazione svolta da Salvio

Giuliano( ultimo sabinaro) i giuristi divennero collaboratori stabili del principe.

GENERI LETTERALI

Come l’attività didattica un notevole sviluppo conobbe anche l’attività scientifica o

letteraria. I giuristi classici scrissero opere che possiamo raggruppare in generi letterari:

1opere sistematiche

2opere casistiche

3opere problematiche

4opere didattiche

5opere monografiche

OPERE SISTEMATICHE

I Commentari:commenti a testi di vario tipo(testi giurisprudenziali, edittali, normativi)

condotti in forma lemmatica, analizzando i lemmi(estratto del testo commentato e

poteva essere costituito da una singola parola o da un intero passo). A seconda del tipo

di testo commentato i commentari possono distinguersi in 3 gruppi:

-commentari di ius civile

-commentari ad edictum

-commentari a testi normativi

1commenti ascritti ad opere di ius civile di giuristi precedenti: libri a QuintumMucium e i

libri a Sabinum. I primi erano commenti al trattato di diritto civile in 18 libri di Quinto

Mucio Scevola; i secondi erano commenti ai tresiuriscivilis, cioè ai tre libri di diritto civile

di Masurio Sabino. Scrissero libri a QuintumMucium Gaio e Pomponio, giuristi

dell’epoca degli antonini; scrisserolibri a SabinumPapiriano, Paolo e Ulpiano, giuristi

dell’età serviana che va dal 93 al 235.

Nei commentari di ius civile il commento seguiva al testo commentato, quindi in fondo

la distanza temporale tra il giurista che commentava e il testo commentato si annullava,

perché seguendo il commento al testo commentato, i due giuristi dialogavano tra loro

quasi fossero contemporanei. 124

2commenti all’editto, più spesso in genere all’editto del pretore urbano con

un’appendice dedicata all’editto degli edili curuli. In pochi casi si trattava invece di

commenti all’editto del pretore peregrino e dei governatori provinciali. Grazie a questi

commentari ad edictum e ad una straordinaria opera della giurisprudenza romana, i

digesta di Salvio Giuliano, si è potuto ricostruire l’editto perpetuo.

3commenti perlopiù a leggi comiziali e senato consulti, talora anche commenti alle XII

tavole( tra cui il più famoso lo scrisse Gaio) e commenti a costituzioni imperiali.

OPERE CASISTICHE

Tra le opere casistiche rientravano i libri responsorium e i libri epistolarum, i libri

digestorum o digesta.

1 I primi erano raccolte di responsi del giurista su casi reali che gli venivano sottoposti.

In genere i responsi seguivano l’ordine con cui le notizie si susseguivano nell’editto del

pretore.

2I secondi erano sempre raccolte di responsi date dal giurista però per epistulam, cioè

mediante lettera.

3I terzi furono anch’essi in origine raccolte di responsi come i di gesta di Alfeno Varo,

che raccolse in quest’opera di 40 libri i responsi del suo maestro Servio Sulpicio Rufo.

Poi però i digesta divennero dei veri e propri trattati che contenevano un’esposizione

complessiva di tutto il diritto privato vigente, sia del ius civile che di quello honorarium.

I digesta si articolavano in due parti, la “pars prima” e la “pars altra”, o “secunda”. Una

prima parte seguiva l’ordine edittale, la seconda era dedicata a leggi, senato consulti,

costituzioni imperiali.

Da questo loro impianto sistematico i digesta vengono annoverati da alcuni studiosi fra

le opere sistematiche, ma in effetti si trattava più propriamente di opere casistiche,

perché il giurista prendeva sempre le mosse da un caso concreto su cui dava il suo

responso, anche se poi da ciò traeva spunto per portare il discorso su un piano

generale in chiave sistematica.

OPERE PROBLEMATICHE

Fra le opere problematiche rientravano i libri questionum e i libri disputationum. Anche

in questo caso molti studiosi li riportano tra le opere casistiche, ma in realtà questi libri

consistevano nella discussione di problemi legati più che altro ai casi di scuola, ai fini

dell’addestramento dei discepoli, alla tecnica della responso e all’argomentazione

scientifica: ecco perché si dovrebbero annoverare (secondo D’Angelo) tra le opere

problematiche. In genere questi libri consistevano o nella rappresentazione di un

contrasto di opinioni fra due o più giuristi su questioni di diritto, o nella riflessione di un

125

giurista su una questione suscettibile di diverse soluzioni o diverse interpretazioni, o

trattavano della “disputatio fori”(disputa forense). Si volevano addestrare i discepoli alla

tecnica del responso, poi surrogato dal rescritto, e principalmente ad argomentare gli

scritti scientifici.

OPERE DIDATTICHE

Opere destinate alla scuola e all’insegnamento, possono distinguersi in due gruppi

corrispondenti o due diversi livelli dell’insegnamento:

1 opere destinate all’”instituere”, che consisteva nell’insegnamento elemantare volto a

fornire le nozioni fondamentali; opere destinate all’istruere che consisteva in un

insegnamento perfezionato. Tra le prime vi sono le istitutiones e l’Enchiridion di

Pomponio, un’opera insolita e particolare della giurisprudenza romana. Le istituzioni

erano manuali destinati all’insegnamento del diritto privato romano( istituzioni di Gaio,

di Fiorentino, giurista all’epoca degli antonini, di Callistrato…). Le istituzioni di gaio

sono per noi particolarmente importanti perché sono l’unica opera della giurisprudenza

romana pervenutaci pressoché intera al di fuori del canone, in particolar modo al difuori

dei digesta di Giustiniano. Per il resto noi non possediamo le opere originarie dei

giuristi ma solo frammenti riportateci da Giustiniano.

Furono scoperte nel 1816 dal Niebuhr da un codice palinsesto che era un

codexrescriptum, cioè un manoscritto il cui testo originario è stato cancellato e

sostituito da una scrittura più recente. Nel mondo antico, poiché il normale scrittorio

scarseggiava e i costi erano anche notevoli, i testi vecchi venivano spesso raschiati per

poter essere utilizzati nuovamente, per poter essere scritti nuovamente su essi. In

particolare il palinsesto conteneva in origine le Istituzioni di Gaio che erano poi state

cancellate per far posto alle lettere di S.Girolamo. Niebuhr se ne accorse e in seguito,

dopo aver corretto le lettere, si fece riaffiorare il testo originario delle istituzioni.

Scoperta che ha portato ad un notevole avanzamento negli studi umanistici, perché ha

ampliato le nostre conoscenze su istituti di cui prima non sapevamo nulla o eravamo

informati solo sommariamente( si pensi alle legisactiones e al processo formulare) ma

anche perche le istituzioni di Gaio riflettendo lo stato del diritto classico possono essere

utilizzate come parametro per capire la reale attendibilità dei frammenti classici riportati

dai digesta di Giustiniano. Egli nel 530, nel delineare la sua opera diede incarico ai suoi

commissari e ai suoi collaboratori di apportare modifiche, dette interpolazioni, ai testi

utilizzati per adeguarli al diritto vigente, per cui bisogna porsi il problema di valutare la

classicità di ciascun testo di Giustiniano.

Le Istituzioni di Gaio constavano di 4 libri detti commentari, in cui Gaio espone quasi

tutto il sistema del diritto privato romano della sua epoca con riferimenti anche al diritto

privato anteriore sulla base di un sistema tripartito:

personae, res, actiones(res come rapporti patrimoniali) 126

Questo sistema espositivo, assolutamente originale, anche se probabilmente Gaio

attinse a modelli anteriori che non ci sono pervenuti, ha influenzato la sistematica di

tutti i codici a partire già dal codice napoleonico del 1804.

Pensiamo al nostro codice civile diviso in 6 libri, di cui il primo tratta delle persone, il

secondo e il quarto alle successioni, alla proprietà di diritti reali, e il quarto a

obbligazioni, quindi potremmo dire alle res intesi come rapporti patrimoniali, il quinto al

lavoro, il sesto alla tutela giurisdizionale dei diritti, quindi potremmo dire alle actiones.

Le istituzioni di Gaio furono pressoché ignorate dai giuristi classici, ma ebbero larga

fortuna nel tardo antico in epoca post-classica, giustinanea, e soprattutto fecero da

modello per le Istituzioni di Giustiniano, che costituiscono una delle quattro parti del

Corpus IurisCivilis.

L’Enchiridion;in greco vuol dire “manuale”, e quello di Pomponio fu un manuale del

diritto della storia romana, in cui lui esponeva la storia giuridica di Roma dalle origini

fino all’età dell’imperatore Adriano. L’opera si articola in 3 parti:

la prima dedicata all’origine del diritto romano, con particolare riguardo alle fonti di

produzione

la seconda alla storia della costituzione romana, in particolare riguardo le magistrature

la terza della storia della giurisprudenza dai pontefici fino a Salvio Giuliano.

Si è supposto che l’opera originaria dovesse essere composta di due libri, a cui se ne

aggiunse un altro da un ignoto compilatore di età postclassica.

Per quanto riguarda le opere destinate all’instituere: i libri regularum, i libri

sententiarum, libri opinorum, libri differentiarum, raccolta di regole, massime, definizioni

date da un giurista o dai suoi allievi.

OPERE MONOGRAFICHE

Si trattava di libri singulares. Erano opere dedicate ad un solo tema specifico di diritto

privato, ma più spesso di diritto pubblico, diritto finanziario, diritto militare, diritto

criminale, diritto costituzionale e amministrativo.

In età severiana furono particolarmente diffusi i libri di officio: manuali sugli officia, cioè

sui compiti fondamentalmente di magistrati e funzionari imperiali. Questi compiti

variavano al variare dell’assetto del governo, per cui questi libri furono spesso opere

già superate nel momento stesso in cui apparivano.

Le costituzioni imperiali erano atti normativi del principe, però ci si pone un problema,

su quali basi il principe era autorizzato all’emanazione di atti che avessero forza di

legge e che anzi col passaggio dal principato al dominato divennero essi stessi leggi?

127

I giuristi hanno individuato il fondamento del potere normativo del principe nella lex de

imperio, in particolare si deve pensare alla sesta clausola: la clausola discrezionale che

attribuiva al principe nella sostanza il potere di fare tutto ciò che ritenesse utile

nell’interesse dello stato; per cui argomentando da questa clausola i giuristi dovettero

enucleare, giustificandolo, il potere normativo del principe. Ulpiano stesso arriverà a

scrivere che ciò che piace al principe ha forza di legge.

Nel corso del principato vennero delineandosi vari tipi di costituzioni imperiali:

-gli editti

-i decreti

-i mandati

-i rescritti 5 epistole

1GLI EDITTI

Provvedimenti normativi di carettere generale e astratto. Furono utilizzate nel campo

amministrativo e soprattutto in ambito del diritto criminale sostanziale e processuale.

Nel campo del diritto privato vennero utilizzate pochissimo, al contrario si fece ricorso ai

rescritti.

Gli editti imperiali non vanno di certo confusi con quelli magistratuali. Quello del

magistrato era un’ordinanza con cui egli annunciava il suo programma; l’editto

imperiale non delineava un programma, conteneva norme vincolanti, avevano inoltre

validità illimitata nel tempo( salvo che non venissero abrogati) e nello spazio; gli editti

dei magistrati formalmente scadevano allo scadere dell’anno magistratuale di colui che

lo aveva emanato.

DECRETI

I decreti erano sentenze con le quali l’imperatore decideva le cause sia civili che penali

sottoposte al suo giudizio. A differenza degli editti che erano costituzioni generali, i

decreti erano costituzioni casistiche: riguardavano casi particolari, casi concreti, ma

ebbero un’efficacia esemplare nel senso ce valevano come precedente vincolante per

le risoluzioni di casi anomali(con i quali l’imperatore risolveva controversie civili e

criminali sia in prima istanza che in grado di appello).

MANDATI

Erano direttive, istruzioni che il principe impartiva di propria iniziativa o in risposta a

domande dei propri funzionari e ai governatori delle province senatorie. In età

repubblicana le province venivano gestite prima da pretori creati ad hoc, poi da 128

promagistrati; con il principato da ex magistrati, proconsoli e pretori, che entrambi

assumevano il titolo di proconsoli, anche quando non erano stati consoli ma

semplicemente pretori. Venivano nominati dal senato, stavano in carica in genere per

un anno, non avevano poteri militari ma solo civili.

Presto i mandati acquisirono un’ efficacia che andava al di là del caso che ne aveva

determinato l’emanazione, ma i giuristi non annoveravano mai i mandati fra le

costituzioni imperiali.

Questo perché probabilmente i giuristi riconoscevano efficacia non al singolo mandato,

ma ai cosiddetti “corpora mandatorum”: complessi di mandati che disciplinavano a

settori omogenei dell’amministrazione imperiale o istituti di diritto privato, ad esempio il

testamentusmilitis: forma testamentaria particolarmente agile e priva di formalità, e fu

introdotta da una serie di mandati di Nerva, Tito, Domiziano, Traiano e Adriano.

RESCRITTI

I rescritti erano pareri che il principe rilasciava su questioni controversie di diritto che

venivano sollevato nel corso di un processo. Riguardavano essenzialmente la materia

del diritto privato. Possiamo distinguere due tipi di rescritti: tendenzialmente perché

comunque nelle fonti la distinzione non è sempre rigorosa.

Se il parere veniva richiesto da una delle parti, la risposta imperiale veniva scritta in

margine alla domanda stessa e il rescritto assumeva la forma del subscriptio.

Se invece il parere veniva sollecitato dal giudice magistrato o funzionario innanzi al

quale perdeva la causa, la risposta veniva scritta dal scrinium ab epistulis mediante

una lettera ufficiale indirizzata a chi aveva chiesto il parere, e il rescritto assumeva la

forma dell’epistula. Le epistule perciò non erano autonome, perché possono essere

ricondotte ai mandati o ai rescritti, e constistevano in istruzioni che il principe impartiva

ai propri funzionari o ai governatori che gli venivano rivolti, o in pareri su questioni

controverse di diritto sollevate nel caso di un processo dal giudice stesso innazni al

quale tendeva la causa.

5 EPISTOLE

Consistevano o in istruzioni impartite dal principe ai funzionari ed ai governatori

provinciali, o in pareri su questioni dubbie di diritto sollevate dai giudici durante un

processo. DIRITTO CRIMINALE 129


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (AGRIGENTO, PALERMO, TRAPANI)
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2018-2019

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