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Riassunto esame Diritto Romano, prof. Sanguinetti, libro consigliato Storia del diritto romano, Cerami, Corbino Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Diritto romano, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Storia del diritto romano, Cerami, Corbino. con analisi dei seguenti argomenti: il periodo monarchico (gerarchia del potere, gentes, familia, pater familias), le funzioni religiose e militari dell'epoca, il rex e la sua nomina, la... Vedi di più

Esame di Diritto Romano docente Prof. A. Sanguinetti

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La storia del diritto romano consta di 13 secoli che vanno dalla fondazione di Roma (753 a.c.) alla morte dell’Imperatore

Giustiniano (565 d.c.)

Generalmente si ritiene opportuno suddividere questo lungo arco di tempo in periodi, per poter meglio comprendere

l’evoluzione del diritto romano e degli istituti che ne fecero parte.

Consideriamo, infatti, l’età monarchico-arcaica, l’età della repubblica, l’età del principato e l’età del dominato.

Tuttavia, questo è un espediente di studio e come tale è semplicemente orientativo.

Il periodo monarchico

Secondo il racconto tradizionale, Roma venne fondata nel 753 a.c. da un insediamento coloniale, presso la vicina

Albalonga, città dell’antico Lazio.

Si sarebbero succeduti dapprima re latini e sabini e poi re etruschi che, entrati in conflitto con l’antico patriziato, sarebbero

stati la causa del mutamento di regime.

Gli abitanti di Roma appaiono distinguersi in patrizi e plebei.

I primi, ceto dominante, erano organizzati in GENTES, aggregazioni naturali di famiglie aventi divinità, culti e costumi

comuni.

L’appartenenza ad una gens era necessaria ed equivaleva ad una cittadinanza: non si poteva appartenere a due gentes

contemporaneamente e chi usciva dalla propria gens diveniva ad essa straniero.

L’appartenenza alla gens si acquisiva per nascita da parte gentile e per ammissione per voto dei gentili, ovvero per

COOPTATIO.

Alla base della gens vi era la FAMILIA, unità organica di base che raggruppava uomini e cose, caratterizzata da un

comune vincolo di sangue e soggetta al potere assoluto del capostipite, il PATER FAMILIAS.

Era proprio l’ADGNATIO, ovvero il rapporto che legava i vari componenti della famiglia, di carattere nettamente

patriarcale poiché indicava la discendenza da un comune capostipite maschio attraverso altri maschi, a caratterizzare

l’unità familiare.

Gli organi dell’età monarchica, che si svolge nell’arco di due secoli e mezzo (753-509 a.c.), sono il rex, il senatus e il

popolo, rappresentato dai comitia curiata.

Il rex si poneva al vertice dell’ordinamento senza alcun limite di tempo prestabilito: la sua era, infatti, una carica vitalizia.

Il potere regio comprendeva attribuzioni estese e numerose che vedevano il rex coadiuvato nelle sue attività da ausiliari

vari.

Al rex spettavano funzioni religiose, politiche e militari.

 Quanto alle funzioni religiose, egli era innanzitutto un sommo sacerdote, legittimato a ricercare la volontà divina

e custodire la vita religiosa della comunità, con l’ausilio dei collegi sacerdotali di cui coordinava l’attività e talora ne

nominava i membri.

Il più importante di tali collegi è quello dei PONTIFICES, organo composto da 5 membri e presieduto dal pontifex

maximus.

Le competenze di tale collegio riguardavano principalmente la custodia dei riti supremi e delle tradizioni religiose, il

mantenimento della pax deorum, ovvero di buoni rapporti tra la città e le divinità, l’esercizio esclusivo della giurisdizione

nell’interpretazione del diritto pubblico e privato (ovvero l’interpretatio iuris) affinché non contrastasse con il fas, la

volontà divina rivelata attraverso i signa.

La carica dei pontefici era vitalizia ed essi godevano dell’esenzione dai tributi e dal servizio militare.

Notevole importanza rivestiva il collegio degli AUGURES, depositari analogamente al rex, della legittimità a ricercare la

volontà divina. Si ritiene che il re ricorresse agli AUSPICIA, ovvero traesse la volontà divina principalmente

dall’osservazione del volo, del pasto e dei movimenti degli uccelli, mentre gli àuguri utilizzassero gli AUGURIA, ovvero lo

studio di ogni tipo di evento, al fine di trarne indizi sulla volontà divina, per es. un tuono, un’eclisse…

La differenza sostanziale tra l’auspicium e l’augurium può essere riscontrata nel fatto che il primo sembra riguardare una

situazione concreta e vicina nel tempo e il carattere sfavorevole dello stesso impediva di intraprendere l’azione in un dato

giorno; l’azione poteva essere ripresa il giorno successivo. L’augurium invece poteva riguardare una situazione futura e

avere un contenuto più che altro augurale e propiziatorio, più che evidenziare la volontà divina, comportando un

arricchimento della condizione umana attuale.

Al collegio dei FETIALES, presieduto dal pater patratus, spettava la cura religiosa degli atti che instauravano relazioni

internazionali; intervenivano infatti in caso di dichiarazione di guerra, trattati di pace e alleanze. Bisogna comunque

sottolineare che le decisioni politiche riguardo a guerre, pace e alleanze spettavano al rex e/o al senatus; I feziali e il pater

patratus dovevano in sostanza tradurle nella forma richiesta dall’ordinamento affinché fossero validi come atti

internazionali.

Era l’unico collegio particolarmente numeroso, composto da 20 membri.

 Quanto alle funzioni politiche del rex, egli era il capo politico della città a cui spettavano i poteri di indirizzo e di

organizzazione della vita della comunità. Era un compito necessario poiché, in mancanza, l’autodifesa e la vendetta privata

erano le uniche regole per dirimere i conflitti tra privati e ciò avrebbe potuto portare allo sgretolarsi della precaria unità

della città.

Pertanto il rex doveva elaborare ed illustrare alcune poche norme consuetudinarie che, secondo alcuni, sfociavano nelle

LEGES REGIAE, che formalizzavano le consuetudini appunto, ed esercitare i poteri di polizia, per mantenere l’ordine

pubblico.

Allo stesso rex spettavano poteri di promozione e realizzazione di opere attività pubbliche.

 Quanto alle funzioni militari, il rex aveva il compito di guidare l’esercito e difendere militarmente lo stato.

Tuttavia questo potere copriva un ambito ben più vasto e per essere gestito richiedeva l’ausilio di collaboratori quali i

comandanti delle singole unità in cui l’esercito stesso era organizzato: il MAGISTER POPULI (comandante dell’esercito)

e il MAGISTER EQUITUM (comandante della cavalleria).

Il rex e la sua nomina

La carica regia non era ereditaria, pertanto alla morte del re si apriva l’INTERREGNUM.

Il potere auspicale, gli auspicia, tornavano di diritto al senato che eleggeva tra i suoi membri un INTERREX per la durata

di 5 giorni, decorsi i quali, il potere passava ad un altro interrex e così via.

L’interrex di turno proponeva il nome del successore, scelto tra i senatori, ai comizi curiati.

Questi ultimi, tramite votazione, approvavano o meno il candidato proposto. In caso di approvazione, a cui seguiva ratifica

della stessa da parte del senato, si apriva l’INAUGURATIO, una particolare cerimonia in cui avveniva la solenne

consultazione degli dei per richiedere l’assenso degli stessi alla nomina del rex.

Qualora gli auspicia fossero favorevoli al rex era conferita la facoltà di esercitare l’imperium, attraverso l’ottenimento della

LEX CURIATA DE IMPERIO, istituto che riconosceva, attraverso una seconda votazione da parte dei comizi, il supremo

comando del monarca.

La carica era monocratica e ad essa poteva ambire anche uno straniero.

Gli altri due organi dell’età monarchica sono il senatus ei comitia curiata, entrambi organi assembleari convocati a

discrezione del rex.

Circa il senatus non si hanno certezze ben definite relativamente alla composizione e alle competenze. Pare che il numero

dei componenti fosse inizialmente di 100, andando poi ad aumentare nel tempo fino a 300.

Si ritiene che non ci fosse un numero fisso di componenti ma variabile a seconda di chi avesse i requisiti per farne parte.

Quanto alle competenze troviamo:

- l’INTERREGNUM, in caso di vacanza della carica suprema del rex;

- l’AUCTORITAS, ovvero la ratifica delle delibere popolari;

- attività di consulenza e ausilio al rex su tutte le materie su cui quest’ultimo riteneva di voler acquisire l’opinione

dei patres;

- lo IUS BELLI ET PACIS, titolarità del diritto di concludere foedera e decidere le guerre.

Quanto ai comitia, assemblea rappresentativa del popolo suddiviso nelle tre tribù, nelle dieci curie per tribù e nelle decurie,

anch’essi convocati a discrezione del rex, si ritiene sia l’organo più antico della storia di Roma.

Sempre tenendo in considerazione le incertezze riscontrate, si attribuiscono ad esso funzioni legislative ed elettorali circa la

votazione delle LEGES REGIAE e l’approvazione della nomina del nuovo rex proposto e la successiva concessione della

lex curiata de imperio, nell’ambito dell’interregnum.

Tali atrribuzioni non sono in realtà confermate poiché vi erano determinate circostanze che portano a credere abbastanza

impossibili tali attribuzioni stesse. Pertanto si ritiene abbiano svolto per lo più una funzione di partecipazione passiva, di

testimonianza e generica adesione.

Nella sua età più antica, Roma era territorialmente distribuita in due parti:

1) L’URBS, luogo rappresentante la sede della comunità e di tutte le attività politiche, di difesa e di culto pubblico.

Tale parte era delimitata da uno spazio di confine definito POMERIUM, sottratto alla possibilità di essere abitato e

arato, caratterizzato dalla presenza di mura e riti particolari.

2) L’AGER PUBLICUS, contado d’indefinita estensione volto alle attività agricole e pastorali che assicuravano i

mezzi di sussistenza alla comunità.

Il popolo, dal punto di vista amministrativo, era distribuito in tre tribù:

- RAMNES

- TITIES

- LUCERES

Ciascuna tribù a sua volta era suddivisa in 10 curie; ogni curia, a sua volta, era suddivisa in 10 decurie. A capo d’ogni tribù

era posto un tribuno; a capo d’ogni curia era posto un curione e a capo di ogni decuria era posto un decurione.

L’intera popolazione era, pertanto, ripartita in un sistema piramidale, in 300 decurie, 30 curie e 3 tribù.

Oltre alla gens e alla sua unità costitutiva quale era la famiglia, un altro organismo rientra nella struttura societaria,

subordinato alla gens: la CLIENTELA.

I clientes erano per lo più individui che, perché poveri o espulsi da altri gruppi, chiedevano protezione e appoggio presso le

gentes. Di conseguenza, ogni cliens aveva una gens d’appartenenza a cui era sottoposto non solo economicamente. Tale

rapporto si basava, infatti, anche sulla reciproca fedeltà (fides), sull’obbedienza e l’ossequio verso la stessa gens e il suo

capo, il patronus, a cui dovevano essere rivolti tutti i vantaggi dell’attività dello stesso cliens. Il vincolo creatosi era

considerato sacro, tant’è che lo stesso patronus era obbligato a difenderlo con priorità rispetto ai vincoli di parentela e

qualora lo violasse in qualche modo era colpito da CONSECRATIO CAPITIS (pena di morte) e oltre che perdere la

posizione precedentemente rivestita, poteva essere ucciso impunemente da chiunque.

La condizione di cliens si acquisiva per:

- DEDITIO, spontanea sottomissione al potere della gens

- APPLICATIO, sottoposizione di uno straniero al potere della gens.

- MANUMISSIO, acquisto della libertà da parte di uno schiavo.

Tale ordinamento si protrasse fino a che la città si ritrovò governata da re etruschi. Tale vicenda rappresentò una svolta

radicale che scombussolò gli equilibri istituzionali preesistenti, in parte mirati a ricaratterizzare le antiche istituzioni, in

parte ad introdurne di nuove.

Per quel che riguarda il primo aspetto della svolta, venne data un’impronta altamente militaristica alla carica regia, alla

quale inoltre si ascendeva non più nel pieno rispetto delle forme e delle regole precedentemente introdotte ma spesso anche

attraverso stratagemmi illegali, quali la congiura e il delitto.

Il rex diviene, in primo luogo, capo militare che governa di forza propria svuotando, almeno in parte, il potere del senato

che veniva rinvigorito e ampliato con patres di fedeltà regia.

Per quel che riguarda il secondo aspetto della svolta, venne introdotta la più importante novità costituzionale: i comizi

centuriati.

Il sistema amministrativo delle curie fino ad allora in vigore non era più in grado di mantenere un equilibrio organizzativo

poiché la crescita politica ed economica della città aveva portato ad un inevitabile necessità di ricollocazione della

popolazione. Servio Tullio ripropose un’organizzazione simile alla precedente cambiando, però, l’elemento di

discriminazione tra i vari ceti.

Egli infatti, basò tale organizzazione, non più sull’appartenenza ad una determinata gens, ma sul censo, cioè sulla ricchezza

economica e sulla proprietà terriera, “classificando” in essa tutta la popolazione idonea alle armi.

Infatti, precedentemente e relativamente alle curie, esse fornivano all’esercito 100 soldati e 10 cavalieri procapite,

costituendo un esercito di 3000 soldati e 300 cavalieri.

Secondo il censo, appunto, vennero individuate 5 classi e ogni classe era suddivisa in un certo numero di centurie.

Distinguiamo infatti:

- 18 centurie spettanti agli equites, cioè alla cavalleria (di cui sei costituivano i sex suffragia) il cui censo richiesto

era di 100.000 assi.

- Le restanti centurie in numero di 170, ai pedites cioè alla fanteria, distribuite a loro volta in 5 classi di ineguale

consistenza.

1. di cui 80 nella prima classe, il cui censo richiesto era sempre di 100.000 assi

2. di cui 20 in ognuna delle tre successive, il cui censo richiesto era rispettivamente di 75.000, 50.000 e

25.000 assi

3. di cui 30 nella quinta classe, il cui censo richiesto era di 11.000 assi

Alle 170 già enumerate classi della fanteria se ne aggiungono 5 restanti, rappresentanti la classe dei nullatenenti (capite

censi) censiti per capi e non per beni.

In tali centurie erano ricompresi:

- i TUBICINES e i CORNICINES, da cui si prelevava la fanfara militare;

- i FABRI AERARI e i FABRI TIGNARI, in cui vi erano gli operai che provvedevano alle armi e agli

accampamenti.

Ciascuna classe di pedites aveva al suo interno centurie di seniores (dai 45 ai 60 anni) e centurie di juniores (18-44 anni).

Al di là delle eventuali competenze che i comizi centuriati erano chiamati a svolgere, da riferirsi ad un epoca successiva a

quella di riferimento, essi presentavano un ordinamento che dava prevalenza ai più abbienti, che erano i patrizi di ultimo

riconoscimento e i plebei nuovi arricchiti.

Questi ultimi, potendo acquisire proprietà erano, di conseguenza, obbligati a prestare servizio militare, spodestando i

patrizi a cui tale ruolo era stato riservato fino ad allora. Questo preparò il terreno al successivo conflitto tra patrizi e plebei.

Il ruolo dei comizi centuriati venne esaltato dal rex che, sicuramente, preferiva demandare a loro tutte le decisioni spettanti

anziché ai comizi curiati, controllati dal patriziato tradizionale così relegato in posizione numericamente marginale.

Questo portò alla successiva convinzione che il nuovo regime l’avrebbe considerato il comitium per eccellenza.

Tutto questo ai danni dell’oligarchia senatoria (= aristocrazia patrizia) che, a quanto pare, ordì una congiura interna che

portò alla fine del regnum, per reagire alla progressiva indipendenza che il potere regio acquisiva da essa facendole perdere

vigore e peso politico.

Il rex venne cacciato e venne modificata la configurazione della suprema carica. Quanto al resto, tutto rimase

fondamentalmente immutato nonostante si ricercarono nuovi equilibri politico-sociali che muteranno l’assetto

costituzionale che maturerà in seguito.

Il periodo repubblicano

La più rilevante conseguenza del mutamento istituzionale è l’accendersi del conflitto patrizio-plebeo (innescata

dall’aspirazione del patriziato a recuperare il pieno controllo politico della comunità)

Tale conflitto si apre, quindi, alla fine del regnum e sarà proprio il suo graduale superamento a portare ad uno stabile

assetto che accompagnerà l’ascesa di Roma.

Il malcontento si diffuse presto tra la plebe, determinato dal continuo infiacchimento che gli colpiva dovuto alle

aggressioni militari per la riconquista della città da parte dei figli di Taquinio, dopo la sua cacciata, la cui riparazione

creava un crescente indebitamento, e dall’inferiorità politica che caratterizzava la loro condizione. Erano infatti esclusi da

cariche politiche (erano elettori ma non eleggibili) e non potevano contrarre matrimonio con persone patrizie.

Tale situazione venne ad esasperarsi quando nel 498 i plebei, preoccupati di un imminente attacco dei Latini, posero sotto

condizione il loro prestarsi alla leva ad un provvedimento che rimettesse a loro i debiti di cui erano gravati e che gli

costringeva a rendersi schiavi ai creditori in caso d’insolvenza.

Il patriziato riuscì comunque a sottrarsi, rinviando la questione.

La situazione degenerò poco dopo. Nel 494 infatti i plebei, constata nuovamente l’indisponibilità del senato ad intervenire,

abbandonarono la città confluendo sul Monte Sacro o, forse, sull’Aventino.

La secessione ebbe frutti importanti: non solo venne implicitamente confermata la rilevanza delle assemblee della plebe

(i concilium) e riconosciuti loro dei diretti rappresentanti (i tribuni plebis) ma venne dato valore vincolante alle decisioni

assunte sotto giuramento in tale occasione: con le LEGES SACRATAE infatti le persone e le prerogative dei tribuni

vennero posti sotto la protezione delle divinità plebee (Cerere, Libero e Libera), e chiunque avesse usato loro violenza

sarebbe stato ucciso. In tal modo potevano svolgere più efficacemente la loro attività.

I tribuni plebis, giunti numericamente a 10, avevano solo l’esclusivo potere di AUXILIUM dei plebei che esercitavano

attraverso il diritto di veto, ovvero attraverso la possibilità di sospendere o annullare qualunque atto di governo e dei

pubblici poteri che potesse essere contrario agli interessi della plebe stessa.

Questo potere per quanto grande era comunque limitato dalla reciproca INTERCESSIO di cui i tribuni disponevano,

ovvero del veto reciproco sulle decisioni di un altro tribuno.

Accanto all’attività dei tribuni venne confinata come ausiliare l’attività degli AEDILES (edili) che furono probabilmente i

primitivi referenti della plebe. Essi, in particolare, custodivano, presso il Tempio di Cerere sull’Aventino, gli archivi della

plebe e ne gestivano il tesoro difendendolo da pretese di prestazioni abusive.

Quest’organizzazione, così messa in piedi, impose almeno un corretto funzionamento delle istituzioni. Un altro passo

decisivo venne compiuto, però, quando si propose il superamento delle disparità anche a livello costituzionale.

Il conflitto tra i due ordini si spostò su tale piano nelle vicende del 451, attorno alla costituzione del DECEMVIRATO, un

collegio di dieci soggetti volti a formulare un corpo di leggi scritte che non sarebbero state nuove ma, in quanto scritte, solo

certe. Da tale collegio, costituito da appartenenti al patriziato, i plebei scelsero di rimanerne fuori in cambio di alcune

prerogative, quali l’intangibilità delle leges sacratae.

Il decemvirato si occupò, in sostanza, della redazione di 10 tavole di leggi, successivamente affisse nel foro per essere

poste alla comune attenzione.

Il consenso popolare ricevuto portò al rinnovo del collegio per l’anno successivo.

Questo secondo decemvirato, questa volta di mista composizione, fu autore di due ulteriori tavole;

Il suo modo d’agire fu però arbitrario e violento tanto da istigare una nuova secessione della plebe per sollevare lo stesso

organo dalle sue funzioni e ripristinare la precedente situazione.

I nuovi consoli, Valerio Potito e M.Orazio Barbato, pubblicarono nel foro, incise su lastre di bronzo, le LEGGI DELLE

XII TAVOLE e adottarono una serie di provvedimenti a favore dei plebei: le LEGES VALERIAE HORATIAE.

Se ne individuano tre:

1) LEX VALERIA HORATIA DE PLEBISCITIS, che avrebbe attribuito efficacia vincolante alle deliberazioni

dell’assemblea plebea.

2) LEX VALERIA HORATIA DE PROVOCATIONE, che avrebbe ricostituito le magistrature vincolando la

creazione di ulteriori, alla PROVOCATIO AD POPOLUM

3) LEX VALERIA HORATIA DE TRIBUNICIA POTESTATE, che riconfermò l’inviolabilità delle persone dei

tribuni e dispose l’esclusione dalla protezione cittadina a chiunque avrebbe recato offesa agli stessi.

Tra le tre quella su cui si poggiano i dubbi più forti quanto a storicità e veridicità è sicuramente la prima, in quanto il

riconoscimento di efficacia vincolante alle deliberazioni delle assemblee della plebe (plebiscita) già nella metà del V

secolo a.c. appare inverosimile viste le lotte tra patrizi e plebei che continueranno a caratterizzare lo stesso secolo e visti i

più recenti provvedimenti riscontrati a riguardo, quali:

- La LEX PUBLILIA PHILONIS del 339

- La LEX HORTENSIA del 287

Gli anni a venire furono anch’essi instabili politicamente e istituzionalmente.

Nel 445, in seguito al plebiscito Canuleio (proposto da Gaio Canuleio), venne abolito il divieto di connubio tra patrizi e

plebei precedentemente contemplato nelle XXII tavole, che furono considerate per questo inique da Cicerone.

Questo rese, almeno teoricamente, possibile un’integrazione tra gli ordini e la possibilità di considerare insensato il divieto

di sumere auspicia per i plebei.

Era proprio da ciò che si faceva discendere l’incapacità di questi ultimi a rivestire la carica del consolato; infatti,

nell’ordinamento gentilizio, l’imperium era collegato alla capacità dell’auspicium, derivante dall’ammissione alla vita

familiare e ai relativi sacra, delle genti patrizie.

L’abolizione del divieto di CONNUBIUM rese per lo meno possibile ciò e fu proprio per questo, onde evitare di aprire il

consolato alla plebe, che venne istituita una nuova magistratura suprema: i TRIBUNI MILITIUM CONSULARI

POTESTATE, capi militari investiti di poteri consolari, senza essere consoli, che potevano anche essere plebei.

Venne attuato quindi una sorta di compromesso che permise di non aprire per principio il consolato alla plebe e gestire

comunque paritariamente la repubblica.

Tuttavia, l’aspirazione plebea al consolato si realizzò nel 367 a.c. con le LEGES LICINIAE SEXTIAE, proposte dai tribuni

Licinio Stolone e Sesto Laterano.

Quella che riguardava tale ambito nel particolare è la LEX LICINIA DE CONSULE PLEBEIO, che riservava per

l’appunto uno dei due posti della suprema magistratura ai plebei.

Altri ambiti erano ricoperti da tali leggi:

- La LEX LICINIA DE AERE ALIENO, relativa ai debiti

- La LEX LICINIA DE MODO AGRORUM, relativa alla distribuzione delle terre, fissava il limite di 500 iugeri

nell’appropriazione di terre pubbliche.

D’altro canto, parlando della legislazione Licinia si fa riferimento fondamentalmente alla lex licinia de consule plebeio,

importante traguardo per la parificazione degli ordini. Parificazione che, realizzandosi, comunque non annullò gli ordini

stessi ma fece cadere solo le più gravi discriminazioni politico-costituzionali.

Anche nell’ambito delle assemblee, i plebei erano da sempre ammessi e la loro voce politica si era per lo più affermata nei

concilium che, tuttavia, non vedeva le sue decisioni vincolanti per l’intera comunità. I plebiscita avevano acquisito

efficacia generale su delibera solo in alcune occasioni.

La stessa LEX VALERIA HORATIA del 449 ebbe probabilmente valore vincolante e successivamente i singoli plebiscita

vennero riconosciuti in varie occasioni (i plebisciti Canuleio, Ogulnio e Ovinio)

Comunque, l’autenticità della LEX VALERIA HORATIA del 449 venne poi esclusa. Si ritenne fosse stata la LEX

PUBLILIA PHILONIS del 339 ad attribuire effettivo valore vincolante ai plebiscita. Per quanto anche quest’ultima sia

discussa, nel 287 la LEX HORTENSIA stabilì l’equiparazione definitiva e l’efficacia piena delle successive delibere

conciliari plebee.

Gli organi e le istituzioni dell’età repubblicana, che si svolge nell’arco di cinque secoli (509 – 27 a.c.), disegnano un

assetto istituzionale della città che ebbe una continuità di fondo con l’assetto primitivo.

Si combinano senato, organi di governo politico (le magistrature) e religioso (i sacerdozi) e le assemblee popolari.

Le differenze si riscontrano nella struttura più complessa rispetto al passato.

Il senato era composto da 300 membri di estrazione sia patrizia e sia plebea, almeno a partire dal IV secolo e in seguito al

plebiscito Ovinio che accrebbe il numero dei membri, ne attribuì la lectio ai censori (che si presume effettuassero la cernita

tra gli ex magistrati o comunque tra gli uomini migliori di ogni ordine). Ad esso spettavano specifiche attribuzioni quali:

- il CONSULTUM, parere rilasciato al magistrato su qualsiasi materia fosse chiamato a pronunciarsi; il carattere di

autorevolezza che contraddistingue lo stesso senato e rende vincolanti i suoi pareri assicura continuità dell’azione

di governo (impedito altrimenti dalla breve durata delle cariche magistraturali)

- l’AUCTORITAS, approvazione delle decisioni comiziali trasformatasi poi in una preventiva autorizzazione alla

presentazione di proposte su cui i comizi dovevano esprimersi.

- l’INTERREGNUM, strumento che rendeva possibile la convocazione elettorale in caso di vacanza della suprema

carica. In quest’epoca divenne però uno strumento eccezionale e non più ordinario in quanto la carica, in passato

monocratica, era raro divenisse vacante in toto e che quindi venissero meno tutti i magistrati supremi.

La carica senatoriale comportava taluni diritti e altrettanti doveri. Tra i primi si annoverano dei segni distintivi quale

l’indossare il laticlavio, larga tunica attraversata da una striscia verticale color porpora, insieme ad una calzatura rossa e ad

un anello d’oro.

Tra i doveri dei singoli senatori, quello di partecipare ai lavori del senato stesso, pena l’irrogazione di multe o pegni a

carico degli assenti ingiustificati.

Gli stessi lavori si svolgevano in un luogo a porte aperte non oltre il tramonto, sicché scaduto tale tempo e non conclusi i

lavori, la seduta si aggiornava. Terminati i lavori, si procedeva a votazione per DISCESSIONEM, ovvero per schieramento

ai lati del presidente, a seconda che si fosse favorevoli o contrari.

Scomparso il rex, la suprema carica di governo passò alle magistrature che nel loro insieme, caratterizzavano tale carica

appunto.

Al consolato, si affiancarono la questura, la censura e l’edilità. A queste magistrature definite ordinarie perché elette

annualmente, se ne aggiunsero altre, definite straordinarie, perchè vi si faceva ricorso senza regolarità, tra cui la dittatura.

Quanto alle attribuzioni delle magistrature ordinarie:

- i CONSOLI, indirizzavano politicamente la repubblica. Le loro competenze erano illimitate fino a integrare anche

quelle che non sono specificatamente attribuite ad altri magistrati. In primo luogo a loro spettava il comando

supremo degli eserciti e la difesa dell’ordine pubblico interno.

- I QUESTORI, erano titolari di compiti civili tra cui la cura e la sorveglianza delle casse dello stato. Inizialmente in

numero di due divennero 4 per poi salire addirittura fino a 20.

- I CENSORI, generalmente scelti tra gli ex consoli, si occupavano delle operazioni di censimento necessarie per

poter collocare i cittadini nell’organizzazione politico-amministrativa. In seguito al plebiscito Ovinio, a loro spettò

la lectio senatus, ovvero la scelta dei senatori. Vigilavano sui costumi dei cittadini e regolavano le entrate e le

spese pubbliche delle quali provvedevano all’appalto.

- Il PRETORE, era incaricato alla iurisdictio, cioè di sovrintendere all’amministrazione della giustizia.

Successivamente, nel 242, venne affiancata ad esso, la figura del praetor peregrinus che si occupava della

IURISDICTIO INTER PEREGRINOS ovvero di dirimere le controversie tra cives e peregrini e tra peregrini inter

se, e del governatorato dei territori extra italici sottomessi.

- Gli EDILI avevano funzioni di polizia urbana, di approvvigionamento e polizia dei mercati, organizzazione e

svolgimento delle feste pubbliche.

- Il TRIBUNATO e l’EDILITA’ PLEBEA, superata l’antica contrapposizione col patriziato, vennero assorbiti nel

novero degli organi di governo della repubblica.

Quanto ai caratteri delle magistrature ordinarie, esse erano innanzitutto elettive. Competenti alla votazione erano i comitia

che si esprimevano per centurie, sotto la direzione di un console (quando si dovevano eleggere magistrati maggiori) e per

tribù, presieduti da un pretore (per l’elezione dei magistrati minori).

La loro durata era temporanea, normalmente di un anno.

L’unica eccezione era rappresentata dai censori che rimanevano in carica il tempo necessario per espletare le loro funzioni,

tempo comunque non superiore ad un anno e mezzo.

Tutte le magistrature erano onorarie e non attribuivano compensi ai titolari ma solo lustri e onori a chi le ricopriva.

Inoltre, in esse (tranne alcuni casi) vigeva la collegialità; Tuttavia, ognuno era a pieno titolare dell’unico e indiviso potere

tanto da poter compiere qualsiasi atto nella sua sfera di competenza, facoltà di veto del collega permettendo.

Quanto ai poteri magistratuali, i fondamentali riconosciuti sono:

1) l’IMPERIUM, di cui si ritiene fossero principalmente investiti consoli e pretori (e forse censori). Si tratta di

quell’imperium, già precedentemente appartenente al rex, che permetteva di rivolgere ordini ai quali non era

consentito sottrarsi; l’ambito in cui si riscontra naturalmente è quello militare (imperium militiae). Oltre ai consoli

e pretori, l’imperium poteva anche essere attribuito, con legge, in modo nominativo, ad altri magistrati che in tal

caso si dicono “cum imperio”.

2) La COERCITIO, ovvero la disponibilità per alcuni magistrati di utilizzare mezzi repressivi nei confronti di chi si

sottrae ai loro ordini, impedisce loro l’esercizio delle loro funzioni o trasgredisce disposizioni su cui debbono

vigilare vista la loro competenza. Non è diretta conseguenza dell’imperium (infatti ne sono dotati gli edili e i

tribuni a cui l’imperium non spetta e ne sono sprovvisti i censori che probabilmente erano dotati d’imperium) e

non implicava l’irrogazione delle medesime sanzioni; Infatti consoli e pretori potevano irrogare sanzioni capitali,

incarceramento e verberatio (detta anche fustigazione, consistente in una pena corporale); gli alti si limitavano a

irrogare multe o ordinare una pignoris capio (forma di esecuzione sui beni del debitore, consisteva nell’atto del

creditore che si impadroniva di una o più cose del debitore inadempiente, per soddisfare il proprio credito.)

3) Lo IUS AGENDI CUM PATRIBUS, cioè la facoltà di convocare e presiedere il senato, e lo IUS AGENDI CUM

POPULO, cioè la facoltà di convocare e presiedere i comitia. Nell’ambito legislativo, nessun limite nell’avanzare

rogationes (cioè dispositivi della legge) e chiedere delibere da parte di consoli e pretori; nell’ambito elettorale

invece, la convocazione dei comitia spettava ad un magistrato diverso a seconda dell’elezione cui si doveva

procedere.

4) Lo IUS EDICENDI, facoltà di fare comunicazioni con valore di ordinanza ai cittadini.

In momenti particolari potevano essere istituite magistrature straordinarie.

Ricordiamo la dittatura affidata al DITTATORE, creato su solenne pronuncia di un console, d’accordo con il collega e il

senato.

La sua funzione era quella di superare la paralisi politica in cui ci si era arenati, pertanto egli godeva di un imperium che si

imponeva su quelli di tutti gli altri magistrati.

L’operato del dittatore poteva aver successo oppure no e questo incideva, sicuramente, anche sull’opinione pubblica, al

giudizio del senato e dei consoli che l’avevano scelto.

In quanto investito di determinati poteri, ogni magistrato si trova in una posizione di preminenza rispetto a chiunque.

Questa può essere la definizione di POTESTAS che non è quindi un potere, ma la conseguenza dell’avere poteri.

Tale potestas, tuttavia, deve essere confrontata e armonizzata con quella degli altri magistrati, relativamente all’ORDO

MAGISTRATUM (cioè alla gerarchia tra le magistrature). Si poteva essere, quindi, in condizioni di superiorità, parità o

subordinazione.

Così, il console, culmine della gerarchia, sarà in una posizione preminente rispetto al pretore.

Una posizione a parte si assegna alla dittatura che, per l’incarico assegnatoli, riveste una carica di assoluta preminenza

anche su i consoli.

Altra posizione a sé stante, quella del censore che è investito di poteri paralleli e in nessun modo interferente con altri

poteri. Solo l’altro censore aveva potere d’interferire sull’operato del collega.

Oltre all’ordo magistratum, vennero fissati altri principi a tutela degli equilibri magistratuali:

Innanzitutto era posto il divieto di cumulare sulla stessa persona più magistrature contemporaneamente;

Non era possibile rivestire per una seconda volta nella vita la censura e successivamente anche il consolato;

Per quel che riguarda le altre magistrature, invece, vi si poteva accedere una seconda volta solo dopo un intervallo

decennale;

Si fissò un ulteriore intervallo per la copertura di due diverse magistrature. Fu la LEX VILLIA a fissarlo in due anni,

soprattutto per evitare che, svolgendosi le elezioni in netto anticipo, non si rendessero note le candidature alla magistratura

dello stesso candidato ancora nel corso della sua stessa carica.

Si definì, nella stessa LEX VILLIA, un CURSUS HONORUM, ovvero il percorso che doveva osservare chi percorreva la

carriera pubblica;

Tale percorso prevedeva, dopo il servizio militare, l’accesso alla questura, poi alla pretura, il consolato e la censura.

Connessa alla potestas è la materia degli AUSPICIA.

I magistrati, infatti, avevano la facoltà di agire sotto gli auspicia con la possibilità, data ai soli patrizi, di interrogarli

solennemente (auspicia imperativa). I plebei, invece, dovevano accettare quelli che si fossero loro spontaneamente

presentati (auspicia ablativa).

Poteva presentarsi contrasto tra auspicia favorevoli e sfavorevoli in capo a diversi magistrati, superabile applicando il

criterio secondo cui prevalessero gli auspicia di chi avesse maior potestas.

In base a tale criterio si distinguevano magistrati maiores e magistrati minores.

I primi potevano rivolgere l’OBNUNTIATIO ai secondi, impedendone l’attività politica (che si aggiungeva come

possibilità all’INTERCESSIO)

Figure particolari erano quelle dei promagistrati, soggetti che avevano rivestito la magistratura e i cui poteri erano

temporaneamente prorogati, fino alla conclusione delle imprese belliche in cui erano impegnati, attraverso un senatus

consultum seguito da un plebiscitum.

Magistrati e promagistrati, per la durata della loro carica, godevano di generale immunità che li tutelava da eventuali

convocazioni in giudizio non solo nell’ambito del loro operato ma anche in ambito privato.

Godevano, inoltre, di speciali onori che si diversificavano a seconda della magistratura rivestita: l’eponimia al consolato, lo

ius imaginum ai magistrati curuli, sepoltura in manto di porpora ai censori, imposizione per i cives di alzarsi in piedi o

decedere al passaggio, posto riservato da occupare in teatri o luoghi pubblici,…

Quanto agli organi di governo religioso, si continua a far riferimento agli antichi collegi sacerdotali che coadiuvavano il

rex nella qualità di capo religioso, che nella repubblica divengono però autonomi. Inoltre, con la LEX OGULNIA (legge

del 300 a.c., proposta da due tribuni della plebe, i fratelli Ogulni) la composizione di tali collegi venne ampliata anche ai

plebei che, pertanto, entrarono a far parte dei due collegi più importanti:

1) i PONTIFICES, collegio portato da 5 a 9 membri, che presiedevano e coordinavano l’attività degli altri sacerdoti

(rex sacrorum, flamines, vestales) e poiché persero il monopolio dell’INTERPRETATIO IURIS, si occuparono di

materie del FAS e di IUS DIVINUM.

2) Gli AUGURES, collegio portato anch’esso da 5 a 9 membri, che continuò ad occuparsi della materia degli auguria

e degli auspicia.

La carica era vitalizia ed era assegnata inizialmente per COOPTATIO e, successivamente al plebiscito Domizio del 103,

tramite una procedura mista che prevedeva un voto comiziale iniziale su una lista di graditi elaborata dallo stesso collegio,

su cui seguiva la cooptatio.

Quanto alle assemblee popolari, riscontriamo un ruolo enormemente accresciuto nell’ambito della repubblica. La loro

convocazione si intensifica e accresce la democrazia presente nel sistema repubblicano. Tuttavia, non è una democrazia

che si ispira all’uguaglianza poiché la partecipazione dei singoli alle decisioni varia in base a diversi elementi che possono

combinarsi in capo al soggetto stesso e quindi renderlo idoneo alla partecipazione stessa.

Le forme organizzative del popolo erano inizialmente i comitia curiata e i comitia centuriata; successivamente a questi si

affiancarono i comitia tributa, affermatisi in seguito all’organizzazione della plebe e alle sue modalità di riunione e

votazione del concilium.

1. I COMITIA CURIATA, distribuiti in curie, raccolgono i discendenti delle tre antiche tribù dei Ramnes, Tities e

Luceres. Vista la nuova organizzazione amministrativa delle tribù territoriali, diviene un organismo dalla

composizione via via più incerta, le cui funzioni appaiono molto limitate. Infatti, ad essi spettava:


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto romano, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Storia del diritto romano, Cerami, Corbino. con analisi dei seguenti argomenti: il periodo monarchico (gerarchia del potere, gentes, familia, pater familias), le funzioni religiose e militari dell'epoca, il rex e la sua nomina, la suddivisione territoriale della città (urbs, ager publicus), organizzazione dell'amministrazione romana (ramnes, titis, luceres).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Modena e Reggio Emilia - Unimore o del prof Sanguinetti Andrea.

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